×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

IL FATTO QUOTIDIANO

Il Fatto Quotidiano
15 04 2015

Di conseguenza non sempre hanno la stessa efficacia nel genere femminile, più soggetto a sviluppare reazioni avverse: nella fascia di età 35-44 anni sono quasi il doppio di quelle riscontrate nei coetanei maschi. La prova è nel bugiardino: nella maggior parte dei casi non si fa cenno alla diversità biologica tra uomo e donna, si distingue solo in dosi per adulti e per bambini e al massimo si vieta l’assunzione del farmaco durante la gravidanza Una sanità a misura di donna oggi non esiste. I farmaci sono sperimentati soprattutto sugli uomini e di conseguenza non sempre hanno la stessa efficacia nel genere femminile, più soggetto a sviluppare reazioni avverse: nella fascia di età 35-44 anni sono quasi il doppio di quelle riscontrate nei coetanei maschi. La prova è nel bugiardino: nella maggior parte dei casi non si fa cenno alla diversità biologica tra uomo e donna, si distingue solo in dosi per adulti e per bambini e al massimo si vieta l’assunzione del farmaco durante la gravidanza.

La questione viene ora sollevata dall’Istituto neurologico Carlo Besta di Milano, che insieme alla Regione Lombardia ha dedicato un convegno alle differenze di genere nella malattia di Parkinson. “Nelle donne è tre volte più frequente la comparsa di movimenti involontari degli arti superiori e inferiori che costituiscono gli effetti indesiderati della levodopa, il farmaco usato per tenere sotto controllo i tremori tipici della malattia – spiega Barbara Garavaglia, responsabile del Comitato unico di garanzia per le pari opportunità dell’ospedale – Nei casi più gravi bisogna ridurre la dose e se possibile si interviene chirurgicamente con l’utilizzo di piccoli elettrodi per stimolare le cellule del cervello a produrre più dopamina (il neurotrasmettitore carente a causa del morbo, ndr)”. Anche i sintomi sono diversi ma spesso lo si ignora. “Nei maschi il Parkinson provoca soprattutto un deterioramento delle capacità cognitive, mentre nelle femmine ansia e depressione”.

Pubblicità

L’Organizzazione mondiale della sanità ha ufficializzato l’esistenza della differenza di genere nel 1998. Dopo quattro anni ha istituito il Dipartimento per il genere e la salute della donna e da quel momento ha iniziato a promuovere l’integrazione delle considerazioni di genere nelle politiche sanitarie. La rivoluzione auspicata in realtà procede a passi molto lenti.

Anche nel nostro Paese. Nel 2014 il World economic forum ha piazzato l’Italia al 68esimo posto nella classifica della disuguaglianza nelle cure tra uomo e donna. “È un paradosso – continua Garavaglia – le donne vivono più a lungo ma meno in salute. Per esempio, rispetto agli uomini sono più colpite da osteoporosi (+736%), malattie della tiroide (+500%), depressione e ansia (+138%), cefalea ed emicrania (+123%), cataratta (+80%) e ipertensione arteriosa (+30%)”.

La medicina di genere (cioè quella che studia e cura le malattie in base alle differenze anatomiche, biologiche, psicologiche e culturali dell’individuo) deve fare i conti con un ostacolo non da poco: le sperimentazioni cliniche sui farmaci che, ricorda l’esperta, “normalmente vengono effettuate su un campione costituito dal 70% di uomini e appena il 30% di donne. E alla fine si fa una media dei dati trascurando la differenza fisiologiche e anatomiche tra l’organismo femminile e quello maschile. Le donne però, avendo un minore peso corporeo e una maggiore massa grassa, rispondono in maniera diversa al farmaco”.

La ragione per cui la ricerca scientifica si basa sui modelli maschili è prima di tutto economica. “Negli anni Sessanta e Ottanta le donne erano completamente escluse dai test perché non erano abbastanza emancipate. Oggi invece sono poco presenti perché costerebbero troppo all’azienda. Significherebbe infatti aumentare di almeno 5/6 volte i gruppi sperimentali: il sesso femminile deve essere rappresentato nelle varie fasi della sua vita riproduttiva, ciclo mestruale, gravidanza, allattamento e menopausa, con un inevitabile aumento delle spese e dei tempi”. Non mancano i motivi sociali. “Sono meno disponibili perché devono occuparsi della famiglia e sono meno interessate a questo tipo di esperienza”.

Il pregiudizio di genere, dicevamo, riguarda anche i sintomi della malattia. Un altro esempio è l’infarto al cuore. I segnali presi come riferimento nei testi medici sono quelli che si manifestano esclusivamente nell’uomo: un dolore costrittivo al torace che può estendersi al collo, alle braccia e al dorso, e un senso di oppressione allo stomaco. Nella donna invece si presenta con una sensazione di malessere generale, sudorazione, diarrea, nausea e vertigini. Queste differenze però sono ancora poco note e spesso trascurate. Lo stesso fraintendimento vale per i farmaci. “Nelle donne gli antiaritmici possono influenzare più frequentemente il funzionamento della tiroide – spiega Patrizia Presbitero, primario di Cardiologia all’ospedale Humanitas di Milano -. L’uso di anticoagulanti e antiaggreganti invece le espone di più ai sanguinamenti e alle emorragie cerebrali. Per questo servono dosaggi mirati. All’università nessuno te le insegna queste cose, si imparano sul campo, con l’esperienza, il passaparola, e l’aggiornamento sulle ultime ricerche”.

Il Fatto Quotidiano
13 04 2015

E' dal 2010 che aumenta il numero di connazionali emigrati nella capitale della Germania. Ma spesso il lavoro che trovano non è all'altezza delle aspettative. Ecco alcune storie, dal settore della ristorazione alle startup, tra salari insoddisfacenti e sensazione di sradicamento
di Andrea D'Addio

Berlino? Un mito, ma non per tutti. Il numero degli italiani nella capitale tedesca continua a crescere dal 2010 raggiungendo nel 2013 lo 0,7% del totale ed il 4,2% tra tutta la comunità straniera. Si tratta di 22mila persone, senza contare chi non è registrato all’ambasciata. Non sono però tutte storie di successo. E sono sempre più i casi di chi deve mettere da parte le illusioni e confrontarsi con una realtà meno accogliente di quel che si pensa.

