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IL FATTO QUOTIDIANO

Il Fatto Quotidiano
30 03 2015

Lo storico esponente del Pci è nato il 30 marzo 1915. Nel 1976 diventa il primo comunista eletto alla presidenza della Camera. Fu lacerato dal dubbio ma senza abbandonare il comunismo. "Da una parte seguivo con ardore la costruzione dello Stato democratico, dall’altra coltivavo l’attesa della crisi rivoluzionaria"

Le campane suonano a festa per i cento anni di Pietro Ingrao. Com’è giusto che sia. Un comunista, un rivoluzionario, uno statista, un sognatore. Così le etichette che sui giornali corrono lo stanno celebrando. Ma ce n’è un’altra che ben gli si attaglia, quella dell’”eroe del dubbio”. Il dubbio di un uomo immerso in una sinistra divisa tra il messianismo rivoluzionario e la cinica ragion di partito, utopia e senso della realtà politica, movimentismo e rispetto dell’organizzazione di appartenenza. E’ Andrea Camilleri nel 2008 a coniare questa definizione. «Il dubitare di Ingrao», scrive Camilleri, «è sempre la messa in moto di un motore che elabora il che fare più attinente al fine proposto, non è mai la messa in dubbio del perché, ma del percome».

Concetto complicato, che il dispiegarsi della vita di Ingrao illustra però meglio di qualsiasi altra cosa. Forse pensa all’Ingrao artista, al poeta, al giovane appassionato di cinema che l’illustre centenario è sempre stato, Camilleri. Ma la sua definizione ben si adatta anche per comprendere la parabola del dirigente capace di accendere dibattiti ma pur sempre impastoiato dalle ragioni dell’appartenenza e perciò impossibilitato agli strappi decisivi, definitivi che tanti suoi seguaci si aspettavano. Quando questo dubbio lui stesso teorizza, nel Pci, nato all’insegna dell’obbedienza alle “istanze superiori” del centralismo democratico, si discuteva sulla linea, rischiando la testa, va da sé. Perciò Ingrao rivendica il “diritto al dissenso”, del quale il dubbio poteva essere il nobile pilastro, adeguato a dargli dignità per renderlo digeribile alla nomenklatura comunista. Correva il 1966: “Il dubbio mi scuoteva”, ha spiegato Ingrao, “Vedevo in esso un’apertura alla complessità della vita: dubitare mi sembrava l’impulso primo a cercare, aprirsi al molteplice del mondo. Sì, vivevo il piacere del dubbio”.

C’è tutto Ingrao in questa complessità, tutta la sua innata problematicità, la sua incompiutezza di leader. E’ l’Ingrao nato a Lenola il 30 marzo del 1915, famiglia borghese, liceo a Formia, trasferimento a Roma. Per uno della sua condizione l’adesione alla classe operaia non è scontata. E nel 1934 lo vediamo brillare ai Littoriali, manifestazioni sportive e culturali riservate agli universitari fascisti. Riesce a farsi onore: «Partecipai ai Littoriali della Cultura», ha raccontato, «a quelli di critica teatrale e alla gara di poesia, con una breve lirica». Esaltava Littoria e la bonifica delle paludi pontine.

Il mito del comunismo è lontano, Ingrao si iscrive a giurisprudenza e al centro sperimentale di cinematografia, dove resiste poco più di un anno. Lo abbandona, insieme agli studi, a causa della guerra di Spagna: «Il 17 luglio 1936», racconterà, «è un giorno chiave: esplode la rivolta franchista. Non tornai più al centro sperimentale. Da allora, la lotta di classe diventò il punto centrale nella mia vita, il primo dovere, la prima speranza». Questo è il giovane Ingrao. Prenderà la laurea poi, si rivelerà un poeta, ma al primo posto nella sua esistenza resterà per sempre l’impegno comunista.

La dedizione è totale. Lavora clandestinamente per il partito negli anni del fascismo. Cade la dittatura, viene eletto in Parlamento, entra nella segreteria del Pci. Che, a partire dal 1947 e per dieci anni, gli affida la direzione de “L’Unità”. Del Pci, Ingrao si afferma come uno dei massimi dirigenti, dopo Togliatti tra i più amati. Ha peso, anche se relegato al ruolo dell’eterno oppositore. Uomo di prestigio che, non a caso, nel 1976 diventa il primo comunista eletto alla presidenza della Camera. Un traguardo inimmaginabile nei giorni lontani del ritorno alla democrazia. Quando nell’animo del giovane rivoluzionario si agitavano ben altri intendimenti. Dirà : «Mi portavo dentro la convinzione di un momento insurrezionale risolutivo. Forse agiva anche il ricordo mitico dell’assalto al Palazzo d’Inverno tramandatoci dall’epica della rivoluzione bolscevica. E negli angoli remoti della mia mente restava sempre ben fissa l’ipotesi del momento in cui ci saremmo trovati – l’uno di fronte all’altro – noi rivoluzionari e le truppe del grande capitale». Drammatica contraddizione: «Da una parte seguivo con ardore la costruzione dello Stato democratico, dall’altra coltivavo l’attesa della crisi rivoluzionaria».

