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INTERNAZIONALE

Internazionale
01 07 2015

Quando la stampa internazionale sottolinea che nel mese di Ramadan, il mese santo per i musulmani, ci sono più attentati terroristici e violenze settarie rispetto al resto dell’anno non fa altro che riproporre la propaganda del gruppo Stato islamico senza applicare nessun filtro. I jihadisti, infatti, avrebbero chiesto ai loro seguaci di “attaccare gli infedeli” nel mese santo.

Una tabella riassuntiva degli ultimi attentati organizzati o ispirati all’organizzazione compilata dal New York Times arriva a risultati ben diversi: il mese di Ramadan non è il periodo dell’anno in cui ci sono più attentati.

Che il Ramadan sia strumentalizzato dai jihadisti è una preoccupazione per tutto il mondo islamico. Infatti gli attentati in Tunisia e in Kuwait colpiscono l’opinione pubblica musulmana, i commenti indignati sulla stampa araba sono numerosi e pongono l’accento sulla coincidenza con il mese santo, ma proprio perché avvengono durante un periodo dedicato all’amore del prossimo e alla pace, come sottolinea l’articolo dell’Atlantic Ramadan is not a time for erversbloodshed.

“In un certo senso il Ramadan combina lo spirito del Natale con quello della Pasqua. Di fatto, i musulmani considerano il Ramadan come il mese nel quale la parola divina (il Corano) è scesa sulla Terra attraverso la rivelazione di Maometto, come il Natale per i cristiani rappresenta il momento in cui la parola di Dio (Gesù) è venuta al mondo”, scrive l’Atlantic.

Per milioni di musulmani il mese di Ramadan rappresenta un momento d’introspezione, di ricerca spirituale e di miglioramento. Sui giornali diverse personalità spiegano i loro buoni propositi per il futuro e si pubblicano ricette di dolci per le feste. Tutte le sere, la rottura del digiuno, o iftar è l’occasione di distribuire alla famiglia, agli amici e ai vicini regali e inviti a cena. Con i bambini in vacanza, le famiglie guardano fino a tardi le famose musalsal del Ramadan, le serie televisive concepite per questo mese speciale. Il mese è anche il momento in cui ci si concentra di più sulla preghiera e fare la zakat, la carità ai più poveri, è un dovere. In questo contesto di festa, di tregua, la chiamata alle armi del gruppo Stato islamico corrisponde a un’ennesima rottura culturale dell’organizzazione rispetto al mondo musulmano, spiega l’Atlantic.

I propagandisti dell’organizzazione Stato islamico provano (e in modo fallimentare) a reindirizzare verso il loro obiettivo perverso questo potere spirituale, gioioso e generoso del Ramadan. Perderanno, perché per quasi tutti i musulmani, l’islam è una bellissima religione, la sua verità soddisfa la loro mente e i suoi rituali riempiono il loro cuore di pace. L’idea del Ramadan come una stagione di crudeltà e di aggressione non è solo, quindi, fallace, è anche inconcepibile.

L’effetto di rottura con le pratiche culturali più diffuse dell’islam è sicuramente il principale marchio di fabbrica della propaganda dell’organizzazione Stato islamico. Ma in ultima istanza è “impensabile” per il mondo musulmano aderire a questo modello, perché oltre alle frontiere irachene e siriane lo Stato islamico, come sostiene lo studioso di islam politico Olivier Roy, “rimane l’espressione di uno spettro, di un mondo immaginario che produce un effetto di terrore per paralizzare l’avversario”.

Internazionale
30 06 2015

La corte suprema blocca la chiusura delle cliniche che praticano l’aborto in Texas

Dieci cliniche dove si pratica l’interruzione di gravidanza in Texas potranno restare aperte, lo ha stabilito una sentenza della corte suprema degli Stati Uniti con 5 voti a favore e 4 contrari. Le cliniche avrebbero dovuto chiudere dal 1 luglio, ma la corte ha deciso che devono restare aperto fino a quando il caso non sarà esaminato dalla corte suprema. Il caso riguarda due articoli di una legge proposta dal governo conservatore del Texas e approvata dal parlamento nel maggio del 2013, che impone una serie di restrizioni alle cliniche che praticano l’interruzione di gravidanza.

