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IL FATTO QUOTIDIANO

Il Fatto Quotidiano
02.03.2015

Lo stato davvero deplorevole dell’informazione in Italia, mentre Berlusconi, protetto da Renzi, acquisisce nuovi strumenti, dalle torri televisive a RCS, è ben illustrato dalle reazioni di stampa e televisioni alle manifestazioni svoltesi ieri a Roma.

E’ chiaro a tutti e confermato anche dalle cifre fornite, che il grande corteo , formato prevalentemente da giovani, che ha percorso le vie di Roma in opposizione al comizio di Salvini e Casa Pound in piazza del Popolo, ha abbondantemente surclassato quest’ultimo, non solo, com’era ovvio, in termini di contenuti politici, ma anche di partecipanti. Successo tanto più notevole se si pensa che si trattava di una mobilitazione solo romana a fronte della manifestazione nazionale convocata da Salvini & C. nel tentativo di proporsi come leader della destra disorientata e sconfitta da Renzi che ha fatto propri tutti i contenuti di destra, a cominciare dal sostegno a spada tratta a qualsiasi iniziativa e desiderio imprenditoriale.

Eppure la stampa e i media in genere hanno accordato molta più attenzione al becero scimmiottatore di Marine Le Pen che ai suoi antagonisti. Sembra quasi che in questi casi i media rispondano, più che alla realtà dei fatti che dovrebbero registrare, a una sorta di copione scritto in precedenza. Lo stesso copione, per intenderci, che ha fatto di Matteo Salvini (insieme al suo omonimo fiorentino) la star dei salotti televisivi. Una sorta di carta riserva dei poteri forti, una volta che, come appare inevitabile, l’altro Matteo, nel giro di qualche anno, dovesse miseramente fallire il suo tentativo.

Nulla di nuovo in realtà. Il tentativo di dividere il popolo, introducendo nel suo seno i veleni del razzismo e della contrapposizione, fa parte del codice fondativo della Lega. Abbandonato, almeno per il momento, lo sciagurato obiettivo della secessione del Nord, essa tenta di riciclarsi in veicolo delle frustrazioni degli italiani maltrattati dalla crisi e dalle politiche distruttive adottate su scala europea, A tale fine essa indica due obiettivi: l’Europa e i migranti, ma si guarda ovviamente bene dal mettere realmente in discussione l’assetto dei poteri costituiti di cui è fino in fondo servo e strumento.

Quanto all’Europa, è ovviamente giusto prendersela con l’istigatore all’evasione fiscale Juncker, Frau Merkel e il loro codazzo di yesmen fra i quali Renzi. Ma per rilanciare un’unione diversa tra i popoli europei a cominciare da quelli mediterranei, non già per rispolverare il più trito nazionalismo, come fanno per l’appunto Marine Le Pen in Francia e, paradossalmente, Salvini, con i residuati di Fratelli d’Italia e qualche neonazista più o meno bene camuffato.

Quanto ai migranti, occorre, come ho sempre fatto, litigando con razzisti doc e persone dal cervello confuso e inadeguato, affermarne il ruolo fondamentale per la costruzione dell’Italia e dell’Europa di domani. Ruolo che stanno già assolvendo in termini di contributo alla natalità e all’economia e che deve trovare il giusto riconoscimento su tutti i piani, incluso quello della cittadinanza.

E’ la stessa biologia del resto a insegnarci che la riproduzione sessuata, consentendo la mescolanza del patrimonio genetico, contribuisce al miglioramento della razza umana. E coloro che vaneggiano di purezza razziale sono destinati a fare una brutta fine e ad alimentare, come fecero i nazisti, i peggiori orrori del secolo passato.

Una delle principali scommesse che abbiamo di fronte è quella dell’integrazione dei migranti, basata su di una cultura comune che spazzi via ogni fondamentalismo e ogni razzismo (compresi ovviamente quelli dei banditi terroristi dell’Isis e simili come hanno fatto i Kurdi ed altri a Kobane).
Tale cultura comune deve essere basata sul dialogo, l’accoglienza, la lotta contro i veri nemici a cominciare dal potere finanziario, la solidarietà e l’universalità dei diritti a cominciare da quelli sociali. Tutti contenuti affermati nella giornata di ieri dal grande corteo di oltre ventimila giovani su cui purtroppo i media hanno voluto stendere un inammissibile velo di ignoranza, venendo a meno alla loro funzione di garantire una corretta informazione.