Ricordi intensi e che spiegano l’altra faccia di Ingrao: quella dura dell’uomo di partito che si vincola al burocratismo dell’Ufficio di Informazione dei Partiti Comunisti e Laburisti, il famigerato Cominform, asservito a tutte le degenerazioni dello stalinismo. Una tragedia nella carriera di Ingrao. Spiegherà lui stesso : «Lo stalinismo è stato un errore così grande che è bene ribadirne il rigetto». L’errore più grande, certo. Frutto di una cultura totalizzante che lo inchioda alla tradizione che dell’Unione sovietica aveva fatto un mito. Arrivano così le pagine più discusse della sua carriera. Come capitò nel 1956, quando la storia offrì al Pci l’opportunità di rompere con gli orrori staliniani. Il futuro presidente della Camera si ritrovò invece dalla parte sbagliata. Era scoppiata la rivoluzione ungherese contro l’oppressione sovietica. Le truppe di Mosca intervennero, migliaia furono i morti. E grande fu la reazione nel mondo, la sinistra europea si ribellò, si ribellò anche quella italiana. Tanti intellettuali e dirigenti, come Italo Calvino, Eugenio Reale e Antonio Giolitti, abbandonarono il Pci. Ad Ingrao contro gli insorti toccò al contrario confezionare “l’Unità” di quel terribile 25 ottobre: “Le bande controrivoluzionarie vengono costrette alla resa dopo i sanguinosi attacchi contro il potere socialista”, sentenziava la prima pagina. E sempre a lui spettò il compito di firmare l’editoriale “Da una parte della barricata a difesa del socialismo”.

E, ancora, come capitò tra il 1968 e il 1969 quando gli amici della rivista “Il Manifesto”, che con lui avevano combattuto per la democrazia interna nel Pci, trovarono la forza per rompere con il filosovietismo, aprendo alle istanze dei movimenti giovanili. Furono presto emarginati. E quando i vertici deliberarono la cacciata di Luigi Pintor, Aldo Natoli e Rossana Rossanda, ebbene in quel frangente decisivo Ingrao abbandonò i compagni al loro destino, preferendo le ragioni della Ditta.

Eppure era stato lo stesso Ingrao, un paio di anni prima, a rivendicare contro Giorgio Amendola il famoso diritto al dissenso. Una rivendicazione che lo aveva fatto assurgere a punto di riferimento per quanti nella sinistra cercavano la via dell’emancipazione dall’Urss e dal togliattismo. E non solo dentro il Pci. Ad Ingrao guardavano anche gli altri partiti che si richiamavano al movimento operaio. Solo che il Pci non tollerava niente del nuovo che nasceva o poteva nascere alla sua sinistra. Una linea brutale, a dirla tutta, alla luce non solo della sorte toccata alla fazione del Manifesto, ma anche di quella riservata ai gruppi extraparlamentari (non tutti da buttare) e alla gran parte dei dirigenti del Partito socialista italiano che, proprio criticando la linea filo-sovietica del Pci, furono oggetto di campagne pesantissime.

Ma così sono andate le cose. E mentre il Psi denunciava le degenerazioni del socialismo reale, il segretario del Pci Enrico Berlinguer ancora nel 1983 si permetteva di ripetere che l’Urss era una società socialista con “qualche tratto illiberale”. Qualche. Proprio così, mentre già l’impero sovietico era sulla via di quel disfacimento che nel giro di pochi anni avrebbe portato alla caduta del Muro di Berlino e il nuovo segretario del Pci, Achille Occhetto, a cambiare nome al partito. Una decisione che vede Ingrao fortemente critico, ma deciso a rimanere.