Il 9 giugno la legge è stata sostenuta da una decisione della corte d’appello federale di New Orleans che aveva considerato legittima la legge secondo cui le cliniche che praticano aborti devono dotarsi di locali, attrezzature e personale, equivalenti a quelli delle sale chirurgiche degli ospedali. Il governo conservatore del Texas sostiene che queste misure servano a garantire la sicurezza delle donne, ma per le associazioni contrarie alla legge il vero obiettivo del provvedimento è rendere difficile l’interruzione di gravidanza.

Di fatto, dopo l’entrata in vigore di questa norma, il numero dei centri abilitati si è molto ridotto. In tutto il Texas, che ha una superficie di 700mila chilometri quadrati ed è il secondo stato più popoloso degli Stati Uniti, erano 41 nel 2012, ora sono 18. Se la Corte suprema non ferma l’attuazione della legge, diventeranno dieci a breve, secondo le organizzazioni. Dopo la decisione del tribunale di New Orleans, hanno presentato ricorso alla corte suprema, l’istanza più alta del paese, avviando la causa più ampia che sia mai stata intentata nel paese per difendere il diritto all’aborto.

Di fronte a quest’ultima umiliazione, però, hanno alzato le mani.

Tsipras ha pensato di non avere il mandato popolare per trattare ancora, e ha indetto un referendum per domenica prossima, il 5 luglio, con un discorso molto bello, che finisce con parole che non riguardano solo la Grecia.

In questi tempi difficili, tutti noi dobbiamo ricordare che l’Europa è la casa comune di tutti i suoi popoli. Che in Europa non ci sono padroni e ospiti. La Grecia è, e rimarrà, parte integrante dell’Europa, e l’Europa parte integrante della Grecia. Ma un’Europa senza democrazia sarà un’Europa senza identità e senza una bussola. Chiedo a tutti voi di agire con unità nazionale e compostezza, e di prendere una decisione degna. Per noi, per le generazioni future, per la storia greca. Per la sovranità e la dignità del nostro paese.

Dopo questo discorso l’Eurogruppo è stato ancora più punitivo. In prima battuta ha dichiarato che non avrebbe esteso l’attuale programma di aiuti alla Grecia oltre il 30 giugno, mettendo a rischio la tenuta delle banche greche, condannando di fatto la Grecia al default e generando il panico. Poi ha radicalizzato lo scontro, togliendo anche la liquidità di emergenza. Il risultato sono banche chiuse per una settimana e gli sportelli dei bancomat da cui non si possono ritirare più di 60 euro.

Leggiamo sui giornali della crisi greca almeno da quattro anni. Dalla vittoria di Syriza, il partito di Tsipras, abbiamo assistito allo stillicidio dei negoziati, sperando che non solo servissero per arrivare a una soluzione, ma che si mostrasse la strada per un’altra Europa. Adesso, di fronte all’umiliazione del popolo greco, perché non sentiamo che questa umiliazione tocca anche noi?

Perché molti giornalisti trattano questo tema con indifferenza se non con sarcasmo? Perché non si è sentito nemmeno un sussurro di solidarietà da parte dei politici italiani, nemmeno di quelli che nel governo fino a pochi mesi fa elargivano abbracci, baci e regali a Tsipras?

Perché non ci sembra che questa sia una fondamentale battaglia democratica? Perché non siamo allibiti e furiosi di fronte a un’oligarchia che chiede la demolizione dei diritti sociali e del welfare di un paese? Perché non ci indigniamo di fronte agli articoli che spiegano come cautelarci per le nostre vacanze se abbiamo prenotato quindici giorni a Mykonos? Perché non troviamo rivoltanti copertine come questa che titolano “Case da comprare e vacanze di lusso: le occasioni di un paese in saldo”? Perché non occupiamo la sede dell’Unione europea, come hanno fatto qualche giorno fa, come gesto di solidarietà, attivisti e sindacalisti a Dublino?

La decisione della corte suprema degli Stati Uniti di legalizzare i matrimoni omosessuali ci ha toccato come se fossimo parte di un’unica grande nazione planetaria. Perché invece l’umiliazione dei greci e il rischio di una crisi spaventosa non sembrano riguardarci? Perché non scendiamo in piazza? Perché non sentiamo che quel referendum è un’ultima tragica scelta anche nostra, tra due idee di Europa? Perché non ci battiamo per costruire un’Europa che non sia solo l’espressione di un trattato economico? Cosa vorremmo succedesse nel resto d’Europa se fossimo noi nella situazione del popolo greco? Perché non ci ritroviamo davanti alle ambasciate e ai consolati greci?

