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INTERNAZIONALE

Abdel Fattah al Sisi ha vinto le elezioni

Internazionale
29 05 2014

Il maresciallo Abdel Fattah al Sisi, ex capo delle forze armate e attuale viceprimo ministro, ha vinto le elezioni presidenziali in Egitto, secondo i primi risultati diffusi il 29 maggio. A scrutinio quasi concluso, Al Sisi ha raccolto il 93,3 per cento dei voti. Secondo le prime stime però l’affluenza è stata bassa, appena al 44,4 per cento. Alle elezioni del 2012 era stata del 52 per cento.

All’inizio si sarebbe dovuto votare solo il 26 e il 27 maggio, ma le autorità egiziane hanno prorogato di un giorno la chiusura dei seggi, proprio a causa della scarsa affluenza alle urne. La decisione ha sollevato proteste contro l’attuale governo ad interim, guidato da Adly Mansour, accusato di manipolare il voto.

Il problema dell’affluenza. Il candidato di sinistra Hamdeen Sabahi, l’unico sfidante di Al Sisi, ha detto che i suoi collaboratori hanno rilevato “irregolarità” ai seggi. Secondo gli analisti, la bassa affluenza rappresenta un danno per l’autorità di Abdel Fattah al Sisi, che aveva più volte annunciato di volere un ampio consenso popolare. I Fratelli musulmani, il partito dell’ex presidente Mohamed Morsi, hanno detto di aver boicottato il voto, così come molti attivisti liberali e laici.

Abdel Fattah al Sisi è uno dei generali che hanno deposto Morsi nel luglio del 2013. Per giustificare la sua deposizione, Al Sisi l’ha accusato di malgoverno e di voler islamizzare il paese. Poi ha creato un governo ad interim, che ha portato avanti una repressione violenta contro i Fratelli musulmani.

Secondo un’analisi diffusa il 25 maggio dal Centro egiziano per i diritti sociali ed economici (Ecesr) e ripresa da Al Jazeera, dal colpo di stato del luglio 2013 oltre 41mila persone sono state incriminate o incarcerate. Per la maggior parte si tratta di sostenitori di Morsi. Il 28 aprile 2014, 683 di loro sono stati condannati a morte in un processo di massa che le Nazioni Unite hanno definito senza precedenti.

L'esercito annuncia il colpo di stato in Thailandia

Internazionale
22 05 2014

Il capo dell’esercito tailandese, Prayuth Chan-Ocha, ha annunciato in diretta televisiva che l’esercito ha preso il potere e ha occupato tutte le sedi del governo. Prayuth Chan-Ocha ha detto che i militari riporteranno l’ordine nel paese e si occuperanno delle riforme.

L’annuncio del colpo di stato arriva due giorni dopo che i militari hanno imposto la legge marziale e i carri armati hanno occupato le strade di Bangkok. Dieci canali televisivi satellitari sono stati chiusi e l’esercito ha ordinato la censura di tutti i mezzi d’informazione in nome della “sicurezza nazionale”.

Il leader delle manifestazioni contro il governo, l’ex parlamentare del Partito democratico tailandese Suthep Thaugsuban, è stato arrestato. Il motivo dell’arresto non è ancora chiaro, scrive la Reuters.

Com’è nata la crisi. A partire dal novembre 2013, migliaia di persone sono scese per le strade di Bangkok per protestare contro il governo. Gli scontri con la polizia hanno causato dieci morti. I manifestanti contestavano una legge di amnistia proposta dall’esecutivo, che permetterebbe all’ex premier Thaksin Shinawatra di tornare dall’esilio senza scontare una condanna per corruzione ricevuta nel 2008. I contestatori accusavano la prima ministra Yingluck Shinawatra di essere una marionetta del fratello Thaksin e il suo esecutivo di essere un esempio di corruzione e malgoverno.

Il 7 maggio la corte costituzionale ha condannato la premier Yingluck Shinawatra per abuso di potere e ha ordinato le sue dimissioni e quelle di alcuni ministri. Shinawatra è accusata di essersi sbarazzata del responsabile della sicurezza nazionale, Thawil Pliensri, per sostituirlo con un suo parente nel 2011. Shinawatra è stata sostituita dal premier ad interim Niwatthamrong Boonsongphaisan.

