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IL FATTO QUOTIDIANO

Cina, la ricchezza è per pochi

Il Fatto Quotidiano
05 02 2015

Il numero di ricchi continua ad aumentare. Secondo la lista Hurun 2015, il Forbes cinese, i miliardari nel mondo sono 2089, 222 in più rispetto allo scorso anno. E circa la metà è originaria degli Stati Uniti (537) o della Cina (430). I dati Hurun, oltre a raccontarci lo scontro tra le economie che si contendono il primato mondiale, ci mostrano come la mobilità sociale sia però tutta concentrata ad Oriente. Quest’anno la Repubblica popolare si aggiudica il primo posto per numero di paperoni “self made” ovvero quelli che sono partiti da zero, senza poter contare su nessun patrimonio di famiglia. Sono 395 su 430, più del 90 per cento. Tra di loro anche 35 donne, la metà del numero globale.

Ci sono poi 72 nuovi nomi cinesi nella lista (contro i 56 americani) e sempre cinese è l’uomo che ha visto crescere maggiormente la sua ricchezza. Si tratta di Liu Qiangdong, proprietario di Jd.com, l’azienda di ecommerce che comincia a far seria concorrenza ad Alibaba, il gruppo fresco dell’opa più grande della storia. Il suo patrimonio è quadruplicato: dagli 1,5 miliardi di dollari dell’anno scorso ai 6,7 di quest’anno. E la concorrenza si sente. Jack Ma, che è appunto il patron di Alibaba, è sceso dal primo al terzo posto del podio cinese, nonostante a settembre avesse guadagnato 25 miliardi di dollari dalla quotazione a Wall Street della sua creatura.

Il primato quest’anno spetta al re del solare, Li Hejun che con i suoi 26 miliardi di dollari si colloca al 28esimo posto a livello globale. La sua azienda Hanergy è leader nel settore cinese del fotovoltaico (anche se ancora non è riuscita a dare una risposta convincente all’inchiesta sul Financial Times che lo scorso mese la accusava di “pratiche non convenzionali”). Al secondo posto si piazza Wang Jianlin, presidente del gruppo immobiliare Wanda con un patrimonio stimato in 25 miliardi di dollari, interessi nelle sale cinematografiche Usa e una quota del 20 per cento nell’Atletico Madrid.

Sembra proprio che il baricentro del mondo stia cambiando, ma la massiccia presenza di cinesi tra i miliardari non deve farci dimenticare che la maggior parte dell’1,3 miliardi di cittadini dell’ex Celeste Impero ha un Pil pro capite al di sotto della media mondiale. Se si prende in considerazione questo dato, infatti, la Cina si colloca solo al 90esimo posto. Non stupisce che una delle dieci parole scelte dallo scrittore Yu Hua per descrivere la Cina contemporanea sia proprio “disparità”. Per dirla come lui “è come se fossimo seduti in un teatro bizzarro dove, contemporaneamente, su una metà del palco va in scena una commedia e sull’altra una tragedia”.

Cecilia Attanasio Ghezzi

Il Fatto Quotidiano
05 02 2015

Le condanne all’ergastolo comminate a duecentotrenta protagonisti laici e di sinistra della sollevazione del 2011 segna un punto di svolta importante nella politica repressiva dello Stato in Egitto. Il brutale clima intimidatorio e di violenza, che si è scatenato dal luglio 2013, non aveva come unico obiettivo la liquidazione politica (e anche fisica si può dire, dato l’alto numero di morti, feriti e di gente finita in carcere) dei Fratelli Musulmani, come spesso la vulgata mediatica ha fatto credere. Lo scontro, insomma, non era soltanto tra i militari e i Fratelli. Al contrario, il progetto di media scadenza del governo dei militari era la restaurazione dell’ancien regime, e ciò era abbastanza evidente, sin dall’inizio. Ma ora la prova schiacciante l’abbiamo avuta e resta poco da discutere sul punto: la recente assoluzione di Mubarak e la liberazione dei suoi figli, per non menzionare l’assoluzione di altri alti funzionari ed ex-ministri del governo di Mubarak, ha portato ad una riemersione dell’apparato del NDP (National Democratic Party, ovvero il partito di Mubarak).

I fattori che hanno consentito l’escalation della repressione statale in Egitto sono numerosi. In primo luogo, lo sbandamento delle forze laiche e di sinistra, ben sintetizzato nell’endorsement del leader Hamdeen Sabahi al generale al-Sisi, ma anche da parte dei sindacati, compresi quelli indipendenti. Allo stesso tempo bisogna anche tenere conto di un certo bisogno di stabilità che ha prevalso per un periodo nei movimenti e nei partiti di sinistra, che restano comunque formazioni politiche deboli, con scarso radicamento territoriale e particolarmente frammentate (il che non dovrebbe sorprendere più di tanto, visto che si tratta di un paese uscito dalla dittatura nel 2011). La loro debolezza si è del resto notata in questi ultimi due anni, anche a causa della incapacità di riprendere, almeno in parte, le piazze delle più grandi città.

I tentativi, poi, del governo dei militari di dare un po’ di fiato all’occupazione, con le grandi opere, tipo la costruzione del nuovo canale di Suez, hanno portato molte forze politiche a sottovalutare o a chiudere un occhio sull’aumento della violenza e della repressione di Stato.

