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IL FATTO QUOTIDIANO

Il Fatto Quotidiano
16 03 2015

E’ stata una battaglia violentissima, combattuta in inferiorità ma con grande tenacia, contro un nemico che vuole distruggere la libertà. L’abbiamo combattuta per tutto il mondo“. Ismet Hasan è il ministro della Difesa del cantone di Kobane. Snocciola numeri di morti e feriti (1.200 caduti per l’Isis, 670 per lo Yekîneyên Parastina35 Gel, l’Unità di Protezione Popolare) come un qualsiasi ministro, con la sola differenza che nelle mani tiene stretta la sua arma e ha gli occhi di chi dietro una scrivania non si è seduto spesso. Coordina la difesa della città, ma è anche responsabile dell’inseguimento delle truppe del Califfato nel deserto siriano. Racconta di scontri e combattimenti senza mai perdere la calma, con alle spalle il figlio che, vigile, gli fa da guardia del corpo.

Entrare a Kobane a pochi giorni dalla liberazione da l’impressione di piombare in un’apocalisse. Si capisce quasi subito che in questa città non è stata combattuta solo una battaglia per il suo controllo: una volta capito che l’assedio sarebbe durato più del previsto, i miliziani dello Stato Islamico, hanno messo in atto una campagna di distruzione totale 1della città e dell’esperienza politica rivoluzionaria di cui è portatrice. Camminando per le strade appena liberate si ha subito la sensazione che Kobane fosse una vivace e popolosa città di confine, con centinaia di negozi a colorare le strade polverose. Le merci sono rimaste intatte al loro posto, solo impolverate malgrado le vetrine e le serrande siano letteralmente esplose a causa dei bombardamenti. Gli edifici rimasti in piedi nonostante il volume di bombe cadute presentano i segni della battaglia: interi piani crollati, automobili scaraventate al secondo piano, fori di proiettile ai lati.

Kobane era una città di 60 mila abitanti, adagiata ai piedi delle colline, con il centro città schiacciato dal prossimo confine. Per mesi ha parlato attraverso il rumore delle bombe e delle mitragliatrici. Kobane è stata testimonianza di un assedio brutale, di uno scontro fra ideologie che si frappongono: da una parte i miliziani jihadisti dell’Isis e dall’altra i guerriglieri curdi, organizzati nelle Ypg. L’assedio è durato 134 giorni, dalla metà di settembre, quando le prime bombe dell’Isis sono cadute in città e i primi rifugiati curdi hanno attraversato il confine, al 26 gennaio quando lo Ypg ha dichiarato ufficialmente che Kobane era stata liberata.

Niente si è salvato dalla furia distruttrice del Califfato. Si cammina tra le macerie facendo attenzione a dove si mettono i piedi, la città è ancora disseminata di bombe inesplose e solo un minimo contatto potrebbe farle brillare. Agli incroci sono appesi teli e tappeti, sono un metodo rudimentale ma efficace per muoversi da una strada all’altra senza essere presi di mira dai cecchini dell’Isis. Le barricate invece sono costruite con le macerie delle abitazioni e con qualsiasi altro mezzo sia stato possibile recuperare: auto, trattori, furgoni e persino autobus. Tutti ovviamente crivellati di proiettili. Il silenzio è rotto dal rombo dei bombardieri della coalizione in cielo e da qualche esplosione o raffica di mitragliatrice che ancora viene sparata entro i confini cittadini. Si attraversano interi quartieri senza incontrare anima viva, solo in lontananza si scorgono alcuni mezzi dello Ypg che si muovono verso il fronte, ormai a qualche decina di chilometri.

5“Saremo sempre grati a chi ha combattuto per noi”
Sono loro, i combattenti dello Ypg, coloro che strenuamente hanno difeso Kobane. Sono per lo più ragazzi, tra i 20 e i 30 anni, indossano la divisa mimetica ma portano scarpe da ginnastica. Sulle loro spalle campeggia l’immancabile Kalashnikov, arma simbolo di tutte le rivolte. Lo personalizzano con adesivi tricolori: rosso, giallo, verde, i colori della Rojava. Hanno le facce tirate, tese ma non lesinano sorrisi e strette di mano. Si concedono anche in foto, però prima mettono bene in mostra l’arma. Sono curdi siriani, ma anche turchi, iraniani, iracheni. Sono venuti da tutte le regioni del Grande Kurdistan per aiutare i loro fratelli assediati, per portare loro solidarietà e competenza. Sono giovani ma hanno sulle spalle tutto il peso di una guerra, di un assedio immane, sono pronti a morire per la loro terra. “Sono venuti curdi da tutto il mondo per aiutare i propri fratelli a difendere Kobane. In città hanno combattuto anche stranieri, persone che hanno lasciato tutto nei loro paesi pur di aiutarci a difendere la libertà e la democrazia nella Rojava. Gli saremo per sempre grati. Ogni qualvolta ci sarà bisogno di combattere per la libertà in altri paesi noi saremo sempre al loro fianco“, aggiunge Ismet Hasan.

