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INTERNAZIONALE

Internazionale
22 06 2015

Da sabato c’è un po’ più di serenità nella voce dei negoziatori. Durante il fine settimana i contatti politici e tecnici sono stati numerosi e soprattutto fruttuosi, e se anche la riunione dell’eurozona di lunedì a Bruxelles non dovesse sfociare nel compromesso tanto atteso, giovedì e venerdì ci sarebbe comunque la possibilità di arrestare la crisi greca in occasione del Consiglio europeo, il vertice dei 28 capi di stato e di governo.

In altre parole non siamo ancora al default di pagamento, a un’uscita della Grecia dalla moneta unica e alle crisi che ne seguirebbero. La Grexit resta una possibilità, ma perché la situazione è così difficile e incerta nonostante nessuno voglia l’uscita di Atene dall’euro?

Il primo motivo è che dietro un negoziato se ne può nascondere un altro. Per quanto riguarda l’iva, le pensioni e l’avanzo primario le divergenze sono minime. Siamo quasi arrivati all’intesa, ma affinché la volontà politica superi le ultime difficoltà i leader greci pretendo garanzie quanto meno su una ristrutturazione del debito.

Questo è il principale pomo della discordia, perché il debito greco è in gran parte nelle mani degli stati europei (i cui leader non vogliono chiedere ai loro contribuenti di pagare per Atene) e qualsiasi acrobazia finanziaria ha bisogno di molto tempo.

Il secondo motivo dell’incertezza attuale è che il Fondo monetario internazionale (Fmi), diventato un elemento fondamentale per la soluzione della crisi, deve rispettare regole meno flessibili di quelle degli europei, la cui unica regola è il compromesso permanente.

Il terzo motivo è che molti paesi europei sono meno inclini alle concessioni di quanto non siano il presidente della Commissione, la cancelliera tedesca e il presidente francese. Al nord sono ossessionati dall’equilibrio di bilancio, mentre al sud temono che la nuova sinistra greca possa indicare il cammino ad altri partiti simili ottenendo eccessive concessioni finanziarie e creando un precedente che, per esempio, potrebbe essere immediatamente sfruttato da Podemos a Madrid.

L’aspetto elettorale della vicenda è particolarmente delicato, come si capisce dalla quarta difficoltà che devono affrontare i negoziatori, di natura prettamente lessicale. Il primo ministro greco Alexis Tsipras deve infatti poter vendere il compromesso ai suoi elettori, ma la formula dev’essere accettabile anche per tutti quelli che temono eccessive concessioni. Il conto alla rovescia è cominciato.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

 

Il caso Uva è in cerca di verità da sette anni

Internazionale
19 06 2015

Lucia è la sorella di Giuseppe Uva, di mestiere gruista, morto esattamente in questi giorni (il 14 giugno) di sette anni fa, nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Circolo, dopo aver passato una notte nella caserma dei carabinieri di via Saffi a Varese. Prima di raccontare la vicenda e il motivo per cui oggi, qui, vogliamo parlarne, descriviamo con alcune immagini il modo in cui Lucia ha visto suo fratello per l’ultima volta, steso sul tavolo dell’obitorio.

Lucia ha fissato il corpo di Giuseppe per oltre quindici minuti, incredula di quanto vedeva: suo fratello era irriconoscibile.
Cominciamo dal viso. Una grossa tumefazione viola ricopriva il suo naso, la nuca, al tatto, era segnata da un bozzo gonfio. Scendendo lungo il corpo, si trovava un livido enorme sulla mano e il fianco era attraversato da lunghe strisce viola. Ma la cosa più importante, l’elemento inspiegabile e tuttora inspiegato, era rappresentato da quel pannolone bianco da adulto incontinente che gli cingeva i fianchi: a spostare i lembi, di quel pannolone, si vedevano i testicoli tumefatti e una traccia di sangue che fuoriusciva dall’ano.

Una scena terrificante, un corpo martoriato che fino a poche ore prima era vivo, pulsante e libero.

Ed ecco allora il racconto delle ultime ore di vita di Giuseppe Uva, reso possibile grazie alla testimonianza dell’amico che quella sera era con lui, Alberto Biggiogero.

Le ultime ore di Giuseppe Uva

È un venerdì, il 13 giugno 2008, e in tv ci sono gli Europei di calcio. Alberto e Giuseppe guardano insieme la partita dell’Italia prima di uscire. Poi vanno al solito bar, bevono vino, incontrano altri amici con cui passano qualche ora. Hanno bevuto tutti e due e tornano verso casa a piedi ed è a quel punto che si accorgono di alcune transenne accatastate all’angolo di una strada.
Giuseppe e Alberto, euforici a causa dell’alcol, spostano le transenne in mezzo alla strada bloccando il traffico. È a questo punto che vengono avvistati da una pattuglia dei carabinieri. Da qui in poi, tutto quello che raccontiamo è riportato nella denuncia depositata da Alberto Biggiogero il giorno dopo la morte di Uva.

