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IL FATTO QUOTIDIANO

Il Fatto Quotidiano
22 01 2015

Confessiamolo: si fa una certa fatica a leggere (e a scrivere) dell’ennesimo record assoluto nel trend di anomalie climatiche che caratterizza la nostra epoca. Il 2014 è stato l’anno più caldo mai registrato dal 1880 a oggi, ci dicono la NASA e la NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration). Eppure nell’anno appena trascorso vi sono state ondate di gelo in molte regioni, penseranno alcuni; eppure siamo ancora qui, diranno altri. E non molto è cambiato. Questo climate change con il quale scienziati, apocalittici e grilli parlanti ci catechizzano periodicamente non dev’essere poi la catastrofe che si dice.

Per chi fosse appena meno cinico o disinformato, vi è comunque una misura di assuefazione a questo tipo di notizie, e a tutti i moniti che regolarmente ne conseguono. Come se fossimo tutti consapevoli di quanto sta avvenendo e tutti, al contempo, rassegnati al fatto che avvenga. Il cambiamento climatico è una dinamica talmente complessa, innescata da un concorso di così tanti fattori , spesso remoti e non direttamente controllabili, che viene da gettare la spugna e accada quel che accada. Ci si può sempre illudere che il problema sia confinato a qualche orso polare a corto di ghiaccio, a qualche isoletta disabitata del Pacifico che finisce sott’acqua.

E possiamo continuare a chiamare ‘alluvioni’ fenomeni inediti per frequenza e violenza; o inventare dizioni nuovissime e fesse – vedi le ‘bombe d’acqua’ – per la gioia dei titolisti e l’ignoranza di tutti. Si contano morti, danni, perdite economiche, si fanno stime di raccolti mancati, si osservano migrazioni epocali dovute a carestie e siccità… È tutto più o meno normale.

Il 2014 è stato l’anno più caldo di sempre, nonostante non si sia verificato l’ENSO (El Niño Southern Oscillation), un fenomeno climatico spesso associato a questo tipo di record. Nove dei dieci anni più caldi, nella serie storica di queste rilevazioni, sono tutti concentrati a partire dal 2000 in poi. C’è un trend solido, crescente ed evidente anche a un bambino.

Negli stessi giorni in cui veniva diffusa la notizia del record del 2014, uno studio pubblicato su Nature indicava una soluzione chiara e precisa per contenere il cambiamento climatico: oltre l’80 per cento delle riserve conosciute di carbone, così come metà di quelle di gas e un terzo di quelle di petrolio, non devono essere estratte (ovvero: non devono essere bruciate). Per fermare il cambiamento climatico bisogna abbandonare le fonti fossili.

Incidentalmente, se riuscissimo a cambiare il modello energetico otterremmo qualche vantaggio concreto aggiuntivo: risparmi sulle nostre spese energetiche e sui nostri consumi; abbattimento dei costi sanitari dovuti all’inquinamento; ci risparmieremmo qualche guerra (no, non è una leggenda: molti conflitti sono innescati e alimentati dalla contesa per le risorse fossili) e le spese militari correlate; difenderemmo comparti strategici come agricoltura e turismo. Potremmo creare lavoro investendo sulle rinnovabili, risparmiando gli oltre 500 miliardi di dollari pubblici che ogni anno, a livello globale, regaliamo alle energie sporche (almeno 9 miliardi di euro in Italia). E, per i più retrivi: potremmo persino ridimensionare i fenomeni migratori.

Insomma: non è questione di orsi polari in pericolo, non solo. Pensiamoci.

Greenpeace

Il Fatto Quotidiano
22 01 2015

L’attuale crisi debitoria che affligge vari Stati, tra cui quelli dell’Europa mediterranea e non solo, non è certamente determinata dal destino cinico e baro né da una presunta inferiorità razziale di popoli pigri e spendaccioni, ma è frutto di precisi meccanismi economici e politici.

Sull’ultimo numero de L’Espresso viene ricostruita la riunione, avvenuta tra Sarkozy e Merkel il 18 ottobre 2010 a Deauville, in Normandia, nella quale venne deciso di negare ogni solidarietà comunitaria agli Stati indebitati, con la conseguenza che la Germania ci guadagnò enormemente valorizzando il suo ruolo di porto sicuro dei capitali in cerca di investimenti. Grazie all’euro, il Paese dominante dell’Unione ha potuto mantenere un enorme vantaggio competitivo sugli altri Paesi. Questo spiega l’opposizione dei tedeschi a ogni intervento sul debito, anche nella forma piuttosto blanda caldeggiata da Draghi.

In sostanza l’Unione Europea viene meno alla sua vocazione, creare politiche solidali e uniche volte a sostenere la moneta comune, per diventare esclusivamente un’area di libero scambio e di libera concorrenza a vantaggio dei più forti. Questo però significa la fine del progetto europeo.