 

Fabio Marcelli, Il Fatto Quotidiano
26 febbraio 2015

Solo grazie alle ripetute insistenze della società civile organizzata che vuole vederci chiaro cominciano oggi a trapelare alcuni iniziali e limitati elementi informativi sul cosiddetto Ttip (Transatlantic Trade and Investments Partnership, Partenariato transatlantico sul commercio e gli investimenti).

Il Fatto Quotidiano
24 02 2015

Il nuovo governo di Alexis Tsipras, in Grecia, ha annunciato la chiusura del Cie di Amygdaleza, il centro di identificazione ed espulsione recentemente passato alla cronaca per il suicidio di un migrante recluso e per una serie di ronde violente messe in atto dagli agenti del centro nei confronti degli immigrati. Una struttura già denunciata dai media greci per le terribili condizioni in cui vivevano i soggetti detenuti, tra la mancanza dei più elementari diritti civili e la totale assenza delle necessarie norme igienico sanitarie.

Il governo Tsipras ha inoltre annunciato la progressiva chiusura di tutti i Cie del Paese, inizialmente rilasciando i soggetti più vulnerabili (minori non accompagnati, donne incinte, anziani, malati, vittime di tortura etc) e successivamente proponendo un’opzione alternativa alla detenzione, come l’obbligo di firma al commissariato di polizia e la dichiarazione della propria residenza.

Nel frattempo, nel Cie di Ponte Galeria a Roma, due migranti si sono tagliati le vene all’altezza dell’incavo interno del gomito e hanno successivamente ingoiato le lamette per protesta contro le condizioni in cui sono costretti a vivere. In contemporanea, 13 richiedenti asilo sono stati espulsi dal centro accoglienza Namastè di Roma, per aver protestato contro la mancata erogazione del “pocket money”: il kit igienico mensile e la diaria di 2,5 euro data in forma di beni (abbonamento per il trasporto urbano, ricariche telefoniche, tabacchi e buoni pasto). Dopo l’ordinanza di revoca delle misure di accoglienza da parte della Prefettura i 13 giovani si ritrovano dunque a vivere per strada, con la sola colpa di aver rivendicato qualcosa che gli spettava per legge. Un diritto che gli era stato negato, insieme all’erogazione del cibo e dell’acqua calda, a seguito del commissariamento della cooperativa che gestiva il centro, Eriches Coop. 29 giugno, coinvolta nell’inchiesta Mafia Capitale.

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Un’indagine che ha ampiamente dimostrato quanto sbagliato e dannoso possa essere il sistema di accoglienza attualmente in vigore. Un modus operandi che, solo a Roma, ha già portato a 37 arresti, insieme a centinaia di indagati che certamente si moltiplicherebbero se si decidesse di estendere le investigazioni su tutto il territorio nazionale.

Gare d’appalto truccate con accordi per la spartizione dei centri, personale carente o poco qualificato, servizi non corrisposti e strutture non a norma, fino a sconfinare nello sfruttamento della prostituzione, traffico di droga e giri di estorsioni.

Anche per questa ragione la Confederazione Usb (Unione sindacale di base) di Roma e Lazio ha organizzato la manifestazione del 23 febbraio, contro l’inefficiente sistema di accoglienza italiano e i numerosi scandali che lo hanno coinvolto. Richiedenti asilo, rifugiati, migranti e operatori del settore, uniti per denunciare la condizione di abbandono di centri spesso privi dei servizi minimi di assistenza, sprovvisti di riscaldamento e acqua calda e tenuti in piedi da operatori sottopagati, con contratti precari e turni di lavoro massacranti.

La protesta si oppone inoltre alla vergognosa campagna strumentale secondo la quale i richiedenti asilo e i migranti riceverebbero fino ai 40 euro al giorno di soldi pubblici. Una falsità spesso portata avanti da esponenti politici per riscuotere facile consenso, che puntualmente omettono di spiegare come questa cifra, solitamente più bassa, venga destinata alle cooperative in base a una valutazione sui costi di gestione dei centri, di cui solo un paio di euro vengono destinati agli immigrati per le loro piccole spese quotidiane.