La pattuglia è formata da due carabinieri e uno dei due esce dalla macchina con lo “sguardo stravolto e terrificante”. Il militare comincia a inseguire Giuseppe urlando “Uva, proprio te cercavo questa notte, questa non te la faccio passare liscia, te la faccio pagare”. Comincia qui un breve inseguimento, in cui Uva scappa seguito dai carabinieri e dallo stesso amico.

Quando anche Biggiogero li raggiunge, fa in tempo a vedere i militari scaraventare Uva a terra. Biggiogero prova a mettersi in mezzo per calmarli, ma non c’è niente da fare: a furia di calci pugni e spintoni, i due uomini vengono fatti salire su due diverse automobili (Uva su quella dei carabinieri, Biggiogero su una volante della polizia arrivata successivamente).

Le auto si dirigono alla caserma di via Saffi e vengono raggiunte da altre due pattuglie della polizia, che rappresentano tutto il presidio notturno della città di Varese per quella notte e che si concentrano in quella caserma. Uva e Biggiogero vengono separati: il primo in una stanza, il secondo in sala d’aspetto. Da quella posizione, Bigioggero può sentire le urla prolungate del suo amico e le numerose richieste d’aiuto: da quella stanza, entrano e escono, alternandosi, i due carabinieri e i sei poliziotti. Biggiogero, insultato e minacciato dagli uomini in divisa, è lasciato solo. Ha ancora con sé il cellulare e chiama il 118 per richiedere l’intervento di un’ambulanza. La seguente conversazione è agli atti dell’indagine e la riportiamo integralmente (audio originale delle telefonate con i sottotitoli).

118: 118.

B: Sì buonasera sono Biggiogero posso avere un’autolettiga qui alla caserma di via Saffi dei carabinieri?

118: Sì, cosa succede?

B: Eh, praticamente stanno massacrando un ragazzo.

118: Ma in caserma?

B: Eh sì.

118: Ho capito. Va bene adesso la mando eh.

B: Grazie.

118: Salve salve.

B: Salve.

L’uomo che risponde al centralino del 118, però, ritiene opportuno chiamare la caserma, prima di fare intervenire l’ambulanza:

Carabinieri: Carabinieri

118: Sì salve, 118

Carabinieri: Sì?

118: Mi hanno richiesto un’ambulanza. Non so mi ha chiamato un signore dicendo di mandare un’ambulanza lì da voi, me lo conferma?

Carabinieri: No, ma chi ha chiamato scusi?

118: Un signore. Mi ha detto che lì stanno massacrando un ragazzo e che voleva un’ambulanza.

Carabinieri: Un attimo che chiedo.

(dopo qualche minuto)

Carabinieri: No guardi son due ubriachi che abbiamo qui in caserma, adesso gli tolgono il cellulare. Se abbiamo bisogno ti chiamiamo noi

118: Sì sì non ti preoccupare, ci mancherebbe, ho chiesto. Ciao ciao.

Dopo questo assurdo dialogo telefonico, effettivamente il carabiniere torna nella stanza dove si trova Biggiogero e gli sequestra il cellulare, anche se l’uomo fa in tempo a chiamare il padre perché venga a prenderlo.

L’ambulanza, ovviamente, non arriva, e dopo circa venti minuti fa la comparsa in caserma un dottore della guardia medica il quale propone per Uva un Trattamento sanitario obbligatorio.

La motivazione del provvedimento coatto sarebbe l’autolesionismo: Uva si starebbe facendo male da solo sbattendo corpo e testa contro le sedie, la scrivania, gli stivali degli uomini presenti nella stanza (in una deposizione dei militari, troviamo questo passaggio: “Il collega frapponeva il suo stivale tra il pavimento e la testa di Uva, per evitare che questi si facesse più male urtando contro la superficie dura del pavimento”). È l’alba del 14 giugno, Giuseppe Uva viene ricoverato nel reparto psichiatrico dell’ospedale. Morirà intorno alle 11 di mattina.

Come si è detto, il giorno dopo Alberto Biggiogero deposita un esposto per denunciare i fatti di quella notte. Oltre al suo racconto, l’agente del posto di polizia dell’ospedale sequestra gli indumenti di Uva, tra cui i jeans, macchiati di sangue su tutta la parte posteriore.

Il fascicolo finisce in mano del pubblico ministero Agostino Abate e, da quel momento, passeranno anni di infiniti rinvii, omissioni, irregolarità all’interno di un’inchiesta che produrrà un primo, lungo e inutile processo per colpa medica.

La tesi accusatoria è la seguente: i sanitari dell’ospedale avrebbero somministrato a Uva medicinali incompatibili con il suo stato etilico. Da quel processo i tre imputati usciranno assolti con formula piena, mentre i carabinieri e i poliziotti non saranno nemmeno ascoltati, così come il testimone oculare Alberto Biggiogero.