Arcobaleno Austria

Internazionale
14 05 2014

Basterebbero loro a sfatare il mito di un’Austria ultracattolica e conservatrice: l’ormai celeberrima Conchita Wurst e la meno nota ma altrettanto agguerrita Ulrike Lunacek, candidata alle prossime elezioni europee dopo un primo mandato a Bruxelles. Tra il 2009 e il 2014 Lunacek è stata co-presidente, insieme al britannico Michael Cashman, dell’Intergruppo del Parlamento europeo sui diritti LGBT. Gli intergruppi sono associazioni informali di eurodeputati che, pur appartenendo a gruppi politici diversi, condividono un interesse o una causa. Nella legislatura che si è appena conclusa se n’erano creati 27 intorno ai temi più vari, dall’ambiente e i giovani alla tutela dei percorsi che portano a Santiago di Compostela (quella che si dice una questione di publico interesse). Creato nel 1994, l’intergruppo LGBT è stato il più importante di questa settima legislatura, con 174 membri. Tra i paesi più rappresentati: Svezia, Paesi Bassi, Danimarca e Finlandia. In fondo alla graduatoria: Polonia, Grecia, Spagna e Italia.

Nata nel 1957, passata dall’interpretariato al giornalismo alla politica, Lunacek è stata la prima deputata dichiaratamente lesbica del suo paese. Eletta alle europee del 2009 nella lista dei Verdi, ha concluso il suo primo mandato con una bella vittoria: l’adozione della Relazione sulla tabella di marcia dell’UE contro l’omofobia e la discriminazione legata all’orientamento sessuale e all’identità di genere, anche detta Relazione Lunacek. Approvata il 4 febbraio con 394 voti a favore, 176 contrari e 72 astensioni, la relazione ha potuto contare sull’appoggio di 126 eurodeputati “ribelli” che non hanno seguito la linea del proprio gruppo.

“Quando sono entrata al Parlamento europeo”, ricorda Lunacek, “sapevo che l’intergruppo LGBT esisteva dal 1994, l’anno dell’adozione della Risoluzione sulla parità di diritti per gli omosessuali nella Comunità. Sapevo anche che, eccetto la discriminazione, molte questioni – dal matrimonio all’adozione – non erano di competenza dell’Unione. Infine, sapevo che la direttiva contro la discriminazione era bloccata al Consiglio”.

Cinque anni dopo, lì giace. Proposta dalla Commissione nel 2008, la direttiva imporrebbe agli stati membri di combattere ogni forma di discriminazione in tutti gli ambiti di competenza dell’UE: una prova di civiltà che alcuni governi europei sembrano considerare eccessiva.

In questi cinque anni l’intergruppo LGBT ha partecipato ai gay pride più difficili, nell’UE (Bratislava, Budapest, Riga, Vilnius) come all’estero (Balcani e Turchia). “Inoltre abbiamo lavorato molto con le delegazioni estere dell’Unione”, spiega Lunacek, “informandole sullo stato dei diritti LGBTI nei paesi in cui si trovano. E nel giugno del 2013, il Consiglio ha adottato un importante documento sugli ‘orientamenti per la promozione e la tutela dell’esercizio di tutti i diritti umani da parte di lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuali (LGBTI)’, rivolto in particolare ai funzionari del Servizio europeo per l’azione esterna”.

Proposta del Parlamento, l’idea di un piano d’azione contro l’omofobia è stata invece respinta a dieci riprese dalla Commissione. “Viviane Reding, commissaria per la giustizia, i diritti fondamentali e la cittadinanza, ha sempre sostenuto che non era necessaria”, dice Lunacek. “Ci ha invece sostenuti quando abbiamo proposto che l’Agenzia europea per i diritti fondamentali facesse un’indagine sulle discriminazioni contro le persone LGBTI, indagine che ha peraltro confermato la necessità di un piano d’azione contro l’omofobia. Si sente parlare spesso di discriminazioni contro le persone disabili e i rom, ma appena si parla di LGBTI molto si irrigidiscono, come se parlare di omofobia volesse dire parlare di sesso!”.