La manifestazione intende inoltre commemorare le circa 330 vittime che hanno recentemente perso la vita negli ultimi naufragi nel Mediterraneo, che già hanno riaperto la polemica sulla chiusura dell’operazione Mare Nostrum e sulla totale inadeguatezza di Triton. Il nuovo sistema di pattugliamento delle frontiere era stato peraltro già bocciato dagli stessi analisti di Frontex, che in un documento del 28 agosto 2014 avevano previsto l’incremento di morti che già oggi ci ritroviamo ad aggiungere alle statistiche.

Lampedusa, quanto costa l’umanità?

Il Fatto Quotidiano
19 02 2015

A Lampedusa oggi c’è il sole.

I morti in mare non ci stanno, i turisti si fanno il giro in barca e io con un mucchietto di persone me ne vado in giro ad intervistare gli abitanti dell’isola per capire come funziona la vita su questo scoglio a un passo dall’Africa.

Ci racconta Veronica, che ha lavorato nel centro di accoglienza e ha “fatto degli incontri che sono rimasti impressi nella mia mente, ma non capivo cosa stava accadendo intorno a me, ma il personale era sempre quello. Sempre sei o sette persone eravamo a gestire tutto quanto… un centro che era per 180 posti doveva bastare per 1000.
Chi faceva la fila per la colazione, doveva iniziare quella per il pranzo e poi doveva mettersi in fila per la polizia.
Faceva la fila per mangiare, fila per il dottore e fila per la polizia.

Qui vediamo l’aspetto più tragico. Vedere arrivare una barca strapiena di persone che appena scendono… svengono, non è una situazione bella.

E loro nemmeno parlano e dagli occhi capisci di cosa hanno bisogno. Di vestiti asciutti, di qualcosa di caldo da bere.
Non c’è bisogno di parole per raccontare la propria esperienza.
Rischiano di morire, eppure qui sono solo all’inizio… chissà dove arriveranno.
Ma per loro essere a Lampedusa significava essere salvi.
Tutto il giorno dicevano: grazie Lampedusa!

Il prete di Lampedusa, Don Mimmo, ci dice “che dobbiamo fare? O spostiamo l’isola o ci prendiamo la responsabilità di essere uno scoglio in mezzo al Mediterraneo”.

Quelli che scappano coi barconi non cercano soldi o lavoro, ma solo una maniera qualunque per non morire. Sappiamo che scapperebbero anche se mandassimo le motovedette a sparargli addosso. Vengono via da una morte sicura e si buttano in braccio a una vita incerta.

Lampedusa non può essere un confine o una periferia, ma un’opportunità per un occidente che è stato per troppo tempo imperialista e violento e che può diventare una porta aperta attraverso la quale far passare esseri umani che cercano di salvarsi la vita.

Quanto ci costa questo pezzetto di umanità riconquistata?

Ascanio Celestini

Il Fatto Quotidiano
19 02 2015

Le grandi controversie che hanno accompagnato la campagna di vaccinazione contro l’Hpv nelle adolescenti sembra trovare una tregua con la recente pubblicazione di un lavoro scientifico sulla rivista della American Society for Microbiology, Clinical and Vaccine Immunology.

Lo studio ha confermato che la vaccinazione Hpv profilattica della popolazione delle giovani adolescenti prima del debutto sessuale ha un impatto sostanziale sulla incidenza delle lesioni di alto grado del collo dell’utero. Il vaccino è stato estremamente efficace nelle donne giovani, 15-17 anni, che non erano state infettate precedentemente, in particolare riguardo ai ceppi di Hpv ad alto rischio 16 e 18. Le giovani donne, seguite per quattro anni successivamente alla vaccinazione, fanno parte della più grande sperimentazione clinica internazionale che comprende 14 paesi europei, la regione Asiatica-Pacifico, il Nord America e l’America Latina, denominata PATRICIA Study.

La minore efficacia nel gruppo di donne più grandi, 18-25 anni, può essere collegata, affermano gli autori dello studio, con una maggiore percentuale di donne di quel gruppo con infezioni persistenti già presenti al momento della vaccinazione.