Ben tre giudici, nei vari dispositivi emessi in quei primi anni di processo, intimeranno al pm Abate di indagare sui fatti accaduti all’interno della caserma. L’ostinato rifiuto ad adempiere questo suo primario dovere, gli costerà un atto d’incolpazione da parte del procuratore generale presso la corte di cassazione e una assai controversa azione disciplinare da parte del Consiglio superiore della magistratura conclusasi con un nulla di fatto.

In città prevale il senso comune

Veniamo ai giorni nostri. Il fascicolo è stato definitivamente tolto al pm Abate e il giudice per le indagini preliminari ha disposto l’imputazione coatta per i due carabinieri e i sei poliziotti, accusati, tra gli altri reati, di omicidio preterintenzionale.

Il processo è cominciato in corte d’assise il 20 ottobre 2014 e procede lentamente e contraddittoriamente, in un clima tutt’altro che rasserenante. Non è una novità. Ciò che colpisce, infatti, è il senso comune che sembra prevalere in città. Con un eufemismo possiamo dire che da quel giugno del 2008 non è proprio accaduto che Varese “si stringesse intorno alla famiglia Uva”.

All’interno di una comunità relativamente piccola (80mila abitanti) accade un fatto a dir poco lacerante: un giovane uomo entra vivo in una caserma dei carabinieri, vi viene trattenuto illegalmente, ne esce in ambulanza per morire dopo poche ore in un reparto ospedaliero.

Seppure tutto ciò fosse dovuto al caso, sarebbe stato interesse della comunità conoscere precisamente e puntualmente i dettagli di quella morte. E invece, a distanza di tanti anni, non c’è alcuna certezza sulle cause della fine di Giuseppe Uva. Per capirci, non ci sono una sentenza o un referto definitivi in grado di escludere che Uva sia morto proprio a motivo di quanto è accaduto in quella caserma, ma nemmeno una credibile ipotesi su altre possibili cause.

Eppure la città, le sue istituzioni, la grandissima parte dell’opinione pubblica, i mezzi di comunicazione, gli intellettuali e i partiti politici, i sindacati e le associazioni (con qualche esilissima eccezione) non hanno battuto ciglio.

La solidarietà nei confronti dei familiari di Giuseppe Uva è stata tardiva, scarsa, occasionale. Le iniziative pubbliche e le conferenze stampa sono risultate poco frequentate e stendiamo un velo sull’atteggiamento dei quotidiani locali. In questo clima la procura e il tribunale sono apparsi come istituzioni lontane, imbarazzate da una vicenda che probabilmente mette in discussione antiche solidarietà, rinegozia alleanze interne e ne crea di nuove, altera le gerarchie di sempre, senza consentire un autentico
rinnovamento.

Pigrizia e conformismo, ossequio verso le autorità – e in una città come Varese i carabinieri sono tra le autorità più temute – e, su tutto, l’obbedienza al monito antico: sopire, troncare. Ciò ha consentito al pubblico ministero Agostino Abate di trattenere a sé il fascicolo fino a un anno fa e dopo che solo l’atto di incolpazione della corte di cassazione lo aveva indotto ad ascoltare il testimone oculare, a distanza di cinque anni e mezzo dai fatti (con le modalità che potete apprezzare in questi video).

D’altra parte, Giuseppe Uva era “solo un gruista”, il cui “stile di vita” sarebbe stato testimoniato dal fatto di non indossare mutande (cosa puntualmente smentita dalla testimonianza degli infermieri che dichiararono di aver tagliato lo slip con le forbici e di averlo buttato perché intriso di sangue).

Quest’ultimo dettaglio è significativo: è molto difficile, per chi non segue i processi, immaginare quale possa essere il linguaggio giudiziario, quale il genere letterario frequentato da un pubblico ministero, quale il peso maleodorante del pregiudizio scaricato su una vittima (dello “stile giudiziario” del procuratore Abate si ha conferma in molti passaggi della testimonianza di Luigi Manconi, ascoltato come “persona informata dei fatti” dallo stesso pm).

Ecco, queste sono le premesse attraverso le quali si arriva all’attuale dibattimento. E sembra proprio che tutto quel bruttissimo pregresso continui a condizionare l’attuale svolgimento: gli atteggiamenti degli attori, le modalità con cui vengono trattati i familiari di Uva e i testimoni vulnerabili come Biggiogero: qualcosa che ricorda i versi dell’antologia di Spoon River adattati e musicati da De André.

Eppure, in questa storia terribile di dolore e morte, emerge un dato impossibile da ignorare. Nell’assenza delle istituzioni, nella complicità di molti dei mezzi d’informazione, nell’indifferenza di gran parte della cittadinanza, una donna, pressoché da sola, ha reso possibile che questa storia non diventasse uno dei tanti fascicoli archiviati a prendere polvere negli scantinati di qualche tribunale.