A questi elementi occorre aggiungere la drammatica situazione nel Sinai, che meriterebbe più di un post per essere adeguatamente descritta ed analizzata. La persistente infiltrazione jihadista ha causato negli ultimi mesi decine di morti e feriti nel Sinai, in particolare tra le forze armate e di polizia. La risposta governativa è stata massiccia: con un intervento militare pesante, con l’imposizione del coprifuoco in una vastissima zona del Sinai (motivo che – secondo molti – ha portato l’intera regione verso la recessione), con il caos mediatico, realizzato sia attraverso la non rivelazione del numero reale delle vittime sia attraverso l’attribuzione esplicita ed implicita delle azioni terroristiche ai vecchi nemici, ovvero ai Fratelli Musulmani.

Si tace, o meglio non si parla ad alta voce delle infiltrazioni dell’ISIS o di altre organizzazioni terroristiche nel Sinai, i cui leader non sembrano, al momento, avere bisogno del supporto dei Fratelli per portare avanti i loro “affari” e le loro strategie di terrore (come ampiamente dimostrato in Siria e in Iraq). Ma l’estensione della paranoia terroristica in tutto il territorio del paese (fatto inevitabile se si attribuisce la colpa degli attentati ai Fratelli) è evidentemente utile in questo momento a chi governa, perché consente l’applicazione su larga scala di leggi liberticide e, di conseguenza, il totale “ripristino dell’ordine”, cioè del vecchio ordine.

Alla fine dei conti, comunque, il “ripristino dell’ordine”, dal luglio 2013 ad oggi, ha creato di fatto i presupposti di un permanere all’opposizione degli islamici, mettendo nel contempo in un angolo stretto le forze laiche e rivoluzionarie, che ora vengono anche brutalmente e per lungo tempo incarcerate. I duecentotrenta ergastoli sono, in questo senso, un evidente tentativo di eliminazione definitiva dalla scena politica delle forze più attive e impegnate nelle sollevazioni del 2011.

Eppure…i controrivoluzionari, di ogni rango e colore, farebbero male, molto male a stappare lo champagne. Il movimento dei lavoratori in Egitto è rimasto in piedi, nonostante anche su di loro si sia abbattuta, con forza, la repressione governativa. Diversi sono stati infatti gli scioperi nella solita Mahalla al Kubra, ma anche a Helwan, per quanto le loro rivendicazioni in questo periodo siano rimaste prevalentemente di tipo economico. Con i lavoratori egiziani sono rimasti in piedi anche tutti i problemi sociali, politici ed economici, ovvero tutti i motivi che spinsero, nel 2011, milioni di egiziani a protestare e a cacciare Mubarak e soci. La repressione e la progressiva cancellazione delle libertà sono sotto gli occhi di tutto il mondo, così come sono evidenti le conseguenze della crisi economica, della disoccupazione galoppante e delle disuguaglianze crescenti.

In piedi e sveglia è rimasta però anche la memoria delle diciotto giornate rivoluzionarie del 2011 tra i giovani egiziani. Sì, parlo di quei “giovani” di cui ora non frega più niente a nessuno in occidente, dopo averli naturalmente osannati come “eroi della democrazia” solo quattro anni fa.

Iside Gjergji

Il Fatto Quotidiano
05 02 2015

Che tinte ha la città dei bambini nella mente degli adulti? Quali sfumature, quali ostacoli ma soprattutto, è una città accogliente, differente o indifferente? Fatta di integrazione, pregiudizi o stereotipi? Ce lo siamo mai chiesto in che modo noi “grandi” disegniamo nella nostra testa lo spazio vissuto dai più “piccoli”?

Sono questi i presupposti da cui Zeroviolenza Onlus prende le mosse per realizzare, anche quest’anno, il corso La città dei Bambini nella mente degli Adulti. Differenze e integrazione. Un progetto rivolto ai genitori e agli insegnanti delle scuole materne, elementari e medie, che pone al centro i ragazzi o meglio “la buona crescita come prevenzione alla violenza e come riconoscimento della differenza nello scambio con l’altro”, afferma Monica Pepe, presidente di Zeroviolenza Onlus.

Il corso, che partirà domani 5 febbraio, sarà realizzato in quattro istituti comprensivi delle periferie romane: Alberto Manzi al Pigneto, Laparelli a Tor Pignattara, Rita Levi Montalcini al Tuscolano e all’istituto Poseidone a Torre Angela e verrà svolto nell’ambito del Progetto Gli Adulti imparano, gli adulti insegnano la relazione tra generi e generazioni differenti. Realizzato con il contributo della Regione Lazio, vede docenti di eccellenza quali Geni Valle e Simona Di Segni, psicoanaliste dell’A.i.ps.i. (Associazione Italiana di Psicoanalisi), e la scrittrice e giornalista Loredana Lipperini.

Cinque in tutti gli incontri per ogni scuola: “I primi 4 – afferma Monica Pepe - affronteranno il ruolo e le difficoltà dell’ambiente familiare e scolastico nello sviluppo dell’individuo. Si parlerà del processo di costruzione dell’identità di genere, della relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti, del passaggio dalla fisiologica dipendenza del bambino alla sua indipendenza. Il 5° incontro si occuperà dei processi di costruzione degli stereotipi di genere, facendo luce sui meccanismi di precocizzazione della identità di genere di bambine e bambini. Si passerà dal mondo della pubblicità alla televisione, dall’editoria ai social network, mostrandone insidie e potenzialità.

