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INTERNAZIONALE

Pier Paolo PasoliniWu Ming 1, Internazionale
29 ottobre 2015

1. "Quel bastardo è morto"
Elisei Marcello, di anni 19, muore alle tre di notte, solo come un cane alla catena in una casa abbandonata. Muore dopo un giorno e una notte di urla, suppliche, gemiti,

A Roma può cominciare una politica nuova

RomaChristian Raimo, Internazionale
13 ottobre 2015

Le dimissioni di Ignazio Marino da sindaco di Roma hanno funzionato negli ultimi giorni da macchia di Rorschach. Un test psicologico di base, in cui ognuno ha visto quel che voleva.

Internazionale
25 09 2015

Il guaio è se lo scopre Donald Trump. L’anno prossimo, mentre le elezioni degli Stati Uniti diffonderanno la loro luce sull’occidente, compirà cent’anni un libro che ha influito come pochi altri sulla vita di quel paese, e che in molti poi hanno voluto dimenticare.

Il suo autore, Madison Grant, era nato nel 1865 a New York, in una di quelle famiglie che si ritenevano patrizie perché erano sbarcate qui nel seicento, quando bisognava essere molto poveri per voler emigrare su quest’isolotto selvaggio.

Grant studiò giurisprudenza a Yale e alla Columbia, non esercitò la professione di avvocato perché non ne aveva bisogno e si dedicò soprattutto alla caccia grossa. Nel 1916, ormai cinquantenne, pubblicò la sua opera magna: si chiamava The passing of the great race, la caduta della grande razza, e fu un successo.

La grande razza era ovviamente quella bianca e il libro lamentava la sua presunta decadenza. Per spiegarla cominciava classificando i “caucasoidi”, di gran lunga superiori ai “negroidi” e ai “mongoloidi”, in tre tipologie. I “nordici” erano i migliori, poi venivano gli “alpini” e infine, come una piaga viziosa, pigra e stupida, i “mediterranei”: greci, italiani e spagnoli.

Da cui la sua tesi centrale: l’immigrazione indiscriminata di questi esseri inferiori stava distruggendo l’America, e i bruti si riproducevano così tanto che la loro carica genetica stava rovinando il nordico popolo americano. Era una vergogna, diceva Grant, che i suoi compatrioti “volessero vivere una vita facile e agiata per una manciata di generazioni” importando quella manodopera a basso prezzo che avrebbe spazzato via la loro razza.

L’America stava crollando, ma Grant le offriva delle soluzioni: per i casi più estremi di degradazione proponeva “un rigido sistema di selezione attraverso l’eliminazione dei deboli e dei disabili” – in altre parole, dei fallimenti sociali – “che nel giro di cent’anni ci consentirà di disfarci degli indesiderabili che riempiono le nostre carceri, i nostri ospedali e i nostri manicomi”.

Non era neanche necessario ucciderli, diceva: bastava sterilizzarli. “È una soluzione pratica, misericordiosa e inevitabile che può essere applicata a una cerchia crescente di rifiuti sociali, a cominciare dai criminali, dai malati e dai pazzi per poi essere estesa gradualmente ai tipi che potremmo chiamare non più difettosi ma deboli, e infine alle tipologie razziali inutili”.

L’eugenetica era una corrente molto forte, e The passing of the great race fu la sua bandiera. Il suo discorso funzionò: pochi anni dopo la corte suprema degli Stati Uniti dichiarò che la sterilizzazione dei “deboli di mente” non violava la costituzione. Nei dieci anni successivi furono sterilizzate 60mila donne.

L’ammirazione di Adolf Hitler
Fu uno dei successi di Grant e dei suoi. Ma il più grande arrivò quando la sua insistenza riuscì a mettere fine all’immigrazione che aveva creato il suo paese. L’Inmigration act promulgato nel 1924 da un governo repubblicano stabilì delle quote che limitavano l’arrivo di italiani, polacchi, cinesi, giapponesi ed ebrei e chiuse la prima grande ondata migratoria americana.

Di tanto in tanto qualcuno ristampa The passing of the great race, anche se i suoi editori non osano mettere in copertina l’opinione di Adolf Hitler: “Questo libro è la mia Bibbia”.

Dette così, a grandi linee, le sue idee possono sembrare intollerabili o ridicole. All’epoca erano considerate scientifiche ed ebbero effetti importanti: ricordarle serve a domandarci quali delle idee che oggi prendiamo sul serio sembreranno ridicole o inaccettabili tra poche decine di anni. Ma dietro la parvenza di correttezza politica, i suoi concetti rispuntano per ogni barcone nel Mediterraneo, in ogni Trump che grida, in molte conversazioni da bar.

Madison Grant morì nel 1937. Il suo libro era studiato, le sue idee erano influenti, i suoi discepoli aumentavano. Ossessionato dalla conservazione della natura, Grant aveva dedicato gli ultimi anni della sua vita all’ambiente, e si fece notare anche in quel campo: sembra che si debba a lui la sopravvivenza del bisonte e di altre grandi bestie minacciate dall’uomo.