Quella donna si chiama Lucia Uva, e il fatto che si tratti di una donna ci pare determinante. La sua storia non è così rara. Negli ultimi anni, e facendo un elenco che purtroppo non esaurisce una lunga teoria di tragedie, possiamo ricordare Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Michele Ferrulli, Aldo Bianzino, Marcello Lonzi, Dino Budroni. Accanto ai loro nomi, si ritrovano quasi sempre quelli delle loro madri o figlie o sorelle o mogli: Patrizia Moretti, Ilaria Cucchi, Domenica Ferrulli, Roberta Radici, Maria Ciuffi, Claudia Budroni.

In tutte queste vicende c’è una costante: una donna che assume suo malgrado il ruolo di protagonista. Figura tragica, ma non di vittima. Perché accade questo? Le ragioni sono molte.

Le donne stanno là, dove si manifesta più forte il vincolo profondo e intimo costituito dal legame di sangue. Ed è il genere femminile che tende a vivere con maggiore intensità quel legame. In qualche misura, la donna resta – al di là dei cambiamenti culturali e dei processi di emancipazione – la custode degli affetti familiari e la garante della loro persistenza nel tempo. Quel ruolo pubblico di madre, moglie, figlia, sorella di qualcuno che ha perso la vita attribuisce forza morale e responsabilità.

Avviene qualcosa che porta quelle madri mogli figlie e sorelle ad agire. Quell’agire, nella gran parte dei casi, non ha nulla di autocommiserevole. Anche nelle manifestazioni più dolenti dello strazio i toni si mantengono, in genere, controllati, le parole misurate, il discorso – l’atto di accusa, quando c’è – si muove sul piano razionale.

Emerge un forte e intelligente senso della giustizia offesa e del diritto negato, che si traduce in domanda di verità. Ed è proprio questo che fa Lucia Uva: parla come una cittadina consapevole, che esige giustizia e non invoca mai vendetta (così come mai l’hanno invocata Patrizia Moretti Aldrovandi, Ilaria Cucchi, Domenica Ferrulli e le altre).

E questo non accade per una presunta bontà d’animo, ma perché quelle morti sono avvenute a seguito di situazioni assai complesse, dove si intrecciano – all’interno delle istituzioni statuali e degli apparati di polizia – reati e negligenze, atti criminali e omissioni di soccorso, irregolarità e abusi, colpe professionali e ottusità burocratiche.

E dove operano più soggetti, con diverse competenze e diversi livelli di responsabilità, tenuti insieme da rapporti di correità o da vincoli di omertà, spesso tutelati da una catena di comando di cui è difficile individuare l’anello collocato al livello più alto. Da qui discende che l’affermazione più frequente – la domanda e l’impegno di Lucia Uva, in questo caso – diventi: “Voglio sapere come è morto”.

Quel “come è morto” è, effettivamente, il quesito più drammatico che attraversa la vicenda di Giuseppe Uva. E quanto fatto in questi anni da Lucia Uva corrisponde a un vero e proprio conflitto “per la verità”, mentre lo stato, le sue istituzioni e i suoi apparati risultano essersi comportati come una sorta di Sistema della Menzogna, della Dissimulazione e dell’Occultamento.

È anche questo, probabilmente, che in tanti lunghi anni ha sollecitato e sostenuto quell’azione così particolare svolta da Lucia Uva: una battaglia per la giustizia contro l’iniquità, e – in qualche modo – per la vita contro la morte. Essere sorella della vittima attribuisce una titolarità di ruolo, ma rappresenta appena una premessa. Ciò che è avvenuto dopo (e che avviene per tutte le altre storie prima citate) è davvero sorprendente e straordinario: Lucia Uva è stata capace di trasformare il suo dolore più intimo in una risorsa pubblica.

Partendo dalla sofferenza, patita nella sfera più profonda e privata, si è fatta soggetto di una iniziativa che va assai oltre il legame familiare. È diventata attore pubblico e, a suo modo politico, portando energia e innovazione alla politica stessa. Semmai quest’ultima volesse ascoltare. Se così facesse, infatti, la politica potrebbe trovare nelle vicende di Lucia e delle altre, una trama di tensioni e di passioni preziose per la politica stessa.

È per ciò che dispiace davvero molto che questa donna, con la sua storia e il suo dolore, il suo impegno e la sua speranza, in quell’aula di tribunale – ieri come oggi – si sia trovata così spesso sola.

Luigi Manconi
Valentina Calderone

Senza frontiere

Internazionale
19 06 2015

Abbiamo sbagliato. È inutile cercare argomenti razionali per discutere con chi trasforma i migranti in nemici e se ne serve per raccogliere consensi intorno a un progetto che appare sempre più chiaramente reazionario e a tratti autoritario.

La logica non farà cambiare idea a chi usa i migranti come capro espiatorio della crisi economica, sfruttandoli per spostare l’attenzione dai veri responsabili. Siamo caduti in una trappola, cercando di spiegare numeri alla mano che i migranti non sono così tanti da rappresentare un pericolo per un continente come l’Europa. Tempo perso. Perché chi parla di “emergenza” fa leva su emozioni potenti come la paura, l’insicurezza, la rabbia.