“Con questo corso – afferma Geni Valle psicoanalista dell’A.i.ps.i. – non vogliamo fornire risposte già confezionate ai dubbi e alle domande di genitori ed educatori, ma stimolare la consapevolezza nella ricerca delle proprie soluzioni ai problemi che accompagnano il compito educativo. L’intento quindi è quello di avviare una riflessione critica per la decostruzione degli stereotipi più comuni, avvicinandoci in questo modo al significato più autentico dell’identità e dell’appartenenza a un genere. Al centro - conclude Geni Valle - sarà la crescita dell’individuo, nel suo districarsi all’interno delle relazioni più significative: famiglia, scuola, gruppo dei pari” .

“L’idea di portare certe tematiche in ambiente scolastico – afferma Monica Pepe – nasce dalla necessità di diffondere una cultura della coppia genitoriale. Questo perché la prevenzione della violenza sta nella capacità dei genitori di creare le condizioni per la buona crescita del bambino o della bambina, che sarà poi capace di riconoscere la differenza come ricchezza nello scambio con l’altro”.

Manuela Campitelli

Il Fatto Quotidiano
04 02 2015

Meno vergogna e più prevenzione. Così la depressione in gravidanza e post partum (tema affrontato anche nel progetto de ilfattoquotidiano.it Tutto parla di voi) esce allo scoperto. In Italia delle 550mila che partoriscono ogni anno, 80mila (cioè una su sette) accusano i sintomi. Ma solo una su quattro riceve un trattamento adeguato. Nella maggioranza dei casi (66mila) il disturbo viene trascurato, a volte neppure riconosciuto. Che l’istinto materno prevalga su qualsiasi altro stato mentale è una convinzione errata ancora molto diffusa. All’origine c’è un senso di frustrazione e di insicurezza di lunga data che la maternità porta a galla e peggiora, compromettendo la relazione tra madre e figlio.

In prima linea nell’aiuto delle madri più in difficoltà è la Regione Lombardia, che due anni fa ha lanciato un progetto pilota di assistenza a domicilio. Un team di professioniste del Centro psiche donna dell’ospedale Fatebenefratelli di Milano, composto da una pediatria neonatologa, una psichiatra, una psicologa cognitiva, e i volontari dell’associazione per la salute mentale Itaca si sono presi cura di 20 nuclei familiari. Soprattutto stranieri, poco integrati e in condizioni economiche disagiate.

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“Abbiamo garantito visite mensili e sono stati creati dei gruppi di terapia anche per i padri – spiega Claudio Mencacci, direttore del progetto e del dipartimento di Neuroscienze del Fatebenefratelli -. L’intervento ha funzionato, per questo abbiamo chiesto alla Regione di farlo durare fino a ottobre (la scadenza era fissata a febbraio, ndr). Ci auguriamo che poi diventi un modello di cura definitivo. Che magari coinvolga anche gli altri centri d’eccellenza, sparsi nelle varie regioni, che nel 2010 hanno aderito al progetto ‘Depressione in gravidanza e nel post partum’ promosso da Onda, l’Osservatorio nazionale per la salute della donna, con il patrocinio della presidenza del Consiglio e il ministero della Salute”. Da cui è nato il portale Depressionepostpartum.it, punto d’appoggio per le neomamme in crisi, che offre un’analisi del problema e previa registrazione consente all’utente di rivolgere domande a degli specialisti in forma anonima.

Il Centro psiche donna, undici anni fa, è stato uno dei primi in Italia ad attivarsi. “Abbiamo dato legittimità alla patologia – sottolinea Roberta Anniverno, psichiatra e psicoterapeuta del laboratorio -. Dopo le campagne di sensibilizzazione, il trend delle pazienti è in crescita. In media ne assistiamo 100/150 all’anno”. Il target? “Donne di medio e alta estrazione sociale, con ruoli dirigenziali, coniugate, età compresa tra i 35 e 40 anni, molte alla prima gravidanza. Gli appuntamenti sono settimanali o una volta ogni 15 giorni – aggiunge -. La psicoterapia spesso è affiancata alla cura farmacologica e dura fino ai due anni di vita del bambino”. Quali sono i sintomi più comuni? “Lo stato depressivo si manifesta gradualmente, con crisi di pianto, la percezione di non essere adeguata a fare la mamma, l’umore cattivo, insonnia, inappetenza, igiene e look trascurato, disinteresse nei confronti del bambino, magari si dimenticano di cambiarlo, lavarlo, portarlo dal pediatra”.

Le cause sono molteplici. Tra queste Anniverno individua una predisposizione genetica, condizioni familiari di disagio, la solitudine. “Magari hanno già espresso il loro malessere al medico o al marito ma sono state ignorate”. I rischi per la donna che trascura la depressione “è l’incapacità di costruire attaccamento affettivo con il bambino e di trasmettergli stabilità emotiva”. Nei casi più estremi, “sorgono pensieri autolesivi per sé”.

L’infanticidio, invece, dipende da cause diverse. “Non c’entra con la depressione, ha a che fare con disturbi deliranti o altre psicopatologie più gravi”. Il pericolo per il bambino è quello “di sviluppare una personalità ansiosa e che sia capriccioso, un modo per attirare l’attenzione della madre assente”. Perché della depressione post partum se ne parla solo adesso? “Perché si è infranto lo stereotipo secondo cui la nascita di un figlio rappresenta per forza lo scopo della vita di una donna. Non è così per tutte infatti. E non è vero che aumentando il progesterone nel sangue la donna è per forza più felice. Francia, Inghilterra, Germania e altri Paesi del nord Europa ci sono arrivati prima di noi. Là da 30 anni esistono delle unità di ricovero per mamma e bimbo, private e pubbliche, di una decina di letti”.