Martín Caparrós

(Traduzione di Francesca Rossetti)

Nella chiesa divisa sull’accoglienza ai migranti

Internazionale
23 09 2015

Eh sì, il papa piace, il papa parla dritto al cuore, tutti sono per il papa. Ma poi, quando parla di immigrati…”. Don Beppe Gobbo lascia la frase a metà. Nella sua spola tra quattro parrocchie della val di Pollina, e nel piccolo centro di accoglienza di Calvene, provincia di Vicenza, ha qualche titolo in più, per parlare dei “preti di campagna in prima fila”, rispetto al governatore del Veneto Luca Zaia, che a quella categoria si è appellato contro il segretario generale della Cei, monsignor Galantino, e la sua invettiva contro i “piazzisti da quattro soldi”.

È in prima fila, don Beppe, con molti altri. Quelli che, la domenica in cui sono caduti alcuni muri europei e papa Francesco ha invitato ogni parrocchia a prendersi una famiglia di profughi, hanno gioito, per il formidabile assist alle loro difficili omelie della domenica.

Quelli che, nelle regioni più cattoliche d’Italia, si vedono bocciare dai consigli pastorali l’idea di aprire la canonica. Quelli che hanno dovuto rimangiarsi l’offerta di locali ai profughi, perché troppo vicini all’asilo dei bambini. Quelli che vivono pressati tra le richieste affannose dei prefetti e le barricate premeditate dei sindaci – e spesso dei loro fedeli. “I preti di campagna sono i baluardi dell’accoglienza”, dice don Gobbo. Forse esagera. Forse non lo sono sempre, e non lo sono tutti.

Ma, certo, è anche nelle loro piccole canoniche – come nelle chiesone anonime delle periferie cittadine – che passa la questione del secolo, le grandi migrazioni e la loro accoglienza nella parte ricca del mondo. E, dentro di essa, l’altra grande questione: che piega prenderà nei fatti la chiesa di Bergoglio su questi temi?

Nel cuore del modello emiliano ‘accoglienza diffusa e attiva’ non è un’espressione vuota

Quanto è popolare e seguito, nel cattolicesimo diffuso, il messaggio sociale di Francesco? Dove e perché crescono le resistenze, a volte esplicite ma più spesso silenti? Certo da noi, nel pieno dell’entusiasmo per il papa, è difficile che un alto prelato esca allo scoperto come il ruvido e massiccio Peter Erdoe, arcivescovo d’Ungheria: “Non possiamo fare quanto ci chiede il papa, perché accogliere potrebbe essere qualificato come illegale, in quanto traffico di esseri umani”.

Ma la spaccatura c’è, e passa, profonda, attraversando comunità e parrocchie, città e campagne, giovani e vecchi, poveri e ricchi, regioni (ex) cattoliche e regioni (ex) rosse. Partiamo da una di queste ultime.

Ferrara, il vescovo e il don
Difficile incontrare qualcuno a Ferrara che non conosca don Domenico Bedin. Difficile almeno quanto riuscire a trascorrere più di dieci minuti con lui senza che il suo cellulare cominci a squillare con insistenza.

Nei giri quotidiani tra la rete di case di accoglienza di cui è responsabile, auricolari fissi nelle orecchie, lui risponde a tutti, dal primo cittadino, che spesso lo chiama per gestire grane, all’ultimo, con quel suo timbro di pacatezza impastata di concretezza emiliana. Nei giorni successivi all’elezione di papa Francesco qualcuno l’ha fermato per strada: “Hai sentito, il papa dice le cose che hai sempre detto tu”.

“Questa cosa mi ha rallegrato”, commenta sornione, “e insieme fatto sorridere”. Punto di riferimento della comunità cittadina, per la diocesi locale don Bedin è sempre stato una mosca bianca. Fin dai tempi di quella piccola parrocchia nella periferia di Ferrara che lui ha animato per vent’anni, dove la porta era sempre aperta a tutti, le raccolte di firme degli abitanti contro il loro parroco sempre pronte e gli imbarazzi della curia sempre malcelati.

“Era un porto di mare”, ammette e infatti quando cinque anni fa don Domenico ha scelto di dedicarsi a tempo pieno all’associazione Viale K, in parrocchia è arrivata “la normalizzazione”.
Nata negli anni ottanta come struttura di prima accoglienza per persone in situazione di povertà o disagio, oggi Viale K conta una rete di case di accoglienza per italiani e stranieri. Dei circa 400 migranti ospitati nella provincia di Ferrara, cento sono in carico alle strutture di don Bedin. Nel cuore del modello emiliano “accoglienza diffusa e attiva” non è un’espressione vuota.

Piccoli numeri in piccoli luoghi, è la regola e la prassi, per lavorare all’inserimento delle persone in contesti sociali e lavorativi: così nelle case di accoglienza dell’associazione Viale K si coltiva frutta e verdura poi venduta al mercato e si ricicla la plastica; a fianco di una struttura di accoglienza hanno aperto un ristorante; poi ci sono le scuole di italiano per i minori, il dopolavoro per le donne provenienti dall’Europa dell’est, la mensa e i dormitori.