Meglio affrontare Isis che scappare in Turchia “E’ un nemico”
I guerriglieri ostentano sicurezza anche quando in lontananza esplodo alcuni colpi di mortaio mentre tutti intorno abbassano la testa e cercano riparo. Alcuni di loro sono a Kobane dall’inizio dell’assedio perché non hanno voluto andarsene, hanno preferito prendere le armi per difendere le loro case piuttosto che cercare rifugio in Turchia, da molti considerata al pari di un nemico. In effetti in questi mesi i curdi asserragliati in città hanno dovuto combattere non solo l’Isis, ma anche con l’esercito turco42, guardiano non sempre imparziale del confine su cui Kobane è appoggiata. Più volte i militari di guardia si sono resi complici dei miliziani del Califfato, come a fine novembre quando un camion che avrebbe dovuto trasportare aiuti umanitari è stato fatto passare dal confine turco per poi rivelarsi un’autobomba dell’Isis che ha provocato morti e feriti tra i combattenti curdi.

Kobane, la furia di Isis contro il confederalismo democratico

Dall’altra parte c’è invece l’Isis, ora solamente Is. Per loro Kobane era solo un’altra piccola città sulla mappa, da conquistare per avere il pieno controllo della frontiera con la Turchia. Forse nemmeno si aspettavano una resistenza così forte, ma quando combatti per la tua terra e la tua casa, per i tuoi figli e con i tuoi figli, puoi immaginare che sarà più dura che altrove. Infatti l’Isis si era rivolto su Kobane solo dopo aver fatto razzia degli arsenali iracheni, potendo così schierare sul campo una potenza di fuoco che, si immaginava, solo un esercito organizzato avrebbe potuto contrastare. In città hanno combattuto tra le file dell’Isis miliziani provenienti da tutto il mondo, ma la maggior parte di loro era di origine cecena, mobilitati soprattutto nella parte est della città. Proprio in questi quartieri si sono svolti i combattimenti più aspri che non hanno lasciato un 32singolo edificio in piedi. Sono state le radio sottratte ai miliziani caduti a confermare la loro presenza in città. Per mesi, gli unici segni visibili dell’Isis sono state le bandiere nere, che sventolavano dagli edifici più alti, e le colonne di fumo che i loro bombardamenti provocavano in centro città. Ora rimangono solo alcuni cadaveri, segno tangibile della battaglia appena conclusa. I guerriglieri dello Ypg e le persone che fanno parte dell’organizzazione clandestina che li supporta non si stancano di ripetere quanto l’Islam propagandato dallo Stato Islamico non sia veritiero, originale, al contrario sarebbe l’Islam curdo quello che varrebbe la pena esportare. Un Islam che parla di uguaglianza di genere, di libertà di culto, di partecipazione: un Islam di pace che insieme all’ideologia politica alla base della rivoluzione in Rojava, il confederalismo democratico, può diventare un pericolo per il Medio Oriente contemporaneo perché scardina tutti quei principi sui cui si fonda la politica mediorientale. Insomma, un precedente pericoloso in un’area dominata da Emiri, Califfi e Generali, segnata dalla negazione di libertà individuali e collettive e dalle molte esecuzioni. Può darsi che anche per questo l’Isis, con l’avvallo di qualche paese dell’area, abbia deliberatamente e ostinatamente provato a radere al suolo Kobane.

Ismet Hasan si guarda intorno e sogna la ricostruzione, ma al momento è impossibile pensare di far rientrare tutti i rifugiati per i semplici motivi che non esistono più le 24abitazioni e le strade sono disseminate di bombe inesplose. Servirà una bonifica, ma soprattutto molto tempo. Anche l’elettricità è totalmente insufficiente per i bisogni di una città e manca l’acqua potabile. Per questi motivi stanno cercando di fermare l’afflusso di coloro che vogliono precipitosamente tornare nelle proprie case, nonostante la battaglia sia finita solo da qualche giorno. Nel prossimo futuro si attendo ancora battaglie e morti, c’è da riconquistare buona parte del territorio perso e le centinaia di villaggi curdi ancora in mano all’Isis.

di Davide Mozzato e Marco Sandi
Foto di Marco Sandi

(Mozzato e Sandi sono parte di una delegazione di Rojava Calling e sono entrati a Kobane il 30 gennaio, 4 giorni dopo la liberazione. Per entrambi era la seconda esperienza sul confine turco-siriano).