Silvia, 48 anni, di Viterbo racconta: “Sono rimasta incinta nel 2002. Soffrivo già di depressione, l’attesa di mia figlia l’ha esasperata. Ero convinta che diventare madre fosse la soluzione, mi ero sbagliata”. Silvia era entrata in uno stato di apatia, “di morte cosciente”, lo definisce lei. “Quando è nata la bambina non riuscivo a prenderla in braccio, non la stimolavo, non le trasmettevo amore, avevo paura di tutto”. Allora si è trasferita a casa dei genitori per essere aiutata. “Per i primi due anni non mi sono sentita una madre. A un certo punto ho capito che dovevo prendere in mano la situazione. Sono andata da uno psichiatra, ho fatto un anno di sedute e due mesi di terapia con gli psicofarmaci. Poi sono rinata, oggi il rapporto con mia figlia è ottimo”.

A segnare il cambio di rotta è un’altra iniziativa: Rebecca blues, il primo social network per la cura e la prevenzione della depressione in gravidanza e perinatale, pensato da Strade onlus e Rebecca fondazione e presentato a Roma lo scorso ottobre. Si tratta di una app per smartphone e tablet, che è già stata scaricata da oltre 200 utenti e con cui le mamme possono iniziare un percorso di formazione, monitoraggio e autodiagnosi con il supporto di un medico. Partirà presto un progetto di screening nazionale che vede come capofila l’ospedale San Camillo di Roma. “È uno strumento che rispetta l’intimità della donna – dichiara Antonio Picano, dirigente psichiatra del San Camillo – e al contempo valorizza il legame con il suo medico di fiducia, a scelta tra quello di base, il ginecologo, lo psichiatra e il pediatra”.

Il Fatto Quotidiano
03 02 2015

di Paola Forcina
Studentessa fuori moda

Nuove regole per il calcolo Isee e la cosa non agevola gli studenti, anzi. È l’associazione studentesca Link-Coordinamento Univerisitario a denunciare i disagi che rischiano di subire gli studenti. Il dpcm n.159/2013 in vigore dal 2 gennaio 2015 prevede novità per il calcolo dell’Indicatore della Situazione Economica Equivalente (Isee) che interessa gli studenti per il pagamento delle tasse universitarie, le agevolazioni e le eventuali richieste di borse di studio. Con il nuovo modello vengono inclusi nell’indicatore tutti i redditi percepiti dai componenti del nucleo familiare del richiedente, compresi quelli soggetti a imposta sostitutiva o a ritenuta a titolo di imposta e quelli esenti da Irpef, che includono le borse di studio: perciò lo studente che nell’anno precedente aveva ottenuto una borsa di studio, se nel 2015 dovrà presentare l’Isee per concorrere a una nuova assegnazione, dovrà indicare anche l’ammontare della borsa già percepita. Il reddito risulterà così maggiore, anche se le condizioni risulteranno le medesime.

Inoltre, in questi giorni, si sta verificando un altro problema: l’Inps dovrebbe rinnovare una convenzione con i Caf (Centro Assistenza Fiscale) per la gestione e la compilazione del nuovo modello, ma ancora nessuna notizia. Perciò gli studenti che, non avendo la certificazione del Caf, non stanno presentado l’Isee, si ritrovano collocati automaticamente all’ultima fascia di reddito (quella più esosa, si parla di 1800/2000 euro annui). Fino a quando non si risolverà questa situazione, l’attuale fase di transizione (tra vecchia e nuova regolamentazione) è paradossale: due studenti che hanno lo stesso reddito e che frequentano lo stesso ateneo si potrebbero trovare in fasce di reddito diverse per il solo fatto di aver calcolato il proprio Isee prima o dopo il 1 gennaio 2015, quando cioè è diventato operativo il nuovo Indicatore della situazione economica equivalente.

Altra novità riguarda il nucleo familiare: eventuali redditi e patrimonio di fratelli o sorelle dello studente richiedente vengono considerati per il loro intero ammontare nel calcolo, mentre prima veniva considerato solo il 50%.

Il portavoce dell’associazione studentesca Alberto Campailla afferma: “Riteniamo poco credibile che in un Paese in cui sempre più persone si ritrovano sotto la soglia di povertà, si possa accettare il rischio che si verifichino tali situazioni. L’applicazione di questo decreto scoraggia molte persone nella presentazione della domanda colpendo quindi assieme ai ‘furbi’ anche coloro che hanno effettivamente bisogno del servizio”. Per agevolare gli studenti LINK sta portando avanti una campagna informativa e ha elaborato una Guida alla compilazione dell’Isee.

Il Fatto Quotidiano
03 02 2015

I dati mensili dell’Istat su occupati e disoccupati si limitano a pochissimi indicatori. Per evitare spiegazioni congiunturali di dubbia tenuta, è opportuno analizzarli in una prospettiva temporale più lunga. Ed è utile metterli a confronto con i numeri sulle unità di lavoro.

di Bruno Anastasia (Fonte: Lavoce.info)

La prospettiva di medio periodo

Da quando l’Istat, conformandosi a prescrizioni europee, ha iniziato a diffondere dati mensili sui principali aggregati del mercato del lavoro, ogni mese ascoltiamo commenti sui numeri di occupati e disoccupati che cercano, ricorrendo a supposizioni più o meno plausibili o ardite, di spiegare le variazioni congiunturali di brevissimo periodo. In realtà, i dati mensili resi disponibili dall’Istat si limitano a pochissimi indicatori e nulla ci dicono sulle dinamiche settoriali, contrattuali o orarie che possano giustificarne o spiegarne le variazioni. Per questo, e per la natura campionaria della fonte, è elevatissimo il rischio di gioire (inutilmente) un mese per il miglioramento e di soffrire (altrettanto inutilmente) quello successivo per il peggioramento, scambiando per trend piccole oscillazioni statistiche del tutto compatibili con gli inevitabili problemi di misura. Per evitare spiegazioni congiunturali di dubbia tenuta, è sempre opportuno analizzare i dati mensili collocandoli in una più consistente prospettiva temporale.