Ci vorrebbero allora donne e uomini capaci di dare vita a un movimento collettivo che faccia leva invece su sentimenti come la solidarietà, la giustizia, l’uguaglianza (“Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”, diceva don Milani).

Bisognerebbe poi che questi uomini e queste donne si organizzassero e che insieme trovassero la forza per chiedere due cose semplici: l’apertura di tutte le frontiere e la libertà di movimento per ogni abitante della Terra.

Giovanni De Mauro

Internazionale
18 06 2015

Le migrazioni forzate su scala mondiale provocate da guerre, conflitti e persecuzioni hanno raggiunto i massimi livelli registrati sinora, e i numeri sono in rapida crescita. È quanto emerge dal rapporto annuale dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), pubblicato oggi. L’indagine – intitolata Global trends – parla di 59,5 milioni di migranti forzati alla fine del 2014, rispetto ai 51,2 milioni di un anno prima e ai 37,5 milioni di dieci anni fa. Si tratta dell’incremento più alto mai registrato in un solo anno. I bambini sono più della metà dei rifugiati nel mondo.

L’accelerazione principale è cominciata nei primi mesi del 2011, quando è scoppiata la guerra in Siria, diventata la prima causa di migrazione forzata. Oggi, in tutto il mondo, una persona ogni 122 è un rifugiato, uno sfollato interno o un richiedente asilo. E se i 59,5 migranti forzati componessero una nazione, sarebbe la ventiquattresima al mondo per numero di abitanti. “Siamo di fronte a un cambio di paradigma, a un incontrollato piano inclinato in un’epoca in cui la scala delle migrazioni forzate, così come le necessarie risposte, fanno chiaramente sembrare insignificante qualsiasi cosa vista prima”, ha dichiarato l’alto commissario dell’Onu per i rifugiati, António Guterres.

Stando al rapporto, il numero di rifugiati e sfollati interni è in aumento in tutte le regioni del mondo. Negli ultimi cinque anni, sono scoppiati o si sono riattivati almeno 15 conflitti: otto in Africa (Costa d’Avorio, Repubblica Centrafricana, Libia, Mali, nordest della Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan e quest’anno Burundi); tre in Medio Oriente (Siria, Iraq e Yemen); uno in Europa (Ucraina) e tre in Asia (Kirghizistan, e diverse aree della Birmania e del Pakistan). Solo poche di queste crisi possono dirsi risolte e la maggior parte di esse continua a generare nuovi esodi forzati. Nel 2014, solo 126.800 rifugiati hanno potuto fare ritorno nei loro paesi d’origine, il numero più basso in 31 anni.

Nel frattempo, permangono le condizioni di instabilità e conflitto in Afghanistan, in Somalia e in altri paesi, e ciò implica che milioni di persone provenienti da questi luoghi continuino a spostarsi o rimangano confinate per anni ai margini della società, senza sapere se sono degli sfollati interni o dei rifugiati a lungo termine. Tra le conseguenze più recenti e ben visibili dei conflitti in corso è indicata la drammatica crescita del numero di rifugiati che per cercare sicurezza intraprendono pericolosi viaggi in mare, nel Mediterraneo, nel golfo di Aden e nel mar Rosso, oltre che nel sudest asiatico.

Internazionale
16 06 2015

La polizia italiana sta portando via i migranti che da giorni sono accampati nel piazzale del confine tra Francia e Italia a Ponte San Ludovico, alcuni fra le aiuole altri sugli scogli. Gli agenti stanno trascinando via di peso alcune decine di persone, caricandole sui pullman della Croce rossa.

Il grande compromesso tunisino

Internazionale
15 06 2015

Sarà la vicinanza geografica e culturale o la somiglianza tra i due contesti, ma resta il fatto che la Tunisia sta reinventando a suo beneficio il concetto di “compromesso storico” inventato in Italia negli anni settanta.

All’epoca, lo scacchiere politico italiano era dominato da due grandi forze, la Democrazia cristiana e il Partito comunista, politicamente divergenti, che non potevano prevalere l’una sull’altra e costrette a ricorrere al sostegno dell’avversario per governare il paese. Per questo i comunisti italiani decisero di sposare un comunismo nazionale, democratico e molto lontano dalle proprie radici ideologiche (“l’eurocomunismo”) mentre una parte della Democrazia cristiana si rassegnò all’idea di governare con loro.

Oggi a Tunisi sta accadendo esattamente la stessa cosa. Dopo aver vinto nel 2011 le prime elezioni libere dalla fine della dittatura, gli islamisti di Ennahda hanno perso lo scrutinio dello scorso autunno a beneficio dei laici. Questi ultimi controllano il parlamento e la presidenza della repubblica, ma alcuni islamisti ricoprono ancora incarichi governativi, e così al vertice dello stato è nato un dialogo discreto ma permanente sul percorso politico e la gestione della Tunisia.