Ecco perché le elezioni in Grecia previste per domenica prossima 25 gennaio assumono una portata decisiva. E’ infatti probabile che, nonostante ricatti, intimidazioni e minacce da parte della Germania e dei poteri forti, vinca Syriza, che pone, come ho scritto su questo blog illustrandone in due puntate il programma, il tema fondamentale della ristrutturazione del debito.

Il terrore della Merkel e dei banchieri tedeschi è che la vittoria di Syriza apra la strada a una rinegoziazione del debito non solo per la Grecia ma anche per altri Paesi, tra cui la Spagna, il Portogallo e l’Italia, segnando la fine del dominio della finanza sull’Europa. Ecco perché la vittoria di Tsipras e Syriza è importante anche per noi.

Il ripudio del debito e la sua ristrutturazione hanno determinato le sorti delle nazioni. Almeno, per limitarci all’età moderna, da quando Francia e Inghilterra negarono il rimborso delle somme prestate ai banchieri fiorentini Bardi e Peruzzi, alla scelta di non pagare effettuata nel XIX secolo da vari Stati degli Usa indebitati con banche europee, fino alla più recente Conferenza di Londra del 1952 che diminuì enormemente il debito della Germania, ponendo le premesse per il successivo exploit economico di tale Stato.

Nessun futuro è possibile sotto la cappa del debito che distoglie le risorse pubbliche dalle finalità sociali che devono avere la precedenza per indirizzarle nelle incolmabili bisacce della finanza avida e insaziabile. Questo debito non può e non deve essere pagato. E’ quindi quantomeno necessario ristrutturarlo e tagliarlo, come ragionevolmente chiede oggi Syriza e da domenica con ogni probabilità chiederà il nuovo governo greco. Salvaguardando i piccoli risparmiatori, ma colpendo senza pietà i finanzieri, attuando il suggerimento di Keynes sull’eutanasia dei redditieri. Nell’interesse non solo del popolo greco ma di tutti i popoli europei che ancora aspirano a un futuro comune.

Fabio Marcelli

Il Fatto Quotidiano
21 01 2015

Dopo l’attentato alla redazione del Charlie Hebdo in tanti avevamo detto che il clamore attorno a quella tragica vicenda sarebbe stato utile a chi rivolgeva l’isteria collettiva e la spinta islamofoba per violare diritti civili dei migranti e per sacrificare altra privacy in nome della “sicurezza”. Fu così dopo l’11 settembre ed è lo stesso anche adesso. Non so se ricordate quel tempo in cui in Italia era una continua caccia alle streghe e si accusarono di vicinanza a gruppi terroristi perfino persone che non c’entravano nulla. Errori clamorosi furono compiuti nell’indifferenza generale e il motto era: “Meglio un innocente in galera che dieci terroristi fuori”.

La fobia dei migranti di religione musulmana venne cavalcata ad arte da partiti di centrodestra e da politici che ebbero una parte enorme dell’istigazione all’odio contro gli stranieri. Si disse che erano brutti, sporchi e cattivi e che bisognava portare civiltà nelle in altre nazioni. Si disse che bisognava salvare le donne e le donne, ricordo ad esempio quelle afghane di Rawa, poi dissero che l’intrusione occidentale nelle loro battaglie di liberazione aveva semplicemente favorito un regresso ai loro danni. Costrette a stare a casa, a subire un nuovo e più restrittivo diritto di famiglia, senza poter scegliere liberamente tante cose.

È lo stesso film che mi pare di vedere adesso. Ovunque si vede un uomo con la barba che parla arabo si immagina vi sia un potenziale terrorista. Se le tue opinioni su quel che succede in Medio Oriente non sono esattamente coincidenti con quelle dell’Occidente colonialista e imperialista allora sei accusato di essere dalla parte degli jihadisti. Guadagnano spazio tutti gli stati che nel Medio Oriente lucrano sulle ricostruzioni post belliche e sulla vita della povera gente e tutte le persone che sulle politiche razziste contro gli immigrati guadagnano consenso. Guadagna consenso anche chi gode di una maggiore facilità nell’espulsione di persone la cui unica colpa è quella di essere arabe, forse musulmane o forse no, comunque di convinzioni diverse. Guadagna chi, ad esempio, lucra sull’industria del salvataggio e finisce per guadagnare anche sui Cie.

Non siamo a caccia della gente che mette le bombe ma a caccia di chi esprime idee non allineate, a chi non sputa sugli arabi e sui musulmani e a chi viene beccato a guardare siti jihadisti, qualunque cosa vuole dire tutto ciò. Come dire che si dà l’avvio alla demolizione delle moschee, alla persecuzione di arabi e musulmani e si dà il via a quelle regole che in altri tempi avremmo definito Leggi Razziali. Mi aspetto da un momento all’altro che qualcuno scriva all’esterno dei negozi “vietato l’ingresso ai cani e ai musulmani”. Mi aspetto anche che si formino delegazioni, o ronde, come preferiamo chiamarle civilmente qui in Italia, per cacciare i musulmani dalle nostre città. Mi aspetto che si premino i musulmani che si convertono alla religione cattolica, come si faceva secoli fa ai tempi dell’inquisizione spagnola, e mi aspetto anche che si dia il via ad una nuova stagione di decreti antiterrorismo dei quali non ci sarebbe affatto bisogno.