Lo studio non ha verificato l’efficacia del vaccino nella popolazione maschile, anche se la Commissione Europea ha rilasciato lo scorso anno una nuova indicazione per la prevenzione del cancro anale e delle lesioni anali precancerose correlate a particolari ceppi oncogeni di Hpv, sia nei maschi che nelle femmine e dal settembre 2014, l’Austria è stato il primo Paese dove il programma di vaccinazione anti-Hpv ha visto la somministrazione a bambini e bambine. Dal 2008 in Italia è in vigore una campagna di prevenzione che raccomanda e offre gratuitamente la vaccinazione contro il virus alle ragazze tra gli 11 e i 12 anni di età , prima dell’inizio della attività sessuale, con i due tipi di vaccini a disposizione: bivalente e quadrivalente.

L’Hpv è un virus che provoca diverse malattie e tumori, tra cui il cancro del collo dell’utero nelle donne e il cancro anale in entrambi i sessi. Sono stati identificati più di 100 differenti tipi di Hpv, numerati secondo l’ordine in cui sono stati scoperti ( Hpv1, Hpv2 etc.. ) .

Alcuni tipi di Hpv, definiti a basso rischio, causano condilomi, verruche delle mani o dei piedi, e possono infettare anche la mucosa orale e faringea ma circa 40 tipi sono sessualmente acquisiti e portano a infezioni dei genitali. Di questi, 13 possono causare il cancro e sono classificati come ad alto rischio.

L’infezione da Hpv genitale è una delle infezioni sessualmente trasmesse più comuni. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) stima che in ogni momento circa il 10 per cento delle donne hanno una infezione da Hpv cervicale senza alcun sintomo, mentre circa il 65-70% dei soggetti di sesso maschile contrae un’infezione da uno o più ceppi di Hpv (oncogeni e non) durante l’arco della vita, con un andamento particolare e non sovrapponibile a quello riportato per il sesso femminile.

Una infezione molto comune quindi, trasmessa per via sessuale ma non solo, dove l’utilizzo costante del profilattico consente di ridurre il rischio cervicale e vulvovaginale da Hpv; ma ricordiamo che il papilloma virus può infettare aree genitali che non sono protette dal preservativo, per cui la protezione può non essere totale. Inoltre non c’è modo di sapere per certo quando è avvenuta la trasmissione del papilloma virus e da parte di chi è avvenuto il contagio. I condilomi genitali possono essere trasmessi da una persona che non ha nessun segno visibile dell’infezione e possono comparire settimane, mesi o anni dopo il contagio, oppure non apparire mai. Sono importanti quindi ulteriori studi che verifichino con certezza la durata della protezione garantita dai vaccini somministrati in età preadolescenziale.

Roberta Rossi

Il Fatto Quotidiano
12 02 2015

Al via il primo progetto a Roma, e nel Lazio, sul legame tra la terza età e il mondo dei gay, lesbiche, bisessuali e transgender. Per migliorarne la qualità della vita, dal punto di vista sociale e psicofisico. Si chiama “Angelo azzurro. Percorsi di valorizzazione degli anziani Lgbt” ed è promosso dallo storico circolo di cultura omosessuale Mario Mieli insieme alla Regione Lazio. Un progetto, spiega Alessandra Cattoi, l’assessore alle Pari opportunità del Comune di Roma, che “rappresenta un passo in avanti per rispondere ai bisogni di persone che spesso hanno dovuto vivere clandestinamente il proprio orientamento sessuale. E e che ora vivono particolari fragilità dovute a problemi legati alla terza età, come la solitudine, l’isolamento, la non autosufficienza”.

In Italia, gli interventi legislativi e di welfare a favore delle persone anziane Lgbt si contano sulle dita di una mano. Attraverso varie attività, laboratori e uno sportello di ascolto, “Angelo azzurro” faciliterà invece la conoscenza e l’interazione tra coetanei, ma anche tra le generazioni. Un impegno speciale sarà dedicato alla sensibilizzazione in materia di servizi territoriali per over 65.

L’iniziativa, che ha come testimonial Leopoldo Mastelloni e Leo Gullotta, parte il 12 febbraio con l’attivazione di uno sportello di ascolto e orientamento nella sede romana del Circolo “Mario Mieli”, integrato agli altri servizi del territorio, dal Municipio alle Asl.
L’accesso diretto in sede sarà possibile il lunedì e il mercoledì dalle 14 alle 16, mentre tutti gli altri giorni, dal lunedì al venerdì, si potrà fruirne telefonicamente dalle 12 alle 16 tramite la Rainbow Line gratuita (chiamando l’800-110611). Il 4 marzo il via alle attività ludiche e culturali (tornei di carte, speed date, tour collettivi in centro) e a due laboratori: il primo sulle fantasie guidate (per acquisire competenze sull’espressione delle proprie emozioni, e sulla gestione dello stress), l’altro sull’omofobia interiorizzata (per dotarsi di consapevolezza e imparare a riconoscere le emozioni nella quotidianità).