La Commissione libertà civili, giustizia e affari interni del Parlamento europeo ha quindi deciso di presentare una relazione e Lunacek, in quanto relatrice, è diventata la nuova arcidiavola dei conservatori europei più estremisti: una petizione lanciata dal movimento francese La manif pour tous ha raccolto 220mila firme, mentre dalla Spagna sono partite molte delle 40mila email di protesta (“solo una era davvero inquietante”, precisa). Nel suo discorso a Strasburgo prima del voto, Lunacek ha dichiarato: “Non mi sarei mai aspettata tanta resistenza a una relazione che parla del diritto delle persone ad amare e a vivere la propria vita senza paura”.

Prima di lei, i crociati della buoncostume avevano preso di mira Edite Estrela, colpevole di aver presentato una Relazione sulla salute e i diritti sessuali e riproduttivi che, dopo un andirivieni legislativo, era stata bocciata il 10 dicembre 2013. “Abbiamo imparato la lezione”, riconosce Lunacek, “e per la nostra relazione abbiamo lavorato a stretto contatto con i relatori ombra” (eurodeputati incaricati di seguire dei dossier per conto di gruppi politici diversi da quello del relatore).

“Siamo stati fortunati, perché la relatrice per il Partito popolare europeo, Roberta Metsola, giovane eurodeputata maltese, ha fatto un ottimo lavoro. Si è assicurata che le competenze degli stati membri non fossero messe in discussione suggerendoci di inserire un clausola sulla sussidiarietà. Questo non ha impedito ad alcuni di mentire dicendo che la mia relazione avrebbe imposto il matrimonio gay in tutta l’Unione, ma abbiamo potuto rassicurare degli eurodeputati, in particolare italiani. Certo, abbiamo dovuto fare dei compromessi, ma era l’unico modo per far passare il testo. La relazione non è vincolante, però indica cosa andrebbe fatto a livello europeo ed è di per sé un atto politico importante”. Secondo Lunacek, “la relazione Estrela ha incontrato più resistenza anche perché l’aborto, in alcuni ambienti, è molto più controverso dei diritti LGBTI. A Malta, per esempio, i conservatori difendono i diritti LGBTI ma non il diritto all’aborto”.

 

Con il nuovo Parlamento europeo si formerà un nuovo intergruppo LGBT “e ci rimetteremo al lavoro”, assicura Lunacek. Intanto, in vista delle elezioni, a gennaio l’associazione ILGA-Europe ha lanciato la campagna “Come out”, chiedendo ai candidati di impegnarsi a difendere i diritti umani e l’uguaglianza LGBTI. Questa mattina avevano firmato 868 candidati (ma il numero aumenta rapidamente) e – sorpresa – gli italiani erano in testa con 134 nomi. Sempre secondo ILGA-Europe, che ha appena pubblicato il suo rapporto 2014, l’Italia ha guadagnato sei punti percentuali nella classifica europea sulla tutela dei diritti LGBTI, ma rimane al 32° posto su 49 paesi europei.

Per finire su una nota più allegra, ecco una canzone dedicata a Christine Boutin, candidata del movimento francese Force Vie alle europee, che ha definito Conchita Wurst “l’immagine di una società che ha perso i propri punti di riferimento e nega la realtà della natura umana”.

 

Francesca Spinelli è giornalista e traduttrice. Vive a Bruxelles e collabora con Internazionale. Su Twitter: @ettaspin

Video collegato

Internazionale
09 05 2014

Un operaio è morto folgorato l’8 maggio mentre lavorava nel cantiere dello stadio Arena Pantanal a Cuiaba, in Brasile. Muhammad´Ali Maciel Afonso, 32 anni, stava installando delle attrezzature quando è stato colpito da una scarica elettrica.