A me preoccupano sempre le leggi liberticide fatte sull’onda dell’isteria collettiva, dell’emotività, vale per le leggi sulla violenza sulle donne, per esempio, e vale per quelle che parlano di stranieri e di terrorismo. Mentre tanta gente è impegnata a lapidare virtualmente Greta e Vanessa, giusto quelli che si amputerebbero una mano per garantire la libertà di espressione a chi le ha pesantemente offese, oggi non dice nulla a proposito di un decreto, nuovo di zecca, in cui non si capisce dove stia il punto. Quello che capisco è che si mettono giù norme antiterrorismo nonostante l’esistenza dell’atroce Patriot Act e di tanta altra roba della quale gli Stati occidentali si servono – almeno così dicono – per evitare stragi e attentati. So che le norme antiterrorismo ci sono già e che ci sono anche reti poliziesche e di servizi segretissimi che generalmente non prevedono nulla ma si fanno pagare lo stesso. Mi chiedo dunque a cosa serva una nuova organizzazione che costerà soldi ai contribuenti se non si dismettono quelle dai mille acronimi incomprensibili che ci sono già. Capisco anche che ci sarà una legittimazione in più per violare i diritti civili dei migranti e ci sarà anche la possibilità di sorvegliare e violare la privacy di chiunque navighi su internet, come se non fosse già abbastanza quel che subiamo. Così avverrà quello che qualche giorno fa prevedeva Guido Scorza quando diceva che ora ci sarà la giustificazione per restringere le libertà di chi naviga in web.

Per ogni volta che sacrifichiamo la nostra libertà e la nostra privacy in nome della sicurezza non guadagniamo nulla. Perdiamo solamente una quota di diritti enorme. Allora vorrei sapere chi decide quale sito e quale opinione è filo-jihadista oppure no? Per esempio: se si analizzano le questioni del Medio Oriente senza dare per scontato che la Palestina debba subire bombardamenti o che gli Stati Uniti fanno bene a bombardare Afghanistan, Iraq, Iran, forse Siria, per cercare il fantasma di Bin Laden, si è filo jihadisti o no? Se non si sta con l’operato del governo di Israele, tenendo conto dell’ideologia vittimaria cui fa riferimento il bravo Daniele Giglioli in Critica della Vittima, si è filo terroristi o cosa?

Allora, chi ha paura delle restrizioni di diritti e di leggi liberticide in questo momento. Io molta. Chi è d’accordo con me alzi la mano.

Sanità: un ticket più equo è possibile

Il Fatto Quotidiano
20 01 2015

di Lavoce.info 

Circola la proposta di far pagare il ticket anche a chi ha più di 65 anni. L’esenzione resterebbe solo per gravi patologie, famiglie numerose e redditi bassi. Se fosse accolta si tratterebbe di un’occasione persa per correggere le incongruenze più significative del sistema di compartecipazione.

di Simone Pellegrino e Gilberto Turati, 19.01.15, lavoce.info

La proposta è circolata sui giornali nei giorni scorsi: le Regioni stanno pensando di rimodulare il sistema della compartecipazione alla spesa (il ticket) eliminando l’esenzione automatica per chi ha più di 65 anni e un reddito annuo non superiore a 36.151,98 euro. L’esenzione – questa la dichiarazione all’Ansa del coordinatore degli assessori Luca Coletto – rimarrebbe solo per gli ultrasessantacinquenni con una pensione sociale (se interpretiamo bene dovrebbe equivalere ad abbassare a 5.818,93 euro la soglia di reddito) e verrebbe estesa a chi ha (non meglio specificate) patologie gravi, ai disoccupati e alle famiglie numerose. Il presidente della Conferenza delle Regioni, Sergio Chiamparino, si è però affrettato a precisare che la proposta non è condivisa da tutte le Regioni. Vedremo come andrà a finire. Al momento la proposta – che doveva arrivare entro il 30 novembre scorso, ma se ne comincia a parlare solo ora – sembra più una boutade per testare le reazioni che non una vera e propria proposta di indirizzo al ministero della Salute.

Immaginiamo di prenderla sul serio. La ridefinizione del sistema di compartecipazione della spesa è prevista dall’articolo 8 del patto per la salute 2014-2016 firmato nel luglio scorso: si parla di un sistema chiaro e semplice da applicare, basato sulla condizione reddituale e sulla composizione del nucleo familiare; solo successivamente si potrà considerare l’Isee. Si prevede anche l’invarianza di gettito a livello regionale: non dovrebbe cambiare quindi quanto si paga, dovrebbe cambiare chi paga, per evitare che la compartecipazione rappresenti una barriera per l’accesso ai servizi e alle prestazioni.