Ma se da una parte, nel guado di una crisi che non ha risparmiato nessuno, Viale K è diventata una sorta di stampella del sistema di welfare locale, dal punto di vista pastorale “siamo considerati come una realtà a sé stante, che non fa parte del vero progetto della diocesi, più orientato all’evangelizzazione e alla difesa dei valori fondamentali”.

Che don Bedin non esageri si è capito alla fine dell’aprile scorso quando, in un intervento pubblicato dal quotidiano La Nuova Ferrara, ha lanciato la sua “provocazione”: “In un territorio economicamente fragile è opportuno continuare ad accogliere? Sono 400 e se diventassero mille? Siamo vecchi e con una denatalità spaventosa, ritengo che sia forse la più grande opportunità che ci poteva succedere”.

La risposta del vescovo Luigi Negri, ciellino, è arrivata il giorno successivo. “L’arcivescovo Luigi Negri e la diocesi di Ferrara-Comacchio sottolineano con forza che non hanno alcuna parte nelle dichiarazioni rilasciate sulla stampa locale di oggi da don Domenico Bedin riguardo alle possibili politiche migratorie sul territorio ferrarese poiché non sono di loro specifica competenza”.

Una sonora rettifica, per alcuni una scomunica. “Il vescovo pensa che una chiesa troppo attiva sul tema della carità corra il rischio di educare le persone al materialismo e di essere letta come un servizio sociale, perdendo la sua identità che è quella di annunciare la verità sulle questioni fondamentali, come la bioetica e la morale”, riflette pacato don Bedin. La questione dirimente, non solo a Ferrara, è quella di come interpretare la missione della chiesa.

Preti di frontiera

Reticenze e resistenze sono dure a scalfirsi, come dimostra anche la reazione del vescovo Negri all’ultimo appello del papa all’accoglienza: “L’arcidiocesi di Ferrara-Comacchio valuterà realisticamente la portata di questo atto di carità, tenendo presente la situazione attuale delle nostre comunità che purtroppo sono gravate da oggettive difficoltà”.
Don Bedin è un prete di frontiera. Da una vita etichettato come “il prete dei poveri” e che dunque nella chiesa di Francesco si trova un po’ meno solo – ma sempre un po’ solo. Come si è trovato solo Oscar Cantoni, vescovo di Crema, alle prese con la “strenua e tenace opposizione” dei genitori dei bambini della scuola cattolica Manziana all’arrivo, concordato tra Caritas e prefettura, di alcuni profughi nei locali adiacenti alla scuola dell’ex convento delle Ancelle.

La lettera con la quale il vescovo comunica di aver rinunciato a mandare i profughi in quella scuola cerca esplicitamente di prevenire interpretazioni sbagliate del suo gesto: “È un atto di umiliazione, non un atto di codardia”. Ma è anche un atto d’accusa, amaro: nel piccolo, a quei genitori che mandano i figli alla scuola cattolica ma “non utilizzano o comprendono le finalità educative che essa propone, tra cui proprio l’accoglienza”; nel grande, quando constata come sia “ben strano” che il papa, che gode in un “consenso universale e applaudito da tutti, sia poi sistematicamente censurato quando non concorda con le interpretazioni ideologiche e con gli schemi mentali o spirituali di certi gruppi o persone, anche singole”.

La lettera di don Cantoni è del 16 luglio: solo qualche settimana prima dell’appello del papa in piazza san Pietro all’apertura delle parrocchie per l’accoglienza di chi chiede rifugio. Non che ci fosse bisogno dell’appello esplicito, a spiegare la linea del papa bastava quel suo primo gesto della visita pastorale a Lampedusa (l’8 luglio del 2013), senza contare encicliche e interventi, primo tra i quali quello tenuto nel settembre del 2013 nella sede del centro Astalli, la struttura dei gesuiti che si occupa dei rifugiati.

Ma evidentemente una spinta in più serviva, per provare a fare delle 27mila parrocchie italiane degli esempi di quella “chiesa con le porte aperte” (in entrata, ma anche in uscita, per andare fuori a guardare cosa c’è) di cui parla Francesco. E una visita nel cattolicissimo Veneto lo conferma.

L’accoglienza difficile del Veneto
Con i suoi 1,3 profughi ogni mille abitanti, il Veneto non porta sulle spalle il peso maggiore della nuova onda di immigrazione, quella del 2014-2015, a guardare la distribuzione nelle regioni italiane.

Ma certo la regione Veneto è quella che protesta di più. Dalla sua testa, il governatore della regione, al suo corpo amministrativo – è nato il fronte dei 29 sindaci del no, che hanno chiuso programmaticamente i loro comuni a ogni arrivo – a una parte dei suoi cittadini.

Quelli che scendono in piazza o riempiono petizioni appena il giornale locale annuncia che sta per arrivare un gruppo di profughi, mandati dal prefetto, a volte all’improvviso ma più spesso dopo un’istruttoria e un accordo con vari soggetti: tra i quali, purtroppo, si trovano più parroci che sindaci, più Caritas che municipi, più cooperative sociali che servizi pubblici territoriali.