Il grafico 1 riporta i dati mensili sugli occupati in Italia per mese dal 2004 a oggi. Emergono nette le due fasi di caduta dell’occupazione, la prima tra ottobre 2008 e marzo 2010 (all’indomani della crisi finanziaria esplosa con il fallimento Lehmann Brothers) con la perdita di circa 600mila occupati, la seconda tra la primavera 2012 e il settembre 2013, con la crisi caratterizzata dai problemi dovuti alla gestione dei debiti sovrani europei e con altri 60mila occupati in meno. Poi l’occupazione ha avvertito, tra la fine del 2013 e i primi mesi del 2014, un modestissimo rimbalzo (può aver contribuito anche il decreto Poletti), mentre successivamente, a partire dalla fine della primavera, è rimasta sostanzialmente piatta, senza evidenziare nuovi peggioramenti, ma anche senza mostrare di aver imboccato la via del recupero. Per la dinamica dell’occupazione totale questo è ciò che di solido si può sostenere. Per capire se e come, all’interno del dato complessivo, sia cambiata la composizione settoriale e contrattuale, occorre attendere che vengano resi disponibili sia i dati trimestrali dettagliati della medesima indagine sia i dati amministrativi che consentono di valutare anche i movimenti marginali del mercato del lavoro.

La dinamica delle unità di lavoro

Rimanendo quindi al dato totale, per valutare l’entità della perdita occupazionale (circa un milione di occupati in meno tra il primo semestre 2008 e la fine del 2014) è utile il confronto – con i dati disponibili fino al terzo trimestre 2014 – con la dinamica delle unità di lavoro, vale a dire con il dato sull’input di lavoro utilizzato per la contabilità nazionale (grafico 2).

Ciò che emerge è una caduta ben più consistente: oltre un milione di unità di lavoro in meno tra il 2008 e il 2010 e un’ulteriore perdita di 700mila unità tra il 2011 e il 2013, cosicché la quantità effettiva di lavoro utilizzato nel sistema risulta a fine 2014 nettamente inferiore a quella del 2003-2004. Il trend degli occupati è dunque molto meno negativo di quello osservato sulle unità di lavoro perché fornisce un’informazione “sulle teste” che, per definizione, non dà peso alle diverse pratiche di labour hoarding (cassa integrazione, passaggi a part time, riduzione dell’orario di lavoro) attivate dalle imprese e agevolate dal sistema politico per ridurre l’impatto della crisi sui livelli occupazionali.

* Bruno Anastasia lavora come esperto di analisi del mercato del lavoro presso l’Ente Veneto lavoro, coordinando l’Unità di ricerca. E’ presidente dell’Ires Veneto. Dal 1994 al 2001 è stato presidente del Coses di Venezia. Dal 1999 insegna, come contrattista, Economia del lavoro presso l’Università di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, sede di Portogruaro. Tra le pubblicazioni recenti Evoluzione di un’economia regionale. Il Nordest dopo il successo, Nuova Dimensione, 1996 (con G. Corò); Solo una grande giostra? La diffusione del lavoro a tempo determinato, Franco Angeli, Milano, 2000 (con A. Accornero, M. Gambuzza, E. Gualmini, M. Rasera).

 

 

 

Il Fatto Quotidiano
03 02 2015

Davide Faraone, sottosegretario all’Istruzione, cantore e sostenitore delle occupazioni scolastiche, ma – soprattutto – “giovane”, occhieggia ai giovani (come lui) cercando di concretizzare uno dei sogni più o meno velato dello studente medio italiano: dare il voto ai propri prof.

Dal prossimo anno, infatti, due milioni e mezzo di ragazzi tra i 15 e i 19 anni dovrebbero avere a disposizione un questionario in cui giudicheranno i loro docenti: puntualità, chiarezza d’esposizione, efficacia della didattica. Una pratica, peraltro, non così innovativa come sostiene il giovane Faraone, dal momento che molte scuole già la sperimentano. Eh già; perché dopo il tempo della scuola come palestra di democrazia, emancipazione degli individui, crescita ecologica, insieme alla Milano da bere e a Maria De Filippi è arrivata la scuola degli stakeholders (sic!), della premialità, del merito. Di una valutazione che mortifica intelligenze e saperi critici.

Il progetto di Faraone prevede poi che gli studenti potranno eleggere un loro rappresentante che andrà a ricoprire uno dei cinque posti del nucleo di valutazione (gli altri quattro saranno affidati al preside e a tre insegnanti esperti), che scriverà il rapporto di autovalutazione annuale (Rav) della scuola, avrà voce sugli scatti di merito degli insegnanti e anche sull’anno di prova necessario per il neo-docente da stabilizzare. Una paletta in più per far salire qualcuno sul trono, una in meno per scalzare qualcun altro. Naturalmente, nel Renzi Pensiero Unico, cui tutti gli accoliti religiosamente si attengono, anche nelle scelte lessicali, si tratta di una “rivoluzione”: “è stato imposto un nuovo linguaggio che sta travestendo di eccezionalità ed eccellenza la banalità” (Maria Serene Peterlin).