Soccorsi 2.900 migranti al largo della Libia

Internazionale
29 06 2015

Il 28 giugno in 21 operazioni di soccorso la guardia costiera italiana insieme ad altri mezzi della missione Triton ha tratto in salvo 2.900 persone che si trovavano in difficoltà a bordo di imbarcazioni di fortuna al largo della Libia.

Sono intervenute navi della missione Triton tra cui la nave Corsi della guardia costiera, due motovedette della guardia costiera e una nave militare spagnola. Impegnate nei soccorsi anche nave Euro della marina militare, un’unità della guardia di finanza, un’unità militare inglese e una irlandese, e la nave Phoenix del Moas.

La nave irlandese Lé Eithne ha soccorso 593 migranti in sei imbarcazioni a 50 miglia nautiche da Tripoli. Tra le persone soccorse ci sono 496 uomini, 92 donne e 5 bambini. Circa cento migranti sono sbarcati a Lampedusa ieri sera, ma oggi la maggior parte delle persone soccorse arriveranno nei porti di Augusta, Pozzallo e Reggio Calabria.

 

Israele blocca una nave della Freedom Flotilla

Internazionale
29 06 2015

L’esercito israeliano ha intercettato una nave di attivisti filopalestinesi che cercava di portare aiuti alla Striscia di Gaza via mare, rompendo il blocco navale. La nave è stata scortata verso un porto israeliano, ha confermato l’esercito. “In accordo al diritto internazionale, la marina israeliana ha ripetutamente chiesto alla nave di cambiare rotta”, si legge in un comunicato.

“Dopo il suo rifiuto, la marina ha intercettato la nave in acque internazionali per evitare che violasse il blocco navale imposto alla Striscia di Gaza”.
Un portavoce militare ha confermato che la nave svedese Gothenburg Marianne fa parte della Freedom Flotilla III, un convoglio di quattro navi che trasportano aiuti per Gaza. Tra gli attivisti coinvolti anche il deputato arabo-israeliano Bassel Ghattas e l’ex presidente tunisino Moncef Marzouki.

Internazionale
29 06 2015

Le banche e la borsa di Atene oggi rimarranno chiuse, dopo il no dei creditori all’estensione del piano di aiuti alla Grecia oltre il 30 giugno e la fuga di liquidità che ne è conseguita. Lo ha annunciato il premier Alexis Tsipras alle 20 di ieri con un discorso di un minuto e mezzo trasmesso in tv. Da martedì sarà possibile ritirare dai bancomat al massimo 60 euro. Il 5 luglio in Grecia è stato convocato un referendum indetto dal governo in cui si chiederà il parere dei cittadini sulle riforme richieste dai creditori per concedere il piano di aiuti.

Nel suo discorso alla tv greca Tsipras ha attaccato la Banca centrale europea e ha chiesto ai greci di rimanere calmi: i depositi sono al sicuro, le pensioni e gli stipendi verranno pagate. Tsipras accusa la Bce di aver suggerito alla banca centrale greca di chiudere banche e borsa. Se i partner dell’Eurozona vogliono, ha detto Tsipras, “possono dare alla Bce la libertà di ripristinare la liquidità delle banche anche stanotte stessa”.

I mercati asiatici hanno risentito dell’annuncio di Tsipras e dei timori che la Grecia esca dalla zona euro. In apertura Tokyo ha perso il 2,25 per cento, Sydney l’1,62 per cento, Seoul l’1,17 per cento, Taipei l’1,70 per cento e Hong Kong l’1,46 per cento.

La Grecia deve ripagare al Fondo monetario internazionale un prestito da 1,6 miliardi di euro, se non otterrà un prestito entro quel giorno entrerà in default e potrebbe uscire dall’unione monetaria dei 19 paesi europei. La decisione dell’Eurogruppo e della Banca centrale di non concedere più liquidità alla Grecia, “sono un tentativo di influenzare il processo democratico in Grecia”, ha detto Tsipras che ha annunciato di aver chiesto di nuovo una proroga del piano di aiuti oltre il 30 giugno.

Internazionale
26 06 2015

Un’esplosione ha colpito una moschea sciita a Kuwait City, durante la preghiera del venerdì, uccidendo almeno dieci persone e ferendone almeno altre otto. L’attacco è stato rivendicato dai jihadisti del gruppo Stato islamico.