Molto più che altrove, il “modello” dell’accoglienza scelto in Veneto si basa sugli alberghi: alla fine, la soluzione più rapida per i prefetti che non sanno che pesci prendere, ma spesso assai problematica. Non tanto per gli albergatori – i quali si offrono volontariamente e ne sono spesso ben contenti – quanto per l’impatto sul territorio, sui vicini, sull’inserimento.

Ma fare accoglienza diffusa è difficile. Ha fatto notizia, nella scorsa primavera, la fiaccolata di Padova guidata dal sindaco Bitonci contro la presenza di un gruppetto di profughi in una casa privata messa a disposizione da un’anziana vedova. Ma cose così, nel cuore del bianco Veneto, succedono di continuo.
Il piccolo comune di Camisano si è ribellato contro sette donne, per le quali una coop di Vicenza aveva trovato, dopo lunghe ricerche, un appartamento disponibile. “Due sono incinte”, hanno titolato i giornali e questa è stata considerata, dal sindaco (medico) in giù, un’aggravante.

“Siamo in mezzo a un polverone, e non sappiamo bene perché, abbiamo seguito tutte le procedure giuste, e siamo convinti che il modello dei piccoli numeri sia quello più gestibile”, dice Barbara Baldi, presidente della cooperativa Tangram che si occupa delle sette ragazze; e racconta della difficoltà a trovare i posti, anche bussando alle porte delle canoniche.

Lo stesso è successo alla cooperativa Cosmos, 49 profughi sistemati per ora in dieci appartamenti. Valentina Baliello, responsabile del progetto di accoglienza della coop per la provincia di Vicenza, racconta di progetti che partono e di muri e muretti che vengono su, a volte camuffati dietro motivazioni pratico-logistiche. Spesso l’agenzia immobiliare che trova la casa di un privato – e a prezzi di mercato – è la strada più rapida, di fronte a porte che si chiudono anche nei luoghi sacri.
Ci sono chiese che aprono gli oratori e le canoniche, oppure offrono i campetti di calcio. Ma anche altre che li chiudono, o fanno orecchie da mercante. E spesso, raccontano gli operatori del sociale, questo succede non tanto per decisione del parroco, ma per l’intervento dei consigli pastorali: già, perché il parroco non ha un potere assoluto, e per gestire le sue parrocchie – e i relativi locali – deve chieder conto anche alla complicata governance dettata dal diritto canonico.

I consigli pastorali, eletti con una sorta di primarie dalle comunità, devono deliberare sulle questioni più importanti della parrocchia, ed eleggono poi i consiglieri per gli affari economici, insomma quelli che gestiscono casse e beni. Non è facile muoversi: “C’è bisogno di motivare la sensibilità dei cristiani, perché respirano disinformazione”, dice don Luca Facco di Padova.

Facco racconta quel che è successo in una delle tre parrocchie della sua zona che hanno accettato l’invito ad aprire le porte, in quel di Cittadella (già resa famosa a suo tempo dalle iniziative contro gli immigrati dell’allora sindaco Bitonci, poi diventato primo cittadino di Padova): quando finalmente è stato firmato l’accordo e le porte si potevano aprire, è intervenuto il comune a chiudere tutto. Con tanto di insulti al prete che si era permesso di parlarne dal pulpito.

Se si scava un pochino emergono l’individualismo, il corporativismo, la logica di campanile

Episodi che si ripetono ogni volta, seguendo lo stesso copione. E dei quali le cronache locali sono piene. E quando non sono al centro della bufera per i locali concessi o negati, i preti si trovano lo stesso in mezzo alla questione, per fare mediazioni, cercare soluzioni, metterci una buona parola.

Com’è successo a Sant’Anna di Chioggia, 4.800 abitanti a pochi chilometri dalla splendida laguna, dove qualche settimana fa si è svolta una strana assemblea in parrocchia. Fedeli, cittadinanza interessata, comitato cittadini, prete, Caritas diocesana. Non un rappresentante delle istituzioni, dei partiti, dei sindacati. E nel mezzo don Nicola, a cercare di sbrogliare la matassa: 52 profughi arrivati a fine maggio, per il 60 per cento musulmani, piazzati al Bragozz, l’albergo a due stelle che si affaccia sul traffico della via Romea, posizione centrale ma bisognoso di una qualche risistemazione.
Dalla sua postazione della Caritas del nordest, don Callegari chiama in causa la responsabilità delle istituzioni. Ma non si sottrae alla riflessione sulle responsabilità, e le divisioni, del mondo cattolico. Che si trova alle prese con il papa più amato che gli chiede di fare le cose più difficili. Ma davvero il papa è così popolare quando parla di carità?

Don Marino sorride. “Se posso permettermi una battuta, agli uomini piacciono sempre le belle donne possibilmente giovani, ci si innamora facilmente, poi dall’innamoramento allo sposalizio, ai venticinquesimi o cinquantesimi, di strada ne passa”.

Soprattutto se il cattolicesimo è quello veneto: “Non dimentichiamo il passaggio culturale profondo che qui è stato compiuto, ben analizzato da Ilvo Diamanti: una regione bianca, cattolica nella quale nasce e si consolida una maggioranza localistica e leghista. Un cattolicesimo tipicamente veneto, diffuso in parrocchia, negli oratori e nelle mentalità: ma appena si scava un pochino, emerge l’individualismo, il corporativismo, la logica del campanile”.