Siamo ai bagliori finali della vita pubblica del grande sognatore. Deputato fino al 1992, sparisce dalla scena politica. Scriverà anche una sua biografia, “Volevo la luna”. Continuerà a far sentire di tanto in tanto la sua voce. Nel 2013, dopo la simpatia per Rifondazione comunista, dichiara di votare Sinistra ecologia e libertà. Sempre rivendicando le ragioni del dubbio. Il dubbio di un uomo a cui forse la vita avrà consentito con la sua poesia di conquistarla, quella luna. Mentre gli ha certamente negato il paradiso in terra, la terra promessa del comunismo che il marxismo aveva fatto balenare nei suoi sogni di militante. Ma questa, visto come le cose sono andate, non è detto sia stata poi una gran perdita.

 

Il Fatto Quotidiano
26 03 2015

Ci sono oltre una ventina di scatti di medie dimensioni, tutte a colori. Una dopo l’altra, pannello dopo pannello, raccontano la storia di Warren, rapinatore seriale, di altre decine e decine di persone che hanno commesso reati, oltre alle storie di Bobby e del fratello George: di uno che presta ai soldi agli imputati per non finire dentro e l’altro che, se questi non rispettano le regole, li cerca in capo al mondo per riportarli in carcere. E’ una storia particolare quella di Bail Bond, di un mondo underground della legislazione americana raccontato dalla fotografa freelance Clara Vannucci nel suo progetto per Fabrica e in mostra fino al 2 aprile al carcere di Opera a Milano.

E’ qui, tra le celle, che Clara ha deciso di ospitare la sua mostra, nel posto dove ha già insegnato qualche lezione di giornalismo e dove presto seguirà un nuovo corso di fotografia assieme ai detenuti di Opera. Una mostra che, per ragioni di estrema sicurezza, non rimarrà aperta a tutto il pubblico (lo è stata solo il 19 marzo in una serata particolare) ma che sarà riservata -proprio per proseguire le attività che avvicinano il carcere al mondo esterno- ai giovani studenti delle scuole e anche a tutte le famiglie di chi è detenuto a Opera che potrà passare una giornata diversa coi propri famigliari.

“Un’iniziativa che permette di ridare o mantenere la dignità delle persone” ha detto l’ispettore Maria Visentini, presentando l’iniziativa. Una mostra che parla di pene e detenuti americani all’interno del più grande carcere italiano e che, come spiega Clara Vannucci, “non poteva trovare sede migliore se non all’interno del carcere“. Un carcere dove stanno nascendo sempre più progetti da parte di detenuti che vogliono cercare di cambiare le loro vite, come il corso di giornalismo che sta portando molto lavoro esterno ai detenuti che si stanno impegnando a formare una start up che faciliti l’accesso al mondo del lavoro, che dia competenze, formazione e che sia qualcosa in cui credere e a cui aggrapparsi. Ed è qui che si inserisce Clara che, dopo la mostra, con ‘Fabrica’ entrerà nelle aule del carcere per insegnare fotografia ai detenuti e dove, forse, potranno nascere anche nuove collaborazioni con il centro di ricerca sulla comunicazione di Benetton Group.

Notizia che dà Enrico Bossan, responsabile dell’area Editorial di Fabrica, nell’ottica di proseguire questo percorso di ‘riabilitazione’ e avvicinamento col mondo esterno dei detenuti. E’ stato lo stesso Bossan a scoprire Clara Vannucci, a darle delle dritte su come proseguire con il suo progetto fino a pubblicare Bail Bond per Fabrica. Un progetto nato per caso nel 2011 in un bar dove Clara incontrò Bobby, un bounty hunter. Un cacciatore di taglie, uno che segue gente in debito col suo capo e aspetta giorno e notte il momento migliore per recuperare i crediti dai defendant, cioè tutti coloro che, in America, si fanno prestare soldi dai Bail Bondsmen per riuscire a pagarsi la cauzione e non finire in carcere.

Tra defendant e bail bondsmen si crea un rapporto fatto di regole da rispettare e se l’imputato non le rispetta, il garante può assumere un cacciatore di taglie, il bounty hunter, per ritrovare il fuggitivo affinché si presenti in aula. Una storia complicata di una zona giuridica ancora inesplorata che Clara racconta in Bail Bond. “Un progetto che più volte avrei accantonato – dice – ma che alla fine sono riuscita a portare a termine. Sono stata scaraventata in un mondo troppo distante dal mio, non avevo freddezza nello scatto e non sapevo mai cosa sarebbe successo”. Per diversi mesi Clara ha infatti lavorato al fianco di un bondsman e ha condiviso con lui i tempi lunghi e incerti degli appostamenti, le uscite notturne a caccia di fuggitivi, la tensione nell’indossare un giubbotto antiproiettile, le scariche di adrenalina durante le irruzioni nelle case dei presunti evasi, le notti insonni nonostante la stanchezza.

