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INTERNAZIONALE

Internazionale
10 10 2013

Il premio Sakharov per la libertà di pensiero è stato assegnato a Malala Yousafzai, l’adolescente pachistana sfuggita per miracolo nel 2012 a un attentato dei talebani che volevano impedirle di andare a scuola.

Gli altri candidati rimasti in lizza erano la “talpa” americana Edward Snowden e gli attivisti bielorussi detenuti Ales Bialiatski, Eduard Lobau e Mykola Statkevich.

Assegnato ogni anno dal 1988, il premio del Parlamento europeo è destinato a personalità o organizzazioni che abbianodedicato la loro vita alla difesa dei diritti umani e delle libertà individuali.

L’anno scorso è stato attribuito all’avvocatessa iraniana Nasrin Sotoudeh e al regista de “Il Cerchio” (2000), anche lui iraniano, Jafar Panahi.

Il premio, che porta il nome dello scienziato e dissidente sovietico Andrej Dmitrievic Sacharov, sarà assegnato ufficialmente il 20 novembre a Strasburgo.

Dove vanno i migranti

Internazionale
20 09 2013

Secondo un rapporto appena pubblicato dalle Nazioni Unite, 232 milioni di persone hanno lasciato il loro paese per vivere in un altro. Chi sono? E dove sono andate?

Mai così tante persone come oggi vivono fuori dal proprio paese: 232 milioni, cioè il 3,2 per cento della popolazione mondiale. Nel 2000 erano 175 milioni e vent’anni fa 154 milioni. L’Asia e l’America Latina sono le due principali regioni di partenza: 19 milioni di migranti asiatici si sono trasferiti in Europa, 16 milioni in America del nord e circa 3 milioni in Oceania. Dei 17 milioni di migranti originari dell’America centrale, Messico incluso, più di 16 milioni vivono negli Stati Uniti. Molti migranti hanno tra i 20 e i 64 anni (circa i due terzi del totale). A livello globale, il 48 per cento delle persone che non vivono nel loro paese di origine sono donne.

Le destinazioni. Europa e Asia ospitano circa i due terzi di tutti i migranti stranieri del mondo. L’Europa resta il continente più ambito (con 72 milioni di migranti), e al suo interno la Germania e la Francia raccolgono le più grandi comunità di stranieri; l’Asia è quello in cui il numero di migranti dall’estero è aumentato di più negli ultimi dieci anni (ora sono 71 milioni).

Gli Stati Uniti sono al primo posto tra i paesi di destinazione (45 milioni di migranti). Tra i primi dieci paesi per numero di migranti stranieri ci sono poi gli stati dell’Europa occidentale, il Canada e l’Australia, ma anche l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Oltre ai paesi produttori di petrolio del Medio Oriente, hanno attirato molta forza lavoro straniera anche le economie in rapido sviluppo del sudest asiatico (per esempio Malesia, Singapore e Tailandia).

Lo stato con la più alta percentuale di migranti rispetto alla popolazione totale è Città del vaticano (100 per cento), quello con meno migranti è Tuvalu, un’isola della Polinesia dove abitano 148 persone provenienti dall’estero su un totale di 10mila abitanti.

Quindi la maggior parte dei migranti stranieri proviene da paesi con economie emergenti, ma tra di loro il numero di quelli che si sono stabiliti in un paese sviluppato negli ultimi anni è circa lo stesso di quelli che si sono trasferiti in uno stato in via di sviluppo. Questa migrazione tra paesi in via di sviluppo in parte riflette le opportunità delle economie emergenti e l’immobilità di quelle consolidate. Inoltre, al di là del fattore economico, per molti migranti spostarsi in paesi in via di sviluppo è più semplice per leggi meno rigide sull’immigrazione, per reti familiari e sociali che favoriscono gli spostamenti, o per semplice vicinanza geografica.

Quale impatto hanno questi spostamenti? Non è chiaro: dati affidabili sulle migrazioni sono difficili da raccogliere, e i loro effetti sono ancora più oscuri. Molti migranti si spostano in modo illegale e questo limita l’attendibilità delle statistiche, e valutare l’impatto delle migrazioni temporanee è complicato. Ma molti economisti sostengono che in generale la migrazione aiuti l’economia a crescere: secondo Michael Clemens, del Center for global development (un istituto non profit con sede a Washington che studia lo sviluppo globale), se eliminassimo le barriere alla migrazione il prodotto interno lordo potrebbe aumentare del 20 o anche del 60 per cento.