L’emiro del Kuwait, Sabah al Ahmad al Jaber al Sabah si è recato nella moschea, poco lontana dalla sede del ministero dell’interno, nel quartiere centrale di Al Sawabir.

Secondo l’ex ministro dell’informazione Saad al Ajmi, l’attentato ha ricordato che “nessun paese è immune dal terrorismo”.

Nel paese del golfo le relazioni tra la comunità sunnita e quelle sciita sono buone ed episodi simili sono rari.

Diritti lgbtiqLea Melandri, Internazionale
24 giugno 2015

La piazza piena di San Giovanni, in occasione della manifestazione del 20 giugno in difesa della famiglia tradizionale, non deve trarci in inganno: il cambiamento è già avvenuto e saranno proprio i figli, per la difesa dei quali padri e madri hanno deciso di manifestare, a viverlo con minori traumi e incertezze.

Internazionale
24 06 2015

Secondo alcune indiscrezioni del Guardian, l’eurogruppo di domani dovrebbe approvare una proposta che prevede la coercizione per i migranti irregolari che arrivano in Europa.

Il Guardian, che ha ricevuto la bozza del documento che sarà discusso domani dai leader europei riuniti a Bruxelles, riferisce che verrà dato il via libera alle polizie di frontiera europee che potranno sottoporre “a un sistema di quarantena” i migranti che arrivano in Europa in maniera irregolare, per costringerli alla registrazione e alla fotosegnalazione. La registrazione delle impronte digitali nel paese di ingresso in Europa, infatti, è una condizione prevista dalle regole europee per i richiedenti asilo. Il regolamento di Dublino impedisce ai migranti di presentare una domanda di asilo in più di uno stato membro, e prevede che la domanda sia esaminata dallo stato dove il richiedente ha fatto ingresso nell’Unione. L’Europa ha adottato il sistema Eurodac, un archivio comune delle impronte digitali dei richiedenti asilo usato dalla polizia per controllare se sono state presentate diverse domande dalla stessa persona.

Le nuove regole prevedono un sistema coercitivo con misure come il carcere fino a 18 mesi per i migranti irregolari, secondo il Guardian. Gli europei avrebbero deciso di mettere in piedi “strutture nelle aree di confine (Italia, Grecia, Malta) con il sostegno di squadre di esperti di tutti i paesi membri per garantire che i migranti siano identificati, registrati e che gli siano prese le impronte digitali”.

Inoltre l’agenzia europea per il controllo delle frontiere, Frontex, avrà nuovi poteri per il rimpatrio forzato dei migranti irregolari. Al momento solo gli stati nazionali hanno il potere di respingere gli irregolari. Ma il commissario agli affari interni Dimitris Avramopoulos aveva già annunciato in una lettera indirizzata a tutti i ministri dell’interno dell’Unione europea: “Il sistema europeo di respingimento per i migranti irregolari non è sufficientemente veloce ed efficace. L’efficacia del sistema deve essere migliorata e sono aperto a esplorare tutte le possibilità”. “Entro luglio del 2015 sarà stabilito come Frontex potrà aiutare i paesi dell’Unione a rimpatriare i migranti irregolari. Per essere certi che i migranti irregolari siano effettivamente rimpatriati deve essere possibile la detenzione come misura legittima per evitare che i migranti si sottraggano”, continua Avramopoulos.

Da settimane l’Italia e i paesi dell’Unione si scontrano sulle nuove linee guida della Commissione europea sull’immigrazione che prevedono il ricollocamento nei diversi paesi europei di 40mila richiedenti asilo arrivati in Italia e Grecia da aprile del 2015. I paesi orientali dell’Europa hanno chiesto che l’adesione al programma sia su base volontaria e non obbligatoria. Ma l’Italia insiste sul fatto che è necessaria una presa in carico europea della questione.

Tuttavia il documento in discussione a Bruxelles si sta concentrando sull’identificazione veloce dei migranti e sul respingimento di quelli che non sono richiedenti asilo.

 

 

La scuola non è un attimo fuggente

Internazionale
24 06 2015

Ho fatto la maturità nel 1993. Pochi anni prima era uscito quello che a oggi può essere considerato il più celebre film sulla scuola, L’attimo fuggente, che aveva generato molti entusiasmi e dato vita a mille dibattiti. Io lo vidi addirittura in una matinée per le scuole.