Il Fatto Quotidiano
13 03 2015

Con il primo via libera dell’Assemblea alla legge “bipartisan” sulla sedazione terminale per i malati senza speranza di guarigione anche la Francia fa un passo avanti sulla strada della legalizzazione della eutanasia. Infatti, è prevedibile che la proposta approvata oggi in prima lettura evolva proprio in questo senso. E’ quello che lascia intendere il ministro socialista della Salute Marisol Touraine quando afferma che dopo l’approvazione ed una sperimentazione della nuova legge potrebbe essere necessaria “una tappa supplementare”.

Questo è ora il panorama europeo. I tre paesi del Benelux – Olanda, Belgio e Lussemburgo – hanno ormai legalizzato l’eutanasia da oltre dieci anni. Hanno fatto lo stesso due comunità autonomiche della Spagna, Andalusia e Navarra, con un quarto degli abitanti del paese. Il Bundestag in Germania e la Camera dei Lords in Inghilterra stanno discutendo due ddl sul suicidio assistito, con forti possibilità di essere approvati, anche per l’atteggiamento molto meno barricadiero delle chiese dominanti (cattolica e protestante). Dunque, il solo paese in cui eutanasia e suicidio assistito non solo all’ordine del giorno del Parlamento è l’Italia, dove una rumorosa minoranza cattolica integralista impedisce su questi temi ogni discussione “seria e approfondita”, quale quella che auspicò un anno fa il Presidente Napolitano in una lettera aperta indirizzata a me e alla Associazione Luca Coscioni.

Così, la nostra proposta di legge di iniziativa popolare, presentata nel dicembre del 2013 con 70mila firme di cittadini/elettori, continua a giacere nei cassetti del Parlamento. Dove molti deputati e senatori insistono nel dirsi favorevoli all’eutanasia nelle risposte ai pochi giornalisti che hanno l’ardire di chiedere la loro opinione, ma non danno poi concretamente seguito alle loro dichiarazioni di intenti con i mezzi e nelle forme con cui i membri del Parlamento esercitano la loro funzione di rappresentanti del popolo (un popolo che al 70% è a favorevole alla eutanasia): interrogazioni e interpellanze, mozioni e – soprattutto – disegni di legge.

Proprio per “stanare” il Parlamento abbiamo organizzato, per l’intesa giornata di giovedì 19 marzo, un convegno in cui si confronteranno parlamentari, medici, malati e congiunti dei tanti sfortunati italiani (oltre 1.000) che ogni anno cercano nel suicidio la sola “uscita di sicurezza” che le spietate leggi italiane lasciano ai malati terminali.

Carlo Troilo

Durex e il futuro del sesso

Il Fatto Quotidiano
13 03 2015

Quando la pubblicità riesce a veicolare un messaggio di pubblica utilità, che va oltre cioè la pura vendita, allora si riesce a scorgere la differenza fra buona e cattiva réclame, fra comunicazione di qualità e ‘monnezza’. Lo scopo delle marche è certamente vendere, ma lo scopo delle marche intelligenti, quelle che hanno a cuore anche la social responsibility, è condividere dei valori etici con i consumatori. Non lo dico io, lo dice prima di tutto Kotler, padre fondatore del marketing.

Tutto questo ‘pippone’ per invitarvi a guardare la nuova campagna Durex. Non vi raccontiamo niente per non rovinarvi la sopresa. L’idea parte da una ricerca effettuata in Inghilterra dalla Durham University in cui il 40% degli intervistati ha dichiarato di attardarsi a dare ancora un’occhiata allo smartphone o al tablet prima di un rapporto sessuale. Un terzo del campione ha addirittura ammesso di rispondere al cellulare durante il rapporto. Sono dati sconvolgenti, se ci pensate.

Ebbene, dai ‘laboratori tecnologici’ della Durex arriva oggi la soluzione presentata alla fine dello spot: un nuovo avanzatissimo dispositivo capace di ‘rendere il sesso con lo smartphone un’esperienza straordinaria’. E c’è ancora una buona notizia: non costa niente.

Bruno Ballardini

Disabilità, se la rivoluzione parte da Bari

Il Fatto Quotidiano
12 03 2015

Ha il tono asciutto e deciso il ragazzo che, invitato a salire sul palco, prende la parola senza un filo d’emozione. Siamo nella Piazza principale di Bari. Domenica mattina. Con Radio Deejay abbiamo organizzato una corsa non competitiva per le vie della città pugliese.