“Lavoro a Kreuzberg in un bar tedesco: sfruttato e pagato in nero” – “Il 18 febbraio 2015 dopo aver pagato 600 euro di caparra mi ritrovo senza lavoro con la prima rata dell’affitto al 3 Marzo”, racconta Luca, 23 anni, di Livorno. Per “un mese e mezzo” gira “con curriculum nello zaino” senza trovare niente. “Ho sempre lavorato come barista e cameriere ed ho fatto un corso base di tedesco – spiega – Dopo una ventina di tentativi falliti entro in bar-ristorante di Kreuzberg. Ci sediamo subito ed il gestore mi offre di lavorare dal lunedì al sabato dalle 10 alle 20 per 900 euro al mese”. E non netti, perché “200 andrebbero per la mia assicurazione medica”.

“Solo parte dello stipendio è in regola, ma non posso che accettare. Lo sfruttamento? In maniera diversa, ma esiste anche qui”

La retribuzione oraria? “2.91 euro, ben al di sotto degli 8.50 lordi all’ora lordi garantiti dalla nuova legge in vigore da gennaio scorso“. Luca a quel punto vorrebbe andarsene, ma ha bisogno di soldi. Subito. Quindi accetta “con l’idea, nel frattempo, di cercare altro”. Ed ecco la giornata tipo: “Apro il locale la mattina alle 10, pulisco tutto, anche i bagni. Faccio il servizio a pranzo e il bar il pomeriggio fino alle 20 quando comunque comincia il lavoro per la cena”. Luca è spesso solo e, sottolinea, “la responsabilità è enorme”. Dopo una settimana di prova “decidono finalmente di assumermi. Per aggirare il salario orario minimo mi vorrebbero in parte in nero“. E mentre prende tempo, lo contatta un altro ristorante per una prova. “Anche con loro però – conclude – è la stessa cosa: parte dello stipendio è in regola, parte no. Non posso però che accettare. Lo sfruttamento? In maniera diversa, ma esiste anche qui”.

“Nella catena italiana di pizzerie otto ore senza pausa. E buste paga ‘false'” – Non va meglio ai dipendenti dei ristoratori italiani a Berlino. Una storica catena di tre pizzerie – a Kreuzberg, Friedrichshain e Prenzlauer Berg – è il bersaglio di un appello lanciato da un gruppo di ex dipendenti stanchi di vessazioni e condizioni di lavoro. Chiedono alla Banda Bassotti e ai 99 Posse di non esibirsi in concerto il 17 aprile, perché quell’evento è organizzato anche dai gestori dei locali. “Nella Berlino ‘dei sogni e delle speranze’ – scrivono – ogni immigrato italiano è passato per uno di questi tre ristoranti a chiedere lavoro”. E questo anche perché “si è attratti dalle bandiere rosse e dalle foto di Che Guevara appese alle pareti”. Ma “la realtà che si trova lì dentro è diversa”.

“Dalla busta paga ti tolgono 90 euro per il cibo e le bevande consumati nel mese precedente”
Ecco, nello specifico, cosa intendono: “I ritmi di lavoro sono di otto ore ‘alla catena’ senza pausa“. In più “le paghe sono da miseria, ma soprattutto i soldi ti vengono dati spesso in nero”. E a fine mese spesso viene consegnata ai lavoratori una “busta paga falsa che ti invitano a firmare”, in cui l’importo scritto non corrisponde a quello erogato al lavoratore. In più “ti tolgono 90 euro per il cibo e le bevande consumati nel mese precedente”. Ferie e malattie? “Bisogna combattere per farsele pagare”. E “quando uno chiede spiegazioni rimangono vaghi, ma se si insiste possono arrivare al sequestro di alcuni documenti presi al momento dell’assunzione. Rossi? A parole. La cosa più triste è che loro da quelle idee di sinistra ne traggono immagine e profitto”.

“Laureati? Sei mesi di corsi intensivi non sono sufficienti per il mercato del lavoro” - Sono parole di chi lavora nella ristorazione, ma non si tratta di casi isolati. Gli ostacoli per gli italiani a Berlino sono tanti e creano la condizioni per lo sfruttamento. Il primo – e più importante – è la lingua. “Ci si trasferisce senza parlarla e sei mesi di corso, anche intensivi, non sono abbastanza per proporsi veramente nel mercato del lavoro dei laureati”, ci racconta Lucia Cocci, docente di tedesco freelance e reclutatrice per tre anni di personale per un’importante azienda berlinese. “Ingegneria, economia, pubbliche relazioni, architettura: a volte è possibile riuscire a lavorare con l’inglese, ma la concorrenza è alta. A Berlino non arrivano solo italiani, ma giovani e meno giovani da tutto il mondo. Quindi una buona conoscenza del tedesco è un punto in più che fa la differenza”.

“Ingegneria, economia, pubbliche relazioni, architettura: a volte è possibile riuscire a lavorare con l’inglese, ma la concorrenza è alta”
Servizio clienti, paga giusta. Ma nessuna possibilità di carriera – Ecco quindi che molti si riciclano nella gastronomia, tra camerieri, aiuti cuoco e baristi fino ad arrivare, se si hanno un po’ di soldi da parte e una famiglia in grado di aiutare, a un café o un ristorante di proprietà. Per tutti gli altri l’alternativa che va per la maggiore è il servizio clienti: l’Arvato, Zalando (e tutto il gruppo Rocket), Booking ed eBay sono solo alcune delle grandi società internazionali che da Berlino gestiscono le relazioni con la clientela di mezzo mondo, compresa l’Italia. E allora sì che la nostra lingua serve, anche se deve sempre essere associata almeno all’inglese. Paga oraria giusta e vita dignitosa? Sì, ma meglio non farsi illusioni, di carriera da fare ce n’è poca.

Startup, tra rischio e paga a progetto – La capitale tedesca negli ultimi anni è diventata anche uno dei principali incubatori europei di startup. Che spesso, però, aprono (e chiudono) dopo aver provato a lanciare l’ennesimo prodotto digitale. La paga? Minima, del resto chi può investire davvero quando è all’inizio? Racconta Enrico Sinatra: “Dopo vari lavori in ostello a 6 euro l’ora, finalmente trovo lavoro in un startup berlinese parzialmente finanziata dal governo tedesco. Il salario è a progetto. Prima mi offrono 8 euro l’ora per 20 ore settimanali, poi 450 per 40 ore settimanali. Rifiuto, ma in giro non c’è molto di meglio”.