In una delle prime scene il protagonista, forse ve lo ricorderete, il professor Keating (Robin Williams), alla sua lezione d’esordio, legge con tono impostato dal libro di letteratura:

Comprendere la Poesia, di Jonathan Evans Prichard, professore emerito: ‘Per comprendere appieno la poesia dobbiamo anzitutto conoscerne la metrica, la rima e le figure retoriche e poi porci due domande, uno, con quanta efficacia sia stato reso il fine poetico e due, quanto sia importante tale fine. La prima domanda valuta la forma di una poesia, la seconda ne valuta l’importanza. Una volta risposto a queste domande, determinare la grandezza di una poesia diventa una questione relativamente semplice; se segniamo la perfezione di una poesia sull’asse orizzontale di un grafico e la sua importanza su quello verticale, sarà sufficiente calcolare l’area totale della poesia, per misurarne la grandezza. […] Procedendo nella lettura di questo libro esercitatevi in tale metodo di valutazione. Crescendo così la vostra capacità di valutare la poesia, aumenterà il vostro godimento e la comprensione della poesia.

Il professor Keating poi commenta: “Escrementi! Ecco cosa penso delle teorie di J. Evans Prichard. Non stiamo parlando di tubi, stiamo parlando di poesia, ma si può giudicare la poesia facendo la hit parade? Gagliardo Byron, è solo al quinto posto, ma è poco ballabile”.

Nel 1997 uscì invece il film di Paolo Virzì, Ovosodo, che è la storia dell’ultimo anno di liceo di un gruppo di ragazzi di Livorno. La scena finale è l’orale dell’esame di maturità del protagonista, Piero (interpretato da Edoardo Gabriellini).

Gli viene chiesto: “A proposito dell’opera di D’Annunzio, Giacomo Debenedetti parla di una sorta di meccanicismo deduttivo, ci vuole per cortesia commentare questo giudizio, alla luce dell’analisi da voi svolta durante l’anno su decadentismo e superomismo?”.

E Piero incespica, si arrampica sugli specchi: “Alla luce dell’analisi svolta in classe sul decadentismo e il superomismo, si può dire che quando Giacomo Debenedetti parla… di quella cosa che ha detto lei… io sono abbastanza d’accordo…”.

“Prendiamo atto che non ama neanche D’Annunzio…”.

“Con rispetto parlando mi sembra proprio il peggio di tutti”.

“Ricapitoliamo: Carducci sarebbe trombone, Pascoli stucchevole, Manzoni paternalista. Ci parli lei di un autore che merita il suo apprezzamento”.
“Quest’anno ho letto tante bellissime cose, Ian McEwan, Benni, Pennac, i fumetti di Andrea Pazienza, che secondo me hanno una loro dignità letteraria. Poi quel fantastico libro di Chatwin sulle vie dei canti, e la biografia di Nelson Mandela, quell’uomo ha avuto una vita incredibile, ma… conoscete vero? Eh? Lo conoscete? No, non lo conoscete?”.

Compiti per le vacanze

Parto da queste due scene, ma potrei citarne anche altre (l’esame di Notte prima degli esami, per esempio, le ripetizioni di Scialla), per provare a capire quali effetti ha portato liquidare la teoria della letteratura, l’analisi testuale, la critica culturale in generale per lo studio delle materie umanistiche nella scuola italiana.

Quei ventenni che come me negli anni novanta facevano l’esame di maturità oggi magari sono diventati insegnanti.

Uno di questi è certamente Cesare Catà, docente al liceo di scienze umane di Fermo, che ha pubblicato sulla sua pagina Facebook un elenco stravagante di “compiti per le vacanze”, che è stato ripreso da molti giornali, ed è diventato, come si dice in questi casi, virale.

È un piccolo documento che andrebbe letto per intero, ma intanto si possono citare almeno quattro-cinque punti, dai quali rendersi conto del tono.