Si tratta dell’ottava vittima nei cantieri dei mondiali in Brasile. I lavori per costruire le strutture del torneo, in programma dal 12 giugno al 13 luglio, hanno avuto diversi ritardi e inconvenienti. Alcuni dei 12 nuovi impianti dovevano essere pronti entro la fine del 2013, ma saranno finiti solo a ridosso dell’inizio delle partite. Il 2 aprile il segretario generale della Fifa, Jerome Valcke, ha definito il Brasile “non del tutto pronto” per l’inizio della coppa.

Gli organizzatori sono stati accusati di risparmiare troppo sui materiali e di ignorare le regole sulla sicurezza pur di rispettare le scadenze, ma hanno respinto le critiche. Gli incidenti mortali sono aumentati negli ultimi mesi, fa notare il Guardian. Da novembre è morto in media un lavoratore al mese.

Gli ultimi incidenti. A marzo un operaio è morto dopo essere caduto da un ponteggio a otto metri di altezza allo stadio São Paulo, l’impianto che ospiterà la partita inaugurale del torneo. A febbraio un altro lavoratore è morto dopo essere stato colpito dal pezzo di una gru mentre lavorava nel cantiere dello stadio Arena Amazonia a Manaus, nello stato di Amazonas. Un’altra persona è morta nell’impianto Mane Garrincha, a Brasilia, nel 2012.

Anche le olimpiadi sotto accusa. I preparativi per le olimpiadi di Rio 2016 sono “i peggiori” mai visti, secondo John Coates, vicepresidente del Comitato olimpico internazionale (Cio). Coates, che guida la commissione del Cio sulla preparazione dei giochi, ha detto che “la situazione è critica” e che l’organizzazione dei giochi sta andando “peggio di quella di Atene nel 2004″. Per questo il comitato manderà degli esperti in Brasile da affiancare al comitato olimpico locale.


Un anno dopo il disastro

Internazionale
24 04 2014

Il 24 aprile 2013 in Bangladesh, nel distretto industriale di Savar, a 15 chilometri dalla capitale Dhaka, è crollato un palazzo di otto piani.

La struttura, chiamata Rana Plaza, ospitava cinque fabbriche tessili che costruivano vestiti anche per aziende occidentali.

Nell’incidente 1.130 persone hanno perso la vita, mentre circa 2.500 sono state tratte in salvo.

I superstiti spesso hanno danni fisici che non gli consentono di lavorare e fanno fatica a sopravvivere. Dopo l’intervento del governo e di alcune organizzazioni non governative e associazioni benefiche, a dicembre 2013 l’Organizzazione internazionale del lavoro ha annunciato che alcuni marchi internazionali di distribuzione, produttori e gruppi di lavoratori hanno accettato di collaborare per costituire un fondo di 40 milioni di dollari per la vittime. Finora però sono entrati nel fondo solo 15 milioni di dollari. Prima del 24 aprile 2014 ogni superstite del crollo avrebbe dovuto ricevere l’equivalente di 640 dollari di risarcimento.

Il crollo del Rana Plaza è stato il più grave incidente mai avvenuto in una fabbrica dal disastro di Bhopal, in India, del 1984.

In questa foto: Nilufar Yesmin, 36 anni, a Savar, il 21 aprile 2014. Nilufar non può lavorare a causa dei danni alla colonna vertebrale, ma non ha ricevuto risarcimenti.


Quasi cento morti in una serie di attentati

Internazionale
14 04 2014

Almeno settanta persone sono morte il 14 aprile alla periferia di Abuja, la capitale della Nigeria, in una serie di esplosioni avvenute presso un capolinea degli autobus a Nyanya.

“Stavo aspettando di salire su un autobus quando ho sentito un’esplosione assordante e poi ho visto del fumo. Le persone correvano in preda al panico”, ha raccontato una donna. Poi c’è stata un’altra esplosione.

Non c’è stata ancora nessuna rivendicazione, ma i sospetti vanno verso il gruppo islamico Boko Haram, che la settimana scorsa ha ucciso decine di civili nel nordest del paese.

