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IL FATTO QUOTIDIANO

Andrea Giambartolomei, Il Fatto Quotidiano
27 gennaio 2015

Pene da 250 euro di multa ai 4 anni e mezzo di reclusione. Dal pubblico si è levato grida come "Vergogna" e "Liberi tutti" poi alcune persone, tra cui gli imputati, hanno intonato "Bella ciao".Quarantasette condanne per un totale di circa 140 anni di carcere e sei assoluzioni. Si è chiuso così a Torino il maxi processo ai no tav per gli scontri del 2011 in Valle di Susa. La sentenza è stata letta dal giudice Quinto Bosio nell’aula bunker delle Vallette.

Il Fatto Quotidiano
27 01 2015

di Annamaria Pisapia - Direttrice di CIWF Italia

Il premio Pulitzer Michael Moss ha pubblicato nei giorni scorsi sulle pagine del New York Times una sconvolgente inchiesta sugli esperimenti condotti da un centro di ricerca governativo statunitense finalizzati ad aumentare la produttività degli animali da allevamento (pecore, vacche e maiali). Per le “esigenze” dell’industria della carne.

Il luogo degli orrori si chiama Meat Animal Research Center ed è un’istituzione federale finanziata con le tasse dei contribuenti. Tra gli obiettivi principali: fare in modo che gli animali producano una prole più numerosa, più carne e resistano in condizioni climatiche ed ambientali avverse. Gli esperimenti, fino ad ora, non hanno prodotto grandi risultati e in alcuni casi sono stati gli allevatori stessi ad avere dubbi sulla loro utilità.

Il New York Times ha condotto la sua inchiesta dopo avere ricevuto la segnalazione di uno scienziato che vi aveva lavorato. Il quadro che ne è emerso è inquietante.

Nel centro degli orrori si lavora per creare la pecora che sopravvive da sola, senza riparo e in condizioni climatiche avverse (easy care sheep), la mucca che produce vitelli gemelli e la scrofa che produce 14 piccoli invece di 8.

L’esperimento easy care sheep ha prodotto alti livelli di mortalità per 10 anni, raggiungendo ben un terzo o un quarto della totalità degli animali coinvolti nell’esperimento, un risultato ben lontano da quel 10% che sarebbe “perdita accettabile” da parte degli allevatori (bisognerebbe riflettere anche su questo). In sostanza gli agnellini, lasciati all’aperto senza riparo e alla portata dei predatori, finiscono per essere abbandonati dalle madri e invece di venire recuperati sono lasciati a morire.

L’esperimento sulle mucche per fare partorire loro gemelli ha avuto maggior “successo”- ma a che prezzo! Se i gemelli erano di sesso diverso, il 95% delle femmine aveva la vagina deformata; molti dei gemelli morivano durante il parto perché le loro otto gambe si erano attorcigliate. Se invece, nonostante gli sforzi- si aveva comunque un parto singolo i vitelli non riuscivano ad uscire perché –per la selezione genetica- gli uteri delle madri erano così grandi che non riuscivano a “dare la spinta”.

Nel caso dei suini, invece, tanto per citare uno dei test dell’orrore compiuti a loro danno, a partire dal 1986 a centinaia di scrofe è stato asportato un ovaio, per verificare l’importanza dell’utero per la fertilità. La loro produttività è alla fine aumentata da 8 a 14 piccoli, ma la stessa l’industria ammette che è altissimo il numero di piccoli più deboli che muoiono schiacciati dalle madri. La rimozione dell’ovaio e la selezione continuano.

L’elenco di questo vero e proprio capitolato di crudeltà è ahimé molto lungo: ma, oltre allo sdegno che suscita (la condanna etica di chi scrive è totale), inquietano anche le ragioni addotte dai difensori del lavoro del centro per giustificarle. Essi sostengono che, dato il previsto aumento della popolazione mondiale da 7 a 10 miliardi entro il 2050, l’incremento della produttività degli animali da allevamento può essere uno strumento per vincere tale sfida.

Che miopia! Pensiamo veramente che produrre più carne possa davvero rappresentare la soluzione per risolvere il problema alimentare globale?

Philip Lymbery, Direttore generale di CIWF (Compassion in World Farming) International e autore di Farmageddon, The true cost of cheap meat, prossimamente disponibili e in italiano presso la casa editrice Nutrimenti, spiega chiaramente che l’allevamento intensivo e l’intensificazione del consumo di carne non possono essere la soluzione al problema dell’approvvigionamento di cibo da parte di una popolazione in aumento.

Gli animali, oltre a vivere una vita indegna negli allevamenti intensivi, diventano, loro malgrado, nostri competitori alimentari: se i cereali che coltiviamo come mangimi fossero utilizzati per nutrire gli esseri umani, si potrebbero sfamare 4 miliardi di persone. Secondo Lymbery, se si eliminassero gli sprechi e si sfruttassero meglio le attuali risorse, il pianeta potrebbe produrre cibo in maniera sostenibile per 14 miliardi di persone.