Storie difficili come quella di Warren, che ha colpito Clara tra tutte. “Lui ha messo a segno 13 colpi, al tredicesimo è stato arrestato a seguito di un incidente. Quando si è svegliato dal coma si è trovato ammanettato al letto. E’ stato arrestato, si è fatto 11 anni in carcere e poi è uscito, poi arrestato di nuovo per detenzione arma da fuoco. Oggi Warren è libero, è stato dichiarato innocente per il suo secondo reato. E’ la testimonianza che, anche dopo un grosso errore, si può cambiare“.

Silvia Parmeggiani

Il Fatto Quotidiano
25.03.2015

Tranquilli, non vi farò il temino “io e le vacanze” fitto di edificanti aneddoti. Né mi lancerò in spericolate analisi sui nostri giovani, la “formazione”, le speranze e le promesse, la gavetta e la necessità di “affacciarsi al mondo del lavoro” che poi, quando ti sei affacciato lavorando gratis ti caccia a calci in culo al momento di pagarti. E, in generale, cercherò di evitare toni da nonno inacidito del tipo “quando ero giovane io…”. Ma insomma, anche facendovi grazia di tutto questo, l’uscita del ministro Poletti sulle vacanze troppo lunghe e la necessità di spingere i ragazzi verso la “formazione” – magari come hanno fatto i suoi figli “a spostare casse di frutta al magazzino” – mi sembra una risibile stupidaggine. Che in più – aggravante – dimostra una strana concezione dei giovani e degli studenti che, orbati della “formazione”, se ne stanno “a spasso per le strade della città” (e questo è Poletti, testuale). Insomma, una specie di film di zombie dove un’operosa popolazione esce dal lavoro e trova migliaia di studenti a spasso per le strade, ciondolanti, nullafacenti per definizione, magari pronti a mangiarti (The walking student).

A sostegno, arrivano i grandi giornali tutti colorati di mappe e cartine, dove si dimostra che sì, gli studenti italiani fanno lunghe vacanze estive. Non dicono, o lo nascondono bene, che nei paesi che ne fanno meno (d’estate) ci sono vacanze più lunghe in inverno o in altre stagioni, ma che importa, quel che conta è salire sul carro e dare consistenza all’ultima baggianata. Molti hanno rilevato l’assurdità della cosa, dal lavoro stagionale sfruttato al paradosso di giovani costretti a lavorare d’estate e poi ad essere disoccupati dopo il diploma o la laurea. E forse sarebbe da notare en passant che parla di “formazione” e di lavoro per i giovani proprio il ministro che ha dato il suo nome a un decreto che prolunga la durata del precariato, consentendo innumerevoli rinnovi di contrattini per trentasei mesi. Fu il primo decreto del governo Renzi, tra l’altro, tanto per partire col piede giusto.

Ma veniamo al pensiero che sta dietro l’estemporanea proposta, perché spesso le parole dicono più di quanto sembra. Uno: i ragazzi che “vanno a spasso”, pare brutto. Due: la “formazione” che il ministro esemplifica con la sua esperienza personale (figli che spostano cassette). Cose da cui emanano nostalgie del buon tempo antico. Un profumo di “eh, ai miei tempi …”, un’eco di quel che si sentiva dire a certi nonni: “Eh, per voialtri ci vorrebbe una bella guerra…” (sottinteso: rammolliti, quand’era giovane io, eccetera eccetera). Insomma, come già nel Jobs act, gli anni Cinquanta sono tra noi, travestiti da “modernità”, “opportunità” e “formazione” come nel caso portato ad esempio: “spostare le casse di frutta e verdura in magazzino” (“formazione” dei calli). Ora non si capisce perché il ministro voglia limitarsi a questo. In fatto di modernità ci sarebbero anche altre affermazioni per i prossimi convegni e i prossimi titoli. Cose tipo: “Questa non è musica, è rumore”, oppure “Alla tua età io zappavo l’orto, altro che Playstation”.

Tutta ’sta modernità finalizzata, alla fine, a garantire un po’ di mano d’opera estiva sottocosto, un po’ di lavoro stagionale gratuito. La formazione, sì, ma la formazione di qualche utile in più per quelle aziende o aziendine che oggi, se devono spostare casse in magazzino, sono costrette a pagare (sacrilegio!) dei lavoratori veri. Che spreco, eh? Con tutti quel walking student a zonzo inoperosi!