Gli islamisti hanno scelto questo percorso perché hanno capito, durante il loro periodo al potere, che una maggioranza parlamentare non basta a imprimere una svolta a un paese spaccato in due. Davanti alla resistenza di parte della popolazione (soprattutto delle donne) hanno abbandonato l’ambizione di impostare la legge tunisina sulla sharia, e il loro capofila ha teorizzato la necessità di un “consenso” nazionale che vada al di là della vittoria elettorale. Questa evoluzione è stata accelerata dal completo fallimento degli islamisti egiziani, che malgrado una vittoria molto più netta di quella di Ennahda in Tunisia sono stati rovesciati dall’esercito con il consenso della popolazione.

Da questa situazione è nata la necessità di un compromesso storico con i laici, e ora gli islamisti tunisini vogliono affermarsi nel paesaggio politico come una forza della destra tradizionalista e religiosa mentre i laici hanno tutte le ragioni per accogliere questa ricerca del consenso.

Le condizioni economiche del paese sono così preoccupanti e gli scioperi talmente frequenti che i laici non potrebbero governare se gli islamisti alimentassero il malcontento sociale. Il caos della vicina Libia, dove i jihadisti continuano a guadagnare terreno, rappresenta una sfida drammatica alla sicurezza della Tunisia, che per affrontarla ha bisogno di ritrovare l’unità nazionale.

Fondato su una convergenza di interessi, questo compromesso sembra avere basi molto solide.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

 

Internazionale
09 06 2015

Il presidente della Lombardia Roberto Maroni ha dichiarato che ridurrà i trasferimenti regionali ai sindaci che continueranno a ospitare nuovi immigrati. Giovanni Toti e Luca Zaia, che governano Liguria e Veneto, si sono schierati al suo fianco. Tecnici e analisti spiegano perché non potranno farlo.

Non sono le regioni che decidono le politiche dell’immigrazione in Italia. È lo stato che ha competenza in materia. “Lo sancisce l’articolo 117 della costituzione”, spiega Raffaele Bifulco che insegna diritto costituzionale all’università Luiss di Roma. Le regioni hanno competenze che finiscono per rientrare in questo grande tema soprattutto a livello concreto e organizzativo, come la gestione dei fondi destinati all’assistenza sociale o alla sanità. Ma la costituzione, all’articolo 2, stabilisce il principio secondo cui l’Italia difende i diritti di tutti. “Un presidente della regione che cerca di impedire a un comune di mettere in pratica ciò che è stabilito tra i principi fondamentali della nazione, va contro la costituzione. Semplicemente, dice una cosa di sicuro effetto mediatico, ma senza alcun fondamento legale”, conclude Bifulco.

Oltre alla costituzione, vari trattati internazionali e direttive europee obbligano l’Italia ad accogliere i richiedenti asilo, “dal momento in cui mettono piede nel paese fino al termine, positivo o negativo, dell’iter burocratico della domanda d’asilo”, commenta Gianfranco Schiavone, esperto di diritto d’asilo dell’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, che cita tra gli altri la direttiva numero 33 che l’Unione europea ha approvato nel 2013.

Proprio perché le regioni non hanno competenze in materia di immigrazione, non sono loro che decidono a chi dare o meno i soldi per l’accoglienza. “Le regioni non dispongono di fondi specifici destinati ai profughi. Le risorse che servono per aprire centri e presidii sono europee e statali”, specifica Ennio Codini, professore di diritto pubblico all’università Cattolica e consulente dell’Ismu. “È una leggenda metropolitana quella secondo cui i comuni o le regioni mantengono di tasca propria i richiedenti asilo presenti sul loro territorio”, chiarisce Schiavone. È vero che le regioni dispongono di fondi destinati genericamente all’assistenza, “quelli che servono per le mense per i poveri o per i dormitori per i senza tetto per esempio”. Ma “come può una regione decidere che alcuni comuni aiutano troppo gli stranieri e tagliare finanziamenti che sono destinati anche agli italiani?”, si chiede il professor Codini. “Sarebbe un controsenso”.

Infine, nemmeno un anno fa, sono state le regioni stesse, insieme ai comuni e alle province, a concordare e firmare con il ministero dell’interno un piano operativo sulla gestione degli immigrati. In quel protocollo ognuno si impegnava a fare la sua parte. Riassume Schiavone: “Si stabiliva il principio dell’accoglienza diffusa e cioè che i richiedenti asilo che arrivano in Italia devono essere distribuiti fra le 20 regioni, a seconda del numero di abitanti e del tenore economico di quella regione. Non si capisce perché a un anno dalla firma, alcuni governatori decidano di venir meno alla parola data”.

La modernità della Turchia

Internazionale
08 06 2015

Non possiamo che accogliere con entusiasmo la maturità di questo paese. Domenica i turchi sono stati chiamati a rinnovare il loro parlamento, in uno scrutinio che non è stato esclusivamente parlamentare perché il presidente Recep Tayyip Erdoğan, eletto dieci mesi fa a suffragio universale, dopo essere stato negli ultimi 12 anni l’onnipotente primo ministro del paese, ha trasformato il voto in un referendum sul passaggio a un regime presidenziale.