La scuola degli anni cinquanta – scrive Massimo Recalcati ne “L’ora di lezione” – era la scuola di Edipo: l’insegnante era l’incarnazione della tradizione e ciò lo rendeva rispettabile; in essa vigeva l’alleanza tra insegnanti e genitori. Ma da lei si è ingenerato il mostro destinato a dissacrarla: la contestazione, del ’68 e del ’77, in cui si lotta contro la Legge per far prevalere il desiderio; ma il desiderio senza legge, dice lo psicanalista, diventa puro caos, frammento. Ed eccoci alla scuola di Narciso, quella del mondo ridotto all’immagine dell’io. Una scuola in cui l’alleanza non è più tra genitori e insegnanti, ma tra figli e genitori, che si sentono chiamati ad abbattere gli ostacoli che mettono alla prova gli studenti: Narciso non sopporta né fallimento né critica. Esaltando l’io e mettendo in dubbio l’autorità del Padre, la scuola Narciso impoverisce il sapere critico analitico, schiacciandolo sulla ripetizione, sull’“oggetività” delle prove e delle griglie di valutazione. Infine una scuola possibile e auspicabile, quella di Telemaco: che riconquista il compito di restituire valore all’adulto, all’insegnante e all’adulto venuti meno, alla loro funzione come figure, simboli ed elementi centrali nel processo di “umanizzazione della vita” e di trasformazione del sapere in un corpo erotico, tentando di sono venuti meno gli adulti. Si vede che Renzi e Faraone di Recalcati non sanno niente. Il suo non è oro colato, ma una suggestiva rappresentazione per un’”erotica dell’insegnamento”.

Figli di scatole colme di soldi e tronisti, allevati alla Scuola di Narciso, Rete degli Studenti medi (per l’ennesima volta appiattita sulle posizioni del Governo) plaude all’iniziativa, in una pericolosa confusione. Valutare è un’azione – pare dire, concorde per l’ennesima volta con gli strateghi del Miur e con il giovane capo-neutra, che non prevede alcuna specifica competenza, nessuna professionalità: valutano tutti e tutti devono valutare. Perché sono consumatori. Prevengo le critiche ovvie e banali che tante volte, quando si parla di valutazione dei docenti, provengono dai non addetti ai lavori e da alcuni presidi neoliberal hard. Non sto proponendo l’assenza di valutazione, ma contestando questo – come tanti altri provvedimenti e proposte – che si sono succeduti da una ventina d’anni a questa parte, sempre più aggressivamente negli ultimi tempi. Affidare il voto agli studenti non significa operare sulla collegialità, sulla democrazia scolastica, sulla partecipazione (evocate anche dal movimento studenti di Azione Cattolica): a quello ci avevano già pensato nel ’73 e nel ’74 i decreti delegati; che molti studenti (come molti docenti e molti dirigenti e genitori) hanno fatto fallire.

In realtà – scrive l’Uds, Unione degli Studenti, unica voce fuori dal coro – una rivendicazione storica del movimento studentesco di una valutazione dei docenti da parte degli studenti, pensata per consentire a questi ultimi di potersi esprimere sulla didattica e sull’effettiva qualità del processo formativo e per poter quindi contribuire attivamente al miglioramento complessivo della realtà scolastica esiste. “Ma è inaccettabile che essa venga utilizzata strumentalmente dal Governo per alimentare una guerra tra poveri all’interno delle nostre scuole e continuare a produrre classifiche degli istituti e del personale. Non abbiamo bisogno di una patina di democraticità, di contentini o di poltrone da occupare in organi non paritetici e pensati per legittimare la premialità e la competitività. Oggi più che mai risulta prioritario che commissioni paritetiche per redigere il Pof e individuare i criteri valutativi, organi collegiali che favoriscano la partecipazione studentesca e lo strumento del referendum studentesco vengano istituiti e introdotti negli istituti. Infatti, una reale riforma del sistema di valutazione può avvenire solo nel momento in cui si spoglia la valutazione del suo ruolo di strumento di controllo e di punizione che oggi la contraddistingue. Quella attuale non è una valutazione in grado di contribuire alla crescita individuale e collettiva e, pertanto, risulta necessario slegarla dalle logiche di competitività e di mercato che la caratterizzano. Il meccanismo di autovalutazione può essere virtuoso solo se considerato in una prospettiva di ricerca didattica e pedagogica, per arginare e contrastare la deriva competitiva che avanza nelle nostre scuole e nel nostro Paese. E’ uno strumento di fondamentale importanza perché consente di integrare i dati statistici esterni e i commenti interni di chi la scuola la vive ogni giorno rispetto alla vivibilità, ai punti di forza e ai punti di debolezza dei luoghi di formazione e favorisce così la maturazione di maggiore consapevolezza e la promozione di riflessioni operative, discussioni, interventi ragionati, che vedrebbero gli studenti come soggetti attivi del processo. Contrariamente a quanto avviene con la valutazione esterna, l’autovalutazione consentirebbe anche un monitoraggio in itinere, maggiormente spendibile per il miglioramento complessivo e reale della realtà scolastica. Non è la retorica del merito ed una valutazione premiale il giusto strumento per spingere ad una maggiore attenzione pedagogica, ma, nuovi strumenti di cooperazione tra studenti e docenti, con obiettivi mirati classe per classe e studente per studente sulla base delle condizioni di partenza e non del risultato da ottenere”.

Insomma: nessuna disponibilità a svendere a suon di lusinghe il senso profondo della democrazia scolastica. Faraone, attento. C’è ancora qualcuno, in questo Paese, capace di pensare con la propria testa.