 

Il Fatto Quotidiano
20 03 2015

“Faremo tutto il possibile per rendere vincente la nostra candidatura per la Coppa d’Asia 2019”. La precisazione del presidente della federcalcio Ali Kafashian ha subito chiarito quanto poco la spinta ideale abbia pesato sulla imminente apertura degli stadi iraniani alle donne straniere.

Con la rivoluzione di Khomeini il diritto sportivo a Teheran è ripiombato nel Medioevo. I grandi eventi agonistici latitano dal 1976, anno in cui la principale competizione calcistica continentale fece tappa nell’antica Persia. Due anni prima era stata la volta delle olimpiadi asiatiche, poi più nulla. Oggi l’Iran vive un nuovo risveglio sportivo, nonostante il crollo degli incentivi alla attività fisica dovuti a intransigenza religiosa e anni di embargo: nel 2014 la nazionale di Queiroz è tornata ai Mondiali, le 12 medaglie ai Giochi di Londra rappresentano il record di sempre per il Medio Oriente.

È il momento di monetizzare da un punto di vista organizzativo, ma l’assegnazione di un torneo internazionale non può prescindere da passi in avanti sul tema dei diritti. Nelle scorse settimane le pressioni sulla Repubblica Islamica sono aumentate: “Esiste in Iran un bando collettivo per le donne allo stadio, tutto ciò non può più essere tollerato” aveva scritto Joseph Blatter sul bollettino della Fifa in occasione della giornata internazionale della donna. Parole che smentivano quanto detto poche settimane prima dal segretario generale della confederazione asiatica Alex Soosay, secondo cui le restrizioni iraniane non rappresentano un problema nei rapporti con la federcalcio locale.

Lo sdegno di Blatter è andato parzialmente a segno, ma il rapporto tra gentil sesso e sport sotto il governo di Rouhani rimane complicato. Il caso più clamoroso risale allo scorso 20 giugno, data dell’arresto di Ghoncheh Ghavami. L’attivista britannica di origine iraniana passò cento giorni in isolamento per avere assistito al match di World League di pallavolo maschile tra Iran e Italia. Vuole Teheran che l’accesso agli stadi sia vietato per proteggere le donne da eventuali comportamenti lascivi da parte degli spettatori di sesso maschile. La minaccia della federazione internazionale pallavolo di bandire l’Iran da ogni competizione fruttò, per lo meno, la decisione di consentire alle tifose non nate in patria di entrare al palazzetto durante i match. Come ora avverrà con il pallone.

L’episodio che coinvolse Ghoncheh, derubricato dal regime a fermo per “propaganda anti governativa”, ebbe eco mondiale e pose i riflettori su una aberrazione che non è solo iraniana. A dicembre una giovane è stata arrestata a Gedda perché scoperta sugli spalti a godersi la sfida tra Al-Ittihad e Al-Shabab. Aveva comprato il biglietto su internet e spiegò di non essere a conoscenza della legge che vieta alle donne saudite di partecipare a eventi sportivi. Anche la monarchia araba, che vanta una legislazione persino più rigida di quella di Teheran, dichiara in questo modo di preservare le cittadine da indecenze e promiscuità.

Qualche giorno fa Human Rights Watch ha denunciato l’impossibilità per bambine e ragazze nelle scuole del paese di prendere parte alle lezioni di educazione fisica. Una riforma del 2013 aveva messo fine a questa discriminazione, ma secondo l’ong il divieto è ancora in atto. Mentre donne fondano squadre di calcio e gruppi sportivi, alcuni leader religiosi arabi continuano a tuonare contro “pratiche demoniache” come il calcio e altre attività che corrompono l’animo femminile e rischiano di compromettere le loro abilità riproduttive.

Altrove i problemi per lo sport femminile non sono di natura giuridica, ma economici. Discriminazioni infinitamente meno gravi rispetto a quelle in atto in alcuni paesi mediorientali, ma che finiscono per limitare le possibilità di espansione anche delle discipline più praticate.

In estate in Canada i mondiali femminili saranno giocati su campi di erba sintetica, circostanza che fa infuriare le principali atlete internazionali. In Italia le calciatrici non sono ritenute meritevoli di una diretta tv. Una buona notizia, per chiudere, arriva da Londra: a agosto per la prima volta la finale di FA Cup in gonnella sarà ospitata nel leggendario stadio di Wembley.

Dario Falcini

 

Eretica, Il Fatto Quotidiano
17 marzo 2015

Non pensavo fosse indispensabile parlarne, perché a me basta aver visto gli spot pubblicitari di Dolce & Gabbana per capire. L’immaginario che offrono è fatto di coppole, donne in abiti a lutto, cliché della Sicilia di decenni fa. Tradizionalisti o, forse, conservatori. Da qui in poi mi sembra facile capire il perché delle affermazioni a proposito delle unioni gay e dei figli “sintetici”.