“Amo il mio lavoro a prescindere dalla paga. Sempre che riesca a mangiarci”
Patrizio A., fotografo, 32 anni, veneto, ha invece commesso l’errore di fidarsi delle parole dei suoi datori di lavoro, a capo di un’agenzia berlinese che realizza foto per esercizi commerciali: “Con la scusa che il progetto era all’inizio, ho gradualmente accettato paghe sempre più basse rispetto a quelle contrattate all’inizio. Lavoravo con la mia attrezzatura e inizialmente gli ho portato anche la mia clientela. Nonostante tutto avrei potuto resistere, amo il mio lavoro a prescindere dalla paga, sempre che riesca a mangiarci”. La svolta arriva con una lettera da parte dell’assicurazione medica. “Scopro che i miei capi non solo non mi avevano pagato la copertura sanitaria, ma nel contratto c’era una clausola che non avevo letto bene e che li esonerava dal farlo. A parole, però, mi avevano garantito il contrario”.

“I tedeschi? Grande senso civico. E spesso famiglie disgregate” - A fronte di chi decide comunque di rimanere, c’è anche chi fa la scelta opposta: quella di tornare in Italia. Come Luigi Cornaglia, che ha vissuto a Berlino dal 2006 al 2010. Poi è rientrato nella sua Genova per provare la carriera – e ci è riuscito – di esperto di comunicazione aziendale e curare un nuovo business di commercio dell’olio verso la Germania. “Berlino mi manca per tanti aspetti, ma in Italia ho trovato una buona opportunità di lavoro. A posteriori posso dire di aver fatto bene”. I tedeschi? “Hanno grande senso civico, ma pochissima disponibilità agli affetti. Sono una comunità rispettosa ed equilibrata, ma le famiglie sono spesso disgregate e rancorose”. In pratica era “un modello che sentivo lontano da ciò che volevo, e voglio tuttora, per me stesso”.

“Berlino mi manca per molti aspetti. Ma a posteriori sono contento di essere tornata in Italia”
E l’aspetto emotivo per molti italiani non è secondario. Lo sa bene Giulia Borriello, psicologa, fondatrice dell’associazione per la salute mentale italiana in Germania, Salutare e.V. Il suo contatto con gli italiani a Berlino è quotidiano: “Le delusioni sono continue. L’adattamento per molti di loro è lento. Disoccupazione, costo della vita sempre più alto, difficoltà a realizzare rapporti d’amicizia stabili anche perché Berlino è un porto di mare, tanti passano e ripartono. Pesano anche le poche ore di sole invernale nonché, e soprattutto per chi è qui da più tempo, la malinconia di chi comincia a sentire fortemente lo sradicamento dalle proprie origini. Elementi che portano anche a riconsiderare la propria permanenza in Germania”. Perché a Berlino, ormai, il biglietto non è più di sola andata.

 

Il Fatto Quotidiano
10 04 2015

“Causa patrocinio non bona peior erit” ammoniva Ovidio. Una cattiva causa peggiora se la si difende. È la regola che da anni ormai impera nella vicenda Aldrovandi. Grazie all’inconsapevole Giovanardi si venne a sapere dopo mesi dalla morte di Federico che sul suo corpo vennero rotti due manganelli. Grazie a un avvocato difensore si venne a scoprire a processo iniziato dei brogliacci della questura rimaneggiati. Ora, grazie al Sap, si ha ulteriore certezza del comportamento oltre i limiti del protocollo.
Esattamente la prova provata che il segretario Tonelli ha sbandierato in conferenza stampa per chiedere la revisione del processo incastra in realtà gli agenti.

Il video, pubblicato sul canale Youtube del sindacato di polizia, mostra le corrette tecniche di ammanettamento pretese dal ministero. Il filmato illustra passo dopo passo come un agente (in questo “un” ha valore anche numerico, visto che nel caso Aldrovandi ne avevamo quattro di poliziotti) che a mani nude mette le manette ai polsi di un renitente.

Le raccomandazioni sono specifiche: “L’operatore effettuerà l’approccio inizialmente andando in presa con la propria mano debole sul polso del perquisendo. Con la mano forte impugnerà il gomito spingendo verso il basso, con un ginocchio sulla zona scapolo-omerale e un altro sul gran dorsale avrà definitivamente il controllo sul braccio del perquisendo. […] Data la particolare posizione l’operatore non dovrà mai gravare sul corpo del perquisendo. [….] Terminata la perquisizione l’operatore dovrà iniziare l’operazione di accompagnamento. Porterà in posizione supina il perquisendo”.

Una tecnica che, se pedissequamente osservata, avrebbe forse salvato la vita di Federico. Sul suo corpo infatti – secondo la testimonianza chiave di Anne Marie Tsegue – gravavano tre agenti (due sul dorso, una sulle gambe), che continuavano a picchiarlo con i manganelli. Il quarto faceva la spola tra l’auto di pattuglia e il ragazzo, per colpirlo con calci alla testa. Una volta ammanettato e reso impotente, i poliziotti hanno continuato a tenerlo fermo senza permettergli di mettersi supino o seduto per respirare.

Non sono congetture. Basta leggere la sentenza di primo grado (pag. 333): “Per Pontani e gli altri, con valutazione fuori da ogni criterio, di senso comune, logico, giuridico e umanitario, il soggetto era pericoloso pure nelle condizioni di ammanettamento a terra, tanto da averlo mantenuto nella condizione compressa (il “massimo di compressione possibile” dirà in seguito il giudice) per svariati minuti anche dopo che aveva smesso di muoversi”.

Ancor più netta la censura della Corte di Appello. A pag. 30 leggiamo come “l’idea che Aldrovandi potesse ancora divincolarsi alla presa dalla posizione prona e ammanettato in cui è stato posto, come sottolineano gli agenti nell’annotazione, è piuttosto singolare. In ogni caso per il giudice essa rende l’idea di un’immobilizzazione prolungata con il peso del corpo degli agenti”.

Eppure “il soggetto ammanettato non può più considerarsi pericoloso; deve essere subito rivoltato e posto in posizione supina; deve essere quindi aiutato a rialzarsi”. Sono sempre le parole dei giudici di secondo grado (pag. 89), che sposano le avvertenze del video mostrato da Tonelli. E invece i quattro poliziotti, oltre a “non avere interrotto l’azione nel momento in cui era apparso chiaro si stava trasformando in un autentico pestaggio”, hanno esercitato “violente pressioni sul tronco e sul dorso, anche con l’applicazione del peso di uno o più agenti, creando quel rischio di asfissia meccanica e posizionale, che costituisce il pericolo che deve assolutamente essere evitato in interventi del genere, innescando in tal modo il meccanismo causale della morte descritto in precedenza” (pag. 91).