Il cambiamento parte dalle avanguardie

In un simile contesto, ormai storicamente dato, piomba il messaggio di Francesco, con alcuni dei vescovi veneti in prima fila nel rilanciarlo, a partire dal patriarca di Venezia, Moraglia, “chi non accoglie non può dirsi cristiano”. Però la realizzazione, il cambiamento profondo, dice don Marino, “è affidato a delle avanguardie: in parrocchia o nella Caritas o altrove”.

Tuttavia, dopo il messaggio dell’Angelus di domenica 6 settembre, c’è stata un’accelerazione. A Padova, durante una riunione di tutti i vicari foranei (un organismo di partecipazione e consultazione previsto da quella diocesi) si è deciso di lanciare una campagna di informazione, di stampare un opuscolo per smontare i tabù contro l’accoglienza, da distribuire ai consigli pastorali.

E al livello nazionale in tutte le 27mila parrocchie arriverà, il 30 settembre, un vademecum dai rispettivi vescovi, su come tradurre in realtà l’invito del papa.
Secondo monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, quella domenica qualcosa è cambiato. “L’annuncio del papa ha fatto emergere un consenso diffuso. Stiamo ricevendo inviti da tutte le regioni, di strutture che si candidano a ospitare”.
Per molti parroci è stato un aiuto fondamentale. Come per don Tommaso Scicchitano, giovane parroco in provincia di Cosenza che, dopo l’appello di papa Francesco, ha scritto un post su Facebook per chiamare a raccolta i suoi parrocchiani: “Papa Francesco ha chiesto a ogni parrocchia di accogliere una famiglia di profughi. Che facciamo? Gli diciamo di no?”.

E ha tirato un sospiro di sollievo: “Adesso che l’ha detto anche il papa, mi sento più libero di potere immaginare qualcosa, perché affrontare i problemi etici è meno rischioso, puoi essere d’accordo o meno ma è un modo più semplice di vivere. L’accoglienza invece ti pone di fronte al rischio di non essere in grado di gestire una situazione difficile, è una scommessa”.

Dalle parti di Francesco
Gesuiti, immigrazione, accoglienza: il centro Astalli, che gestisce in Italia il servizio per i rifugiati della Compagnia di Gesù, è una tappa obbligata di quest’inchiesta. Nato nel 1981, gestisce una fitta rete di strutture: solo a Roma ci sono otto sedi (per 20mila rifugiati all’anno circa) per l’accoglienza ai rifugiati. Qui è nato (all’indomani di quel primo appello del papa del 2013) Comunità di ospitalità, un progetto di seconda accoglienza rivolto a persone in possesso del permesso di soggiorno con l’obiettivo di sostenerne e facilitarne il percorso di inserimento abitativo e lavorativo.

Dal 2014 però, quando il progetto è partito, solo 15 istituti religiosi, su un totale a Roma di circa 500 tra maschili e femminili secondo i dati della diocesi capitolina, hanno messo a disposizione i loro locali e ospitano attualmente una ventina di persone. Una risposta contenuta? “È vero che ci sono tanti conventi, ma ci sarebbero anche tante caserme. L’accoglienza è una cosa dello stato eppure abbiamo regioni intere che non fanno assolutamente niente”, risponde Bernardino Guarino, direttore del centro Astalli.

Però il problema è anche che, a meno di non volere fare affari, i luoghi dell’accoglienza non si possono inventare. Tra gli enti ecclesiastici c’è una grossa potenzialità ma spesso si tratta di strutture che andrebbero messe a norma. Più in generale si tratta di creare una cassetta degli attrezzi perchè l’accoglienza è un processo che va governato e costruito, anche nel mondo cattolico.

E Guarino sottolinea un’altra parola importante, quando si parla di accoglienza: gratuità. “La novità del messaggio papale è quella della gratuità dell’accoglienza, accogliere cioè non solo se c’è qualcosa in cambio ma perché è la persona che deve essere messa al centro. C’era il rischio che i cattolici delegassero il tema agli enti che abitualmente si occupano di accoglienza, come la Caritas, e il papa li ha chiamati a una responsabilità personale”.

Per questo c’è chi, più che delle divisioni che attraversano la chiesa, preferisce parlare della spaccatura che attraversa le coscienze. “Il papa ci sta dando colpi ai fianchi. C’è una parte di noi stessi che non sempre vuole accettare il Vangelo”.

Chi parla, dai suoi uffici di via della Conciliazione, è l’arcivescovo Claudio Celli, che da presidente del Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali si trova a gestire sia il versante teologico sia – soprattutto – quello social e pop di Francesco.

Eravamo come assopiti
Quello che sta succedendo in questi giorni, in questi mesi, dice Celli, è fuori dell’ordinaria amministrazione. “È come quando cadde il muro di Berlino, un ecclesiastico tedesco mi confidò: per noi era più comodo prima, avevamo un alibi, una scusa per non agire”.