Il Fatto Quotidiano
19 03 2015

“A Ferrara ci sono state altre situazioni molto dubbie risolte in modo abbastanza… ‘in carrozza’”. In carrozza, cioè alla buona, senza tribolare, alla carlona. È una frase che esce dalla bocca di un ispettore della questura di Ferrara, Alessandro Chiarelli, responsabile dell’ufficio minori e segretario provinciale del Siap (Sindacato italiano appartenenti alla Polizia).

Il poliziotto sta parlando del suo ultimo libro, “Il caso Aldrovandi 2005-2015”. Ma a destare il mio interesse è qualcosa che nel libro non c’è.

Nel corso della presentazione pubblica, avvenuta a Ferrara, l’autore, dando per scontate le colpe dei quattro colleghi (“gli errori ci sono stati, Federico è stato immobilizzato in maniera cruenta e non come da manuale”), critica il comportamento della questura estense all’indomani della morte di Federico: “Era sbagliato già il mattinale nel quale nemmeno si parlava dello scontro, un tentativo riduzionista per risolvere la situazione come se ne sono visti tanti nel corso dei decenni in Italia”. E aggiunge: “Anche a Ferrara ci sono state altre situazioni molto dubbie risolte in modo abbastanza ‘in carrozza’”.

Ora, un ispettore della questura di Ferrara, finita per anni nell’occhio del ciclone per ipotesi di depistaggio (un ufficiale condannato in Cassazione e uno assolto per prescrizione), afferma pubblicamente di essere a conoscenza, diretta o indiretta, di casi simili o assimilabili. Casi, a suo dire, “risolti” attraverso un metodo per decenni sperimentato con successo in tutta Italia (è sempre la parafrasi delle sue parole), quello dell’insabbiamento.

Sarò ancora più diretto: un funzionario importante della questura e sindacalista della Polizia di Stato ci sta dicendo che è al corrente del fatto che in passato ci sono stati altri casi Aldrovandi, con vittime non necessariamente finite all’obitorio. Casi rimasti sepolti.

Ne vogliamo parlare?

Marco Zavagli

Il Fatto Quotidiano
18 03 2015

Attacco jihadista al Museo del Bardo a Tunisi, dove 18 persone – riportano i media locali – sono rimaste uccise. Tra loro, secondo quanto riferito da Al Jazeera, ci sarebbero anche due italiani e l’emittente locale Radio Mosaique, al termine del blitz della polizia, precisa che ci sono ancora 10 persone in ostaggio. Otto concittadini secondo il sito del quotidiano tunisino Al Tunisia sarebbero rimasti feriti, mentre 2 sono quelli confermati dall’unità di crisi della Farnesina.

Tutto è cominciato in tarda mattinata, quando tre miliziani “pesantemente armati” e in uniforme militare hanno aperto il fuoco nei pressi del Parlamento, che è stato evacuato, e poi si sono rifugiati nel museo, che sorge nelle vicinanze, prendendo in ostaggio tra i 20 e i 30 turisti stranieri, tra i quali alcuni bambini. Il portavoce del ministero dell’Interno della Tunisia, Mohamed Ali Aroui, ha confermato la morte di 8 persone, di cui 7 turisti – la cui nazionalità è in corso di accertamento – e un tunisino. Dopo l’attacco e l’evacuazione dei turisti all’interno dell’edificio, è scattato il blitz della polizia. E al termine delle le operazioni delle forze speciali antiterrorismo, secondo fonti di sicurezza tunisine citate dalla radio locale BusinessNews.com, i morti sono 18 e tre i terroristi uccisi.


Gli italiani coinvolti – Le quattro italiane tenute in ostaggio nel Museo partecipavano ad una gita organizzata dal Circolo ricreativo dipendenti comunali (Crdc) di Torino. Circa 80 persone – tra cui 34 del “Circolo Ricreativo Aziendale per i Lavoratori” di palazzo Civico, 14 dipendenti comunali, 14 loro parenti e sei pensionati dell’ex Città di Torino – erano in crociera con la Costa Fascinosa. Questa mattina, a quanto si è appreso, è stata organizzata una visita al Museo del Bardo e la comitiva si è divisa in due gruppi, uno dei quali sarebbe andato in giro per la città e l’altro in visita al museo. Di questo secondo gruppo, rimasto poi coinvolto nell’attacco terroristico, farebbero parte quattro dipendenti comunali, due familiari e altre persone di cui non si conosce il numero. La crociera era partita il 15 di marzo e si sarebbe dovuta concludere il 22.