Il Fatto Quotidiano
01 02 2014

di Monica Lanfranco
Giornalista femminista, formatrice sui temi della differenza di genere

Ne La tribù del calcio Desmond Morris, nel 1981, descrisse una partita di calcio con gli occhi di un extraterreste: dall’astronave la creatura aliena avrebbe visto due gruppi ristetti (di un solo genere sessuato) in rappresentanza di due tribù avversarie mentre compivano un rituale legato ad un oggetto rotondo da spingere in un determinato luogo. Lo scienziato antropologo introduceva dunque il discorso sul senso del simbolico delle azioni, individuali e collettive.

Che penserebbe un extraterreste leggendo un articolo di giornale che racconta la proposta, da parte di diverse associazioni di donne, supportate da un lungo lavoro nelle scuole, di intitolare alcune strade e luoghi pubblici ancora senza nome a donne che hanno lasciato un segno nella società, articolo corredato con la foto del nome di una strada scelta con chiaro intento a doppio senso?

Che cosa racconta questa scelta, che a molti sembrerà divertente, arguta, dissacrante, persino una lezione di leggerezza a queste donne, così seriose e incapaci di pensare a questione più serie rispetto alla toponomastica?

Il movimento trasversale di toponomastica femminile, nato nel 2012 per volontà della studiosa Maria Pia Ercolini che lo lanciò su Facebook raccogliendo subito entusiasmo e consenso è un progetto culturale e sociale che ha coinvolto centinaia di associazioni e gruppi, ma anche scuole e istituzioni locali, nella consapevolezza che l’esclusione delle donne e del femminile passa anche attraverso la cancellazione dei nomi, delle storie e delle vite delle donne che raramente sono nominate nelle strade delle città, e che quindi non entrano nel quotidiano del nostro vivere i luoghi.

Quando Lidia Menapace, decana del femminismo, scrive nel 1990 che per esistere socialmente bisogna essere memorabili, e quindi nominate, anticipa l’intento del progetto: posto che nella storia le donne degne di memoria sono davvero un numero esiguo, dai testi scolastici alle strade, è necessaria una riparazione del danno causato dall’invisibilità. Cominciare a chiamare le strade con nomi di donne è già un passo significativo.

Si tratta di una questione, mi pare, di buon senso e di civiltà, che non prevede manifestazioni, turbativa di traffico, urla e disturbo alcuno: in tutte le città le donne che hanno accolto il progetto hanno coinvolto istituzioni e scuole, quindi cosa c’è che non va? Perché il giornale di Imola La voce correda l’articolo che racconta il percorso dell’associazione Perledonne per l’intitolazione di strade e luoghi pubblici a personalità femminili con l’immagine di Via della sega?

Una delle risposte possibili (oltre a quella che chi ha preso questa decisione sia un adolescente un po’ immaturo) è che se il direttore del settimanale che pubblica le foto di una ministra che mangia un gelato con commenti esplicitamente di allusione sessuale se la cava con le scuse, applaudite in una trasmissione tv a sfondo culturale (Che tempo che fa) e poi con una lunga intervista nella quale presenta il suo ultimo libro (Le invasione barbariche), ovvio che un piccolo giornale di provincia può farsi una grassa risata alla faccia della toponomastica femminile. Un consiglio alla redazione, da collega: darsi una occhiata al video sulla responsabilità della categoria sull’uso delle parole, ideato dalle rete di giornaliste Gulia.

Magari la visione e la riflessione possono aiutare a migliorare il livello della comunicazione.

Il Fatto Quotidiano
30 01 2015

Anche chi si professa laica/o, non può non essere interessato al pensiero della Chiesa cattolica, e non solo di Papa Francesco. Ad oggi infatti le decisioni della Chiesa Cattolica, piaccia o no, incidono profondamente sulla vita di tutte noi donne italiane. E allora in breve.

Un autorevole gesuita attraverso la rivista Civiltà Cattolica, ha criticato i vescovi filippini per la loro “non apertura” alla contraccezione e le loro posizioni di chiusura verso la “salute riproduttiva”.

La posizione del gesuita è stata a sua volta criticata da Padre Fessio formatosi alla scuola teologica di Joseph Ratzinger, fondatore e direttore negli Stati Uniti della casa editrice Ignatius Press, che così replica:

“E’ vero che l’aborto è un male peggiore della contraccezione, e anche “decisamente più grave”? Non necessariamente. Prendiamo il caso di coppie sposate che senza grave necessità utilizzano la contraccezione per rinviare la nascita di figli per anni, dopo che si sono sposati. Certamente in alcuni casi la volontà di Dio per loro è che siano aperti a una nuova vita. Qual è allora il male più grave? Prevenire il concepimento – e l’esistenza – di un essere umano con un’anima immortale, voluto da Dio e destinato alla felicità eterna? O abortire un bambino nel grembo materno? Quest’ultimo è certamente un male grave, “Gaudium et spes” lo definisce un “crimine abominevole”. Ma comunque esiste un bambino che vivrà eternamente. Mentre nella prima circostanza non esisterà mai un figlio che Dio intendeva venisse al mondo.”

Ecco l’esempio di quando un pensiero maschile razionale e attento alla regola, si cala senza rispetto, né considerazione, né ascolto nella nostra pancia, nel grembo delle donne.

Sostenere che l’aborto sia da ritenere in qualche misura, una pratica di controllo delle nascite che Cristo preferirebbe è abominevole e spero che le teologhe e i teologhi del rinnovamento intervengano con decisione.