Complessivamente, l’inchiesta del New York Times solleva tutta una serie di questioni fondamentali inerenti all’attuale modello di zootecnia: l’allevamento intensivo si trova in una tanto disperata quanto folle corsa verso una sempre maggiore produttività ed una continua riduzione dei prezzi, a scapito del benessere degli animali, della salute pubblica e di quella del pianeta. Come non pensare alla clonazione degli animali allevati a scopi alimentari? Alla pecora Dolly e ai suoi compagni di disgrazia. Anche la selezione delle razze per ottenere una maggiore produttività ha già dato i suoi frutti. L’esempio più eclatante è già ben diffuso sul mercato: si chiama pollo o “broiler”- nome questo emblematico, in quanto identifica l’animale con la sua destinazione finale: la griglia.

Questo volatile (già, perché di uccello si tratta) è programmato geneticamente per raggiungere il peso di macellazione in soli 39 giorni, invece dei 3 mesi che la natura vorrebbe. E già ci sono ricerche per creare un pollo da 27 giorni. Anche se non lo si macellasse, questo “pulcino mostro” non sopravvivrebbe comunque a lungo: sviluppando a ritmi forzati la sua parte più pregiata, il petto, morirebbe comunque per problemi cardiocircolatori; è “programmato” per mangiare il più possibile, ma non lo è altrettanto per camminare. Infatti viene definito un animale “letargico”, con tutte le conseguenze del caso in termine di patologie deambulatorie. Questo senza considerare che le condizioni di allevamento sono pessime: animali stipatissimi (fino a 20-23 polli al m2), senza arricchimenti ambientali e luce solare. E poi li chiamano “allevati a terra”: la prima gabbia è il loro corpo, la seconda le condizioni in cui vivono.

Della diffusione di questo tipo di “prodotto” siamo tutti responsabili: perché con la fretta che abbiamo ogni giorno, quasi nessuno di noi ha più voglia di prendersi la briga di cucinare un pollo intero. La fettina di petto di pollo, meglio ancora se impanata o con altri aromi, è ben più allettante. E così si crea quel circolo vizioso per cui il mercato chiede crescentemente parti di pollo, a prezzo sempre più basso, e l’industria avicola intensiva risponde con carne di animali allevati come si diceva. Ma, se si vuole mangiare carne, non sarebbe meglio un bel busto di pollo allevato all’aperto? Che peraltro, anche egoisticamente parlando, a livello nutrizionale contiene fino al 50% dei grassi in meno del suo equivalente intensivo. Tante, davvero le ragioni per cambiare. Cosa aspettiamo-mi chiedo, un po’ tristemente.

Il Fatto Quotidiano
27 01 2015

Contro la decisione di togliere i finanziamenti per i servizi di aiuto ai bambini diversamente abili si sono mobilitati sindacati, associazioni e rappresentanti degli istituti. Sabato 31 gennaio manifestazione in piazza per chiedere le dimissioni dell'assessore al welfare.

Nuovi problemi per la giunta di Federico Pizzarotti, travolta dalle proteste dopo l’annuncio dei tagli ai servizi integrativi per i ragazzi disabili. Associazioni, sindacati, famiglie e persino i presidi delle scuole di Parma hanno dichiarato guerra al sindaco e al suo assessore alle Politiche sociali, Laura Rossi, di cui la minoranza ora chiede le dimissioni, per la riduzione del servizio che dava sostegno agli studenti con disabilità e alle loro famiglie. “E’ una violazione degli accordi in essere tra le rispettive amministrazioni – scrivono i dirigenti scolastici degli istituti di primo e secondo grado di Parma, invitando il sindaco a rivedere la decisione – Soprattutto, una lesione dei diritti degli alunni disabili e dei loro compagni di classe”. Le proteste vanno avanti da quasi due mesi, ma la tensione cresce e per sabato 31 gennaio è prevista una manifestazione che sulla carta ha già raccolto l’adesione di centinaia di persone, a cui hanno annunciato che potrebbero partecipare anche gli Amici di Beppe Grillo, il gruppo di attivisti M5S fuoriusciti dalla base che sostiene l’amministrazione.


I problemi sono cominciati a inizio dicembre, dopo che il Comune aveva annullato il bando per l’affidamento del servizio integrativo di sostegno ai disabili nelle scuole, a cui aveva destinato risorse per 4,5 milioni di euro per gli anni 2015 e 2016. Una scelta motivata dalla mancanza di risorse dovute alla nuova legge di stabilità: “20 milioni in meno sul bilancio del Comune”, avevano spiegato sindaco e assessore, che si erano ritrovati con una gara pubblica in essere senza avere la certezza dei finanziamenti per poterla effettivamente portare a termine. Così la decisione di bloccare tutto e di prorogare solo per qualche mese il servizio. Questo però ha fatto esplodere la rabbia dei 160 educatori che rischiano di rimanere senza lavoro, ma soprattutto delle 311 famiglie con ragazzi con problemi di disabilità, che verrebbero a trovarsi da un giorno all’altro senza sostegno per i propri figli.