Anna Franchin

We shall overcome

Internazionale
30 07 2013

Sono trascorsi due mesi dal referendum bolognese sui finanziamenti comunali alle scuole d’infanzia paritarie private. Ieri il consiglio comunale si è ritrovato in maniche di camicia, con il costume da bagno già in valigia, a votare sul da farsi. Cioè niente. Ci sono volute ben due lunghe sedute consiliari per appurarlo.

Il consiglio comunale di Bologna ha respinto l’atto di indirizzo presentato da Sel (in maggioranza) e dal M5s insieme a Federica Salsi, l’epurata da Grillo (all’opposizione). Le forze politiche che hanno appoggiato il referendum del 26 maggio chiedevano che si prendesse atto del risultato uscito dalla urne. Degli ottantaseimila votanti, cinquantamila (cioè il 59 per cento) si sono detti a favore dello spostamento dei fondi comunali dalle scuole d’infanzia paritarie private a quelle pubbliche.

Il Pd si è invece espresso con un ordine del giorno per il mantenimento dello status quo precedente al referendum, e i gruppi consiliari di PdL e Lega l’hanno votato, elogiando l’operato e la posizione della giunta comunale.

Il sindaco Merola ha ringraziato gli oppositori-alleati, specificando però che non si tratta delle prove generali di grandi intese anche a Bologna. In effetti viene da dire che qui si è piuttosto in presenza di “basse intese”, davvero infime, se ciò su cui Pd e PdL si sono trovati d’accordo è ignorare l’esito di una consultazione popolare.

Del resto, è pur vero che il “democratico” sindaco Merola l’aveva annunciato già prima del voto che nulla sarebbe cambiato, a prescindere dal risultato. Dunque tutto come da copione.

Probabilmente non c’era da aspettarsi granché di diverso da forze che portano avanti una politica di piccolissimo cabotaggio, di gestione minima dell’esistente, di attenzione a non urtare alcun equilibrio di potere, nella speranza che le persone si abituino un po’ alla volta alla cessione di sovranità, alla perdita di democrazia, che elaborino il lutto, e passino oltre stringendo ancora di un buco la cinghia.

Tanto meno ci si poteva aspettare uno strappo dagli alleati di maggioranza vendoliani, che hanno condotto il dibattito consiliare con argomentazioni giuste, ma solo dopo averle disinnescate in partenza con la premessa che la suddetta maggioranza non era in alcun modo in discussione.

È meglio specificare che, parlando di democrazia, non la si intende come ideale o come feticcio formale. La democrazia è prima di tutto un’attitudine pratica all’apertura, alla discussione, alla condivisione delle decisioni che riguardano una comunità attraversata inevitabilmente da disaccordi e conflitti. La democrazia è quell’insieme di pratiche imperfette che fanno attrito rispetto allo slittamento progressivo della società verso l’oligarchia, l’unanimismo e l’autoritarismo. Un processo che avanza non già a passo di marcia, ma per forza d’inerzia e per pusillanimità politica.

E i promotori del referendum, gli eroici spartani del Nuovo Comitato Articolo 33? Sono rimasti in Piazza Maggiore non stop per tre giorni e tre notti, dandosi il cambio su un piedistallo, come statue viventi, esponendo un cartello molto semplice: “Rispetto per il referendum”.

Infine, ieri, quando ormai è stato chiaro che i giochi erano fatti, hanno emesso l’ultimo comunicato, avanzando una richiesta provocatoria a tutto il consiglio comunale, maggioranza e opposizione trasversali: se dalla consultazione popolare non siete in grado di trarre alcuna conseguenza, né di tipo amministrativo né di tipo politico, abbiate il coraggio di modificare lo statuto comunale e cancellare lo strumento del referendum consultivo.

In effetti, dopo il voto consiliare di ieri che senso potrebbe mai avere chiedere di essere ancora consultati?

Del resto, basta alzare lo sguardo sull’Italia e constatare che, oltre a un parlamento eletto con una legge che avrebbe fatto invidia ai paesi del socialismo reale, abbiamo il secondo governo non eletto consecutivo, sorretto dalle medesime forze conservatrici.

Questa nazione è diventata una repubblica presidenziale de facto, senza elezione diretta del presidente. E attualmente è governata da una compagine tanto promiscua quanto immobile che riesce a compattarsi perfino di fronte a una plateale violazione dei diritti civili e internazionali come il caso Ablyazov.