Il 10 aprile sospetti militanti islamici hanno ucciso almeno 60 persone in un attacco contro il villaggio di Kala Balge, mentre il giorno prima a Dikwa avevano ucciso otto persone in una scuola di formazione per insegnanti.

Boko Haram, che vuole creare uno stato islamico nel paese più popoloso dell’Africa diviso quasi equamente tra cristiani e musulmani, in dieci anni ha compiuto almeno 160 attentati e causando 2.600 morti.

Da maggio il presidente Goodluck Jonathan ha ordinato l’invio di truppe supplementari nel nordest della Nigeria, ma i ribelli si sono ritirati nella zona collinare di Gwoza, al confine con il Camerun, da dove hanno intensificato la loro campagna lanciando attacchi contro le forze di sicurezza e i civili accusati di sostenere il governo.

Internazionale
09 04 2014

Dopo lo sgombero di un campo rom a Nizza, nel sud della Francia, il 27 novembre 2013. (Eric Gaillard, Reuters/Contrasto)

In Europa negli ultimi anni la frequenza delle violenze contro i rom è decisamente aumentata, e l’Unione europea – così come i singoli stati che la compongono – non è riuscita ad affrontare il fenomeno e a contrastarlo in modo adeguato. È quello che si legge in un rapporto diffuso da Amnesty international l’8 aprile, giornata mondiale dei rom e dei sinti.

“Troppo spesso i leader europei hanno assecondato quei pregiudizi che favoriscono le violenze, alimentando l’idea che i rom siano antisociali e non graditi”, ha detto John Dalhuisen, direttore di Amnesty International per l’Europa e l’Asia centrale. E mentre in genere si condannano i casi più eclatanti, “in molte occasioni le istituzioni che dovrebbero garantire il rispetto della legge hanno fallito nel prevenire gli abusi e nel punire chi li ha commessi. Ancora oggi si tende più a negare che a denunciare la persistenza di atteggiamenti razzisti all’interno delle forze di polizia”, continua Dalhuisen.

La comunità rom. In Europa vivono tra i dieci e i dodici milioni di rom. Molti di loro non godono di diritti fondamentali, sono poco o per nulla rappresentati politicamente e sono vittime di discriminazioni, segregazioni e sgomberi.

Il rapporto di Amnesty si concentra sui casi emblematici di violenze o molestie compiute dallo stato o da comuni cittadini in tre paesi: Francia, Repubblica Ceca e Grecia.

Francia. Nel paese si contano 20mila rom, distribuiti in circa 400 campi non attrezzati (questa l’analisi di Le Monde, pubblicata nel maggio del 2013). Vivono sotto la minaccia continua di espulsioni, durante le quali la polizia usa metodi giudicati eccessivi, come è successo nel 2013 a Parigi, Marsiglia, Lille, Saint-Denis o Villeneuve d’Ascq. E i rappresentanti del governo non hanno alleviato la situazione, esprimendo più volte punti di vista discriminatori. Il rapporto ricorda, per esempio, le parole che Manuel Valls, attuale primo ministro francese, ha pronunciato nel settembre 2013, quando era ministro dell’interno: “Questo popolo ha modi di vita estremamente diversi dai nostri”, aggiungendo che la loro vocazione è “tornare in Romania o in Bulgaria”.
Repubblica Ceca. Qui gruppi di estrema destra hanno organizzato una serie di manifestazioni contro le comunità rom in decine e decine di città”, denuncia l’organizzazione, “usando insulti razzisti e intimidazioni”. Nel giugno del 2013 a České Budějovice, città che conta 100mila abitanti, un migliaio di persone ha attaccato decine di famiglie della comunità rom locale, ed episodi simili si sono verificati anche altrove.
Grecia. Anche in Grecia i rom sono bersaglio di gruppi di estrema destra, e la polizia non sembra fare nulla per tutelarli. Anzi, in molti casi oltre a non perseguire i veri colpevoli, sono gli agenti stessi a “compiere abusi ispirati dall’odio”, si legge nel testo. In tutto, durante i primi nove mesi del 2013 la polizia greca ha svolto 1131 operazioni nei campi rom, perquisendo oltre 52mila persone e arrestandone circa 1.300. In Grecia vivono tra i 250 e i 350mila rom.
Pochi giorni fa, il 4 aprile, la commissaria europea per la giustizia Viviane Redding aveva espresso l’opinione che la vita quotidiana dei rom in Europa “stava cominciando a migliorare”.