“Nel corso del tempo, siamo venuti a contatto con tante persone Lgbt anziane, rendendoci conto di come queste presentino delle particolari fragilità e bisogni, rispetto ai loro coetanei eterosessuali – spiega a ilfattoquotidiano.it Andrea Maccarrone, presidente del circolo “Mario Mieli” -. Sentivamo quindi di dover offrire una risposta specifica, sul solco delle esperienze di altri Paesi europei come la Germania”. Nella capitale, e nel Lazio, il tema è particolarmente sentito: “Il nostro circolo opera da oltre trent’anni, e a Roma è molto alto il numero delle persone Lgbt. Molte provengono da altre regioni italiane, e invecchiando vien loro meno ogni tessuto sociale di base, ogni rete familiare di sostegno e protezione. Le difficoltà comuni a tutti gli anziani si moltiplicano”.

Ad esempio, “mancano tutele legali per le coppie di anziani Lgbt, e luoghi deputati alla loro socializzazione. Negli anni sono poi balzati agli onori della cronaca numerosi casi di violenza, e persino omicidi ai danni di anziani gay – ci dice ancora Maccarrone -. Anche alcune questioni inerenti la salute possono incontrare delle specificità di orientamento sessuale, di identità di genere”. E poi soffia forte il vento dell’omofobia. “Chi ha oggi sessanta, settanta o ottant’anni, è cresciuto in una società che lo costringeva all’invisibilità e così ha spesso metabolizzato modelli e sistemi di valori fortemente omofobi – conclude Maccarrone -. Gli anziani Lgbt sono più facilmente vittime, in contesti di coetanei, di ostilità, negazione, solitudine. E persino di ricatti, molestie, truffe”.

Maurizio Di Fazio

Il Fatto Quotidiano
10 02 2015

È successo domenica 8 febbraio nella chiesa di Santo Stefano nel comune parmense di Sala Baganza dove due ragazze sarebbero state cacciate per essersi lasciate andare al gesto di affetto

di Silvia Bia 

Cacciate dal parroco perché si abbracciavano durante uno spettacolo in parrocchia. È successo domenica 8 febbraio nella chiesa di Santo Stefano nel comune parmense di Sala Baganza (Parma), dove due ragazze sarebbero state cacciate per essersi lasciate andare al gesto di affetto. Le giovani però non hanno accettato l’imposizione e dall’episodio è scaturito un aspro diverbio che ha richiesto perfino l’intervento di una pattuglia dei carabinieri.

Quanto accaduto è stato denunciato dalle associazioni Ottavo Colore, Agedo (associazione Genitori di figli omosessuali) e Certi Diritti, che hanno riportato il racconto della coppia: “Denunciamo ancora una volta il modo violento e discriminatorio in cui viene attaccato il diritto fondamentale di vivere liberamente il proprio orientamento sessuale, vogliamo qui ricordare che la Corte costituzionale ha chiarito oltre tre anni fa che gay e lesbiche ‘hanno il diritto fondamentale di vivere liberamente la loro condizione di coppia’, quindi anche di baciarsi e tenersi per mano per strada, se lo desiderano”.

Il gesto contestato in questo caso sarebbe un semplice abbraccio. Secondo le ricostruzioni dei carabinieri e dei testimoni, le ragazze stavano assistendo al saggio di canto insieme al pubblico, invitate dalla cugina di una delle due, che si esibiva nella parrocchia. Vista la troppa affluenza delle persone in sala, alcune erano dovute rimanere fuori appoggiate al muro del corridoio e così anche le giovani. Nel corso dello spettacolo, durante una canzone romantica, le due si sarebbero lasciate andare ad un abbraccio, come tante altre coppie presenti.