I difensori degli agenti dibattono ancora sul fatto che ai condannati non sia mai stato indicato un approccio alternativo da seguire, tale da contraddire quello messo in atto quel 25 settembre 2005 a Ferrara. Eccolo qua: “Non è ipotizzabile che Aldrovandi, ammanettato, in posizione prona, col viso schiacciato a terra, sanguinante dalla bocca e dal naso, compresso dagli agenti, potesse costituire una seria e credibile minaccia, un pericolo, dovendosi invece ritenere che la situazione, così come sopra evidenziata, avrebbe imposto che egli, reduce da una lunga lotta (“l’abbiamo bastonato di brutto per mezzora…” confessa un poliziotto alla centrale, ndr), fosse rimesso in posizione seduta o quantomeno su un fianco o supina, se non in piedi, per potere respirare liberamente e agevolmente senza costrizioni” (pag. 224).

Proprio come nel video che illustra la corrette tecniche di ammanettamento.

Marco Zavagli

Il Fatto Quotidiano
07 04 2015

Il numero due della Conferenza dei Rettori, Roberto Lagalla, analizza la scelta del Miur di non vincolare le attivazioni ai prof di ruolo. "L'esecutivo finalmente ammette che il personale delle università non è sufficiente. E rischia contenziosi legali"
di Lorenzo Vendemiale

Una “toppa pericolosa” che “istituzionalizza il precariato nelle università”. E soprattutto presta il fianco a rivendicazioni e possibili contenziosi legali. Il Ministero dell’Istruzione ha deciso di includere anche i professori a contratto nel calcolo del numero minimo di docenti necessario a mantenere un corso di laurea. Una mossa della disperazione quasi obbligata, a causa delle sempre più profonde lacune di personale degli atenei dovute al blocco del turnover. Ma per fronteggiare l’emergenza il Miur ha deciso di fare ricorso a docenti precari, invece che bandire nuovi concorsi e procedere a vere assunzioni. E questa scelta potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio, come spiega Roberto Lagalla, rettore dell’Università degli Studi di Palermo e vicepresidente della Crui (la Conferenza dei rettori): “Oggi si salvano corsi a rischio estinzione, domani al Ministero potrebbero avere non pochi problemi”.

I PROF A CONTRATTO SALVANO I CORSI DI LAUREA
Il regalo di Pasqua del Miur all’università italiana è il decreto ministeriale 194/2015, con cui Stefania Giannini stabilisce una svolta abbastanza radicale: per i prossimi tre anni (fino al 2018), gli atenei possono far ricorso anche ai docenti a contratto per attivare corsi. La normativa vigente, infatti, prevede che ci sia un numero minimo di professori per svolgere un corso di laurea triennale o magistrale, rispettivamente 9 per il primo livello e 6 per il secondo. Fino ad oggi questi dovevano essere di ruolo, con una soglia massima del 5% di precari. Il decreto dilata (e non di poco) tale quota, fino a un terzo del totale. E questo permetterà di alleggerire i parametri attuali, riducendo in media del 30% il numero di docenti a tempo indeterminato indispensabili.

IN DIECI ANNI PERSE 6MILA DOCENZE
La scelta del ministro è facilmente comprensibile se si guardano i tagli subiti dalle facoltà di tutto il Paese: nell’ultimo decennio (fonte ufficio statistica del Miur, aggiornato all’ultima rilevazione del 2013), i professori ordinari sono calati del 23%, quelli associati quasi del 13%. In totale, sono andate perse 6.354 docenze. Se a questo si aggiunge la cancellazione della figura del ricercatore a tempo indeterminato, il quadro è completo. Colpa soprattutto della riforma Gelmini, che, decretando in molti atenei il blocco totale o parziale del turnover, ha impedito il normale ricambio generazionale del personale, proprio mentre fissava in parallelo quei requisiti minimi di professori per corso di laurea che oggi strangolano le facoltà. Con l’assottigliarsi del numero di docenti a disposizione dei rettori, è aumentato esponenzialmente il carico didattico gravante sulle loro spalle, fino al rischio di non poter attivare alcuni corsi: una cifra quantificabile tra il 10 e il 20% del totale, con particolare emergenza ad esempio per le professioni sanitarie. Così il governo ha deciso di intervenire.

PRECARI AL POSTO DI ASSUNZIONI
“Con questo decreto finalmente il Ministero ammette che il personale a disposizione delle università non è più sufficiente”, spiega Lagalla. “Visto il contesto generale, non è una cattiva scelta. Ma di fatto stiamo mettendo solo una toppa su un problema molto più profondo: la soluzione non può essere istituzionalizzare la figura del professore a contratto, che dovrebbe rappresentare un’eccezione, un profilo straordinario. Si fa ricorso a dei precari per riempire i buchi che andrebbero colmati con nuove assunzioni. E questo non va bene”. I professori a contratto, infatti, sono docenti rigorosamente non assunti, ma contrattualizzati di anno in anno per svolgere uno o più insegnamenti, su bandi emanati dalle singole università. E non è detto neppure che siano pagati, visto che la legge prevede che questi contratti possano essere “a titolo gratuito o oneroso”. Negli ultimi anni sono cresciuti in maniera significativa, passando da 22.200 a 26.800 unità, mentre come si è visto scendeva il numero dei professori di ruolo. Il risultato, adesso, è che la loro proporzione è quasi di 1 a 1: un docente precario per ogni docente a tempo indeterminato. E le conseguenze, ovviamente, non potranno essere solo positive.

LO SPETTRO DEI RICORSI
Nell’immediato si salvano tutti i corsi (circa il 15%) che rischiavano di scomparire. Di sicuro ci saranno delle ripercussioni sull’offerta formativa: come spiega il comunicato del Ministero, tra i professori a contratto ci sono “esperti di chiara fama, studiosi e professionisti, anche stranieri”. Vero, ma anche tanti docenti pescati a livello locale dal serbatoio di chi non ha un contratto. Non necessariamente delle eccellenze, insomma. “Anche solo per una questione di esperienza, o di continuità all’interno delle facoltà, non può essere la stessa cosa”, sottolinea il rettore di Palermo. Ma le maggiori preoccupazioni del numero due della Crui riguardano il futuro: “Il Ministero, costretto dalla necessità, sta facendo un’operazione pericolosa: parificando nel computo legale docenti precari a docenti di ruolo, si espone inevitabilmente ad un grosso contenzioso legale. È ovvio che ci saranno delle rivendicazioni, e prima o poi arriverà il giudice di turno a certificare l’abuso e decretare la stabilizzazione di chi è stato utilizzato per anni senza avere un contratto stabile”. Un po’ come successo nella scuola, dove di recente la Corte europea ha sanzionato lo Stato italiano, dando ragione ai supplenti che avevano svolto più di 36 mesi di servizio. Le differenze con l’università sono tante, il principio potrebbe essere lo stesso. Il provvedimento resterà in vigore fino al 2018, quando la fine del blocco del turnover dovrebbe dare un po’ di respiro agli atenei. “Ma allora il Ministero potrebbe avere ben altri problemi”, conclude Lagalla.