Di fronte a tutto questo che importanza potrà mai avere un referendum consultivo ignorato? Ne ha. È il caso di preoccuparsi di ogni segnale che ci dice forte e chiaro a cosa dovremo fare fronte.

La partita bolognese finisce così, nel mezzo di questa lunga estate calda, ma resta l’esempio pratico di ciò che è successo, l’incredibile esperienza di lotta dal basso che ha sfidato i vertici della politica e dell’economia cittadina e li ha battuti sul campo. Resta il paradosso in cui questi si sono chiusi, incapaci di riconoscere la sconfitta, costretti a negare la realtà, arroccati dentro il palazzo, mentre fuori il mondo cade a pezzi (per dirla con Marco Mengoni).

I reduci della battaglia, che ieri si sono visti negare anche il minimo riconoscimento dei loro sforzi e della vittoria ottenuta insieme a cinquantamila bolognesi, non stanno a lagnarsi o a piangersi addosso. Raccolgono lancia, spada e scudo e tornano a lucidarli per la prossima occasione. Perché di questo almeno si può stare certi: non mancheranno le occasioni per ingaggiare ancora battaglia insieme a tutti coloro che vorranno esserci. In difesa della scuola pubblica e contro l’arroganza del potere politico.

“We shall overcome / some day…”

Espulsioni a occhi chiusi

Internazionale
25 07 2013

La settimana scorsa, mentre in Italia si discuteva di espulsioni (cosa rara) verso il Kazakistan (più rara ancora), a Bruxelles si tornava a parlare di profughi afgani. Nell’estate del 2011 a decine avevano occupato il Polygone, l’ex sede di uno studio televisivo. Chiedevano di essere regolarizzati e alla fine le autorità avevano adottato la strategia più furba: avevano rilasciato dei permessi di soggiorno temporanei legati al lavoro, spegnendo così la protesta.

In quei mesi di occupazione avevo conosciuto Daniel Alliet, parroco engagé della chiesa del Béguinage, nel centro di Bruxelles. L’ho incontrato di nuovo pochi giorni fa, sempre tra decine di profughi, questa volta nella sua chiesa, dove era in corso una settimana di mobilitazione contro le espulsioni verso l’Afghanistan.

Da qualche tempo gira voce che il Belgio stia preparando la sua prima espulsione collettiva verso l’Afghanistan, sulla scia di quelle di cittadini congolesi e guineani, fatti confluire in un unico Cie prima di essere caricati su un volo militare (quando non si ha la fortuna di conoscere un dittatore che ti mette a disposizione un jet privato, bisogna pure ammortizzare i costi). Le autorità si sono affrettate a smentire la voce. “Le espulsioni di cittadini afgani avvengono in modo mirato e prudente”, hanno dichiarato alla stampa.

Dovrebbe essere una rassicurazione. Il ragionamento delle autorità belghe, e lo stesso vale nel resto dell’Unione europea, è il seguente: Kabul è sicura; noi rispediamo i richiedenti asilo respinti a Kabul; quindi i richiedenti asilo respinti non rischiano nulla. Anche la Corte europea dei diritti dell’uomo, ricorda l’associazione Asilo in Europa, si è espressa in questo senso in una recente sentenza (H. e B. contro Regno Unito).

Il problema, nel caso dell’Afghanistan come di altri paesi, è che questo ragionamento non può essere contraddetto perché nessuno è incaricato di effettuare controlli post-espulsione. Appena un richiedente asilo respinto scende dall’aereo che lo ha riportato nel suo paese di origine, lo stato europeo cessa di avere qualunque responsabilità nei suoi confronti. Se dopo due giorni muore in un attentato non sono affari suoi, e comunque nessuno lo saprà. Mentre l’Unione europea continua a elaborare il suo sistema comune di asilo (“un passo avanti”, lo ha definito di recente il Consiglio italiano per i rifugiati, prima di elencare una serie di critiche), dal mondo della ricerca accademica e delle ong arrivano i primi tentativi di colmare questa lacuna.

Nel 2011, per esempio, l’ong britannica Justice First ha pubblicato il rapporto “Unsafe return. Refoulement of Congolese asylum seekers”. Il Farhamu refugee programme sta cercando di mettere in piedi un Post-deportation monitoring network (entrambe le iniziative sono citate in un articolo uscito nel 2012 sull’Oxford monitor of forced migration, che offre una buona sintesi della questione).