Subito dopo però sarebbero state allontanate dal parroco, che si sarebbe rivolto a loro con queste parole: “O vi staccate immediatamente o dovete andarvene, ci sono anche dei bambini qui”. Il sacerdote pensava forse di chiudere la situazione con quell’appunto e una semplice sgridata, come è abituato a fare in altri frangenti con i suoi parrocchiani. Ma le due ragazze si sono ribellate a quella che per loro era una discriminazione nei loro confronti, e così hanno chiesto spiegazioni: “E se fossimo lesbiche cosa fa, ci caccia?”. La situazione in poco tempo è degenerata: il sacerdote ha portato le ragazze nel cortile per chiarire le cose lontano dallo spettacolo in corso, ma la discussione è sfociata in una lite e a quel punto l’uomo ha deciso di rivolgersi ai carabinieri. Quando la pattuglia è arrivata, le giovani si erano già allontanate dalla parrocchia e la situazione era ritornata alla normalità. Le ragazze hanno raccontato quanto accaduto ai militari, ma al momento nessuno ha sporto denuncia sull’episodio, mentre la parrocchia di Sala Baganza ha scelto di non commentare.

“Questi gesti non saranno più ignorati. Dietro ogni persona discriminata, ci saranno la famiglia, gli amici e sempre più cittadini pronti a reagire, a denunciare, a lottare – hanno dichiarato le associazioni – Scagliarsi apertamente contro queste ragazze non esprime in realtà alcun valore morale o etico, ma al contrario solo disprezzo e disgusto per una popolazione che reclama libertà, dignità e protezione dalla violenza. Ancor peggio se questo atteggiamento è assunto da un prete che dovrebbe per la sua missione includere le persone, non perseguitarle e rendersi conto che dietro alle parole ci solo vite di persone, ci sono famiglie che vanno rispettate i cui figli e figlie non sono bersagli da colpire”.

Roma, una zona libera per le sex workers

Il Fatto Quotidiano
08 02 2015

di Eretica

A Roma si discute di zone a luci rosse. L’iniziativa parte dal IX Municipio e lo stesso sindaco della città la guarda con favore. L’idea, da quel che leggo, sarebbe di destinare una zona alle sex workers, le quali, in questo modo, potranno lavorare godendo di un maggiore controllo contro lo sfruttamento, l’una a fianco all’altra, a realizzare una rete solidale e con una unità di strada composta da mediatori culturali e operatori sanitari che sarà destinata per le necessità delle prostitute. Questa iniziativa, da svolgere nei limiti posti dalla Legge Merlin, si oppone alla filosofia delle ordinanze pro/decoro che i sindaci “sceriffi” destinano alla marginalizzazione e alla esclusione delle prostitute dai luoghi in cui i cittadini “perbene” non tollerano “degrado” e “indecenze”. La stessa filosofia moralista, d’altronde, sta dietro le varie iniziative, di vari gruppi del centro destra, che vorrebbero l’abrogazione della Legge Merlin e la riapertura delle Case Chiuse.

Le Case Chiuse resistono nella memoria della gente così come esiste lo stereotipo dei “bei tempi in cui si poteva dormire con la porta aperta”. Ebbene: al tempo del fascismo non si poteva dormire affatto con la porta aperta, secondo quel che mi raccontavano i nonni, e le Case Chiuse erano un luogo di sfruttamento per le sex workers. Il punto è che le varie iniziative, a parole in nome delle prostitute, non sono affatto pensate tenendo conto di quello che le prostitute vogliono. Non mi risulta che si siano rivolti, infatti, al Comitato in difesa dei diritti per le Prostitute, o che abbiano parlato con quelle che incontrano per le strade. Delle prostitute quel che interessa è che paghino le tasse senza disturbare la vista dei benpensanti e senza avere la possibilità di riorganizzarsi secondo le loro preferenze.

L’iniziativa romana, invece, pare sia stata concordata con le sex workers che sarebbero favorevoli alla cosa. D’altronde le sex workers chiedono da tempo una forma di regolarizzazione, legittimità e cancellazione dello stigma che pesa su di loro. Vorrebbero che della Legge Merlin fosse cancellato il reato di favoreggiamento che viene attribuito anche a chi affitta una casa alle sex workers, sicché devono restare in strada, in solitudine, private della solidarietà di chi invece le guarda come nemiche e private dei diritti fondamentali che vanno garantiti a qualunque persona che lavora.