Che cosa succederebbe nelle diverse Regioni se la proposta fosse accolta così come è stata raccontata? La tabella 1 mostra le entrate da ticket per il 2013: a livello nazionale, considerando i dati della Corte dei conti, si arriva a più di 2,9 miliardi di euro, meno del 3 per cento del finanziamento complessivo per il Sistema sanitario nazionale previsto per lo stesso anno (il dato potrebbe essere sottostimato: non è chiaro se la Corte abbia incluso il ticket da strutture convenzionate). Circa la metà (1,4 miliardi di euro) è la compartecipazione al prezzo dei farmaci (inclusa la quota fissa per ricetta); il resto è la compartecipazione alla spesa per prestazioni (specialistiche, pronto soccorso, e così via). In termini pro-capite si pagano in media 50 euro, ma la variabilità fra le Regioni è marcata: per i 66 euro pagati da ogni veneto e i 60 versati dai toscani, si scende ai 39 euro pagati in Calabria, ai 38 in provincia di Trento, fino ai 32 della Sardegna. Tralasciando gli esenti per patologia, difficili da mappare, gli individui oggi esenti con più di 65 anni e meno di 36mila euro di reddito annuo sono 11,6 milioni (tabella 2).

Nel caso in cui venisse realizzata la proposta regionale (individui in famiglie numerose, disoccupati e individui con più di 65 anni e pensione sociale, sempre tralasciando chi non paga il ticket a causa di patologie gravi) sarebbero molti meno: 4,3 milioni in base alle nostre stime (tabella 2). Si allargherebbe quindi il numero dei paganti, con ovvie differenze a livello territoriale: in Liguria si arriverebbe al 20 per cento in più sull’intera popolazione; in Calabria solo al 3,9 per cento. Se vale la parità di gettito, il ticket medio (includendo sia la componente regionale sia quella nazionale) dovrebbe ridursi, naturalmente di più nelle Regioni dove maggiore è l’aumento del numero dei paganti.

Nella tabella 3 abbiamo ricalcolato il ticket medio su chi paga con le regole in vigore oggi (più alto rispetto a quello determinato dalla Corte dei Conti) e il ticket medio su chi pagherebbe domani per arrivare ai 2,9 miliardi di gettito attuale: a livello nazionale, la riduzione stimata dovrebbe essere del 13 per cento; con forti differenze regionali: per guardare di nuovo agli estremi, in Liguria il calo dovrebbe assestarsi al 21 per cento, in Calabria al 4 per cento.
Le Regioni non hanno parlato di riduzione del ticket, ma se non lo si fa allora viene il sospetto che l’operazione sia guidata dai tagli imposti dalla Legge di stabilità, altro che maggior equità del sistema.

Perché non si sfrutta invece l’occasione per rivedere sul serio la compartecipazione e per correggerne le incongruenze più significative? Le disparità di trattamento rimangono evidenti anche con la bozza di proposta delle Regioni: i poveri ci sono a tutte le età e non sono rappresentati solo dai disoccupati; né sono necessariamente povere tutte le famiglie numerose (che si possono aiutare meglio rivedendo le detrazioni per carichi famigliari in ambito Irpef o il sistema degli assegni al nucleo familiare). Se si vuole eliminare l’esenzione automatica per gli anziani per favorire l’equità nell’accesso, allora sarebbe auspicabile l’introduzione di una soglia di reddito valida per tutti.

In secondo luogo, l’uso del reddito per definire soglie di accesso ai servizi sociali è pericoloso in un paese dove l’evasione fiscale e la mancanza di controlli continuano a essere un problema. Meglio sfruttare fin da subito il nuovo Isee (soprattutto perché sembra funzionare e perché alcune regioni già lo usano). Anche il sistema attuale delle esenzioni per patologia sembra più il risultato di pressioni lobbistiche che non un modo per aiutare davvero chi si trova in difficoltà.

Andrebbe rivisto e dovrebbero migliorare i controlli, anche sui prescrittori. E qui sta un punto importante: il ticket dovrebbe essere pensato come strumento di controllo della domanda, molto spesso inappropriata. Si consumano servizi, anche se non strettamente necessari, tanto non si pagano. Il punto è che i servizi non li paga nemmeno chi li prescrive per gli esenti: c’è quindi una responsabilità anche da parte dei medici (specialmente quelli di medicina generale), che – vuoi per ragioni difensive, vuoi per negligenza – prescrivono farmaci ed esami diagnostici che non servono a nulla. A quando una riflessione su questo tema?