Per raggiungere il suo scopo Erdoğan avrebbe dovuto ottenere due terzi dei seggi, ovvero la maggioranza richiesta per un cambiamento della costituzione. Gli elettori turchi, invece, gli hanno accordato appena il 41 per cento dei voti, insufficienti a garantire al suo partito (Akp) la possibilità di governare da solo. La Turchia ha detto no e ha inflitto a Erdoğan la sua prima sconfitta in 13 anni di storia perché non ha voluto accrescere i poteri di un uomo la cui deriva autoritaria e megalomane è diventata francamente inquietante.

I turchi hanno deciso di votare in difesa della democrazia, ma non è tutto. Affinché il presidente fosse messo in minoranza c’era bisogno che il partito curdo Hdp superasse la soglia di sbarramento del 10 per cento. Il partito è storicamente legato al Pkk, l’organizzazione politico-militare che da tempo sostiene la causa dell’indipendentismo curdo a colpi di attentati e omicidi.

Ciononostante l’Hdp, sotto la guida del giovane leader Selahattin Demirtaş, ha saputo riposizionarsi come partito della nuova sinistra ecologista, femminista e aperta alla causa degli omosessuali, affermandosi come rappresentate di quelle classi medie urbane che si sono imposte sullo scacchiere politico durante le grandi manifestazioni di due anni fa in piazza Taksim. Diventato il partito di tutte le minoranze (non solo di quella curda) l’Hdp ha conquistato quasi il 13 per cento dei voti, ha fatto eleggere 80 deputati e ha sparigliato le carte introducendo in Turchia un riformismo radicale e non violento e modificando il paese e la rappresentanza dei curdi.

Tutto questo non garantisce il paradiso ai turchi, non alimenta una crescita che ha pericolosamente rallentato dopo un decennio di boom e soprattutto non produce una maggioranza politica in un paese che entra in un periodo di incertezza che sarà utilizzato da Erdoğan per cercare di rimettersi in sesto.

Il futuro della Turchia non sarà tutto rose e fiori. Tuttavia, dopo aver scelto la laicità e il voto per le donne (tra le due guerre) e dopo aver prodotto il primo partito islamista convertito alla democrazia (quindici anni fa), la Turchia conferma che l’islam è pienamente compatibile con le urne e con la democrazia.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

L'incontro mancato tra italiani e rom

Internazionale
05 06 2015

Le discussioni seguite all’uccisione il 27 maggio della signora Corazon Abordo da parte di pirati della strada di etnia rom hanno risollevato in noi interrogativi che risalgono al periodo – ormai due anni fa – in cui abbiamo girato il documentario Container 158 nel “villaggio attrezzato” di via di Salone a Roma.

Abbiamo trascorso circa dieci mesi in quel campo, concepito dalla giunta di Walter Veltroni e aperto ufficialmente nel 2009 da quella di Gianni Alemanno con il nome che oggi suona grottesco di “villaggio dell’accoglienza e della solidarietà”. Mentre realizzavamo il film, cercavamo di capire l’universo mentale delle persone con cui lavoravamo, cosa pensassero della propria vita, quali fossero le loro aspirazioni e dove s’immaginavano di lì a dieci anni.

Abbiamo lavorato molto con i bambini e con gli adolescenti che, come i loro coetanei italiani, avevano desideri per lo più consumistici – una macchina, un motorino e poi soldi, tanti soldi. Anche i loro modelli di riferimento erano quelli dei giovani medi italiani, le veline varie e i tronisti delle trasmissioni Mediaset che divoravano da mattina a sera.

Ma c’era una frustrazione in più. Sembravano tutti in preda a una profonda crisi identitaria. Non si riconoscevano nel modello di vita dei loro genitori e dei loro nonni, che erano quasi tutti venuti in Italia durante la guerra nella ex Jugoslavia, avevano decine di figli e in molti casi vivevano ai margini della società. Né si riconoscevano nel vissuto dei loro coetanei, dei loro compagni di classe con cui di fatto non avevano rapporti. Il loro italiano era basilare, in molti casi meno che scolastico, nonostante fossero nati e cresciuti qui, perché tra loro parlavano “il zingaro”, come loro stessi chiamano la lingua romanes, e perché la loro socialità si esauriva all’interno del campo.

Un giorno abbiamo fatto un esperimento. Abbiamo chiesto a tutti i ragazzi con cui lavoravamo: “Tu chi sei, come ti definiresti?”. Molti hanno risposto: “Io sono zingaro”. “Che vuol dire essere zingaro?”. “Vuol dire non essere italiano”.