Tornando all’Afghanistan, di recente i ricercatori Liza Schuster e Nassim Majidi hanno pubblicato un articolo, “What happens post-deportation? The experience of deported Afghans”, frutto di anni di ricerche, viaggi e incontri con afgani espulsi dall’Iran e da paesi europei. Molti di loro provano, e spesso riescono, a emigrare di nuovo (dimostrando un coraggio passato sotto silenzio da questo lato delle frontiere) e questo, scrivono i due autori, “solleva dubbi su quanto siano giustificabili le politiche di espulsione, soprattutto verso paesi non sicuri come l’Afghanistan”.

È un segreto di Pulcinella: queste politiche hanno “uno scopo simbolico più che reale”. Nel caso dell’Afghanistan, concludono Schuster e Majidi, “forse il massimo che si possa sperare è una moratoria sulle espulsioni fino al 2015, per consentire al nuovo governo di assestarsi”.

Ma la novità più significativa è che gli stessi afgani hanno cominciato a raccontare le loro esperienze e quelle di altre persone espulse o minacciate di espulsione. È il caso di Abdul Ghafoor, autore di Kabul Blog, o di Tory, che nel 2012 era finito in un Cie britannico e insieme a un’amica aveva aperto un blog per raccontare la sua attesa e le sue paure. A Londra due giorni fa è andato in scena The Mazloom project, uno spettacolo ispirato alle storie di giovani afgani minacciati di espulsione dalla Gran Bretagna.

Leggendo di questi ragazzi penso ad Aman, che ho conosciuto al Polygone e che è riuscito quasi subito a trovare un lavoro, ottenendo poi il rinnovo del permesso di soggiorno. Ci siamo visti in autunno, nel bar dove ci tiene sempre a offrirmi un tè o un caffè. Aveva da poco affittato un monolocale non lontano da casa mia. Era felice perché il capo gli aveva concesso le ferie: avrebbe finalmente rivisto sua madre e l’Afghanistan, dopo anni.

Da gennaio il suo cellulare è staccato. Spero l’abbia perso, rotto, buttato per errore. Spero che l’abbiano lasciato partire e ritornare, e che abbia ripreso la sua vita brussellese, magari in compagnia di uno smartphone. Spero di incontrarlo di nuovo per le strade del quartiere.

Francesca Spinelli

 

Internazionale
24 07 2013

Più di 125 milioni di donne nel mondo hanno subito la mutilazione dei genitali.

Una su cinque vive in Egitto. E più di trenta milioni di donne rischiano di subire mutilazioni genitali nel prossimo decennio.

Lo sostiene un rapporto diffuso dall’Unicef, intitolato Female genital mutilation/cutting: a statistical overview and exploration of the dynamics of change.

Queste pratiche, rivela il fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, sono consolidate in alcuni paesi dell’Africa, del Medio Oriente e dell’Asia, dove si pensa che aiutino a preservare la verginità delle donne.

Il rapporto è frutto di studi condotti negli ultimi vent’anni in 29 paesi tra l’Africa e il Medio Oriente. Secondo l’Unicef, rispetto a 30 anni fa le bambine hanno meno probabilità di essere sottoposte a mutilazioni e la pratica è in declino, anche nei paesi dove è ancora molto diffusa come Egitto e Sudan.

Anche Somalia, Guinea, Gibuti ed Egitto registrano un’alta frequenza di mutilazioni. In questi paesi più di nove donne e bambine su 10 tra i 15 e i 49 anni hanno subito mutilazioni. E non c’è stato alcun calo significativo in paesi come Ciad, Gambia, Mali, Senegal, Sudan o Yemen.

 

Tanti auguri Madiba

Internazionale
18 07 2013

L’ex presidente sudafricano Nelson Mandela festeggia i suoi 95 anni in ospedale.

È ricoverato in una clinica di Pretoria dall’8 giugno per una grave infezione ai polmoni. In occasione del suo compleanno il presidente sudafricano Jacob Zuba ha dichiarato che le condizioni di Mandela migliorano di giorno in giorno. Per la prima volta da quando Mandela è in ospedale non si parla di una situazione “critica” in un comunicato stampa divulgato dalla presidenza sulla salute dell’ex presidente.