Il Fatto Quotidiano
20 01 2015

Immaginate di accendere la televisione un pomeriggio qualsiasi e trovare in video sulla Rai, un testicolo con un cappello in testa, due occhi spiritosi, un sorriso accanto ad una fantasiosa vagina con tanto ci ciglia e sorriso verticale. I due “compagni” cantano e danzano raccontando ai bambini un’immagine positiva dei genitali. E’ quello che è accaduto in Svezia nei giorni scorsi quando Bacillakuten, un programma per bambini di Svt (la tv pubblica svedese) ha mandato in onda un minuto e sei secondi di una sorta di cartone animato sul pene e la vagina per fare educazione sessuale. La canzone, divertente e molto orecchiabile, dice tra le altre cose “la vagina è una cosa bella, credimi, anche in una vecchia signora. Sta lì tutta elegante”. Non sono mancate le reazioni in Svezia dove sul “The Local” qualcuno ha definito il filmato “bizzarro”. Non oso pensare se un video del genere fosse trasmesso in Italia. Immediata sarebbe la reazione della Chiesa. Si schiererebbero contro le associazioni delle famiglie cattoliche. Qualche psicologo di turno sarebbe pronto a fare la battaglia a difesa dell’educazione della famiglia: tocca a mamma e papà insegnare ai figli come fare l’amore, come usare i propri genitali. Si griderebbe allo scandalo.

Intanto in Germania, una mamma è stata arrestata per aver fatto fare alla figlia troppe assenze: non voleva che partecipasse a lezioni nelle quali si spiegava in maniera esplicita l’accettazione della varietà sessuale. Si tratta di una legge non generale dello Stato, ma dei Länder, che vietano la possibilità di istruire i figli a casa: è prevista una multa o l’arresto.

In Italia da mesi c’è in atto una battaglia da parte di alcune associazioni contro l’ideologia gender come se in ogni classe ci fossero dei militanti fondamentalisti di questa “dottrina”. Mercoledì a Roma l’Associazione genitori cattolici, ProVita Onlus, Agesc, Movimento per la vita e Giuristi per la Vita presenteranno una petizione diretta al Presidente della Repubblica, del Consiglio e al ministro dell’Istruzione: “In molte scuole – scrivono i promotori – vanno diffondendosi, senza informare i genitori, progetti educativi affidati ad associazioni Lgbt tesi a promuovere una visione della famiglia contraria a quanto affermato dalla Costituzione e una formazione sulla sessualità basata sull’ideologia gender. A partire dalla scuola dell’infanzia si utilizzano persino libri di fiabe attraverso i quali si vogliono rieducare gli studenti a considerare il proprio sessi biologico modificabile in qualsiasi “genere” ed equiparare ogni forma di unione e di “famiglia”.

E’ chiaro che la confusione regna. Non credo che l’educazione sessuale possa essere affidata solo ai genitori, solo al singolo docente o possa essere fatta solo con la collaborazione di qualche associazione Lgbt. Non credo che possa essere la sola Tv a svolgere questo delicato compito. Qui c’è un principio da chiarire: vogliamo una scuola che educhi alla sessualità e all’affettività senza pregiudizi, senza discriminazioni o vogliamo un’istruzione che censuri la sessualità? Perché devono essere i soli genitori ad educare i figli su questo tema? L’educazione sessuale non può essere affidata a nessuno senza formazione e senza un coinvolgimento dell’intera comunità educativa. Nemmeno mamma e papà sono sempre all’altezza del compito. Solo una Scuola che apre le aule a persone competenti, che formi i suoi docenti può provare a svolgere questo ruolo. Non servono battaglie tra pro “gender” e contro ma abbiamo bisogno che chi Governa si assuma la responsabilità di fare delle scelte.

Il Fatto Quotidiano
20 01 2015

Il weekend appena trascorso è stato illuminante per tastare il polso del cosiddetto paese reale e valutarne il suo grado di civiltà rispetto alla narrazione delle minoranze e le storture del mondo politico rispetto a tutto questo. Ho già parlato altrove del caso delle due volontarie, la cui accusa sembra essere quella di essere donne, prima ancora che di essere state rapite (come se essere vittime di un crimine fosse una colpa). A supporto di questa suggestione, arriva il tweet di Gasparri che allude al fatto che le ragazze abbiano “giaciuto” con i terroristi che le hanno sequestrate. Il senatore di Forza Italia si difende: «Non si possono più fare domande?» e ovviamente la risposta è sì, si possono porre questioni di ogni tipo. Ma esiste l’esercizio della domanda retorica, che l’esponente forzista utilizza nella sua esternazione, tirando le somme del male che le due giovani donne rappresenterebbero: un danno economico per la comunità. E lo dice uno che sta in un partito il cui leader è condannato per frode fiscale. Chissà quanto male fa quel reato – che, al contrario del presunto riscatto, è stato acclarato dalle aule dei tribunali – alla comunità tutta. Questo Gasparri non lo dice. Speriamo in un’illuminazione, per quanto tardiva, in tal senso.

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Sempre nei giorni scorsi si è tenuto a Milano il vergognoso convegno “a difesa della famiglia tradizionale”, supportato dai soliti noti, da Costanza Miriano – sposa mai del tutto sottomessa, contrariamente a quello che scrive nei suoi libri – a Mario Adinolfi che tra una partita a poker e un endorsement a sostegno di Matteo Renzi trova il tempo per prendersela con i gay e le famiglie omogenitoriali, ree – a parer suo – di affittare uteri e strappare figli piangenti da madri snaturate. Caterina Coppola, in un suo articolo su Gay.it, ci dimostra le ragioni per cui quel raduno è un clamoroso autogol per gli omofobi stessi. Ritornerò a tale proposito su due questioni, a parer mio di fondamentale importanza.