L’essere rom – o essere “zingaro” – diventava una specie di identità che si affermava nella negazione, nel non essere un’altra cosa. Era una fierezza identitaria che si misurava nella distanza da coloro da cui si sentivano rifiutati – che poi eravamo noi, i gadjé, gli italiani. Il rapporto con loro è ruotato per tutti i mesi che abbiamo trascorso al campo intorno a questa persistente dicotomia: noi e voi, gli zingari e gli italiani. A volte noi eravamo la porta d’accesso per il mondo degli altri. Ci chiedevano di andare in quei posti che normalmente erano loro preclusi: il centro commerciale Roma Est, il cinema, il mare. Ma sembravano visite in un mondo che li intrigava in quanto stranieri, più che incursioni in aree della città dove erano nati e cresciuti.

Un muro invalicabile

Tanto è rimasta inscalfibile questa dicotomia che, alla fine del film, non siamo riusciti a mantenere un rapporto reale con quelli che avevano lavorato con noi, nonostante abitino a meno di 15 chilometri dalle nostre case e nonostante tutte le belle giornate e nottate che avevamo passato insieme. Il rammarico per non essere riusciti ad abbattere questo muro ci ha spinto a più riprese a porci delle domande.

Come mai non si era creato quel rapporto di progressivo avvicinamento che è la base dell’amicizia? Come mai si erano mantenute le distanze? Eravamo stati noi incapaci – o forse non interessati – a creare un vero rapporto al di là dell’obiettivo del film? O il fallimento era il frutto di una sorta di strutturale diversità dei rom e dell’ancestrale diffidenza che loro hanno verso il mondo esterno?

La risposta non è univoca, ma crediamo sia da misurarsi proprio nel significato di “mondo esterno”. Finché i rom sono considerati al di fuori della nostra società – e al di fuori di essa sono anche spinti, con politiche dissennate come la creazione dei “villaggi attrezzati” – continueranno a vivere questo spaesamento identitario, che li porterà ad affermarsi in negativo. Il potere pubblico dovrebbe anticipare e influenzare gli sviluppi della società che governa invece di inseguire i suoi riflessi più gretti.

Per questo pensiamo che, se un giorno verranno superati i campi come oggi promette la giunta Marino a Roma, sarà più facile in futuro costruire ponti e uscire dal vicolo cieco del noi-voi, italiani-zingari, che oggi sembra la cifra essenziale intorno alla quale si costruisce e si struttura – da entrambe le parti – ogni discorso intorno ai rom.

Stefano Liberti, giornalista
Enrico Parenti, regista

Internazionale
04 06 2015

Centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza ieri a Buenos Aires e in altre città dell’Argentina contro la violenza sulle donne, una mobilitazione storica dopo una serie di femminicidi che ha scosso il paese. L’ultimo ha provocato una reazione spontanea, potente e trasversale nella società argentina.

L’11 aprile scorso Chiara Páez, 14 anni e incinta, è stata assassinata dal suo fidanzato, di 16 anni, e sotterrata nel giardino di casa con l’aiuto dei genitori di lui. A poche ore dalla diffusione della notizia, ha preso il via il movimento Ni una menos (non una di meno) che chiede alla politica di applicare con rigore la legge contro la violenza di genere e si propone di promuovere una cultura di uguaglianza e rispetto. In Argentina viene uccisa una donna ogni 30 ore. L’appello del nuovo movimento si è diffuso veloce e capillare sulle reti sociali e con il passa parola: politici, personaggi dello spettacolo e del cinema, giornalisti e soprattutto centinaia di migliaia di cittadini hanno aderito alla manifestazione che ieri ha riempito le piazze delle maggiori città del paese sudamericano.

Nella capitale Buenos Aires la piazza della Camera era talmente gremita che risultava difficile entrarci. C’erano donne, per la maggior parte, ma anche migliaia di uomini di tutte le età e classi sociali, alcuni con i bambini in braccio o per mano, sostenitori della presidente Cristina Kirchner e militanti di sinistra, sindacati, collettivi di studenti, impiegati che sono usciti in anticipo dall’ufficio pur di non mancare alla marcia. “Una marea umana contro la violenza machista”, ha scritto il corrispondente de El País.

A Buenos Aires la marcia è partita dal quartiere finanziario, con la partecipazione di centinaia di banchieri, agenti di borsa e finanziari. Davanti al palazzo del parlamento, dove è sfociato il corteo e si è conclusa la manifestazione, c’era un cordone di sole agenti donna.

Una comunione di intenti per nulla abituale nel paese. Soprattutto ora, che è impegnato in una dura campagna elettorale in vista delle elezioni presidenziali di ottobre.

La violenza di genere è un problema molto grave in tutta l’America Latina. L’anno scorso in Argentina, dove vivono 43 milioni di persone, sono state uccise 277 donne. Dal 2008, 1.800 sono state assassinate dal proprio amante, fidanzato, ex marito o familiare. Ma non si tratta di un dato ufficiale, nessuna istituzione tiene il conto di queste morti: sono le donne della Ong ‘La casa del encuentro’ che ogni giorno leggono 120 giornali nazionali e locali per tenere aggiornata la lista. Ovviamente, molte vittime ne restano fuori.

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