All’iniziativa romana si oppongono, in ogni caso, preti, abolizioniste e politici del centro destra. Uniti tutti quanti da un sentimento solidale ad muzzum, un po’ come viene viene. Apprensivi i preti che immaginano gli uomini infettati di strane malattie. Apprensive le abolizioniste intente a veicolare la narrazione tossica sulla prostituta nigeriana. Apprensivi i politici di destra che vorrebbero, per l’appunto, rinchiudere le prostitute in luoghi lontani dalla vista dei dei bravi cittadini. Tutti sono evidentemente ispirati ad una forma di neofondamentalismo che associa, per esempio, l’abolizionismo della prostituzione all’antiabortismo. In entrambi i casi non si considerano le donne come soggetti in grado di scegliere per se’. Invece si considerano oggetti delle decisioni altrui: di paternalisti che dicono di sapere quel che è meglio per queste donne e di matriarche che dall’abolizionismo della vendita dell’alcool in poi sono ancora ligie nella sorveglianza dei pubblici costumi e della moralità sessuofoba dei cittadini.

Quello che c’è da dire è che: le sex workers, tanto per cominciare, scelgono di chiamarsi così per precisare che la vendita di servizi sessuali è un lavoro; che loro hanno ben chiaro il fatto che se restano in clandestinità o, al contrario, se qualcuno vorrebbe schedarle in stile nazista, così le sex workers corrono il rischio di essere esposte al contagio di malattie sessualmente trasmissibili; che loro, e solo loro, possono raccontare quel che è giusto per garantire la loro sicurezza. Marginalizzarle e privarle del diritto ad un riconoscimento sociale significa metterle in pericolo e consegnarle in mano agli sfruttatori. Possiamo, tutti quanti, smettere di calare dall’alto, sulle loro vite, una visione morale che non corrisponde alle loro libere scelte? Possiamo separare i provvedimenti, necessari, che vanno assunti contro la tratta e la prostituzione minorile, e quelli che invece devono essere dedicati al riconoscimento e alla regolarizzazione per le sex workers che scelgono liberamente di fare quel mestiere?

Pensateci. Pensiamoci.

Il Fatto Quotidiano
06 02 2015

Molto spesso leggo su Facebook articoli di cronaca che riportano ricostruzioni sommarie su crimini posti in evidenza per effetto di una denuncia o un interesse giornalistico circa lo svolgimento delle indagini. Ogni media, d’altronde, è pronto a mettere il mostro in prima pagina anche se quel particolare mostro, o quella mostressa, non sono stati ancora condannati con sentenza definitiva.

Basta che si scriva che tizio o caia hanno commesso quel tal delitto e subito il mondo è pronto con i forconi in mano a legare una corda all’albero che servirà per una pubblica impiccagione. E’ come se ci si servisse di queste notizie per anestetizzare persone altrimenti destinate a dover occuparsi dei problemi economici che hanno, delle decisioni sbagliate di un governo o delle cattive condizioni in cui versa il paese.

Non parlo della notizia relativa un omicidio o crimini efferati, violenti, pur se con vittime sopravvissute, per i quali comunque c’è una dimostrazione tangibile di quel che è accaduto. Parlo di notizie che riportano accuse ancora non dimostrabili. C’è la denuncia della donna che indica lui come un maltrattante o quella che individua lei come una cospiratrice ai danni di qualcuno. E subito la folla, galvanizzata, si sente in diritto di puntare il dito contro questo o quella e di riportare statistiche che comprendono trafiletti presi un po’ qui e un po’ là dove l’accusa in sé diventa già sentenza definitiva e dunque si dà per accertata la conclusione di un processo.

Serve prudenza quando si sommano le tante notizie che parlano di violenza, stalking, maltrattamenti, stupri, percosse, aggressioni, a prescindere da chi è accusato di tutto ciò. Se donna o uomo, la questione non cambia. L’accusa basta a dichiarare colpevole una persona? Non c’è presunzione di innocenza? Non è più prudente attendere il risultato di inchieste e processi? O bastano gli annunci sui media per rimpolpare le statistiche di crimini per i quali si dà per scontato dove sia il/la colpevole?