Di fronte alle proteste l’amministrazione ha cercato di trovare delle mediazioni: prima prorogando il servizio per altri mesi, poi stanziando nuove risorse per 160mila euro e proponendo, invece della soppressione, un ridimensionamento del monte ore del 25 per cento, poi sceso all’11,8 per cento, con 50 ore settimanali aggiuntive per tamponare situazioni di emergenza. Una riorganizzazione insomma, che dovrebbe partire già da febbraio. “Il dialogo e l’impegno comune – ha dichiarato Pizzarotti – sono l’unico metodo per superare il problema dei tagli del governo ai servizi educativi. Questa dobbiamo considerarla una vera e propria battaglia sociale in difesa dei diritti essenziali. E le battaglie sociali vanno affrontate insieme come società”. Ma questo non è bastato a placare le polemiche, che si sono continuate a montare in vista della manifestazione di sabato.

L’iniziativa è stata indetta dai sindacati, che hanno sottolineato come non siano stati riscontrati altri casi di tagli simili in Regione, all’infuori della città di Parma. Ai rappresentanti dei lavoratori che scenderanno in piazza con gli operatori che rischiano il posto di lavoro, si sono aggiunti il comitato dei genitori e associazioni a difesa della scuola, che hanno organizzato una fiaccolata nel pomeriggio, e dalla loro parte ci sono anche docenti e dirigenti scolastici degli istituti di Parma, che hanno scritto due volte a Pizzarotti chiedendo di trovare soluzioni alternative ai tagli e alla riorganizzazione, che arriverebbe a anno scolastico già cominciato, con i programmi e la destinazione di personale già definiti da settembre. A schierarsi contro la giunta Pizzarotti, e in particolare il vicesindaco Nicoletta Paci, con delega ai Servizi scolastici, e all’assessore al Welfare Rossi, sono state anche le principali associazioni locali che si occupano di tutela ai disabili, dall’Anfas (associazione nazionale Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale) all’Anmic (associazione nazionale Mutilati e Invalidi Civili di Parma), dall’Angsa (associazione nazionale Genitori Soggetti Autistici di Parma) al Face (Famiglie Cerebrolesi), che hanno inviato una lettera di richiesta di informazioni e di diffida.

Nell’occhio del ciclone c’è il sindaco, ma soprattutto il suo assessore Laura Rossi, considerata colpevole delle scelte sui tagli e della mancanza di dialogo con gli operatori e le famiglie. Contro di lei il Movimento Nuovi consumatori ha presentato un esposto in Procura per interruzione di servizio di pubblica utilità. Come se non bastasse, da qualche settimana tutte le opposizioni in consiglio comunale vogliono la testa dell’assessore, di cui hanno chiesto più volte a gran voce le dimissioni, presentando una mozione di sfiducia da discutere in una delle prossime sedute di consiglio. “In questi due anni e mezzo l’assessore Rossi si è dimostrata essere più elemento di conflitto e di divisione che di mediazione e coesione tra i diversi attori del sistema del welfare cittadino – si legge nella mozione firmata da tutti i capigruppo di minoranza, che hanno chiesto al sindaco di revocare la sua delega – In sostanza essa appare la persona meno indicata per portare avanti quel progetto di welfare di comunità su cui tanto punta l’attuale amministrazione, essendo lei per prima incapace di costruire comunità e condivisione”. Pizzarotti ha già confermato che non intende fare un passo indietro sulla propria delegata, ma il moltiplicarsi delle voci di dissenso e la manifestazione di sabato potrebbe portare a nuovi colpi di scena.

Il Fatto Quotidiano
27 01 2015

Impedire la costruzione di moschee in Lombardia. La maggioranza di centrodestra in Regione ne ha fatto l’oggetto di un disegno di legge. Ma più che un reale obiettivo da centrare, la proposta è diventata una bandiera da innalzare sulle polemiche post attacco terroristico alla redazione di Charlie Hebdo. La norma, infatti, mentre era in discussione in commissione Territorio è stata “bocciata” per ben tre volte dall’ufficio legislativo del Pirellone, perché a rischio incostituzionalità. Niente che abbia dissuaso Lega, Lista Maroni, Forza Italia, Ncd e Fratelli d’Italia dal portarla avanti, tanto che verrà votata martedì 27 gennaio in consiglio regionale. Ma centrosinistra e Movimento 5 stelle insorgono: “Il provvedimento è incostituzionale e cavalca il sentimento anti islamico”.

La legge anti moschee è stata ideata dal centrodestra ben prima degli attentati in Francia, con lo scopo di contrastare le politiche del Comune di Milano, che a fine anno ha pubblicato un bando per assegnare tre aree da destinare a luoghi di culto, moschee comprese. La strage di Parigi ha poi accelerato il suo percorso, fino all’approvazione di settimana scorsa in commissione. Per come è stato scritto, il provvedimento impedisce del tutto la possibilità di edificare moschee, visto che impone come prerequisito per i rappresentanti religiosi di avere sottoscritto un accordo con lo Stato, e le comunità musulmane non lo hanno mai fatto. Se le moschee sono escluse a priori, i paletti di carattere urbanistico infilati nella norma finiscono per colpire i fedeli di altri credo, come protestanti, buddisti, ebrei: i loro nuovi edifici di culto, tra le altre cose, dovranno essere dotati di telecamere collegate con le forze dell’ordine, dovranno essere congruenti architettonicamente “con le caratteristiche generali e peculiari del paesaggio lombardo”, dovranno avere accanto parcheggi che abbiano una superficie almeno doppia di quella del luogo di culto stesso, mentre i comuni avranno l’obbligo di procedere a una valutazione ambientale strategica (Vas) del progetto.