Quali sono i “colpi ai fianchi” che sta dando il papa, e a quali fianchi? “Il richiamo continuo e forte all’essenzialità del Vangelo. L’opzione preferenziale per i poveri. La chiesa come ospedale da campo, accidentato e imperfetto, preferibile a una chiesa perfetta ma immobile”.

Grande punto di riferimento, racconta don Celli, è il documento di Aparecida, che concluse la conferenza dell’episcopato latinoamericano nel 2007. L’allora cardinal Bergoglio fu il presidente del Comitato di redazione del documento: nella ricostruzione della “politica sociale” della chiesa che sta venendo fuori, tendiamo a dimenticare il fortissimo impatto della sensibilità, e della storia, latinoamericana.

Ma tutto entra nella carne viva oggi, di fronte al mondo che cerca di spalancare le porte chiuse d’Europa e d’Italia: “Diciamolo: noi a livello italiano ed europeo ci eravamo come assopiti. Ma a volte la vita, la realtà, ci obbliga a delle scelte”.

Le opposizioni a Francesco nell’establishment cattolico? “Ci sono molti benpensanti che ritengono che il papa abbia esagerato: ma dicevano così anche ai tempi di Gesù, lo definivano un pazzo”.

I benpensanti, nel discorso di don Celli, sono sparsi ma molto più presenti ai piani medio alti che a quelli bassi: “Mi sembra che ultimamente il popolo di Dio abbia scavalcato certi pensatori”, afferma parlando del viaggio negli Stati Uniti e dei movimenti conservatori nel cattolicesimo americano. Nelle riflessioni del presidente del Consiglio pontificio, le innovazioni sulle questioni della morale familiare e sessuale e quelle sul messaggio sociale vanno insieme: “È la chiesa che va incontro all’uomo, qualunque sia il suo stato di vita”.

Torniamo nelle catacombe, per tornare al messaggio originale di una chiesa che vive povera

Si vedranno il 16 novembre, sotto la terra di Napoli. Rinnoveranno, nelle catacombe della Sanità, quel patto siglato cinquant’anni fa dalla “chiesa delle catacombe”, per una chiesa “serva e povera”. La citazione non è casuale: era il 1965, si concludeva il concilio Vaticano II, e a sottoscrivere quel patto fu una maggioranza di cardinali latinoamericani.

Fu una delle premesse della teologia della liberazione, che sarebbe stata poi spianata dalla chiesa ufficiale. Nell’anno 2015, hanno deciso di rievocare e rifare quel patto un buon numero di preti di frontiera. Quelli che si trovano agli incontri di Libera, che vanno dalla barricate afronapoletane di Alex Zanotelli al pragmatismo lombardo – e radicale – della Casa della carità di don Colmegna.

“Torniamo nelle catacombe, per tornare al messaggio originale di una chiesa che vive povera”, dice Virginio Colmegna. Racconta che a Bruzzano, nella parrocchia della Maria Vergine Assunta, dal 24 luglio a oggi sono passate 351 persone di tredici nazionalità, e il progetto, promosso con la Casa della carità, è riuscito. “Bisogna osare, rompere. Non basta dire che la chiesa è per i poveri: deve essere povera. Non bisogna utilizzare i poveri per affermare la propria identità”.

Attenzione, il messaggio che uscirà dal nuovo patto delle catacombe sarà bello tosto: “Gli atei devoti pensano ancora che la religione sia un tranquillante, che si possa proporre un Dio utile per sé: no, Dio non è utile, entra nelle pieghe, nelle sofferenze”. Pronti a raccogliere e rilanciare il messaggio, tanti uomini di chiesa, da nord a sud. Non è la parte maggioritaria della chiesa, ma non è più nell’ombra o in castigo. Anzi, è tornata al centro della scena per portare a termine quel che era cominciato nel lontano 1965. Come dice don Colmegna: “Il concilio Vaticano II comincia adesso”.

 

Grecia-ElezioniBernard Guetta, Internazionale
21 settembre 2015

Dicevano che fosse testa a testa con la destra. Molti lo consideravano già perdente e vicino al tramonto politico. E invece, per la seconda volta in un anno, Alexis Tsipras ha vinto nettamente le elezioni, una vittoria che a ben guardare non ha nulla di sorprendente.

Internazionale
18 09 2015

Le autorità messicane hanno arrestato il presunto responsabile della scomparsa di 43 studenti l’anno scorso nella città di Iguala, nello stato di Guerrero.

Gildardo López Astudillo, chiamato el Gil, di 36 anni, è stato fermato nella città di Taxco, proprio nello stato di Guerrero. È considerato il capo dei sicari dei Guerreros unidos, il cartello della droga che controlla la regione e che secondo la procura ha dato l’ordine alla polizia locale di sequestrare i giovani e poi si è occupato di ucciderli e farli sparire.

Secondo gli investigatori, el Gil era al centro di questo piano criminale. A lui si rivolsero gli agenti, il 26 settembre del 2014, dopo aver arrestato gli alunni di una scuola normale rurale di Ayotzinapa che attraversavano Iguala in bus. È stato el Gil a contattare Sidronio Casarrubias Salgado, il capo dei Guerreros unidos, per sapere che fare degli studenti. In vari dispacci per Salgado, el Gil ha detto che i giovani facevano parte de Los rojos, il cartello rivale. Sulla base di questa informazione falsa, il loro viaggio a Iguala è stato interpretato dai Guerreros unidos come un attacco sul territorio.