La nave, partita domenica scorsa da Savona, ha attraccato in mattinata a Tunisi. Il programma della giornata prevedeva la visita del centro storico, lo shopping nel suk e, appunto, una tappa nel museo del Bardo. I connazionali rimasti uccisi sarebbero due anche secondo quanto riferisce Carolina Bottari, 54 anni, turista torinese rimasta coinvolta nei fatti. “Eravamo una comitiva di una cinquantina di persone. Qui nella stanza siamo in sei italiani, di là nello stanzone sono molti di più. Due persone sono morte. Altre tre sono rimaste ferite”. La donna fa parte di un gruppo di dipendenti del Comune di Torino ed è impiegata presso l’ufficio Patrimonio dell’amministrazione comunale. Poco dopo l’aggressione, l’unità di crisi della Farnesina parlava di “due italiani feriti, altri 100 al sicuro”.


Nel momento in cui è avvenuto l’attacco, ha detto a LaPresse un deputato tunisino, che si trovava in Parlamento, era in corso una riunione della Commissione Sicurezza ed esercito che lavora per redigere una legge antiterrorismo ed erano presenti alcuni generali dell’esercito.


La ricostruzione – I tre terroristi hanno tentato di entrare nel palazzo dell’Assemblea nazionale, ma la guardia di Sicurezza della Camera si è accorta che i tre uomini in uniforme non avevano armi regolari hanno chiesto di deporle. Da lì la sparatoria che ha indotto i miliziani a rifugiarsi nel vicino museo del Bardo, e a sequestrare un gruppo di turisti che si trovavano nelle sale. In quel momento, secondo l’emittente privata locale Radio Mosaïque FM, nell’edificio erano presenti circa 200 turisti. Una persona è rimasta ferita nel corso dell’attacco al Parlamento, ha spiegato il portavoce del ministero degli Interni Mohamed Ali Laroui, ed è stata trasportata in ospedale.


Solo martedì il governo tunisino rassicurava: “La Tunisia è un Paese sicuro che può essere visitato tranquillamente”. Era il messaggio che la ministra del Turismo tunisino, Selma Ellouni Rekik, lanciava ai visitatori stranieri, smentendo notizie allarmistiche e falsi video circolati sul web circa presunti rischi legati al terrorismo islamico: “Certamente la situazione in Libia non ci aiuta, come avviene sempre quando ci sono problemi in paesi vicini, ma le nostre frontiere sono assolutamente impermeabili a qualunque tentativo di infiltrazione. Non c’è nessun problema di sicurezza in Tunisia, è tutto sotto controllo”. Alle 18 il presidente tunisino, Béji Caïd Essebsi terrà un discorso alla nazione.

Il Fatto Quotidiano
17 03 2015

Non pensavo fosse indispensabile parlarne, perché a me basta aver visto gli spot pubblicitari di Dolce & Gabbana per capire. L’immaginario che offrono è fatto di coppole, donne in abiti a lutto, cliché della Sicilia di decenni fa. Tradizionalisti o, forse, conservatori. Da qui in poi mi sembra facile capire il perché delle affermazioni a proposito delle unioni gay e dei figli “sintetici”. La reazione, a mio avviso sproporzionata – perché chissenefrega di quello che pensano ‘sti due – è stata comunque tutto meno che “sintetica”.

Elton John, genitore, assieme al compagno, di un figlio avuto da una madre surrogata, ha dato il via ad una azione di boicottaggio nei confronti del marchio di moda. A scomodarsi in difesa della “famiglia tradizionale” un sacco di altra gente che, come era prevedibile, in Italia non ha perso l’opportunità di rigirare la frittata per dare del fascista a chi esige il diritto, senza togliere nulla ad altri, di vivere come preferisce. Le vittime sarebbero Dolce & Gabbana. Credibilissimo, no?


Nel frattempo dà le dimissioni Giuliano Federico, direttore di Swide, giornale dei due stilisti, perché “le loro dichiarazioni sono incompatibili con la mia coscienza”. Giovanardi non ha mancato di definire i gay in modo simpatico (“talebani”). Altri politici si scagliano contro la possibilità di generare figli tramite utero in affitto. La Roccella, riferendosi alle dichiarazioni di Elton John parla di “comportamento fascista” e così altri esponenti di destra hanno continuato a dirsi rivoluzionari e tutori della libertà di parola e di opinione.

Libertà per tutti meno che per i gay.