Una festa, più che una competizione. Tra i corridori si è distinto un gruppo di ragazzi che spingeva un amico in carrozzina – vestito da fantino, con tanto di frustino – e trainato da un altro volenteroso. Loro hanno deciso di provare a cambiare le cose.
E, di solito, quando uno ci prova, in qualche modo ci riesce.

Non hanno nessuna affiliazione partitica e politica (“Nessuna! Assolutissimamente!”).

Hanno invece una pagina Facebook, in cui è pubblicato il loro manifesto.

Si fanno chiamare “Le Zzanzare“. Perché la coscienza civica e civile sembra una cosa fastidiosa. “Chi siamo?”, dice alla piazza strapiena uno del gruppo. “Siamo dei cittadini stanchi. Stanchi di sentire i soliti discorsi. Di vedere la gente fare la faccia contrita quando incontra un disabile e poi parcheggiare davanti a una rampa… Facciamo facce più ciniche e non parcheggiamo a cazzo!”.

E’ un fiume in piena.

Ma non è polemico. Anzi.

“L’ironia e la goliardia cambieranno il mondo” aggiunge.

Hanno creato una linea di magliette con slogan chiarissimi: “Avete fatto caso che i bagni esistono per uomini, donne e poi c’è quello disabile? I disabili non hanno sesso. L’idea è che siano una specie di asessuati. Ecco la maglia che fa per voi…”. Mostra una t-shirt con davanti il logo di un ragazzo in carrozzina.

Dietro la scritta #scopoanchio.

Chiaro, direi.

“Tutti amano i cani: ma se non raccogliete la cacca del vostro amico a quattro zampe e un cieco ci finisce col bastone sopra, diventa cieco due volte!”.

Fa una piccola pausa.

Non cerca l’applauso o la frase ad effetto. Dice solo cose molto giuste.

“Ragazzi, qui ci dobbiamo dare una mano noi… perché sennò non ci aiuta nessuno…”.

Ha finito.

Mi rendo conto che ho assistito all’inizio di una rivoluzione.

Piccola? Forse. Ma le rivoluzioni non sono mai piccole.

Penso che se anche solo uno dei partecipanti da domani starà attento a dove parcheggia, il risultato è raggiunto. Perché la civiltà è contagiosa.

Rende a tutti (non solo ai disabili) la vita più facile e più bella.

E fa funzionare le cose. Partendo da noi. Partendo da quella domenica mattina di Bari.

Perché no?

Questa è davvero una rivoluzione.

Gabriele Corsi

Il Fatto Quotidiano
11 03 2015

“I miglioramenti che si aspettano in Italia da anni dai governi non accadono”. Questo Pangea, la Piattaforma per i diritti delle donne, ha denunciato a New York per la cinquantanovesima sessione della Commissione sulla condizione femminile nel mondo dell’Onu. Al centro del dossier presentato dall’Italia, proprio gli scarsi risultati degli ultimi anni. Dal governo di Mario Monti fino a quello di Matteo Renzi, passando per Enrico Letta, per adeguarsi ai tempi e dare una rinnovata immagine del Paese, hanno cercato di includere più donne nelle istituzioni, con buoni risultati in termini percentuali, non accompagnati però dall’attuazione di reali politiche a favore delle donne.

“Le donne, quelle che non stanno ai vertici – spiega a ilfattoquotidiano.it Simona Lanzoni, vicepresidente di Fondazione Pangea Onlus – invece che sfiorare il tetto di cristallo, stanno sprofondando oltre il pavimento di maioliche, in cantina. Le cose che da anni in Italia si aspettano dai governi non accadono. Una per tutte, affrontare la spinosa questione delle dimissioni in bianco. Dicono che dobbiamo fare più figli e poi non tutelano la maternità e il lavoro per chi deve firmare i contratti. Maternità spesso vuol dire fine del lavoro o lavoro nero. A che serve nominare una donna ministro della Difesa se poi tutte le altre restano indifese?”.


Di questo e molto altro Lanzoni ha parlato a New York in occasione della cinquantanovesima sessione della Commissione sulla condizione femminile nel mondo, presentando il “Rapporto sull’attuazione della Piattaforma d’Azione di Pechino. Rilevazione quinquennale: 2009-2014. Cosa veramente è stato fatto in Italia”, redatto da Pangea e da altre organizzazioni e singole esperte proprio sulla situazione della donna in Italia. A giugno 2014 il Governo italiano ha inviato il rapporto istituzionale 2009-2014 all’Onu. Il quadro che ne emerge rappresenta solo parzialmente, secondo Pangea, la realtà che vivono ogni giorno le donne in Italia. Secondo i dati dell’ultimo Rapporto Istat sul Benessere Economico in Italia le disuguaglianze nell’accesso al lavoro tra donne e uomini si sono accentuate e il divario di genere resta molto elevato. A febbraio 2014 risultava occupato soltanto il 46,6% delle donne, contro il 64% degli uomini.