La prima, la violenza omofoba che traspare in quel convegno contro un ragazzo che, con toni pacati e civili, fa una domanda di buon senso e cioè: gli astanti sono sicuri di quale sia l’identità sessuale dei loro figli? Come reagirebbero se uno di loro si trovasse un gay o una lesbica in famiglia? Con quella stessa violenza? Chiamando Ignazio La Russa a gridare “culattone”, così come è stato fatto con quel giovane? Oppure accompagnandoli fuori casa, magari spintonati da quattro agenti di sicurezza? Perché questo è ciò che tutti possono vedere dai video di quella conferenza. Ed è strano, se si considera che le associazioni che stanno dalla parte di certa gente lì presente – come Manif pour tous e Sentinelle, per intenderci – si dicono a favore della piena libertà di espressione di tutti e tutte. Strano allora che sia stato mandato via chi non la pensava come loro e a suon di insulti omofobi. Ma ognuno, appunto, ha il suo stile.


La seconda: Maroni ha offeso la piazza gioiosa che ha contestato in modo democratico il convegno stesso, etichettando con l’epiteto di “quattro pirla” le migliaia di manifestanti accorsi/e a ricordare a quella gente cos’è una società davvero civile. E mentre ciò avveniva, dietro lo stesso Maroni stava seduto tale don Inzoli, accusato di pedofilia e allontanato da Bergoglio stesso dalla Chiesa cattolica. Situazione ironica e tragica, per il governatore della Lombardia. Parafrasando le parole del già citato Gasparri dovremmo chiederci: “Maroni patrocina convegni in cui partecipano preti pedofili? E noi paghiamo!”. Domanda lecita, converrete.

Mi chiedo ancora, quanto possa sentirsi rassicurata la famiglia tradizionale di fronte a certe manifestazioni in cui si insulta e si allontana con la forza chi la pensa diversamente e in cui si accolgono persone accusate di crimini gravissimi. Avessi dei figli, non vorrei che il mio futuro fosse dato in mano a gente siffatta. Per coerenza rispetto a un certo modo di pensare, di moda in Italia, e vista la presenza di preti e cattolici di ferro al convegno in questione, credo che sia opportuno che i “cattolici moderati” prendano le distanze da fatti e linguaggi come quelli a cui si è assistito negli ultimi giorni. A meno che non vogliano essere considerati della stessa pasta di chi, tra vari insulti, si erge a difensore della famiglia, ma poi chissà come mai si tiene ben stretto qualche prete pedofilo di troppo. Converrete anche su questo.

Il Fatto Quotidiano
19 01 2015

La Regione Puglia per la prima volta si è costituita parte civile in un procedimento penale per femminicidio insieme al centro antiviolenza Safiya di Polignano a Mare e all’associazione Giraffa. Lo scorso novembre è cominciato il processo ad Antonio Colamonico accusato dell’uccisione di Bruna Bovino avvenuta il 12 dicembre 2013 in piccolo centro estetico a Mola di Bari. Ripetendo un copione purtroppo visto molte volte, una parte della stampa aveva offuscato il ricordo della vittima rispecchiando i pregiudizi culturali che nella società italiana come nelle altre, rimuovono la violenza di genere e colpevolizzano le vittime.

Grazie alla costituzione di parte civile della Regione Puglia e delle associazioni Safiya e Giraffa la realtà delle radici culturali della violenza di genere sarà affermata in maniera ancora più forte in un aula di tribunale e potrà sensibilizzare l’opinione pubblica e cambiarne la percezione nei confronti di questo crimine.

Trent’anni di impegno delle associazioni di donne sul tema della violenza di genere hanno dato risultati. Oggi la costituzione di parte civile da parte della Regione Puglia è prevista in un articolo della legge regionale contro la violenza di genere varata l’estate del 2014.

Il 13 gennaio scorso la Corte D’Assise ha accolto le richieste della Regione e delle due associazioni nonostante le opposizioni dei legali dell’imputato che non ritenevano femminicidio la morte di Bruna perché non era stato conseguenza di un’aggressione sessuale e perché sarebbe stato discriminatorio nei confronti degli uomini o di qualunque altro omicidio. Il pubblico ministero invece si era opposto solo alle richieste delle associazioni Safiya e Giraffa perché i loro interessi sarebbero stati tutelati dalla Regione.

Ma le motivazioni di Barbara Spinelli, avvocata del Foro di Bologna che tutela gli interessi del Centro Antiviolenza Safiya, hanno convinto i giudici. La legale ha spiegato che nel nostro ordinamento anche reati “neutri” come l’omicidio e le lesioni possono essere considerati forme di violenza sulle donne proprio perché inclusi nella definizione adottata dalla Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013 e l’Associazione Safiya è portatrice di un danno diretto derivante dal femminicidio di Bruna Bovino perché oltre alla lesione del diritto alla vita della donna a cui è stata usata violenza diretta ad ucciderla, il femminicidio costituisce una profonda ferita per la società tutta. Nel momento in cui a una donna, nell’ambito di una relazione sentimentale, non viene riconosciuta la dignità di persona, ed in quanto tale viene fatta oggetto di violenza, fino alla morte, ricercando poi l’impunità per il delitto commesso, l’intera collettività è responsabile per l’eliminazione di quella cultura e di concezione distorta delle relazioni che ancora oggi minano l’autodeterminazione, la libertà e finanche la vita delle donne.