Tutte condizioni che rischiano però di avere vita breve. Se approvata, infatti, la legge finirà con ogni probabilità davanti alla Corte costituzionale. Ed è su questo che insistono il Pd, il Patto civico di Umberto Ambrosoli e il Movimento 5 stelle nel chiedere che il disegno di legge non venga nemmeno discusso in consiglio, “altrimenti inviteremo il governo a ricorrere alla Consulta”. Le opposizioni presenteranno due questioni pregiudiziali di incostituzionalità: in particolare contestano che possano costruire luoghi di culto solo le confessioni religiose che abbiano un’intesa con lo Stato e che abbiano “una presenza diffusa, organizzata e 
consistente a livello nazionale”.

“Il problema principale di questa legge – sostiene Lucia Castellano del Patto civico – è che abbandona all’informalità un fenomeno, quello della presenza di migliaia di musulmani in Lombardia e di 1 milione e 800 mila in tutta Italia. Nessuno nega che ci possano essere elementi di pericolosità, ma proprio per questo il fenomeno andrebbe regolamentato e non si dovrebbero costringere i musulmani a continuare a pregare in sedi irregolari”. Per il Movimento 5 Stelle “la maggioranza vuole solo cavalcare il sentimento anti islamico” con una legge che impatta anche su altri culti religiosi: “È evidente che l’obiettivo è limitare o impedire la costruzione di nuove moschee – commenta il consigliere regionale Eugenio Casalino -. Ma questa è una battaglia di retroguardia dalla logica miope. Pensiamo che in Francia ci sono circa 5-6 milioni di musulmani e 2 mila moschee. In Lombardia abbiamo 420 mila musulmani e una sola moschea, quella di Segrate. Se
dovessimo fare un paragone con la Francia, ora dovremmo averne circa 150”.

Per Jacopo Scandella (Pd), “non è che se si 
vieta per legge di costruire moschee la gente smette di pregare,
 ma te li ritrovi in strada o in centri culturali che tali non
 sono”. Replica a tutti il capogruppo di Fdi Riccardo De Corato: “La Regione pensa anche alla sicurezza. Pensiamo a quello che è successo in Francia pochi giorni fa. Pensiamo a quello che sta succedendo in tutti i Paesi, dove i giovani, plagiati in alcune moschee, vanno a combattere per l’Isis. Con queste premesse non dobbiamo tutelare i nostri cittadini?”.

Twitter: @gigi_gno

Il Fatto Quotidiano
26 01 2015

E' quanto emerge da un'indagine Osservatorio Nazionale sulla salute dell’infanzia e dell’adolescenza. E secondo le stime di Unicef sono 260mila i minori che lavorano nel nostro Paese.

In Italia la crisi giustifica – almeno in parte – il lavoro minorile. E un genitore su due non si opporrebbe se il proprio figlio under 16 volesse lasciare la scuola per andare a lavorare. Sono i dati che emergono da un’indagine dell’Osservatorio Nazionale sulla salute dell’infanzia e dell’adolescenza (Paidòss), secondo cui, a causa delle difficoltà economiche, il fenomeno interessa anche l’Italia e non solo i Paesi poveri, nonostante il 55% dei genitori italiani ritenga sia così e il 40% ignora che esistano piccoli sfruttati anche entro i nostri confini. Di fatto secondo le stime di Unicef sono ben 260mila i minori che lavorano nel nostro Paese, e 150 milioni in tutto il mondo, di cui 115 milioni costretti a correre pericoli considerevoli.

Scuola o lavoro? – Stremati da anni di difficoltà economiche, i genitori italiani sembrano minimizzare la gravità dell’abbandono scolastico per la ricerca di un impiego, e il 54% pensa che la crisi lo giustifichi almeno in parte. Eppure il 17% conosce la storia di ‘under 16′ che lavorano, perché sono figli di amici o parenti o perché sono amici dei propri figli; nel Nord Italia la percentuale sale addirittura al 22-24%, segno che il lavoro minorile non è diffuso solo al Sud come molti credono. Resiste tuttavia il pregiudizio verso il Sud, visto che il 40% crede che si tratti di un problema confinato al Meridione.

“Il 34% delle mamme e dei papà – osserva Giuseppe Mele, presidente Paidòss – costringerebbe a restare sui banchi un figlio intenzionato a lasciare la scuola per lavorare, impedendogli una scelta dannosa per la sua vita: uno su quattro accetterebbe la decisione pur ritenendola un errore, uno su cinque la considera una volontà da rispettare comunque. Non è così: ogni bambino ha il diritto di essere protetto dallo sfruttamento economico, in qualunque sua forma”.

La crisi come causa di abbandono scolastico – I dati raccolti, quindi, “indicano una preoccupante indulgenza dei genitori italiani nei confronti del lavoro minorile: il 26%, con punte del 33% al Sud, non ci vede nulla di male mentre il 20% ritiene che il giudizio debba dipendere dalla situazione del singolo. Di fatto, non viene condannato senza se e senza ma come ci si sarebbe potuti aspettare”.

A fronte delle richieste del figlio under 16 che chiedesse di andare a lavorare, il 25,7% dei genitori cercherebbe di far capire che è un errore ma se lui fosse deciso accetterebbe, mentre il 20,9% rispetterebbe la scelta.