Il Fatto Quotidiano
03 04 2015

Ammazzare due rom a caso. Pescarli tra le baracche e spararli a bruciapelo. Un’azione punitiva per vendicare lo sgarro subito. Sangue innocente per dare ‘soddisfazione’ al boss. Camorra assassina, camorra vigliacca, camorra stracciona. Mirko e Goran Radosavljevic, due giovanissimi, tornavano al campo nomadi di Secondigliano a Napoli. Erano usciti per comperare le pizze. Improvvisamente il raid del ‘gruppo di fuoco’ all’interno della baraccopoli. I killer, incuranti dell’affollata comunità, con estrema freddezza, violenza e cinismo sotto lo sguardo di bambini e donne, estraggono le pistole e fanno fuoco contro i due ragazzi appena giunti.

Il duplice omicidio – siamo nel 2004 – viene catalogato come probabile lite tra rom o un effetto collaterale della sanguinosa faida di Scampia. La storia di Mirko e Goran Radosavljevic è una storia che chiede vendetta. Dopo undici lunghi anni di dolore, rabbia e ingiustizia: i senza voce, gli ultimi tra gli ultimi, i zingari finalmente possono guardare in faccia i mandanti e gli assassini di qull’eccidio. I familiari di Mirko e Goran a denti stretti come nel traversare il deserto si erano arresi, al destino.

E’ stato Giuseppe Persico, un nuovo collaboratore di giustizia, affiliato al clan Mazzarella con il ruolo di reggente, a raccontare la verità, a spiegare le cose come andarono, a certificare come i due rom furono colpiti a bruciapelo e senza colpa solo per punire un furto di connazionali messo a segno nella casa sbagliata. All’epoca dei fatti Giuseppe Persico ricopriva il ruolo di luogotenente del clan Mazzarella a piazza Mercato nel cuore della città.

Il boss Franco Mazzarella, figlio del capostipite e vecchio contrabbandiere Gennaro, è su tutte le furie. Mentre era nella sua abitazione e dormiva con la propria famiglia, dei nomadi entrano e rubano. Il boss non si dà pace. L’irruzione nella sua casa è un’offesa grave, uno sberleffo, una mancanza di rispetto. Una cosa gravissima. C’è chi parla e c’è chi sparla. “Un capo che si fa rubare in casa, che capo è?”. Il boss è furioso. Convoca il gruppo di vertice della cosca e ordina di effettuare delle indagini per conoscere chi sono gli autori del furto. Vuole i colpevoli al suo cospetto. Non ammette discussioni. Minaccia perfino di fermare le attività del clan per liberare uomini da sguinzagliare sulle tracce degli “infami”. I suoi più fidati scherri devono dedicarsi a scovare i furfanti. E’ la fissazione di Franco Mazzarella. L’immagine conta nella camorra 2.0. Nessun tentennamento c’è in ballo l’onore e la rispettabilità di un boss davanti ai suoi familiari, affiliati e perfino nemici. Pochi giorni e riescono a sapere con certezza che il domicilio di Franco Mazzarella è stato violato da due nomadi provenienti dal campo di Secondigliano e precisamente quello ubicato dietro il carcere, periferia nord della città.

Gli autori del furto non saltano fuori. Minacce, ritorsioni e pestaggi, la comunità rom è coesa: nessuno parla. Il boss taglia corto. Scatta la vendetta. Occorre dare una lezione, far capire agli zingari che con la camorra non si scherza. Che mancare di rispetto a un capo clan equivale a scavarsi la fossa. L’ordine è perentorio: colpire nel mucchio. Uccidere qualcuno appartenente alla stessa etnia degli autori del furto. Parte il raid. Nel mirino finiscono Mirko e Goran Radosavljevic, due ragazzi innocenti che nulla c’entravano con il rubare, con i boss, con i clan, con la camorra. Sangue innocente. Trucidati dalla follia criminale e razzista.

A distanza di 11 anni la Squadra mobile di Napoli dopo una attenta indagine ha acciuffato il boss Mazzarella e i componenti del commando. Occorrerebbe uno scatto d’orgoglio della città. Con il Comune di Napoli, le altre istituzioni e le associazioni costituite parte civile nel processo. Che Napoli con la sua generosità ricordi i nomi di Mirko e Goran con una targa. E che la loro storia non sia dimenticata e accolta nelle memorie delle vittime innocenti. Ai congiunti si diano tutti i benefici di legge prevede per i familiari delle vittime innocenti della criminalità in Campania.

Arnaldo Capezzuto

Il Fatto Quotidiano
03 04 2015

In passato, nella lista nera finirono titoli insospettabili. Mary Poppins, per esempio: nel 1938, la bambinaia più famosa del mondo fu accusata di fomentare “la sottomissione cieca alla governante”. Oggi a terrorizzare “benpensanti”, gruppi di destra e ultracattolici sono soprattutto i racconti di famiglie gay, storie illustrate e fiabe con due mamme e due papà. Proprio come Piccolo Uovo, libro distribuito negli asili, che ha scatenato l’ira della Lega Nord e di Forza Nuova. Il suo caso è solo uno degli ultimi tentativi di censura dei volumi dedicati ai più piccoli. Un fenomeno che oggi prende di mira soprattutto i temi dell’omosessualità e della transessualità, e che mette in allarme l’Aib, l’Associazione italiana dei bibliotecari. Tanto che sull’argomento ha voluto dedicare un incontro alla 52esima edizione della Fiera del libro per ragazzi di Bologna: “Le raccolte di ogni biblioteca devono riflettere gli orientamenti attuali e l’evoluzione della società e non possono essere soggette ad alcun tipo di censura ideologica, politica o religiosa”.