Sostenerlo e non avviare una riflessione, sostenerlo e non interrogare le donne che quella vita in grembo portano non è più accettabile.

Sostenere che la contraccezione non sia alla base di una doverosa salute riproduttiva, ignorando la diffusione delle malattie sessualmente trasmesse, non è più una posizione difendibile da alcuna religione e infatti Papa Francesco nel suo recente viaggio nelle Filippine non ha avvallato la posizione oscurantista dei vescovi del Paese.

Non abbiamo bisogno ora del pensiero di Padre Fiorio in particolare in un Paese che non educa ad una sessualità responsabile, dove i ragazzi e le ragazze non hanno interlocutori con cui confrontarsi su questi temi con conseguenze pesanti per tutti, ma in particolare per le giovani donne.

Lorella Zanardo

Il Fatto Quotidiano
29 01 2015

«La statua di Giulio Cesare sembrava che annuisse» mi sussurra Vladimir Luxuria al telefono, mentre conversiamo sull’approvazione del registro delle unioni civili a Roma, il 28 gennaio, all’indomani della Giornata della Memoria. «D’altronde anche lui era uno di noi…» e mi sembra di vederla sorridere, con quel suo solito modo di fare, un po’ malizioso e delicato al momento stesso. L’ex deputata di Rifondazione e storica attivista per i diritti civili delle persone LGBT ha voluto esserci, nell’aula consiliare, a portare il suo sostegno al provvedimento voluto dal sindaco, Ignazio Marino.

«Ero stata lì anche la sera prima» dice ancora «ma qualcuno deve aver scambiato l’aula per uno stadio. Ho visto militanti di estrema destra strumentalizzare la religione solo per giustificare la loro omofobia. Fomentati, per altro, dai consiglieri dell’opposizione. Una scena brutta, scomposta e offensiva. Per questa ragione ho sentito la necessità di essere presente anche nel giorno della votazione». Vladimir Luxuria non nasconde l’entusiasmo: «dopo tante sconfitte e delusioni, oggi è il giorno della vittoria». E – ci tiene a dirlo – non è un “trionfo gay”, non solo, ma anche il successo «della civiltà, dell’inclusione. È l’affermazione di una città “civile”, prima ancora del registro delle unioni civili».

In effetti sembrano passati secoli da quando Walter Veltroni, allora sindaco, fece naufragare un precedente analogo tentativo, portando il suo partito a non approvare la proposta di legge popolare e facendo convergere i suoi voti con quelli della destra di Storace, allora all’opposizione. E non nascondono la felicità e l’ottimismo neppure le associazioni LGBT, presenti anch’esse in Campidoglio.

«Oggi il Sindaco Ignazio Marino, insieme alle forze politiche della maggioranza capitolina e con il Movimento Cinque Stelle, mantengono l’impegno preso con la città tutta, in modo solenne e pubblico, proprio in occasione dello scorso pride. È un momento storico per la Capitale, che per anni è stata incapace di legiferare in questa direzione», dichiara Andrea Maccarrone, presidente del Circolo Mario Mieli e rappresentante del Coordinamento Roma Pride, i cui attivisti e le cui attiviste hanno sostenuto, con la loro presenza, dentro e fuori l’aula, la scelta di Marino. «È segnale molto importante non solo per Roma, ma per l’Italia tutta. È un evento che il governo non può più ignorare» dice ancora Maccarrone, nel comunicato stampa diramato dalla sua associazione.

Dello stesso avviso anche l’ex vincitrice dell’Isola dei famosi, che aggiunge: «In parlamento c’è una maggioranza possibile su questo tema, fatta da Pd, Sel e l’ala laica di Scelta Civica. Insieme al movimento di Grillo, naturalmente. Se Renzi vuole approvare davvero le unioni civili alla tedesca deve rivolgersi alla stessa maggioranza che ieri c’è stata in aula consiliare. Se vuole, lo può fare». Una legge, ricorda Luxuria, che se approvata così com’è stata realizzata, analoga al matrimonio e con la stepchild adoption, può essere un buon punto di partenza per arrivare alle nozze egualitarie: «Non dobbiamo dimenticare qual è il nostro obiettivo finale. Se dipendesse da me, tuttavia, non me la sentirei di respingere una buona legge sulle civil partnership. Una legge, ovviamente, senza sconti e annacquamenti di sorta».

Certo, la strada è ancora lunga e pare che l’agenda parlamentare sia fitta di impegni e scadenze che sembrano allungare i tempi per un’ulteriore conquista di eguaglianza. Ma “la Vladi” si dichiara ottimista. E poi, ripensando alla bellezza della giornata di ieri, gelida e dal cielo azzurrissimo, sorride di nuovo, a distanza, sempre con quel fare un po’ irriverente: «L’altra sera, tra i vari cartelli degli integralisti, ce ne era uno che mi ha colpito: “maschio e femmina Dio li creò”. All’inizio pensavo si riferissero a me, poi ho capito che non riguardavano maschile e femminile in un’unica persona…» sorrido anch’io, stavolta.

Poi, a telefono spento, mi lascio avvolgere dalla sera e da una strana sensazione di tepore, nonostante questo gelido inverno. Sarà la prospettiva di vivere, proprio da ieri – all’indomani del giorno che ricorda di cosa è capace la follia umana quando crea cittadinanze privilegiate e umanità da discriminare – in un luogo che si avvicina un po’ di più all’idea che hanno le persone di buona volontà riguardo a democrazia, giustizia e futuro.

Dario Accolla

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