Al mattino, qualche volta, andate a camminare sulla riva del mare in totale solitudine: guardate come vi si riflette il sole e, pensando alle cose che più amate nella vita, sentitevi felici.
Evitate tutte le cose, le situazioni e le persone che vi rendono negativi o vuoti: cercate situazioni stimolanti e la compagnia di amici che vi arricchiscono, vi comprendono e vi apprezzano per quello che siete.
Se vi sentite tristi o spaventati, non vi preoccupate: l’estate, come tutte le cose meravigliose, mette in subbuglio l’anima. Provate a scrivere un diario per raccontare il vostro stato (a settembre, se vi va, ne leggeremo insieme).
Ballate. Senza vergogna. In pista sotto cassa, o in camera vostra. L’estate è una danza, ed è sciocco non farne parte.
Almeno una volta, andate a vedere l’alba. Restate in silenzio e respirate. Chiudete gli occhi, grati.
Nella luce sfavillante o nelle notti calde, sognate come dovrà e potrà essere la vostra vita: nell’estate cercate la forza per non arrendervi mai, e fate di tutto per perseguire quel sogno.
Cesare Catà ha come modello il professor Keating – lo dichiara lui stesso sul suo profilo Facebook e nelle interviste – e probabilmente si sarebbe sentito fiero di incarnare quel modello di docente, anche quando per esempio, nel seguito della scena che abbiamo citato prima, invita a strappare la pagina del libro. Gli studenti obbediscono, e – zoom sul libro – stracciano il saggio intitolato Understanding poetry (Comprendere la poesia).

È una delle scene più violente e antieducative che io abbia mai visto, e che per anni invece è passata come un inno alla libertà.

Jonathan Evans Pritchard è un nome fittizio, ma Understanding poetry è invece un testo esistente, un saggio che ha evidentemente ispirato gli sceneggiatori dell’Attimo fuggente. Fu scritto da Cleanth Brooks e Robert Penn Warren ed è stato un testo seminale del new criticism, uno dei movimenti più importanti di critica letteraria del novecento.

Quando feci la maturità avevo visto più volte L’attimo fuggente (era diventato un film culto già allora per professori e studenti), ma non avevo mai sentito parlare di new criticism. Liquidarlo con una battuta di un film non mi servì a nulla.

Per fortuna però la scuola italiana aveva allora e ancora ha al centro della sua didattica l’analisi testuale; e lo studio delle discipline umanistiche – la storia, la filosofia, la storia dell’arte – si basa su diverse forme di ermeneutica. Interpretazione dell’immagine, interpretazione dei dati, interpretazione dei termini specifici, metodo scientifico.

Ogni volta che oggi assisto a un esame di maturità, mi rendo conto di quanto sia importante quest’impianto metodologico, che educa al pensiero critico a partire dalla capacità di interpretare testi e altri oggetti culturali, di leggere testi complessi. E che è il fondamento della scuola italiana, nonostante i professori Keating e i loro emuli.

Dall’altra parte però la moda della semplificazione a tutti i costi, del soggettivismo, è diventata la patologia non riconosciuta della scuola, che finisce per contagiare molti aspetti della didattica e s’insinua sempre più spesso nello svolgimento degli esami di maturità.

Leggete le tracce della prova d’italiano alla maturità, anche quelle svolte qualche giorno fa. Le fonti che sono fornite e il modo d’interrogare sulle questioni della contemporaneità richiedono spesso un opinionismo da bar, o poco più.

Quest’anno per esempio la traccia di ambito tecnologico-scientifico era questa:

“Lo sviluppo scientifico e tecnologico dell’elettronica e dell’informatica ha trasformato il mondo della comunicazione, che oggi è dominato dalla connettività. Questi rapidi e profondi mutamenti offrono vaste opportunità ma suscitano anche riflessioni critiche”, e le citazioni da cui partire erano cinque righe piuttosto inconsistenti di un saggio di Maurizio Ferraris, L’ontologia del telefonino, e un articolo molto generico se non superficiale di Daniele Marini uscito sulla Stampa nel febbraio scorso.

Perché s’immagina che i ragazzi non possano o non debbano confrontarsi con testi più complessi ed eloquenti? Chi ha formulato queste tracce? Perché sembra essere così dominante l’ideologia dell’impressionismo anche nella scuola?