Di conseguenza, “se da una parte oltre l’80 % ritiene che il lavoro minorile ‘rubi’ ai ragazzini la formazione scolastica l’infanzia e una normale crescita psicofisica – aggiunge Mele – si scopre che a tutto questo si può in fondo rinunciare di fronte alle nuove necessità imposte da una crisi economica di cui non si vede la fine: le difficoltà finanziarie giustificano il ricorso al lavoro di un bambino o un ragazzino per il 54% dei genitori, che ritengono proprio la crisi come causa principale degli abbandoni scolastici nel 35% dei casi”.

I genitori e la mancanza di consapevolezza – “Il 30% dei genitori italiani – osserva Mele – pensa che il lavoro minorile in Italia riguardi solo gli stranieri, il 55% lo considera un dramma dei Paesi sottosviluppati, il 40% ignora che esistano piccoli sfruttati anche entro i nostri confini. Questa mancanza di consapevolezza esiste anche perché spesso non si ha coscienza delle mille sfaccettature del lavoro infantile: lo si ritiene tale solo quando assume le forme eclatanti dello sfruttamento in fabbrica o dell’accattonaggio sulle strade, in realtà ha mille, subdoli aspetti”. E “anche aiutare i genitori nella loro attività, in un negozio o un’impresa, è lavoro che ruba ai figli tempo che andrebbe impiegato diversamente; essere costrette ad aiutare nelle faccende di casa o nella cura dei familiari, come accade a molte bambine perfino molto piccole, è lavoro minorile domestico che può assumere i contorni dello sfruttamento”.

“Oggi – conclude Mele – il disagio economico sembra spingere molti a ‘chiudere un occhio’ di fronte a bambini e ragazzini che cominciano a lavorare per venire in soccorso di un bilancio familiare dissestato, ma l’istruzione nell’infanzia non può essere sostituita con il lavoro: gli impieghi dei minori non hanno mai ‘valore’, non insegnano niente, non saranno utili neppure per costruire un futuro lavorativo”. “Soprattutto – conclude – far lavorare un bambino o un ragazzino significa negare un diritto umano, il diritto a una crescita personale, sociale e morale in serenità che ciascuno deve avere”.

L’indagine è stata condotta da Datanalysis intervistando mille mamme e papà rappresentativi della popolazione generale italiana; obiettivo, fare chiarezza sulla percezione del lavoro minorile da parte di genitori di bambini e ragazzini con meno di 16 anni.

Il Fatto Quotidiano
26 01 2015

Reazioni preoccupate dal Paese che è da sempre il primo sostenitore delle politiche di austerity rifiutate dal leader di Syriza. Il Financial Times parla invece di "sfida per l’euro establishment", che sarà chiamato a discutere con il nuovo governo un riscadenzamento del debito. Nel pomeriggio riunione dell'Eurogruppo preceduta da colazione di lavoro tra Draghi, Juncker, Tusk e Dijsselbloem

In tedesco, “speranza” che è stata al centro degli slogan precedenti e successivi il trionfo elettorale di Syriza si traduce in “terrore“. “Euro-terrore”, per la precisione, come titola la sua versione online il tabloid tedesco Bild. Sotto il titolo, una foto del probabile futuro premier Alexis Tsipras con il pugno alzato. Mentre la Frankfurter Allgemeine Zeitung titola un’intervista al sociologo greco Michael Kelpanides “Tsipras significa ritorno alla corruzione“. Reazioni che danno la misura del timore con cui i Paesi “forti” dell’Eurozona osservano il trionfo elettorale del leader anti-austerity e anti-troika che ha messo al centro del proprio programma la rinegoziazione con i creditori internazionali Bce, Ue e Fmi del 60-70% del debito (“come quella concessa alla Germania nel 1952″), l’aumento di stipendi e pensioni, la ricostruzione del welfare e una riduzione delle tasse.

Non per niente, prima ancora dell’uscita dei risultati ufficiali, è arrivato anche il duro commento del presidente della Bundesbank Jens Weidmann, noto per essere un “falco” del rigore di bilancio e già messo a dura prova, la settimana scorsa, dalla decisione del presidente della Bce Mario Draghi di dare il via a un maxi programma di acquisto di titoli di Stato a cui la Germania si opponeva. “Credo che sia anche nell’interesse del governo greco fare il necessario per affrontare i suoi problemi strutturali”, ha detto Weidmann in un’intervista alla tv pubblica tedesca Ard. E “spero che il nuovo governo non metterà in dubbio ciò che ci si attende (dalla Grecia ndr) e quello che è già stato raggiunto” e “non farà promesse che la Grecia non può permettersi”. Come dire: il Paese ha ancora bisogno di aiuti e li otterrà solo se rispetterà gli accordi. Ma Tsipras, come è noto, ha messo in chiaro di non avere alcuna intenzione di rispettare gli accordi presi dai suoi predecessori.