I casi - In tutta Italia se ne contano decine, e non tutti finiscono sui giornali. A febbraio, a Carate Brianza, la comparsa in biblioteca del libro illustrato ‘Ho 2 mamme‘ ha alzato un polverone, dividendo la città. Da Milano la vicenda è arrivata fino a Roma con alcuni consiglieri comunali di centrodestra che, raccogliendo la protesta di un gruppo di genitori, hanno presentato un’interrogazione in Senato per denunciare “la propaganda delle famiglie omosessuali“. Due mesi prima, in provincia di Nuoro, un gruppo di genitori, sostenuto da un sacerdote, si era mobilitato per fare piazza pulita di alcuni libri scelti per un’iniziativa anti-discriminazioni di genere. Andando ancora più in là nel tempo si arriva in Emilia. Nel 2003, a Fanano, nel modenese, una bibliotecaria era stata multata e accusata di spaccio di materiale pornografico (poi assolta) per aver prestato il libro ‘Scopami‘, di Virginie Despentes, a un ragazzo di 14 anni.

“Ne vediamo di tutti i colori”, dice Enrica Manenti, presidente dell’Aib. “A Sesto Calende, ad esempio, per togliere un libro dagli scaffali della biblioteca comunale, il sindaco Marco Colombo l’ha preso in prestito e mai restituito. Non siamo in un regime di censura, è vero, ma sono comunque episodi molto gravi, che toccano nel vivo la professione del bibliotecario”. Per questo la Commissione nazionale biblioteche e servizi per ragazzi dell’Aib ha deciso di creare sul proprio sito una sorta di cronistoria dei casi di censura, con una raccolta di materiali. “Scriveteci e segnalate – è stato l’appello che la bibliotecaria Caterina Ramonda ha rivolto ai suoi colleghi presenti – Una delle censure più gravi è proprio quella che si fa nelle biblioteche, togliendo i libri dagli scaffali. Ci sono titoli che non si riescono a trovare in nessuna biblioteca. Noi vogliamo tenere alta l’attenzione su questo tema”.

A Bologna, in due ore di confronto, editori, scrittori e bibliotecari hanno raccontato l’evoluzione della censura nell’editoria per bambini e per ragazzi, concentrandosi in particolare sulle nuove forme di controllo. La lista di parole, azioni e personaggi messi all’indice è lunghissima. Affonda le radici nei secoli scorsi e arriva fino ai giorni nostri. Oggi a puntare il dito e a invocare le cesoie sono genitori, altre volte insegnanti, altre ancora consiglieri comunali. I motivi sono sempre gli stessi: la salvaguardia della famiglia tradizionale e dell’innocenza dei bambini.

Manuela Salvi, scrittrice classe 1975, ha portato al convegno la sua esperienza personale. I suoi libri hanno come protagonisti personaggi gay, lesbiche e drag queen. E in quelli per adolescenti non mancano scene di sesso. “L’omosessualità non è una parolaccia, nessun bambino ha mai reagito male davanti a questo tema”. Il suo esordio risale al 2005, con Nei panni di Zaff, albo illustrato per bambini dell’asilo, che parla di omosessualità. “Allora non incontrai molti ostacoli. Poi, nel giro di 10 anni, la situazione è cambiata. Gli editori hanno cominciato a chiedermi sempre più modifiche, tagli, autocensure, per evitare di avere problemi. Ma capita anche che alzino la fascia d’età, così che un libro per bambini di 10 anni viene destinato ai ragazzi di 14. Sono limiti che deprimono uno scrittore”. Per questo nel 2012, l’autrice ha deciso di abbandonare l’Italia e volare Oltremanica. E oggi, si definisce “una rifugiata culturale”. “Non si possono negare dei fatti che esistono e ci sono, come le famiglie gay. Altrimenti si crea una dittatura degli adulti che decidono cosa i bambini devono conoscere e cosa no”.

Presente all’incontro anche Francesca Pardi, editrice della casa Lo Stampatello. Si tratta di una piccola realtà che tra i suoi titoli ha anche Piccolo uovo, il libro illustrato che Forza Nuova ha detto di voler bruciare in piazza. “All’inizio, quando abbiamo deciso di iniziare a pubblicare favole sulle famiglie omogenitoriali fu un suicidio imprenditoriale. Il mercato non ci appoggiava. Oggi la censura non è più delle istituzioni, ma arriva sempre più spesso dai genitori, che pretendono di sovrapporsi a professionisti, insegnanti o bibliotecari, imponendo una censura selvaggia. E il paradosso è che nella quasi totalità dei casi queste persone non aprono nemmeno i libri che vogliono eliminare”.

Giulia Zaccariello

Il Fatto Quotidiano
02 04 2015

La notizia proveniente dall’Indiana sul “Religious Freedom Restoration Act” – la legge che permette ad esercenti e ristoratori di non fornire i propri servizi alle persone Lgbt in virtù della loro fede – è stata salutata dall’integralismo cattolico italiano come un atto di libertà religiosa da prendere ad esempio e, possibilmente, da estendere ad altri ambiti. A quanto pare è fondamentale per le esigenze dello spirito, la salvezza della propria anima e al fine di scongiurare la dannazione eterna, impedire che un gay si sieda a tavola in un fast food o negare il catering per la festa di compleanno del figlio di una coppia di lesbiche.

Quale relazione possa esserci tra questi atti e la compiacenza di Dio è uno dei tanti misteri della spiritualità della società d’oggi, implacabile con quei soggetti percepiti come marginali e bollati come peccatori, forse anche per un approccio letterale al Levitico per cui giacere con uomo come si fa con donna è certamente abominio. Sarebbe interessante, tuttavia, riscontrare se quei ristoratori e quegli esercenti di cui sopra serviranno ancora crostacei nei loro locali o se vestiranno con stoffe diverse: tali peccati sono descritti come altrettanto riprovevoli sempre nel testo appena citato, ma sono pur trascurati dai fautori di certe discriminazioni.

Adesso, che in questo o quel libro sacro una fellatio tra maschi e un bollito di aragosta possano condurre direttamente tra le braccia di Lucifero in persona, è fatto che potremmo lasciare volentieri alle categorie del fantasy, genere che un tempo ispirava religioni intere e che ha dato i frutti di cui tutti abbiamo memoria quali eccidi, roghi, massacri e qualsiasi altro atto sia stato pensato per rendere il proprio dio ancora più grande e misericordioso. Che tali ossessioni siano ancora oggi al centro di dibattito politico e ispirino l’azione dei legislatori, è cosa che dovrebbe far riflettere una civiltà che poi inorridisce per i fondamentalismi degli altri: Isis in testa.