Il 18 luglio, giorno del compleanno di Mandela, si festeggia il Mandela day in tutto il mondo. Si tratta di una giornata dedicata dall’Onu a Mandela in cui vengono promosse azioni benefiche e di sostegno dei diritti umani. Ciascun cittadino dovrebbe dedicare almeno 67 minuti della sua giornata al servizio degli altri, durante il Mandela day, in omaggio ai 67 anni di militanza di Nelson Mandela, eroe della lotta contro l’apartheid.

Il presidente statunitense Barack Obama ha fatto gli auguri a Mandela e ha ricordato che è “un esempio straordinario di coraggio, gentilezza e umiltà”.

Una delle figlie di Mandela Zindzi ha dichiarato a Sky News che la salute di suo padre “fa dei discreti progressi”. Una buona notizia, dopo che nelle ultime settimane c’era stata molta apprensione intorno alle condizioni di salute dell’anziano leader.

Una lunga vita di lotte. Mandela è nato il 18 luglio 1918 dalla famiglia reale dei thembu, una tribù di etnia xhosa del Capo orientale. Il suo nome in lingua xhosa, Rolihlahla, ha un significato quasi profetico: “attaccabrighe”. Sarà chiamato Nelson solo quando comincerà a frequentare il collegio britannico di Healdtown.

Studia legge all’università di Fort Hare e all’università di Witwatersrand, a Johannesburg. Nella metà degli anni quaranta si unisce all’African national congress (Anc) di cui, insieme a Walter Sisulu e Oliver Tambo e altri, crea la Lega giovanile. Dal 1948 partecipa attivamente alle campagne di resistenza contro la politica di apartheid e segregazione razziale messa in atto dal regime.

In quegli anni Mandela fonda uno studio legale per dare assistenza a basso prezzo o gratuita ai neri che diventa il centro della lotta alla discriminazione razziale. Nel 1962 viene arrestato e condannato a cinque anni di lavori forzati per incitamento alla dissidenza e viaggi all’estero non autorizzati. Mentre sconta la condanna, è di nuovo accusato di sabotaggio al processo di Rivonia. Nel 1964 Mandela è condannato con i suoi compagni alla pena massima: l’ergastolo, da scontare a Robben island, un isolotto in mezzo all’oceano Atlantico di fronte a Città del Capo.

In prigione diventa il leader della lotta contro l’apartheid.

Dopo aver rifiutato più volte di essere liberato o di ricevere un trattamento di riguardo in carcere in cambio di un appello all’Anc perché cessasse la lotta, viene liberato l’11 febbraio 1990, soprattutto grazie alle pressioni della comunità internazionale.

Appena scarcerato diventa presidente dell’Anc e avvia un dialogo con il presidente Frederik De Klerk per pacificare il paese: nel 1993 i due leader sudafricani ricevono il premio Nobel per la pace.

Nel 1994 Mandela si candida alle elezioni presidenziali. È una campagna elettorale quasi scontata e Mandela viene eletto: è il primo presidente nero del paese. Nel corso della sua presidenza viene istituita e comincia i lavori la Commissione per la verità e la riconciliazione, che ascolta le testimonianze delle vittime e dei responsabili dei crimini commessi durante l’apartheid.

Il 18 luglio 1998, il giorno del suo ottantesimo compleanno, Mandela, che nel 1992 si era separato dalla moglie Winnie, sposa Graça Machel, vedova del defunto presidente del Mozambico Samora Machel.

Mandela si è ritirato ufficialmente dalla vita pubblica nel 1999, mantenendo attivo il suo impegno a favore dei diritti umani, in particolare della lotta all’aids.

Il parlamento britannico approva i matrimoni gay

Internazionale
17 07 2013

Il 16 luglio il parlamento britannico ha approvato in via definitiva il matrimonio civile e religioso tra persone dello stesso sesso in Inghilterra e Galles.

Ora manca solo l’approvazione della regina Elisabetta II, una semplice formalità che dovrebbe arrivare entro la fine della settimana.

Sarà possibile celebrare i matrimoni a partire dal 2014.

La Gran Bretagna, dove le unioni civili sono già consentite dal 2005, è il quindicesimo paese del mondo a legalizzare i matrimoni gay. La legge non riguarda la Scozia e l’Irlanda del Nord che hanno una legislazione autonoma sul tema.