Meno tranchant della stampa tedesca il Financial Times, secondo il quale “la vittoria della sinistra radicale in Grecia rappresenta una sfida per l’euro establishment”. Il che è poco ma sicuro. Dopo che Tsipras avrà formato il nuovo governo, probabilmente con il sostegno della piccola formazione dei Greci Indipendenti, partirà infatti il negoziato per ottenere dalla troika – che il leader di Syriza non riconosce peraltro come interlocutore, chiedendo invece di parlare direttamente con i rappresentanti di Ue e Fmi – almeno un’estensione del termine entro cui il Paese dovrà ripagare le rate in scadenza dell’enorme debito, che ha toccato quota 330 miliardi di euro.

Lunedì, proprio per discutere della Grecia post elezioni e della linea da tenere con il nuovo governo, è prevista una riunione dell’Eurogruppo. Che sarà preceduta da una colazione di lavoro tra il presidente della Bce Draghi, della Commissione Ue Jean Claude Juncker, del Consiglio Donald Tusk e dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem.

Il Fatto Quotidiano
26 01 2015

Piazza Affari in calo dell’1,14% in apertura. Aumento del rendimento del Btp a dieci anni, che sale all’1,55 per cento. E, di conseguenza, allargamento dello spread con i Bund tedeschi, che in avvio si attesta a 121 punti base contro i 115 registrati venerdì alla chiusura delle contrattazioni. Sono queste, per l’Italia, le prime ripercussioni del responso delle urne in Grecia, dove ha trionfato la sinistra radicale di Alexis Tsipras. Un esito migliore delle attese per Syriza, che per due soli seggi non ha ottenuto la maggioranza assoluta, ma peggiore delle attese per i mercati, che si aspettavano sì un’affermazione di Tsipras, ma non così schiacciante. Di qui il buon risultato messo a segno venerdì dalla Borsa di Atene (+6,14%) e il calo dei tassi di interesse sui titoli di Stato a dieci anni, scesi dal 9,2 all’8,7 per cento.

D’altro canto il percorso del futuro governo a guida Tsipras – probabilmente in coalizione con il piccolo partito dei Greci indipendenti – è costellato, sul fronte finanziario, di sfide decisamente ardue. Per prima cosa, la rinegoziazione della montagna del debito pubblico, che secondo stime indipendenti ha raggiunto i 330 miliardi di euro, quasi il 180% del Prodotto interno lordo. Che a sua volta negli anni dell’austerity è sceso del 25 per cento. Syriza chiede che quella “zavorra” sia tagliata del 60-70%, la stessa concessione ottenuta dalla Germania nel secondo dopoguerra. Ma trovare un accordo con i creditori non sarà facile. E’ vero che l’80% del debito è nelle mani di Unione europea, Fondo monetario internazionale e Bce, per cui all’orizzonte non c’è un altro taglio tutto ai danni dei privati (haircut) come quello del 2012, ma resta il fatto che concedere uno “sconto” equivarrebbe a perdite per tutti gli Stati membri della Ue che hanno prestato denaro ad Atene attraverso Fondo europeo di stabilità finanziaria e Meccanismo europeo di stabilità. La più esposta è la Germania, seguita da Francia e Italia. E questo spiega, in parte, i timori dei cittadini e della politica tedesca davanti al trionfo di Syriza.

Il Fatto Quotidiano
23 01 2015

La Procura di Bologna ha aperto un’inchiesta sulla trascrizione delle nozze gay all’estero decisa nei mesi scorsi dal sindaco Pd, Virginio Merola. La prefettura di Bologna si era opposta nei giorni successivi e aveva cancellato gli atti ritenendoli illegittimi. Il fascicolo dei pm, per ora senza ipotesi di reato, nasce da un esposto presentato nei giorni scorsi da un cittadino. “Si tratta di doverosi accertamenti preliminari”, ha spiegato il procuratore aggiunto Valter Giovannini. La Polizia si è già presentata in comune per acquisire gli atti.

Il caso di Bologna arriva a pochi giorni da quello di Milano. Sabato 17 gennaio il sindaco Giuliano Pisapia aveva detto di essere indagato dalla Procura della sua città per avere aperto il registro delle trascrizioni dei matrimoni tra persone dello stesso sesso, 12 in tutto s Milano e per essersi rifiutato di cancellarle come chiesto dal Prefetto. Due giorni dopo il procuratore capo Edmondo Bruti Liberati aveva però smentito il primo cittadino, spiegando che l’inchiesta era contro ignoti. In quel caso a presentare denuncia era stato un gruppo di cittadini di area cattolica.

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Ora arriva il caso di Bologna con la sua inchiesta. Tutto era iniziato il 21 luglio 2014 con la decisione di Merola, di seguire l’esempio di alcuni suoi colleghi di altre grandi città, e far partire le trascrizioni (che hanno un valore solo certificativo e non comportano il riconoscimento in Italia del matrimonio). Subito però era arrivato l’altolà del prefetto Ennio Mario Sodano, che aveva chiesto la cancellazione anche in virtù di una discussa circolare del ministro degli interni Angelino Alfano. Merola aveva subito risposto: “Io questa cancellazione non la farò perché contrasta con il diritto europeo, con la nostra Costituzione, con il diritto delle persone che hanno chiesto la trascrizione, con la storia e il futuro della città che ho l’onore di rappresentare, che non vuole cittadini di serie A e serie B, e con la mia coscienza”. Merola aveva però lasciato intendere che non si sarebbe opposto ‘materialmente’ alle cancellazioni. “Risponderò in queste ore al Prefetto perché provveda lui al concreto annullamento e informerò le persone direttamente interessate dalla decisione di annullamento del Prefetto, perché almeno possano valutare le azioni legali a loro tutela”, aveva spiegato il sindaco. E infatti dopo pochi giorni un funzionario prefettizio aveva materialmente cancellato gli atti

Il Fatto Quotidiano
23 01 2015

di Gruppo Antimafia Pio La Torre

DIA“Un fenomeno la cui portata è difficile da rilevare, che emerge spesso – mai nessuna nella sua interezza – solo a seguito di indagini complesse, prolungate, approfondite, per via della forza intimidatrice della criminalità organizzata.”