L’impegno e il coordinamento tra i Ministeri competenti per la prevenzione e il contrasto alla violenza sulla donne resta solo formale e non esiste a oggi, dopo 20 anni, un referente politico istituzionale ad hoc che si occupi delle politiche e delle questioni di genere. “Manca ancora – spiega Lanzoni – un Piano di Azione Nazionale contro la violenza dopo oltre uno anno dalla sua scadenza. Lo stato Italiano, per diligenza dovuta, deve garantire servizi territoriali adeguati, lo richiede la Convenzione di Istanbul ratificata da poco, ma mancano leggi per sostanziarla nel nostro ordinamento. Da Pangea arrivano tante donne che chiedono aiuto per non essere maltrattate. Per questo abbiamo deciso di lanciare una campagna contro la violenza domestica, #maipiuinvisibili, per raccogliere fondi da donare a 5 centri antiviolenza del sud Italia”.

E’ necessario ricominciare a fare rete sulle politiche di genere in tutti i ministeri: il dipartimento pari opportunità venti anni fa era nato, del resto, con questa prerogativa. In generale, come segnalato nel rapporto, l’Italia dovrebbe solo rispettare gli obblighi internazionali, dimostrare un radicale cambiamento di tendenza rispetto alla responsabilità che lo Stato ha nei confronti di tutte le donne che vivono nel Paese e promuovere la parità di genere. “Stereotipata, precaria, territorialmente diseguale: al momento la donna italiana possiamo definirla così. Confidiamo in un futuro migliore”, conclude Lanzoni.

Il Fatto Quotidiano
11 03 2015

Il governo smentisce, ma uno dei genitori ha annunciato la querela contro i ministeri dell'Istruzione e della Salute: "Chiediamo venga fatta giustizia"

Dopo una lunga agonia, è morto Ricardo de Olivera, 14enne brasiliano picchiato il 5 marzo scorso nella scuola pubblica di Vila Jamil, nella periferia di San Paolo. Il ragazzo è stato aggredito a scuola da cinque compagni perché figlio di una coppia di omosessuali. “Non sapevo che mio figlio fosse vittima di discriminazione a scuola”, ha detto in lacrime uno dei genitori, Marcio Nogueira. Il fratello della vittima, di 15 anni, ha raccontato alla polizia che Ricardo è stato aggredito all’entrata a scuola e che si è sentito male quattro ore dopo. La versione della famiglia viene respinta dai ministeri dell’Istruzione e della Salute che sostengono che il ragazzo sia morto per una emorragia cerebrale causata da un aneurisma.

Ma Nogueira sostiene che due dei cinque aggressori siano andati a casa del nonno di Ricardo per scusarsi ed ha annunciato una querela contro il governo di San Paolo: “Chiediamo che venga fatta giustizia e che episodi del genere non succedano ad altri ragazzi”.

Il Fatto Quotidiano
06 03 2015

I miliziani dell’Isis hanno raso al suolo con una colonna di bulldozer il sito archeologico di Nimrud, nei pressi della città di Mosul, occupata dal Califfato islamico di Abubakr al Baghdadi. E’ stato il ministero del Turismo e delle Antichità irachene a dare la notizia dello scempio con un post sulla sua pagina Facebook.

Non ci sono dettagli sull’estensione dei danni, ma si afferma che l’Isis continua “a sfidare la volontà del mondo e i sentimenti dell’umanità”. All’inizio di quest’anno gli uomini di al Baghdadi avevano annunciato l’intenzione di distruggere i reperti archeologici con la motivazione che secondo loro offendevano l’Islam. E il 26 febbraio erano arrivate, con un video di cinque minuti, le immagini della devastazione del museo di Mosul, della distruzione di statue e manufatti. Nimrud, la biblica Calah, è un sito assiro che si trova a sud di Mosul, seconda città irachena identificata come l’antica Ninive che si trova sotto il controllo dei miliziani dal giugno scorso sulle sponde del Tigri.

Nimrud fu fondata dal re Shalmaneser (1274-1245 avanti Cristo) e divenne capitale dell’impero assiro sotto Assurbanipal II (883-859 avanti Cristo) arrivando ad avere 100.000 abitanti.