Il primo ministro conservatore David Cameron è stato il promotore della proposta, ma diversi esponenti del suo partito hanno votato contro. La maggioranza dei liberaldemocratici invece era a favore, così come la maggior parte dei laburisti.

La chiesa anglicana, maggioritaria nel paese, si è schierata contro la legge.
L’arcivescovo di Canterbury Justin Welby, capo spirituale di 80 milioni di anglicani nel mondo, si è sempre opposto alla proposta di legge.

Ma cosa cambierà? E qual è la posizione della chiesa nel Regno Unito? 

Le unioni omosessuali nel mondo. La prima cerimonia tra persone dello stesso sesso si è svolta il 1 aprile 2001 ad Amsterdam. Il primo governo a introdurre l’unione civile per gli omosessuali è stato invece quello danese nel 1989.
La mappa delle legislazioni internazionali sui matrimoni, realizzata dall’Economist nel novembre 2012.

Servizio

Giovanni De Mauro, Internazionale
12 luglio 2013

Chi è un giornalista? La domanda sembrerà banale, ma negli Stati Uniti dalla risposta può dipendere se uno finisce in prigione oppure no. Per esempio: Gleen Greenwald è un giornalista, e quindi dopo il suo scoop sulle intercettazioni della National security agency è tutelato dal primo emendamento della costituzione americana?

Dietro le sbarre dei Cie

Internazionale
03 07 2013

È ripresa l’ondata migratoria verso l’Italia: solo nel fine settimana sono stati soccorse oltre mille persone arrivate via mare.

Molte di loro, se non riceveranno asilo politico o permesso di soggiorno, finiranno in uno dei 13 Centri di identificazione ed espulsione (Cie) attualmente in funzione. Istituiti dalla legge Turco-Napolitano del 1998, i Cie hanno la funzione di consentire accertamenti sull’identità delle persone trattenute in vista di una possibile espulsione, oppure di trattenerle in attesa di un’espulsione certa. Amnesty international e Medici senza frontiere sono spesso intervenuti per denunciare le condizioni di vita nel centri.
Giap
01 07 2013

Per diventare “narrazione tossica”, una storia deve essere raccontata sempre dallo stesso punto di vista, nello stesso modo e con le stesse parole, omettendo sempre gli stessi dettagli, rimuovendo gli stessi elementi di contesto e complessità.

E’ sempre narrazione tossica la storia che gli oppressori raccontano agli oppressi per giusticare l’oppressione, che gli sfruttatori raccontano agli sfruttati per giustificare lo sfruttamento, che i ricchi raccontano ai poveri per giustificare la ricchezza.

Una narrazione tossica non si limita a giustificare l’esistente, ma è anche diversiva, cioè sposta l’attenzione su un presunto pericolo incarnato dal “nemico pubblico” di turno.
E il nemico pubblico di turno, guardacaso, è sempre un oppresso, uno sfruttato, un discriminato, un povero.

Stringi stringi, la fabula della narrazione tossica è la guerra tra poveri.

Subire una narrazione tossica non significa conoscere una storia.

A lungo la narrazione tossica sui No Tav “NIMBY”, “intolleranti” e “nemici del progresso” ha impedito di conoscere la storia del movimento No Tav della Val di Susa, forse il movimento più internazionalista, armato di pazienza, fondativo e rivolto al futuro che si sia visto in Italia negli ultimi trent’anni. Abbiamo provato a raccontarlo qui.

Fuori dalla Val di Susa, nessuno sa niente di Marco Bruno.

Eppure, nel febbraio dell’anno scorso, tutti hanno creduto di sapere tutto di lui. Era “quello della pecorella”, e tanto bastava.

Quando tutti credono di conoscere una storia di cui non sanno niente, bisogna prenderla, scuoterla, capovolgerla per far scorrere fuori i veleni, infine raccontarla dal principio con pazienza.

Ci vuole tanta pazienza, per raddrizzare un torto.

Volevamo rendere giustizia a Marco.

Per questo abbiamo scritto la sua storia. Con l’io narrante, perché solidarietà è anche “dare dell’io a qualcun altro”.

La trovate su Internazionale, divisa in 5 pagine oppure tutta di seguito. Noterete che sotto ci sono già teste di cazzo che intervengono contro Marco senza nemmeno aver letto. Stay cool. Dicevamo: bisogna avere pazienza.

Qui la versione pdf circolata in valle nei giorni scorsi.

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Zeroviolenza è un progetto di informazione indipendente che legge le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

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