Per esempio. Diverso tempo fa leggevamo ovunque di una notizia che riguardava il cantante Massimo di Cataldo. Se non erro l’ex compagna l’accusò, su Facebook, mostrando perfino immagini del suo viso coperto di lividi, di percosse e procurato aborto. Se ne parlò moltissimo. Qualcuno ammirò il coraggio della donna. Il pubblico, come sempre accade, si divise in innocentisti e colpevolisti. O con lei o con lui. Di Cataldo poi si è difeso, è stato prosciolto per l’accusa di procurato aborto e per i maltrattamenti c’è una richiesta di archiviazione alla quale lei si oppone. Di Cataldo, da quel che leggo, vorrebbe farla incriminare per simulazione di reato e calunnia e il suo legale ha depositato una perizia fotografica sulle immagini da lei pubblicate e le conclusioni che la difesa trae non escluderebbero il falso. La difesa ancora sottolinea come qualche ora dopo il momento in cui lei si ritraeva con il volto pieno di lividi, in serata, veniva fotografata ad una festa, sorridente e apparentemente priva di segni.

Da quel che si legge, dunque, nulla è ancora concluso. Nulla può essere dato per scontato. La donna può essersi medicata e truccata per andare alla festa o anche no. Lui può averla picchiata e lasciata lì a curarsi i lividi o anche no. La battaglia legale è in corso e fino alla sua conclusione, a meno che non vogliamo sostituirci ai tribunali, della serie “siamo tutti criminologi su feisbuc”, non possiamo emettere una sentenza sulla base delle nostre precise convinzioni.

Allora si potrebbe ritenere lui colpevole a priori perché da un uomo ci si aspetta questo genere di comportamenti e una donna è più semplice vederla come una vittima. Si potrebbe stabilire che noi e noi soltanto, quelle che lottano contro la violenza sulle donne, conosciamo la verità su quel che è accaduto tra i due. Possiamo non accettare le sentenze, non dare importanza a quel che dicono i tribunali, e figuriamoci se ci importa quel che dicono perché sappiamo che sono tanti quelli che vengono assolti nonostante tutto, ma non possiamo gettare un’ombra fatta di maldicenze contro chi ha pur il diritto di difendersi da accuse che nella migliore delle ipotesi ti rovinano la reputazione con la gente che non conosci (e chissenefrega!) e nella peggiore ti rovinano la vita.

Le accuse di violenza su donne e minori, per esempio, sono le più perfide dalle quali difendersi e sono accuse dalle quali difficilmente una persona esce fuori indenne. Lo abbiamo visto nelle occasioni in cui sono state processate persone per accusa di pedofilia e poi, nonostante l’assoluzione, quelle stesse persone vengono ancora chiamate “pedofile”. Lo abbiamo visto quando alcune persone sono state accusate di violenza su una donna e quando sono state assolte su di loro è rimasto comunque visibile uno stigma che li ha resi socialmente indesiderabili.

Io so calcolare un danno quando viene inflitto da un uomo su una donna o su un bambino. E’ un danno enorme, infinito, difficilmente risarcibile, perché serve una vita intera per riaversi da alcuni traumi e forse quella vita non basta neanche. Ma qual è e quant’è il danno causato a una persona accusata e poi, dopo anni di processi e inchieste, assolta? Che tipo di prezzo ha pagato? Come è cambiata la sua vita? Ha perso il lavoro, l’affetto dei parenti, amici, la fiducia dei suoi cari, è diventat@ una sorta di appestat@ o riuscirà a rimettere insieme i pezzi quando la storia avrà fine? Riuscirà a ricostruire, per se’, una immagine pubblica decente o rimarrà comunque l’ombra del sospetto ad appestargli la vita?

Allora chiedo, giacché le vite delle persone per me contano tutte, quelle delle donne picchiate, dei bambini abusati, degli uomini che subiscono violenza e le persone che, in generale, vengono accusate ingiustamente, se non sia necessario ragionare di responsabilità collettiva, mediatica e personale, rispetto a quel che leggiamo e riportiamo. Rispetto a quel che comunichiamo o che alcune persone usano per includere casi di cronaca, il cui finale non è ancora descritto, nella lista delle notizie funzionali all’idea che hanno di un determinato fenomeno. Quel che cerchiamo e che vogliamo mostrare è la verità o solo una parvenza di realtà condita di sensazionalismi e strategia del terrore? Voi che ne dite?

Eretica

Pablo Picasso, Donne che corrono sulla spiaggiaManuela Campitelli, Il Fatto Quotidiano
5 febbraio 2015

Sono oltre 100 milioni nel mondo le bambine e le donne che hanno subito la pratica delle mutilazione genitale (Mgf), ossia una rimozione parziale o totale dei genitali femminili esterni e circa 3 milioni quelle a rischio nei prossimi 10 anni.

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