I primi scavi risalgono al 1845 e proseguirono fino al 1873. Ripresero poi nel 1949 e andarono avanti fino alla metà degli anni ’70 portando alla luce resti del palazzo reale, basamenti, sculture, statue. In eccellente stato di conservazione fu quindi trovata una statua di Assurbanipal II ed enormi sculture alate con la testa di uomo e il corpo di animale oltre oggetti di avorio. Ebbe fortuna anche il cosiddetto “tesoro di Nimrud“, composto da 613 pezzi di gioielli d’oro e pietre preziose “sopravvissute” al saccheggio seguito all’offensiva americana contro Baghdad nel 2003, durante la seconda guerra del Golfo, grazie al fatto di essere conservato nel caveau della Banca centrale della capitale irachena.


Il Fatto Quotidiano
05 03 2015

Il prossimo 8 marzo sarà una Giornata internazionale della donna particolare perché sarà anche la vigilia del voto, al parlamento di Strasburgo, sul Rapporto sulla parità di genere, la salute riproduttiva delle donne e l’accesso agevolato alla contraccezione e all’aborto. Il documento presentato a gennaio dal deputato Marc Tarabella è ampio e affronta anche il tema dei congedi parentali.

Se sarà approvato sarà vincolante in tutti gli Stati dell’Unione europea. In Italia le associazioni che si stanno battendo da tempo per l’applicazione della 194, vanificata dal cavallo di Troia dell’obiezione di coscienza, stanno trattenendo il fiato ma incombe lo spettro del tradimento del Partito democratico già consumato nel dicembre del 2013 con il naufragio della mozione Estrela. In quell’occasione il Ppe aveva proposto una mozione alternativa ottenendo l’appoggio di gruppi di estrema destra e neonazisti e aveva incassato la vittoria grazie all’astensione di cinque deputati Pd. Anche il 10 marzo la strategia dei partiti conservatori sarà quella di proporre un documento alternativo? Il capo della delegazione del Pd che si sta confrontando sul testo Tarabella è Patrizia Toia una dei cinque deputati pd che nel 2013 si astenne.

La Laiga un mese fa si era appellata a Matteo Renzi chiedendo che i diritti delle donne non venissero consegnati per la seconda volta alle forze conservatrici e reazionarie. Il 3 marzo scorso si è svolta alla Camera la conferenza stampa di Laiga, Vita di donna, Agita e Noi Donne per auspicare un voto favorevole al documento Tarabella che peraltro in uno dei suo passaggi cita anche uno studio dell’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) del 2014 che dimostra come “i tassi di aborto sono simili nei Paesi in cui la procedura è legale e in quelli in cui è vietata, dove i tassi sono addirittura più elevati” con il rischio della vita e della salute delle donne.

In Italia l’applicazione della 194 è ormai compromessa da un’obiezione di coscienza che raggiunge quasi il 90% del personale medico in molte strutture. La Laiga ha documentato il pendolarismo delle donne italiane da una città all’altra o all’estero (soprattutto la Francia) per ricorrere all’Ivg contraddicendo le balle del governo contenute in rapporti ministeriali nei quali si afferma che va tutto bene. Ma nulla va bene. Né per i dati sull’obiezione, né per l’involuzione culturale che sta portando a moderne inquisizioni contro le donne che abortiscono, come Laura Fiore documentò in Abortire tra obiettori.

Il duello tra forze conservatrici e progressiste continua mentre la condizione delle donne in molti Stati europei, inclusa l’Italia, peggiora per disoccupazione, povertà, welfare ridotto all’osso. In un contesto come questo la salute riproduttiva è affrontata come se fosse un’opzione e non un diritto di tutte le donne. Mentre si attende il voto del 10 marzo, una ragazza di diciassette anni è stata ricoverata a Genova in gravi condizioni per una emorragia a causa di un aborto. Da tempo si conosce la deriva farmacologica dell’aborto clandestino, si parla di centinaia di casi. Una volta era l’infuso di prezzemolo o il ferro da calza, oggi è il Cytotec, un farmaco contro l’ulcera. A procurarglielo pare sia stato il suo ragazzo che è stato indagato dalla Magistratura.
Hanno fatto tutto in solitudine. Soli nel 2015 proprio come era accaduto ai loro nonni in un ’Italia che ancora non aveva una legge sull’interruzione volontaria di gravidanza e che oggi non è quasi più applicata. Sola lei, poco più che adolescente, e come le donne d’altri tempi a rischiare di morire per un aborto clandestino.

Nadia Somma
@Nadiesdaa

Il Fatto Quotidiano
03 03 2015

Nel 2014 il tasso di disoccupazione è salito in Italia al 12,7% dal 12,1% del 2013. Lo rende noto l’Istat, specificando che il dato annuale è il massimo mai registrato dal 1977. Ma l’inizio del 2015 mostra un segnale di ripresa. Gli occupati a gennaio 2015 sono 22 milioni e 320.000, sostanzialmente invariati rispetto a dicembre (+11.000), ma in aumento dello 0,6% su base annua (+131.000).