All’azione di boicottaggio si sono uniti: Ricky Martin, Courtney Love e Martina Navratilova. Forza Nuova, con Roberto Fiore che cita come suo riferimento intellettuale l’illustre Povia, manda ai due stilisti una tessera onoraria. Aldo Busi, dalle pagine del Corriere, sembrerebbe aver preso ispirazione dal moderno pensatore Mario Adinolfi e così scrive: “se da solo non puoi figliare e ti serve un terzo incomodo per fare i comodi tuoi, è meglio tu non debba”. Amen.

Dall’altro lato troviamo Michela Murgia che riscontra, nella comunicazione di D&G, una certa coerenza in fatto di sessismo. Paola Concia, dalla sua bacheca Facebook, si rivolge agli amici gay e ricorda loro che parlare di diritti omosessuali incartandosi sulla faccenda della maternità surrogata, sulla quale si interrogano anche molti e molte etero, è “un vicolo cieco”.

Questa grande polemica si inserisce nel clima da guerra di religione che si respira in Italia. Da un lato le ‘Sentinelle in Piedi’ che “pacificamente” negano agli omosessuali il diritto di rivendicare matrimonio e genitorialità, dall’altro gli attivisti e le attiviste del movimento Lgbt che si organizzano per portare in piazza la propria festosa opinione, con striscioni, bandiere e vestiti colorati. Da un lato c’è la muraglia formata da quell* che parlano di “lobby gay”, “ideologia gender” e via di questo passo, e dall’altro una zona libertaria che vorrebbe insegnare a genitori, insegnanti e figli, qualcosa di più sul rispetto dei generi, a prevenzione dell’omofobia.

In tutto ciò regnano sovrani quelli che speculano sul timore delle persone distribuendo dosi di paura a chiunque. C’è chi mette in giro fantasiose interpretazioni della realtà a proposito di quel che avverrebbe nelle classi in cui si vorrebbe portare “Il gioco del Rispetto”, c’è chi parla di complotto per ‘frocizzare’ il mondo intero e di complottismo in complottismo ad alcun* sembra normale – e normale non è – dire a un gay che è malato, uno scherzo della natura, senza diritti, senza opportunità e senza futuro. C’è infine chi rivendica un non meglio precisato diritto di opinione per insultare i gay, per dare vita a fenomeni di vera e propria discriminazione, come se domani si esigesse il “diritto di opinione” per offrire al pubblico un po’ di stereotipi offensivi sui “neri”, gli “ebrei”, i “rom”.

In tutto ciò a nessuno viene in mente di chiedere alle donne quel che ne pensano a proposito della faccenda della maternità surrogata. Tutto quel che si legge è a proposito di sostenitori e sostenitrici di privatizzazioni e neoliberismo ergersi improvvisamente in lotta contro il capitalismo che obbligherebbe le donne a vendere la propria capacità riproduttiva ai ricchi come Elton John. Di tanto in tanto ci sono anche alcune femministe che portano in giro il proprio credo, come fosse un dogma, per imporre a tutte le donne la propria visione morale, sicché gli uteri sarebbero da un lato soggetti alle restrizioni e al controllo dei cattolici e dall’altro di alcune femministe che in fatto di uteri in affitto la pensano come la pensa Costanza Miriano.

A nessuno, dicevo, viene in mente di chiedere alle donne che affittano il proprio utero come la pensano. Perché, in tutto ciò, in tant* hanno dimenticato di parlare di diritti, di autodeterminazione, del fatto che nessuno può imporre all’altr@ il proprio modello di vita, e se io non impongo a te di affittare l’utero o di fare un matrimonio gay, perché tu non puoi accettare che io faccia della mia vita o del mio utero quello che mi pare? Lontana dalla mistica della maternità, dalla funzione di beddamatresantissima addolorata, se qualcuno mi avesse chiesto di affittare l’utero per dare un figlio ad una coppia di genitori gay io lo avrei fatto. E nessuno avrebbe potuto impormi il contrario. Nessuno.

Ps: e comunque voglio dire che io e tante altre persone precarie il boicottaggio nei confronti del marchio D&G lo abbiamo iniziato ancora prima di tutti gli altri. Lungimiranti, eh?

Daniela Gaudenzi, Il Fatto Quotidiano
17 marzo 2015

Con Expo e Mose credevamo di aver già ripercorso tutta la cronistoria del dejà-vu tangentizio con i suoi protagonisti senza tempo sempre perfettamente operativi ma ancora una volta era solo una parte della storia infinita del sistema-paese-di-Tangentopoli.

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