La camera alta approva l’annessione della Crimea

Internazionale
21 03 2014

La camera alta russa ha approvato all’unanimità l’annessione della Crimea. Il trattato per unire l’ex repubblica autonoma alla Russia era già stato approvato dalla Duma, la camera bassa, il 20 marzo.

La decisione segue il referendum del 16 marzo, che ha visto la vittoria del sì all’annessione con il 96,6 per cento. L’affluenza alle urne è stata superiore all’80 per cento. La repubblica autonoma di Crimea faceva parte dell’Ucraina dal 1954, quando è stata ceduta per volontà del leader sovietico Nikita Chruščëv.

Nel frattempo la mattina del 21 marzo il primo ministro ucraino Arsenij Jatsenjuk ha firmato a Bruxelles un accordo di cooperazione tra l’Ucraina e l’Unione europea. A novembre la mancata firma dell’accordo di associazione con l’Ue, che avrebbe dovuto essere siglato al vertice di Vilnius, aveva provocato le proteste di massa dell’opposizione ucraina e la fine del governo di Viktor Janukovič.
Il testo firmato oggi, fa notare l’inviato della Bbc Matthew Price, è solo una parte del documento rifiutato da Janukovič. L’accordo di associazione vero e proprio non sarà siglato prima delle elezioni presidenziali del 25 maggio.

In un comunicato stampa, il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy ha dichiarato che l’accordo “riconosce il desiderio del popolo ucraino di vivere in un paese democratico e giusto”.

L’Unione europea cercherà di firmare entro l’estate un accordo di associazione con altre due ex repubbliche sovietiche: la Georgia e la Moldavia.

Scontri e sanzioni. L’Ue inoltre ha annunciato nuove sanzioni contro dodici funzionari russi e ha dichiarato che ogni altra azione di Mosca contro l’Ucraina avrà “conseguenze di vasta portata”. Anche il presidente statunitense Obama ha annunciato altre sanzioni contro i funzionari di Mosca.

Putin ha detto che la Russia non intende rispondere alle sanzioni europee, che il ministro degli esteri Lavrov ha definito “totalmente illegali”.

L’esercito russo continua le manovre alla frontiera con l’Ucraina, mentre in Crimea proseguono le tensioni tra le forze filorusse e l’esercito ucraino. Il 19 marzo le forze filorusse hanno preso d’assalto e occupato il quartier generale della marina ucraina a Sebastopoli. Il giorno prima un soldato ucraino era morto durante un attacco a una base militare a Simferopol.

Il governo ucraino ha annunciato che si sta preparando a evacuare i militari e le loro famiglie dalle basi in Crimea, circondate dalle forze filorusse dalla fine di febbraio.

Cosa succede nella Striscia di Gaza

Internazionale
13 03 2014

Il 12 marzo l’organizzazione per la Jihad islamica ha rivendicato di aver lanciato una sessantina di razzi dalla Striscia di Gaza verso Israele. Non ci sono stati feriti. Quest’ultimo attacco è stato il più massiccio da almeno due anni a questa parte.

L’organizzazione ha rivendicato l’attacco missilistico, in risposta all’uccisione di tre palestinesi da parte dell’esercito israeliano nella Striscia di Gaza nei giorni precedenti.

Israele poche ore dopo ha bombardato 29 aree nella Striscia di Gaza, come risposta all’attacco.

Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha condannato l’escalation di violenza tra palestinesi e israeliani e ha chiesto alle due parti di fermare gli attacchi.

“Ban Ki-moon ha chiesto a tutti gli attori di controllarsi e di prevenire ulteriori incidenti che potrebbero portare altre violenze e alla destabilizzazione della regione”.