Credo, ancora, che chiamare “libertà religiosa” la facoltà di discriminare esseri umani – sempre per quel misterioso legame che unisce omosessuali e cocktail di scampi, passando per la Bibbia – sia un lusso che una società che si dice progredita o che pretende di esserlo non può permettersi. La libertà non dovrebbe mai essere abuso a danno di terzi. A meno che non si dimostri che servire un hamburger a Elton John e a suo marito impedisca qualcuno a recarsi in chiesa la domenica a pregare e a trarre buoni propositi per la sua anima.

Anche perché se passa quest’idea per cui tutto ciò che è previsto da un libro sacro deve essere legge o tutelare giuridicamente gruppi professionali, poi non lamentiamoci se un giorno si infibuleranno bambine in nome dello stesso concetto o si impedirà a qualche ebreo di accedere a un centro commerciale magari perché visto come deicida. Perché è vero, siamo tutti liberi e libere di credere che il Padreterno (o chi per lui) abbia a cuore la clientela dei suoi supporter – e pazienza se poi nel mondo ci sono cose ben peggiori di un caffè servito a Ricky Martin – ma la libertà dovrebbe essere un concetto ben più nobile della facoltà di chiunque di esercitare discriminazioni a danno di una categoria sociale con la protezione o l’avallo dello Stato. Anche perché è una storia già vista, almeno dai tempi delle leggi razziali in poi. E sappiamo come finisce quella storia. A meno che non la si voglia ripercorrere. Con la benedizione di Dio, va da sé.

Dario Accolla

Il Fatto Quotidiano
02 04 2015

In Italia l’autismo non ha numeri. Una realtà senza numeri smette di essere un problema. Perde quota nella lista delle priorità, ha meno peso politico, attira pochi sforzi, figuriamoci le risorse. In pratica dell’autismo i nostri politici, il nostro sistema sanitario, hanno una consapevolezza scarsa. Non avere idea del numero di famiglie coinvolte, vuol dire non essere nelle condizioni di garantire loro un’adeguata assistenza. Significa non farsi carico della persona autistica in tutte le fasi della sua vita, dalla nascita, alla scuola, alla ricerca di un lavoro in età adulta. Significa non avere operatori specializzati sufficienti. Significa che nelle scuole non ci sono abbastanza figure di sostegno e quando sono finite si pesca dalla lista di insegnanti di matematica, lingue straniere, italiano, che non sono stati formati per seguire questa tipologia di studenti.

“Nessuno mi ha detto come fare, mi sono arrangiata. Ho comprato dei libri sull’autismo, me li sono studiati, ho chiesto aiuto alla famiglia”, mi ha raccontato un’insegnante di inglese del Nord che per un anno, ogni giorno, per la prima volta è stata al fianco di un ragazzino autistico. Zero coscienza sul fenomeno significa avere una società che non offre servizi su misura per queste persone. E se ci sono, sono lasciate al caso, cioè alla libera iniziativa di privati e associazioni. Questo è il fatto grave da cui non si può prescindere. In particolare oggi, giornata mondiale sull’autismo, occasione per riempirsi la bocca di tante belle parole.

Gli unici dati certi arrivano dagli Stati Uniti. Secondo il Center for disease control and prevention (Cdc), un bambino americano su 68 nati rientra tra i disturbi dello spettro autistico. Con una frequenza quattro volte maggiore nei maschi rispetto alle femmine. Il totale, calcola il Cdc, è di tre milioni di persone affette negli Usa e di circa 60 milioni nel mondo. Per l’Italia non esistono stime ufficiali. I medici si limitano a fare un’ipotesi di quasi 600.000 pazienti. Cifre molto approssimative comunque, senza basi scientifiche. Lo Stato, ripeto, non ha il polso della situazione. E si vede. Infatti mancano i soldi. Il primo ddl sull’autismo, approvato in sede deliberante in commissione Igiene e Sanità del Senato a marzo (e ora in mano alla Camera), promette la rivoluzione a costo zero. Quattro articoli. Nell’ultimo si legge: “Dall’attuazione della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. Le amministrazioni interessate alla relativa attuazione vi provvedono con le sole risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente”.

Quindi dobbiamo credere nei miracoli. Il 26 febbraio scorso governo e Regioni hanno deciso di azzerare l’aumento del fondo per la sanità di 2,3 miliardi di euro previsto per il 2015, dopo i nuovi tagli da più di quattro miliardi della Legge di Stabilità. Con la spending review, segniamocelo su un post-it giallo da attaccare al frigo, tra il 2011 e il 2015 il fondo sanitario nazionale è stato ridotto di oltre 31 miliardi. Ma per i nostri politici le casse pubbliche sono come i cilindri di un mago e la realtà da sola può fare miracoli.

Per fortuna ci sono le associazioni a sostenere le famiglie. L’ultima è stata presentata questa mattina all’Ospedale Bambino Gesù di Roma. Si chiama Aira, associazione italiana ricerca autismo. Il Comitato scientifico è presieduto da Massimo Egidi, rettore dell’Università Luiss, e formato da neuropsichiatri, ricercatori, psicologi, pediatri. L’obiettivo principale è “la promozione di una cultura della ricerca dell’autismo in Italia e l’organizzazione di campagne di raccolta fondi a livello nazionale”, si legge sul sito web.

Sulla sindrome ci sono tanti miti da sfatare. La colpa delle madri fredde e distaccate. O quella dei vaccini, smentita dagli scienziati. E adesso anche da una sentenza dei giudici della Corte di appello di Bologna. Tra l’altro proprio ieri sono stati diffusi i risultati di una ricerca europea guidata dal Campus biomedico di Roma, secondo cui nel 30 per cento dei casi la causa dell’autismo è genetica.

A darsi da fare per creare una cultura sull’autismo e migliorare le condizioni sociali delle persone affette dal disturbo è Insettopia, la community fondata da Gianluca Nicoletti. Una lettura che consiglio è 10 cose che ogni bambino con autismo vorrebbe che tu sapessi (Erickson) di Ellen Notbohm.