Il tasso di occupazione sale al 55,8%, 0,1 punti percentuali in più su base congiunturale e 0,3 punti su base annua. L’Istituto di Statistica precisa che si consolida così il recupero di dicembre. Il tasso di disoccupazione a gennaio è pari al 12,6%. Dopo il calo di dicembre, il primo mese del 2015 ha registrato una ulteriore diminuzione di 0,1 punti percentuali, tornando sullo stesso livello di dodici mesi prima.

A gennaio tasso disoccupazione in lieve calo
A gennaio il numero di individui inattivi tra i 15 e i 64 anni diminuisce dello 0,1% rispetto al mese precedente e dell’1,3% rispetto a dodici mesi prima. Il tasso di inattività si attesta al 36,0%, stabile in termini congiunturali ma in diminuzione di 0,4 punti su base annua. Rispetto al mese precedente, a gennaio la disoccupazione aumenta per la componente maschile (+0,7%), mentre diminuisce per quella femminile (-2,2%). In termini tendenziali il numero di disoccupati diminuisce tra gli uomini (-1,0%) mentre aumenta tra le donne (+1,6%). Il tasso di disoccupazione maschile, pari all’11,8%, aumenta di 0,1 punti percentuali su base mensile mentre diminuisce di 0.1 punti nei dodici mesi; quello femminile, pari al 13,7%, diminuisce di 0,3 punti percentuali rispetto al mese precedente mentre aumenta di 0,1 punti su base annua.

Il numero di inattivi diminuisce in termini congiunturali per la componente maschile (-0,4%) mentre aumenta per quella femminile (+0,1%). Su base annua l’inattività diminuisce sia tra gli uomini -1,0%) sia tra le donne (-1,5%). Nell’ultimo mese, il tasso di inattività maschile cala di 0,1 punti percentuali, mentre quello femminile cresce di 0,1 punti. Rispetto a dodici mesi prima diminuiscono sia il tasso di inattività maschile (-0,2 punti) sia quello femminile (-0,5 punti). Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è sceso a gennaio 2015 al 41,2% dal 41,4% di dicembre 2014. Il tasso è il minimo da agosto 2013 (40,8%), ovvero da 17 mesi a questa parte.

Gli occupati part-time nel 2014 hanno superato i 4 milioni contro i 18 milioni a tempo pieno. In particolare nel quarto trimestre dello scorso anno, gli occupati a tempo parziale sono aumentati a ritmo sostenuto (+3,2%, 128mila unità), con una crescita che interessa soprattutto il part-time involontario, pari al 64,1% dei lavoratori a tempo parziale (62,1% un anno prima). Tra ottobre e dicembre sono inoltre cresciuti con maggiore intensità i dipendenti a termine (+6,6%) e i collaboratori.

Renzi: “Bene ma non basta”, il ministro: “Risultato incoraggiante”
“Più 130 mila posti di lavoro nel 2014, bene ma non basta. Ora al lavoro per i provvedimenti su scuola e banda ultralarga #lavoltabuona” twitta il premier Renzi. “Il lieve incremento registrato anche a gennaio (+11 mila rispetto a dicembre) porta ad un aumento complessivo di 131 mila occupati su base annua. Èun risultato incoraggiante dopo diversi anni di caduta dell’occupazione – dice il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti – Si intravede un 2015 migliore per l’occupazione e l’economia”. “Nei prossimi mesi potremo vedere l’effetto pieno delle misure varate dal Governo con la riforma del lavoro e con la legge di stabilità per sostenere la ripresa e per favorire l’occupazione stabile” prosegue il ministro sostenendo che nel Jobs act “anche la riduzione della precarietà” con “l’abolizione delle tipologie contrattuali più precarizzanti, potrà favorire la ripresa dei consumi, in quanto dà alle persone una prospettiva più certa e definita”.

Pil in calo, debito in aumento e pressione fiscale al 43,5%
Nel 2014 il Pil italiano è diminuito dello 0,4% rispetto al 2013, portandosi sotto i livelli del 2000. Nel 2014 il debito italiano è salito dal 128,5% del 2013 al 132,1% del Pil, il massimo dal 1995, da quando cioè sono state ricostruite le serie storiche. Le previsioni del governo nella Nota di aggiornamento Def indicavano nel quadro programmatico un rapporto del 131,6%. Nel 2014 il rapporto tra deficit e Pil si è attestato in Italia al 3%. Era al 2,9% nel 2013. Il dato è in linea con le previsioni contenute nella Nota di aggiornamento del Def. Nel 2014 la pressione fiscale ha raggiunto il 43,5% del Pil, in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto al 2013 (43,4%). Nel 2012 si era toccato lo stesso livello del 43,5%.