Safiya sta aiutando anche le famigliari di Bruna Bovino e sta sostenendo le spese legali e per questo ha chiesto la solidarietà delle cittadine e dei cittadini di Polignano a Mare, delle Istituzioni, dei Centri Antiviolenza della rete regionale e nazionale, delle associazioni di donne, di tutte e tutti coloro che vogliono sostenere la battaglia contro il femminicidio, perché venga ribadito il diritto alla libertà delle donne e si spazzi via l’arcaica convinzione che sia giustificabile l’uccisione di una donna che rivendica le sue scelte o che entra in conflitto con un uomo o con gli schemi imposti dalla società.

@Nadiesdaa

Il Fatto Quotidiano
19 01 2015

Il 12 gennaio uno dei più noti difensori dei diritti umani e avvocati sauditi, Waleed Abu al-Khair, si è visto inasprire in appello la condanna inflittagli in primo grado il 6 luglio 2014.

Sei mesi fa, la Corte penale speciale, un tribunale incaricato di affrontare i casi di terrorismo controllato dal ministero dell’Interno e che agisce sulla base di procedure non pubbliche, lo aveva giudicato colpevole di “disobbedienza al regno e tentativo di disconoscerne la legittimità”, “offesa al potere giudiziario e messa in discussione dell’integrità dei giudici”, “costituzione di un’organizzazione priva di autorizzazione”, “minaccia alla reputazione dello stato attraverso comunicazioni a organismi internazionali” e “preparazione, detenzione e diffusione di informazioni atte a minacciare l’ordine pubblico”.

Era stato condannato a 15 anni di carcere, di cui cinque sospesi, a non poter lasciare il paese per 15 anni e a pagare una multa di 200.000 rial sauditi (circa 45.000 euro).

Una settimana fa, a causa del mancato “pentimento” per i “reati” commessi, la stessa Corte penale speciale ha annullato la sospensione elevando dunque a 15 anni la condanna effettiva.

Quali sono i “reati” di Waleed Abu al-Khair?

Aver fondato, nel 2008, un’organizzazione indipendente denominata Osservatori dei diritti umani in Arabia Saudita; aver criticato, nel 2011, l’arresto di 16 riformisti; non aver riconosciuto la legittimità della Corte penale speciale; aver difeso in tribunale numerose vittime di tortura e di altre violazioni dei diritti umani.

Da ultimo, aver avuto tra i suoi clienti Raif Badawi, il blogger dissidente condannato nel settembre 2014 a 10 anni di carcere e a 1000 frustate per aver “offeso l’Islam”. Dopo la prima sessione di 50 frustate venerdì 9, l’esecuzione della pena corporale è stata provvisoriamente sospesa perché le ferite non si erano cicatrizzate. Ora sul caso si pronuncerà la Corte suprema.

Waleed Abu al-Khair si trova nella prigione Briman, a Gedda. Nelle settimane successive al suo arresto, nell’aprile 2014, è stato posto in isolamento nella prigione al-Ha’ir nella capitale Riad e sottoposto a tortura.

Riccardo Noury

Il Fatto Quotidiano
15 01 2015

Proseguono le indagini sul giallo di Iguala, in Messico. L’ex sindaco della città è stato incriminato per il rapimento dei 43 studenti scomparsi lo scorso 26 settembre e che si teme siano stati uccisi. Lo ha riferito Tomas Zeron, direttore delle investigazioni criminali all’ufficio del procuratore generale, spiegando che è stato spiccato un mandato d’arresto per l’ex sindaco José Luis Abarca e per 44 altre persone. Zeron non ha specificato quando sia stato emesso il mandato, ma si tratta delle prime accuse ufficiali nei confronti di Abarca in diretta relazione alla scomparsa degli studenti, probabilmente consegnati a un cartello della droga dopo essere stati arrestati da poliziotti corrotti.

Fin da ottobre gli investigatori si erano detti convinti che dietro le sparizioni ci fossero l’ex sindaco e sua moglie, Maria de los Angeles Pineda. Lunedì l’autorità dei tribunali federali messicana aveva annunciato che la moglie di Abarca sarà processata per i suoi legami con il crimine organizzato. I due sono stati catturati dalla polizia federale a Città del Messico lo scorso novembre.