Per fortuna, al liceo e all’università, non ho incontrato molti professori che hanno finto che le cose fossero facili, o mi hanno detto “Andate a camminare in riva al mare” o “ballate fino all’alba” (potevo pensarci da me). C’è stato invece chi mi ha insegnato a fare la parafrasi di testi che mi sembravano di primo acchito impenetrabili, o mi ha fatto elenchi di bibliografia di saggi complicati ma bellissimi, o chi per l’esame di maturità mi prestò Mimesis di Erich Auerbach per poter capire meglio la Divina Commedia. Credo di non averglielo mai ridato; a questo professore sono ancora grato.

di Christian Raimo

Internazionale
22 06 2015

Ultimamente ho pensato molto all’Italia. In parte perché per il prossimo ottobre sono stata invitata a partecipare a due incontri, uno dei quali al festival di Internazionale, a Ferrara. E in parte perché mi sono chiesta cosa direbbero Maria Montessori, don Milani e Loris Malaguzzi vedendo che le loro idee rivoluzionarie sull’istruzione sono state fatte proprie da un governo che considera i ragazzi come capitale umano da dare in pasto all’economia.

Probabilmente sarebbero sconvolti vedendo che quella che oggi in Italia è considerata una “buona scuola” si preoccupa essenzialmente di preparare i ragazzi all’economia, come se non fossero altro che “prelavoratori”. Invocare il loro nome a sostegno di questa profanazione dello sviluppo del bambino è senza dubbio un’astuta mossa di marketing.

Quello che sta succedendo qui, in British Columbia, succede anche in Italia, e forse non dovrebbe sorprendermi. I politici che propongono una “riforma dell’istruzione” seguono in tutto il mondo lo stesso copione:

riducono i finanziamenti impedendo agli insegnanti di fare bene il loro lavoro;
li criticano perché non riescono a lavorare bene con quelle poche risorse;
cercano di convincere i genitori che sono gli insegnanti a impedire il successo dei loro figli;
chiedono riforme dei programmi con più scienza e meno arte, più test e meno insegnamento;
offrono ai privati ricchi contratti per “personalizzare” l’apprendimento;
sono favorevoli all’istituzione di nuove scuole private;
insistono nel dire che fanno tutto questo per “risparmiare i soldi dei contribuenti” in un periodo di austerità.
È tutto così ovvio e prevedibile.

Ma nessuno aveva previsto che il tentativo di mettere i genitori contro gli insegnanti potesse fallire. Ai riformatori dell’istruzione serve che i genitori pensino che gli insegnanti sono la causa di tutti i problemi della scuola. È la strategia del divide et impera che viene usata con successo in tutti i paesi del mondo dove la riforma dell’istruzione mira a nascondere la privatizzazione delle scuole e i tagli ai finanziamenti.

Ma qui, con grande disappunto dei politici, le famiglie si stanno schierando con gli insegnanti nella lotta contro la disumanizzazione dell’istruzione.

L’anno scorso, durante il nostro sciopero, il governo ha tentato in vari modi di usare la strategia del divide et impera. Ha speso una fortuna in pubblicità palesemente piene di bugie e pagato persone per fare disinformazione sugli insegnanti all’interno dei social media.

Ma non c’è riuscito.

Non si aspettava che durante i picchetti i genitori e i nonni ci aiutassero portandoci cibo e altri generi di conforto. Non si aspettava che le conversazioni online smentissero le bugie, facessero chiarezza e offrissero una visione alternativa di quello che stava succedendo nelle scuole.

E di sicuro non si aspettava che dopo aver parlato con gli insegnanti le famiglie organizzassero manifestazioni di protesta contro i tagli. Non si aspettava che i genitori organizzassero assemblee senza passare attraverso i partiti, che si presentassero davanti al parlamento, che mandassero tonnellate di lettere ai mezzi d’informazione e ai politici e che scrivessero regolarmente sui blog a favore degli insegnanti e contro i tagli.

I nostri politici non avevano previsto che adesso, a un anno di distanza, ci sarebbero state organizzazioni create dai genitori decise a lottare contro quei tagli.

Il peggior incubo per un politico è quando quelli che ha messo gli uni contro gli altri scoprono di avere un obiettivo comune.

Vedendo il conflitto che ha scatenato in Italia la riforma della scuola, il messaggio che vorrei mandare ai genitori è che permettere a un politico di stabilire quello che succede nelle classi è come permettere a una volpe di decidere quello che succede in un pollaio. È un’ottima idea per la volpe, ma pessima per le galline.

Maria Montessori, don Milani e Loris Malaguzzi avevano una visione dello sviluppo del bambino che andava molto oltre l’addestrarlo a essere una rotella nella macchina dell’economia. Non c’è niente di “buono” in un tipo di istruzione che riduce invece di arricchire l’esperienza del mondo di un bambino. Proprio niente di buono.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

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