Nel 2012 il Pil italiano è diminuito più del previsto, mentre nel 2013 la contrazione è stata meno pesante di quanto stimato. L’Istat ha infatti rivisto i dati degli ultimi anni in base alle nuove metodologie Sec, ricalcolando l’andamento dell’economia.
Nel 2013 il prodotto interno lordo ha dunque subito un arretramento del 2,8% (contro la precedente stima di -2,3%) e nel 2013 dell’1,7% (contro il calcolo di -1,9% di settembre 2014).

Crollano nel 2014 gli investimenti in Italia. Secondo i dati sul Prodotto interno lordo, gli investimenti fissi lordi sono diminuiti lo scorso anno del 3,3%, mentre i consumi hanno registrato una variazione nulla. Nel dettaglio, la spesa delle famiglie residenti ha dato qualche segnale di ripresa (+0,3%), mentre la spesa delle pubbliche amministrazioni è diminuita dello 0,9% e quella delle istituzioni sociali private dello 0,3%. Le esportazioni sono aumentate del 2,7% e l’import dell’1,8%.

Il Fatto Quotidiano
02.03.2015

L’hip hop non è una cultura neutrale. Nato nelle periferie afroamericane, rifiuta per definizione il razzismo e porta in sé la scintilla del riscatto personale e sociale fin dal giorno uno. Probabilmente la matrice politica che ha finisce qui, visto che negli anni si è ammantato dei contenuti più diversi e confliggenti tra di loro, finendo per essere a volte anche superficiale ed edonista se non addirittura icona del consumismo a stelle e strisce. Fare hip hop non significa necessariamente condividere il grido “combatti il potere” lanciato dai Public Enemy, ma ciò non significa che non ci siano dei confini che la nostra comunità deve considerare inviolabili.

Ora, non è vero che il rap italiano oggi rischia di diventare razzista, e non sarò io a suonare questo falso campanello d’allarme. Ma il rap italiano rischia diventare indifferente, e questa è una cosa quasi altrettanto inaccettabile. Lo spunto di riflessione mi viene da quanto successo negli ultimi giorni, quando alcuni artisti underground (tra cui ovviamente anch’io) si sono esposti in prima persona per sostenere #MaiConSalvini, la manifestazione antirazzista ed antifascista che si è svolta a Roma sabato 28. Alcuni rapper hanno ricevuto, in maniera abbastanza inaspettata, insulti e pseudo-minacce per questa presa di posizione. Uno dei bersagli principali è stato uno degli artisti più stimati del sottosuolo romano, Lucci

Dall’altro lato, Casapound e l’estrema destra stanno mirando ad intercettare le culture giovanili, e dopo aver invaso i muri delle città con grotteschi manifesti in cui prova a rivendicare Rino Gaetano e Che Guevara, ha organizzato dei tentativi (a dire il vero altrettanto grotteschi) di serate hip-hop e convention di graffiti – quest’ultima cosa è la più ridicola di tutte, visto che fino a ieri i camerati erano i tutori dell’ordine che organizzavano le spedizioni punitive contro i writer.

Dal mio punto di vista, quello che sta accadendo è semplice: il rap è diventato un genere mainstream che ascoltano più o meno tutti i ragazzi, tra cui ovviamente c’è qualcuno abbastanza scemo o confuso da dichiararsi fascista o razzista e da aderire a gruppi che rivendicano queste porcherie. Perché la scena non prende posizione in modo compatto? Perché sono pochi i rapper a dichiararsi antifascisti o antirazzisti? Forse sono io ad essere malfidato, ma ho il fortissimo sospetto che in alcuni casi ci sia paura ad esporsi per non perdere fan, visualizzazioni su YouTube, copie vendute, e così via.

In un contesto effettivamente diverso, la scena hip hop statunitense si è schierata in maniera quasi univoca a fianco di Occupy Wall Street, e ha continuato a vendere dischi e a fare concerti senza alcun problema. Anzi, ne è uscita rafforzata e più autorevole, avendo dato la prova di poter essere una parte positiva ed importante nel progresso della società.

Ora, la richiesta che, senza mezzi termini, faccio alla scena hip hop italiana nella sua interezza è una scelta di rifiuto del fascismo e del razzismo in ogni forma. Dobbiamo dire che non vogliamo i fascisti ed i razzisti né ai nostri concerti né sulle nostre pagine Facebook. Nei dischi possiamo parlare di rivoluzione – come faccio io – come anche di canne e ragazze, ma non dobbiamo dare nemmeno per sbaglio la possibilità ai nostri nemici di infiltrarsi nella nostra cultura. È il 2015. Siamo pronti ad esporci?

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