Lo stato di Guerrero è il maggior produttore di oppio di tutta l’America e il controllo di Iguala permette di controllare da vicino le piantagioni, le strade, i politici e la polizia, consentendo ai narcos di vivere nell’impunità. Per conquistare Iguala, i Guerreros Unidos hanno impiegato anni. Per questo, quando el Gil riferì al suo capo che 43 componenti della banda rivale erano stati catturati dalla polizia locale, Casarrubias Salgado ha dato l’ordine di ucciderli per difendere il territorio.

El Gil ha eseguito il mandato. Secondo la ricostruzione della procura, si è fatto consegnare gli ostaggi e, con l’aiuto degli altri sicari del cartello, li ha condotti fino a una discarica nella cittadina di Cocula, dove li ha uccisi e poi ha bruciato i corpi. Per non lasciare tracce, ha deciso di gettare i resti nel fiume San Juan, lì vicino.

Le indagini hanno portato finora all’arresto di 11 persone, compreso il capo dei Guerreros Unidos. Eppure restano molti dubbi sulle indagini ufficiali. È inspiegabile il fatto che dei giovani studenti siano stati scambiati per narcotrafficanti de Los rojos. I familiari rifiutano la versione fornita del governo e della procura.

Anche gli esperti internazionali scelti dall’organizzazione degli stati americani (Oea), che sono in Messico per raccogliere prove e studiare il caso, sostengono che non esistano prove del fatto che i giovani siano stati bruciati a Cocula. Ma questo è il punto centrale delle confessioni degli arrestati: se non è successo, tutte le testimonianze perdono credibilità.

Scontri sulla Spianata delle moschee a Gerusalemme

Internazionale
14 09 2015

Sono scoppiati violenti scontri tra palestinesi e polizia israeliana sulla Spianata delle moschee, nella città vecchia di Gerusalemme. La tensione è stata scatenata dal divieto, imposto da Israele l’8 settembre, alla vigilia del capodanno ebraico che comincia stasera, di entrare nell’area ai membri del gruppo musulmano dei Murabitun (sentinelle), affiliato ai Fratelli musulmani.

Secondo quanto riferito dalla polizia israeliana, nella notte un gruppo di palestinesi ha eretto barricate davanti alla moschea Al Aqsa. “I manifestanti, dotati di maschere, hanno lanciato pietre e molotov contro la polizia”, hanno detto gli agenti.

Per disperdere i manifestanti palestinesi le forza di polizia israeliane hanno usato gas lacrimogeni e granate stordenti e hanno fatto irruzione all’interno della moschea, la più grande di Gerusalemme.

Il presidente palestinese Abu Mazen ha definito l’episodio “un attacco” e ha ribadito che per l’Autorità Nazionale Palestinese la moschea di Al Aqsa e i luoghi sacri dell’islam sono “una linea rossa” da non superare.

Sono 110 i palestinesi feriti o intossicati negli incidenti, secondo l’agenzia palestinese Maan. Secondo il presidente della Mezzaluna rossa la maggior parte degli infortuni è dovuta ai lacrimogeni, mentre venti feriti sono stati trasferiti all’ospedale per patologie più gravi.

La Spianata delle moschee, che gli ebrei chiamano Monte del tempio, è stata chiusa ai visitatori per circa tre ore, ma poi è stata riaperta al pubblico.

 

Internazionale
14 09 2015

Siamo al momento della verità. Se l’Unione europea non riuscirà a trovare un accordo sul problema dei migranti in occasione della riunione dei ministri dell’interno, bisognerà convocare un vertice straordinario dei 28 leader europei, un Consiglio europeo che rischierebbe di confermare le divisioni interne sprofondando l’Europa in una crisi politica gravissima.

Dopo essersi consultati per tutto il fine settimana, i governi di Francia e Germania propongono che i paesi membri accettino il principio di una ripartizione dei migranti in base alle dimensioni e alla situazione economica di ciascun paese, impegnandosi al contempo ad affrontare seriamente il problema del controllo delle frontiere esterne e a creare centri d’accoglienza per poter distinguere tra migranti economici e rifugiati politici.

Un cauto ottimismo

Trovare un accordo su questi due punti non è impossibile, perché il secondo è universalmente accettato e perché l’Ungheria, che si oppone più degli altri al sistema delle quote obbligatorie, sarebbe esentata come la Grecia e l’Italia, gli altri due paesi della frontiera europea dove i rifugiati sono già molto numerosi.

L’intesa è tanto più realizzabile se consideriamo che la Polonia non rifiuta l’idea di accogliere i migranti, che altri paesi ostili alle quote cominciano a rivedere la loro posizione e che nelle riunioni ministeriali si vota a maggioranza qualificata.