Questo il giudizio della Direzione Investigativa Antimafia, meglio nota come DIA, nella relazione presentata in questi giorni e relativa al primo semestre 2014, per quel che riguarda il fenomeno delle estorsioni. Sottolinea la DIA, come l’estorsione, ma soprattutto l’usura (in termini crescenti), costituiscano oggi per le organizzazioni mafiose la principale forma di controllo del territorio e canale privilegiato per infiltrarsi nell’economia legale del territorio.

Attraverso le estorsioni, il clan raggiunge due obiettivi: controlla tutto ciò che sul territorio ha valenza economica, ma soprattutto fa percepire alla popolazione residente la propria presenza.

La crisi economica non ha – evidenzia ancora la DIA – affatto dissuaso le mafie dall’avanzare pretese estorsive nei confronti delle proprie vittime: sarebbe percepito come un segnale di debolezza, quindi da evitare. Al più, i clan tollerano pagamenti “a rate” e nemmeno necessariamente in denaro (come l’ingresso come “soci” nelle società della vittima). In alcune indagini è addirittura emerso come alcuni estorsori, non riuscendo ad ottenere il pagamento ed evitando ripercussioni fisiche sulle vittime, siano giunti a chiedere agli stessi di ammettere, in pubblico e nelle proprie cerchie, di aver comunque ceduto.

Esiste tutto un market dell’estorsione: le somme riscosse possono servire al pagamento delle spese legali per gli affiliati, ad aiutare le famiglie dei detenuti in carcere, a finanziare eventi sportivi, feste e addirittura manifestazioni religiose.

La DIA lo definisce un “perverso assistenzialismo”, cioè un altro fronte di dipendenza i cui beneficiari godono di fatto di un reddito.

“Tutto questo – purtroppo – crea consensi e fortifica l’influenza mafiosa”, conclude la Direzione Investigativa Antimafia. Sì, perché l’estorsione non costituisce soltanto un mero profitto e canale di approvvigionamento dei propri affiliati, ma rappresenta soprattutto uno dei banchi di prova per misurare la supremazia del clan su un determinato territorio, testare la fedeltà di esattori e cassieri, valutare l’efficienza delle nuove leve tratte spesso dai ranghi della micro-criminalità, il recapito delle richieste di denaro, l’esecuzione di rappresaglie.

Esiste un filo diretto tra la pratica estorsiva e l’opportunità di riciclare ingenti quantità di denaro. Secondo la DIA è questo aspetto ad aver determinato la fortuna di queste attività nelle strategie mafiose, soprattutto in un contesto in cui le organizzazioni mafiose diventano imprenditrici e assumono il controllo di interi assetti societari.

C’è infine il caso del soggetto che paga il “pizzo” ma non sempre è da considerare vittima. Anzi, mette nero su bianco la Direzione Investigativa Antimafia, i processi hanno dimostrato la tendenza della vittima “a ricercare il proprio carnefice per avvalersi di coperture utili per entrare e/o permanere nel giro degli affari. Per alcuni il pizzo può diventare un costo d’impresa, un investimento cui corrispondono significative economie e velocizzazioni delle proprie attività.”

Ecco allora che mediante il pagamento del pizzo si ottiene il supporto delle organizzazioni criminali per sbaragliare la concorrenza sul mercato. In alcuni casi, viene ricordato nella Relazione, a fronte di un’arbitraria riduzione degli emolumenti, nessuno si è rivolto alle organizzazioni di categoria o alle autorità dello Stato.

Occorre però fare attenzione nella lettura del dato numerico delle estorsioni, proprio per la profonda differenza tra le estorsioni denunciate (cioè il dato che si può conoscere) e le reali dimensioni del fenomeno.

Andando a leggere i dati raccolti, ci si accorge immediatamente come il numero delle estorsioni nel primo semestre 2014, rispetto ai sei mesi precedenti, sia crollato in tutte le regioni, con la sola eccezione dell’Abruzzo. Calano anche gli imprenditori, i liberi professionisti e i commercianti, mentre aumentato seppur di poco, i privati cittadini (2412, contro i 2392 del 2013).