Le brigate Al Quds, una parte dell’organizzazione per la Jihad islamica, da parte loro hanno detto in un comunicato che continueranno a rispondere alle aggressioni di Israele.

Anche Hamas ha avvertito Israele che reagirà se ci saranno ulteriori aggressioni.

“L’escalation della violenza avrà delle conseguenze. Vogliamo ribadire il diritto del popolo palestinese di resistere e di difendersi”, ha detto Ihab al Ghassin, un portavoce di Hamas.

Soči dopo le Olimpiadi

Internazionale
26 02 2014

Il 23 febbraio si sono chiuse le Olimpiadi di Soči. Per costruire, ampliare o rinnovare gli impianti, gli alberghi e i trasporti della città sul mar Nero sono stati spesi 51 miliardi di dollari (una cifra enorme, se confrontata con quella spesa per le precedenti edizioni dei giochi olimpici invernali). Così Soči, che un tempo era chiamata la “riviera russa” ma era ormai diventata un vecchio centro balneare, si è trasformata in una moderna destinazione turistica.

Thomas Bach, presidente del Comitato olimpico internazionale (Cio), ha detto che “quello che è successo, questa trasformazione, è davvero incredibile. Ora è importante salvaguardare il lascito dei giochi olimpici”. E ha elencato gli eventi internazionali che la città russa ospiterà nei prossimi mesi: il summit del G8 a giugno, un gran premio della Formula 1 in ottobre e le partite dei Mondiali di calcio del 2018. “Soči ha di certo un futuro”, ha dichiarato il presidente del Cio.

La città balneare russa, che si estende per centinaia di chilometri lungo le coste e ha le montagne del Caucaso alle sue spalle, è stata un centro di villeggiatura pensato per i russi che non potevano permettersi una vacanza all’estero o non volevano lasciare il paese. Josef Stalin aveva una dacia qui, e l’attuale presidente Vladimir Putin possiede una casa nella zona. Ma con il passare degli anni Soči era stata un po’ dimenticata.

È rinata grazie agli investimenti e al rilievo internazionali arrivati con queste Olimpiadi invernali. Per ospitare i giochi la Russia ha costruito 14 impianti in grado di accogliere 145mila persone. Ma i piani su come utilizzarli d’ora in poi cambiano continuamente: per esempio, inizialmente si pensava di convertire l’Iceberg arena in una pista ciclistica, ma il 22 febbraio il viceprimo ministro russo Dmitri Kozak ha fatto sapere che la struttura diventerà un centro internazionale per il pattinaggio artistico.

I dubbi sul futuro. L’agenzia russia per la revisione dei conti stima che per mantenere gli impianti la Russia dovrebbe spendere l’equivalente di due miliardi di dollari all’anno. Per Kozak si tratta di un’esagerazione, e i costi sarebbero dieci volte inferiori.

Vladimir Kantorovich, il vicepresidente dell’Associazione russa dei tour operator, crede che l’anno prossimo ci sarà di certo un aumento di visitatori nelle montagne intorno a Soči, ma aggiunge che il futuro sarà più chiaro quando la stagione invernale sarà finita: “Non è detto che le piste pensate per le gare piacciano anche ai turisti”. “Tutto dipenderà dai prezzi”, giudicati troppo elevati rispetto ad altre destinazioni turistiche dell’Europa centrale e orientale.

A differenza di altri luoghi di villeggiatura europei, infatti, Soči non è facile da raggiungere. Ci sono pochi voli diretti diretti in Europa e le tasse aeroportuali all’aeroporto di Soči-Adler non attirano le compagnie low cost.

La questione ambientale. C’è poi chi critica, oltre agli altissimi costi, anche le modalità di intervento nell’area. “Gli organizzatori hanno ripetuto che per gli impianti olimpionici si sono seguiti criteri di sostenibilità come mai prima in Russia”, si legge su Salon. “Ma allo stesso tempo le autorità hanno fatto marcia indietro a livello legislativo”, consentendo di edificare in aree protette. “La costruzione del villaggio olimpico ha coinvolto 3.500 ettari del Parco nazionale di Soči, che è un sito Unesco”.

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