Il governo messicano ha deciso di permettere ai parenti dei 43 “desaparecidos”, nonché ai cittadini in generale, di visitare le caserme delle Forze Armate nello stato di Guerrero, perché possano confermare che gli studenti non sono stati né catturati né uccisi dai militari. La decisione è stata annunciata al termine di un incontro fra il ministro degli Interni, Miguel Angel Osorio Chong, e i rappresentanti dei parenti dei “desaparecidos”, Felipe de la Cruz e Vidulfo Rosarles, dopo gli scontri violenti registrati ad Iguala quando i famigliari degli studenti si sono visti negare l’accesso a una caserma della fanteria a Iguala.

I parenti del “desaparecidos” – che un mese fa avevano interrotto ogni contatto ufficiale con il governo – hanno indicato alla stampa che dispongono della testimonianza di almeno 10 persone secondo le quali i militari sono intervenuti nella “sparizione” dei studenti dell’istituto magistrale di Ayotzinapa. Zerón ha ribadito da parte sua che non si è trovata alcuna traccia di un intervento dell’Esercito nell’episodio. Secondo la procura, i 43 “desaparecidos” sono stati uccisi da sicari del gruppo narco Guerreros Unidos, ai quali sono stati consegnati dalla polizia municipale di Iguala su ordine del sindaco locale.

Il Fatto Quotidiano
15 01 2015

Quando l’emergenza diventa il principio alla base dell’azione politica, gli stessi concetti di democrazia e libertà finiscono per ridursi a variabili dipendenti dalla più generica idea di “sicurezza”, termine quest’ultimo privo di contorni, e per questa ragione aperto al più ampio e spregiudicato utilizzo a fini politici.

Prendiamo le richieste francese e spagnola di sospendere gli accordi di Schengen per incrementare la sicurezza negli spostamenti interni all’Unione Europea: a prescindere dalla dubbia correlazione tra la libera circolazione Ue ed il rischio di nuovi attentati (quello a Charlie Hebdo, come sappiamo, è maturato in un contesto interno) la proposta è dinamite per uno dei pilastri fondamentali dell’integrazione europea: finiremmo, infatti, per ritrovarci “uniti da 28 barriere”, con merci e capitali che corrono mentre la gente resta in fila per mostrare il passaporto. Sarebbe come mettere indietro le lancette di un ventennio, riproponendo un modello di stato ormai superato dalla storia mentre gli europei, tutti noi, abbiamo costruito questa unione nonostante la politica e la ricerca di facile consenso da parte dei politici.

L’Europa di oggi non può essere solo una finzione giuridica che consente alle aziende di delocalizzare le proprie sedi laddove dove la manodopera costa poco e la tassazione per le imprese è favorevole: non può essere insomma un’Europa solo a misura di Marchionne o di Ryanair mentre ai cittadini del Continente si vorrebbero imporre limiti, quote e restrizioni. D’altronde Schengen è dalla sua istituzione un regolamento molto discusso e la Francia non ne ha mai accettato l’implementazione con grande entusiasmo: nel ’95, scriveva il New York Times, il ministro dell’interno d’Oltralpe nell’annunciare un rinvio sine die dell’accordo di libera circolazione, spiegava “Quando parliamo di Europa delle libertà, dobbiamo parlare anche di Europa della sicurezza”.

Allora la Francia era convalescente da un sanguinoso attentato alla Metro di Parigi, che costò la vita ad 8 persone. Non si tratta però di un caso isolato: negli ultimi 20 anni, gli accordi di Schengen, sono diventati un po’ il simbolo dell’integrazione europea e per questa ragione, il bersaglio preferito della platea euroscettica: dalle continue richieste spagnole ai piani (rimasti poi tali) del penultimo governo danese in carica, riappropriarsi della “sovranità”, dicono, passerebbe per la necessaria reintroduzione dei controlli di frontiera.

Le motivazioni sono, nel migliore dei casi, contingenze utilizzate come pretesto per abbandonare l’accordo di libera circolazione: d’altronde la possibilità di una reintroduzione temporanea dei controlli per ragioni di sicurezza è già consentita ma ad alcuni Paesi, tra tutti la Francia, la richiesta di riscrivere le regole in senso restrittivo è stata negli anni tanto asfissiante e ripetuta da far ragionevolmente credere che in molti stiano lavorando alla ricerca di una maggioranza a Bruxelles che consenta di superare l’attuale schema continentale senza frontiere interne.

Terrorismo, immigrazione, traffico d’armi e addirittura i coffeeshop olandesi: ad ogni emergenza i francesi ripartono alla carica con la necessità di cestinare Schengen; con l’ondata di emozione e solidarietà mondiale per la tragedia della scorsa settimana, non è detto l’operazione a questo giro non riesca.

Eppure il problema risiede nella scarsa collaborazione transnazionale tra gli Stati membri, nella riluttanza a progetti comuni solidi e duraturi tra intelligence e forze dell’ordine ed in una strana idea di Europa, dove una conquista di civiltà come la libera circolazione finisce per diventare un fardello di cui sbarazzarsi. A questo punto, difendere i principi del trattato di Schengen, non è più solo un affare interno dei cittadini francesi ma un dovere morale di tutti gli europei.

Massimiliano Sfregola


 

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