Domenica, a Parigi come a Berlino, si respirava un cauto ottimismo. Al contempo, oltre al fatto che la battaglia sarà difficile e incerta, bisogna tenere conto che il flusso di migranti e richiedenti asilo continua ad aumentare e ci vorrà qualche giorno prima di realizzare la selezione alle frontiere.

L’Europa ha bisogno di tempo, ed è per questo che tedeschi e francesi hanno raggiunto un accordo provvisorio su 120mila migranti. Francia e Germania vogliono affermare un principio che sia applicabile anche in seguito e allo stesso tempo vogliono ridurre il numero di arrivi spingendo l’Unione a contribuire al miglioramento delle condizioni di vita nei campi profughi siriani in Giordania, Libano e Turchia.

Riuscirci non sarà facile, perché esistono grosse difficoltà logistiche e soprattutto perché la politica interna di quasi tutti gli stati membri attraversa un periodo particolarmente complesso.

L’Unione paga il suo ritardo nel dotarsi di una politica estera e di una difesa comuni che le avrebbero permesso di avere un peso in Medio Oriente e gestire le crisi senza bisogno dell’approvazione e dell’appoggio degli Stati Uniti. Adesso l’Ue deve fare i conti con la sua inesistenza come potenza politica sulla scena internazionale, ed è per questo che è arrivato il momento della verità.

Questa crisi renderà l’Unione più forte o la indebolirà ulteriormente riducendola presto all’“ognuno per sé”, trasformando ciascuno stato europeo in una potenza trascurabile. È precisamente contro questo scenario che la Germania ha messo in guardia i partner chiudendo le sue frontiere.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Internazionale
09 09 2015

Il 9 settembre il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker presenterà davanti al parlamento il nuovo piano di redistribuzione dei richiedenti asilo, arrivati in Italia, Grecia e Ungheria dal Medio Oriente e dal Nordafrica negli ultimi mesi. Bruxelles proverà a imporre quote obbligatorie di redistribuzione, nonostante l’opposizione di alcuni stati dell’Europa orientale.

A luglio del 2015 il tentativo di rendere obbligatorie le quote era fallito, a causa dell’opposizione dei paesi dell’est come la Repubblica Ceca e la Polonia. Il presidente Juncker chiederà ai paesi europei di prendere in carico 160mila richiedenti asilo, 120mila in più rispetto ai 40mila proposti a maggio del 2015.

Secondo il nuovo piano, dall’Italia dovrebbero partire 39.600 richiedenti asilo che verranno portati in altri paesi europei.

Secondo El País, la quota più importante dei 120mila richiedenti asilo arrivati in Italia, Grecia e Ungheria sarà accolta dalla Germania (31.443) e Francia (24.031). Uno sforzo importante verrà chiesto anche a Spagna (14.931), Polonia (9.287), Paesi Bassi (7.214) e Romania (4.646). Anche i piccoli stati come Malta, Cipro e Lussemburgo dovranno fare la loro parte.

 

Internazionale
09 09 2015

Ad agosto la foto del suo arrivo sull’isola di Kos, in Grecia, scattata da un fotografo del New York Times ha fatto il giro del mondo e ha contribuito a tenere alta l’attenzione sulla condizione dei profughi siriani che si affidano ai trafficanti e a imbarcazioni di fortuna per raggiungere la Grecia e da lì, provare ad arrivare nell’Europa settentrionale. Laith Majid è un profugo siriano e insieme a sua moglie Nada Adel, ai suoi figli Moustafa, 18 anni, Ahmed, 17 anni, Taha, 9 anni, Nour, 7 anni, ha viaggiato per settimane attraverso l’Europa. Ora è finalmente arrivato in Germania, a Berlino, dove ha presentato la sua domanda d’asilo. Il gruppo Facebook Europe says Oxi ha pubblicato una nuova foto della famiglia.

Post su Facebook di Europe says Oxi. - Post su Facebook di Europe says Oxi.
La famiglia al momento si trova in una caserma dell’esercito che è stata attrezzata per accogliere i richiedenti asilo. Majid e la sua famiglia sono scappati dal gruppo Stato islamico a Deir Ezzor, in Siria. Hanno pagato 6.500 dollari per imbarcarsi su un gommone che li ha portati sull’isola di Kos insieme ad altre 12 persone. Il fotografo Daniel Etter ha raccontato lo sbarco dicendo: “Non sono mai stato così sopraffatto da un evento come questo che ho avuto la fortuna di documentare”.

“Quando l’imbarcazione è arrivata sulla spiaggia, un uomo di mezza età è sceso, era visibilmente scosso. Quando tutta la famiglia è arrivata sull’isola, lui e sua moglie sono scoppiati in lacrime, hanno abbracciato ognuno dei loro figli”, ha raccontato Daniel Etter del New York Times. Nada Adel, un’insegnate di inglese, ha raccontato che la famiglia ha scelto di andare in Germania perché “Angela Merkel è come una madre per noi”. Merkel ha recentemente annunciato che sospenderà il regolamento di Dublino per tutti i richiedenti asilo siriani arrivati in Germania. Nada Adel ha aggiunto che la figlia più piccola, Nour, ha ancora paura del mare, dopo la traversata notturno dell’Egeo.

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