 

Il Fatto Quotidiano
23 01 2015

Le associazioni per i diritti delle persone con disabilità hanno presentato tre ricorsi al Tar contro l'aggiornamento del metodo di calcolo dell'indicatore indispensabile per accedere a prestazioni sociali agevolate. Chi riceve assegni e altre indennità risulta in molti casi "ricco" e perde il diritto a ulteriori aiuti o l'accesso alle case popolari

di Luigi Franco

Stop al nuovo Isee. La protesta dei famigliari delle persone disabili va avanti da mesi. La revisione dell’Indicatore della situazione economica equivalente rischia infatti di sfavorire soprattutto chi è in condizioni più gravi. Le novità sono state approvate dal governo a fine 2013, ma sono entrate in vigore solo a inizio 2015, dopo che a novembre un decreto del ministero del Lavoro ha predisposto i nuovi modelli per la dichiarazione sostitutiva unica (Dsu) a fine Isee. A essere coinvolti dalle modifiche sono milioni di persone, visto che la dichiarazione Isee è indispensabile per l’accesso a prestazioni sociali agevolate e aiuti per le situazioni di bisogno. L’Isee è stato ripensato anche per rendere il modello meno permeabile a elusioni e abusi. Ma ora sfavorisce i disabili più gravi. Queste almeno le accuse di diverse associazioni, che hanno presentato ben tre ricorsi al Tar, la cui sentenza è attesa a breve.

In particolare, tra gli aspetti più criticati c’è il fatto che i contributi ricevuti a fine assistenziale devono essere conteggiati nel reddito. Sebbene il decreto del 2013 prevedesse di prendere in considerazione tutti i trattamenti pensionistici, le indennità e gli assegni percepiti, il modello approvato a dicembre indica esplicitamente solo gli aiuti erogati dall’Inps, come le pensioni di invalidità e le indennità di accompagnamento. Rimangono pertanto esclusi nel computo del reddito i contributi erogati dagli enti locali, come per esempio quelli per la rimozione delle barriere architettoniche, per i progetti di vita indipendente, per il trasporto o la social card. Un cambiamento in corsa che si è reso necessario forse proprio per rispondere ad alcune delle contestazioni mosse nei ricorsi.

Ma questo non basta a chi si è rivolto alla giustizia amministrativa: “E’ assurdo dal punto di vista giuridico che tali entrate vengano equiparate al reddito da lavoro – sostiene Silvana Giovannini, referente del coordinamento Disabili Isee No Grazie -. Disabilità e lavoro sono la stessa cosa?”. E non è sufficiente a placare le polemiche una serie di franchigie – comprese tra 4mila e 9.500 euro in base a gravità della disabilità e a seconda che il disabile sia maggiorenne o minorenne – previste proprio per abbattere la parte di reddito derivante dai contributi di tipo assistenziale. “Io sono madre di un ragazzo costretto a letto che ha diritto a due indennità, come invalido civile e come non vedente – racconta Chiara Bonanno, una delle coordinatrici di Stop al nuovo Isee, altra realtà che è ricorsa al Tar -. Ora questi soldi faranno reddito e avranno conseguenze sulla mia richiesta di affitto agevolato nelle case popolari, nonostante abbia lasciato il lavoro per assistere mio figlio. Noi siamo considerati più ricchi rispetto a una famiglia senza handicap, con una madre vedova e un figlio che risultino senza occupazione, magari perché lavorano in nero. Il problema è questo”.

Altro punto sotto accusa è il tetto da 5mila euro per le spese che si possono detrarre nel calcolo dell’Isee, come quelle mediche o per l’acquisto di cani guida. “Anche questa è una illegittimità palese – continua Giovannini -. Una persona disabile di solito è costretta dalle sue condizioni a cure particolari e costose”. Per la richiesta di prestazioni sociosanitarie il nuovo Isee dà poi la possibilità ai disabili maggiorenni, senza coniuge e senza figli, che vivano con i genitori, di indicare un nucleo famigliare ristretto, composto dalla sola persona con disabilità senza i genitori. Un vantaggio che non hanno invece i disabili minorenni. E nemmeno i disabili anziani, che nel calcolo del loro reddito devono considerare anche quello di coniugi e figli non conviventi. “Se parliamo di non autosufficienza – sostiene Giovannini – non fa differenza essere minorenni o meno. Perché un disabile minorenne o anziano devono essere penalizzati? Non si possono considerare in modo diverso stati di disabilità identici”. “Facendo così lo Stato dice che un anziano non autosufficiente è un problema della famiglia, non dello Stato stesso”, aggiunge Bonanno.

La battaglia al Tar contro il nuovo Isee va di pari passo a quella da portare avanti negli enti locali per l’innalzamento delle soglie di accesso alle prestazioni sociali agevolate. Il rischio, altrimenti, è uno. “L’esclusione dai servizi essenziali di persone con disabilità gravi e non autosufficienti e con un reddito molto basso”, dice Giovannini. Un rischio reale anche secondo Carlo Giacobini, direttore della testata online HandyLex.org, che dopo avere eseguito una serie di simulazioni spiega: “Nella maggior parte dei casi con il nuovo Isee, ferme restando le soglie di accesso ai servizi, non cambia molto. E in certi casi ci sono pure dei miglioramenti. Ma per chi ha disabilità più gravi e ha quindi diritto a indennità plurime, il nuovo sistema rischia di essere svantaggioso. E questi sono proprio coloro che avrebbero più bisogno di tutele, come i pluriminorati con nuclei famigliari ristretti. Elementi di svantaggio ci sono pure per i non vedenti e per gli invalidi sul lavoro”.

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