Chiara Daina

Il Fatto Quotidiano
01 04 2015

I sindacati denunciano "la posizione rigida e inflessibile dell’azienda, nonostante i riflessi positivi derivati dalle decisioni dell’autorità dei trasporti sui pedaggi e dal ministero dello Sviluppo sui certificati bianchi"

Il 10 aprile Italo fermerà le macchine per 24 ore. Ad annunciare lo sciopero sono stati Filt Cgil, Fit Cisl Uiltrasporti, Ugl e Fast Confsal, al termine di una riunione intersindacale, dopo la decisione di Ntv di mettere in mobilità 248 persone. “Avendo appreso che il cda di Ntv si è espresso per la messa in mobilità di 248 dipendenti, abbiamo deciso di proclamare una prima azione di lotta”, ha annunciato Salvatore Pellecchia, coordinatore nazionale della Fit-Cisl, parlando a nome di tutte le cinque sigle sindacali. “Lo sciopero è l’estrema ratio”, aggiunge il sindacalista, evidenziando che gli esuberi sono rimasti 248 dall’inizio della trattativa nel settembre scorso: questa conferma dimostra la “posizione rigida e inflessibile dell’azienda – spiega Pellecchia -, nonostante i riflessi positivi derivati dalle decisioni dell’autorità dei trasporti sui pedaggi e dal ministero dello Sviluppo sui certificati bianchi“. È il primo sciopero dall’avvio operativo di Ntv avvenuto il 28 aprile del 2012. “Ntv parla di acquisto di nuovi treni, di apertura di nuove tratte ma servono persone per farli circolare. Ma così – evidenziano i sindacati – il piano di sviluppo è irrealizzabile”.

 

Il Fatto Quotidiano
31 03 2015

Assemblea d’istituto sull’omofobia sì, ma senza la partecipazione di Arcigay. Al liceo Selmi di Modena due anni fa un ragazzo è stato costretto a cambiare scuola per le molestie dei compagni per i suoi atteggiamenti giudicati “femminili”, e anche per questo è nata l’idea di organizzare un incontro con l’Arcigay. Ma se il consiglio d’istituto ha dato subito il via libera, la preside Luciana Contri ha deciso di porre il veto: prima chiedendo un contraddittorio, cioè la partecipazione di un cattolico del Ceis accanto all’associazione portavoce della comunità Lgbt, poi, quando gli studenti si sono opposti, escludendo i minorenni dall’incontro. Infine, autorizzando l’assemblea del 31 marzo, ma senza Arcigay.

Un via libera parziale, quindi, quella della preside, che arriva dopo che la mattina del 30 marzo gli studenti dell’istituto hanno protestato davanti ai cancelli della scuola impugnando unapetizione da 1200 firme (su 1700 iscritti) contro lo stop della dirigente scolastica, su cui anche il sindaco di Modena Gian Carlo Muzzarelli si era espresso: “Chiederò chiarimenti. Il dialogo e confronto non devono spaventare nessuno e sono semmai la condizione fondamentale perché si sviluppi una società all’insegna del rispetto. Chi chiede l’incontro dimostra di voler approfondire un tema importante”.

Il compromesso, però, raccontano gli studenti del Selmi, lascia l’amaro in bocca. Il tema dell’assemblea, infatti, lo avevano scelto proprio i 1700 iscritti all’istituto modenese attraverso un sondaggio, effettuato a ottobre. A febbraio, quindi, i rappresentanti degli studenti l’avevano portato in consiglio d’istituto, ottenendo l’immediato via libera. Scelti i relatori, però, erano arrivate le obiezioni di un gruppo di genitori. “Siamo stati convocati in presidenza – racconta Fabio Buoncore, rappresentante d’istituto del Selmi – è ci stato riferito che una quindicina di famiglie era andata dalla preside per chiedere che l’autorizzazione a fare l’assemblea fosse revocata a causa della presenza di Arcigay. Per poter procedere, quindi, avremmo dovuto invitare anche qualcuno dell’associazione cattolica del Ceis come contraddittorio, ma noi abbiamo detto no. Il nostro incontro sarà dedicato al tema dell’omofobia e della transfobia, quindi della discriminazione, e il contraddittorio non ha senso: se parliamo di razzismo, e invitiamo una persona di colore a raccontare la sua esperienza, non è che poi bisogna chiamare anche uno xenofobo”.

L’appuntamento, quindi, era stato rinviato, finché, per sbloccare la situazione, venti giorni fa i ragazzi hanno chiesto all’Arcigay di mandare alla preside i curricula di chi sarebbe intervenuto: “Lo abbiamo fatto per aiutare gli studenti, ma non ci era mai capitata una richiesta simile – spiega Alberto Bignardi, presidente di Arcigay Modena – Capisco che quindici famiglie possano essere contrarie, ognuno è libero di pensarla come vuole, ma che una minoranza così esigua possa decidere per tutti non si può sentire”. E nonostante tutto, il via libera è arrivato solo in parte: “Prima – spiegano gli studenti – ci è stato detto che avrebbero potuto partecipare solo i maggiorenni, poi il 30 marzo la preside ha chiarito che si trattava di un consiglio. Noi non l’abbiamo inteso così, anche perché il permesso è arrivato quando Arcigay è stata esclusa”.

“L’assemblea si svolgerà secondo le modalità deliberate in consiglio d’istituto, ed è sempre stata aperta a tutti – replica la preside Contri – relatori saranno due ex studenti modenesi che racconteranno la loro esperienza. Quanto ad Arcigay, non ha accettato l’opportunità di presenziare con un contraddittorio utile a dare un quadro più completo del tema”.

Il caso ricorda quanto accaduto nel vicino liceo Muratori di Modena solo un anno fa, i cui studenti fa decisero di organizzare un’assemblea di istituto dedicata al tema della transessualità, relatori l’ex deputata Vladimir Luxuria e Bignardi di Arcigay Modena, affiancati da un medico endocrinologo, incontrando l’opposizione di un gruppo di genitori. Come alle scuole Muratori, anche al Selmi l’assemblea, dopo le proteste del 30 marzo e la petizione, avrà luogo, “tuttavia sarà diversa da come l’avevamo pensata – precisa Buoncore – vedremo come andrà, e in caso valuteremo se organizzare un altro appuntamento con Arcigay”.

Non è la prima volta, del resto, che l’associazione viene lasciata fuori dal portone della scuola modenese. “A dicembre, durante la giornata mondiale contro l’Aids, i ragazzi ci invitarono a un incontro, come relatori, e la preside non ci permise di entrare – ricorda Bignardi – Tutta questa situazione ha dell’incredibile. Sarebbe stato lo stesso se i ragazzi avessero voluto affrontare il tema della discriminazione razziale? Non credo. Al Selmi, però, il 10% circa degli studenti è omosessuale, parliamo di 170 ragazzi e ragazze, e il timore è che dopo questa polemica si sentano a loro volta a disagio”.

facebook