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INTERNAZIONALE

La fame a Milano

FameGiorgio Fontana, Internazionale
3 maggio 2015

Livelli di un problema. Tra le tante emergenze di una metropoli, la fame è una delle più elusive. La questione di un tetto sopra la testa, nella sua priorità, ha un aspetto tracciabile: se dormi ogni sera su una panchina, evidentemente ti manca una casa; e per vedere persone sulle panchine di notte, ahimè, basta fare due passi per Milano. Ma la fame? Come individuarla, in assenza di forme immediatamente visibili quali le immagini di una carestia in un paese povero?

Internazionale
30 04 2015

La libertà di stampa nel mondo ha raggiunto il record negativo degli ultimi dieci anni, secondo l’ultimo rapporto di Freedom house. Stando all’allarme lanciato dall’ong, a livello internazionale i giornalisti si trovano ad affrontare sempre più pressioni e restrizioni da parte di governi, attivisti, criminalità ed editori con interessi politici ed economici. Nel rapporto Freedom of the press 2015, si denuncia che “nel 2014 i giornalisti hanno dovuto affrontare pressioni sempre più intense da tutte le parti”.

“I governi hanno sfruttato le leggi per la sicurezza e per la lotta al terrorismo come pretesto per mettere a tacere tutte le voci critiche, mentre i gruppi di pressione e le gang criminali impiegano tattiche sempre più meschine per intimidazioni ai danni di giornalisti e i proprietari dei media tentano di manipolare il contenuto delle informazioni per i loro fini politici o economici”, ha spiegato la coordinatrice del rapporto Jennifer Dunham. Sui 199 paesi passati in rassegna, 63 sono ritenuti “liberi” sul piano dell’informazione mentre 71 vengono descritti come “parzialmente liberi” e 65 “non liberi”. Questo equivale a dire che soltanto il 14 per cento degli abitanti del pianeta vive in un contesto di libertà di stampa, il 42 per cento con una stampa parzialmente libera e il 44 per cento con una stampa non libera.

La situazione statunitense è peggiorata nell’anno trascorso a causa degli arresti e dei maltrattamenti inflitti ai giornalisti dalla polizia durante le manifestazioni a Ferguson, in Missouri, per protestare contro l’uccisione di Michael Brown, un ragazzo nero di 18 anni, da parte di un poliziotto. Mentre l’Italia - in un contesto europeo generalmente positivo - viene tutt’oggi considerata un paese “parzialmente libero”, soprattutto a causa dei conflitti di interesse rilevati in diversi gruppi editoriali.

I dannati di Calais

Internazionale
29 04 2015

È una frontiera interna all’Europa, ma il passaggio è comunque illegale. Fuori da Schengen, il Regno Unito non permette la libera circolazione – per entrare ci vuole un visto. A Calais, la città del nord della Francia, sul canale della Manica, ci sono afgani, pachistani, sudanesi, eritrei che hanno avuto lo status di rifugiati (quasi tutti in Italia) ma che vogliono andare a Londra a cercare lavoro. Vivono vicino al porto o nei pressi dell’eurotunnel, ammassati in tendopoli senza servizi igienici ed elettricità che loro stessi hanno soprannominato “le giungle”.

Solo di recente il governo francese ha aperto un centro d’accoglienza per donne e bambini. Per farlo ha dovuto resistere alle pressioni degli inglesi, secondo cui tale centro rappresenta un pull-factor, un fattore d’attrazione per l’immigrazione. E a Calais i britannici sono molto presenti: sono loro quelli che fanno gli ultimi controlli. Sono loro che pagano per bloccare i migranti: secondo una convenzione firmata nel 2014, gli inglesi assicurano un investimento di cinque milioni di euro all’anno per tre anni per la costruzione di sistemi di rilevazione e dei vari recinti che sono stati eretti intorno al porto e al tunnel. 

Lea Melandri, Internazionale
27 aprile 2015

Non si sono mai fatte guerre, dichiarate o non dichiarate, senza che i cittadini fossero in larga parte o in qualche modo consenzienti. E quella che si sta svolgendo ormai da anni nel Mediterraneo – tra le coste italiane e la sponda nordafricana – non fa eccezione, anche se i morti giacciono in fondo al mare.Qualcuno ha parlato di “spettatori muti”, di movimenti pacifisti incomprensibilmente assenti dalle piazze, di popoli europei più preoccupati della loro sicurezza che del salvataggio di vite umane.

Internazionale
27 04 2015

Il 25 aprile una scossa di magnitudo 7,9 ha colpito il Nepal, provocando la morte di almeno 2.460 persone, secondo gli ultimi bilanci. Ventiquattr’ore dopo, un’altra
scossa, di 6,7 gradi, e una nuova valanga sull’Everest

Un video girato dall’alpinista tedesco Jost Kobusch mostra la valanga che ha colpito il monte Everest il 25 aprile. La valanga è stata provocata dal terremoto di
magnitudo 7,9 che ha colpito il Nepal. Il filmato mostra la massiccia caduta della neve sul campo base dell’Everest, che costringe gli alpinisti a rifugiarsi nelle
proprie tende. I protagonisti del video sono sopravvissuti, ma altre diciotto persone sono morte e 61 sono rimaste ferite.

Continua a salire il bilancio dei morti del terremoto in Nepal
Sono almeno 3.326 le vittime causate dal terremoto che ha colpito il Nepal nel fine settimana. I feriti sono più di 6.500. Il bilancio dei morti, hanno fatto sapere le
autorità locali, è destinato a salire. Il sisma ha provocato anche delle valanghe sull’Everest.

Migliaia di persone sono rimaste senza casa e dormono per strada. I soccorritori hanno allestito delle tendopoli nella capitale Kathmandu, mentre continuano le scosse
di assestamento.

I soccorsi sono al lavoro senza sosta da due giorni, nella speranza di trovare dei sopravvissuti. Ma molti centri abitati, soprattutto quelli vicini alle montagne,
risultano difficili da raggiungere. “Interi villaggi potrebbero essere stati sepolti dalle frane”, ha dichiarato un portavoce delle autorità alla Bbc.

Quasi un milione di bambini sono rimasti colpiti dal terremoto. Lo ha dichiarato un portavoce dell’Unicef alla Reuters, che ha aggiunto: “Il nostro obiettivo adesso è
dare a questi bambini acqua e servizi sanitari. Le provviste di acqua e cibo stanno finendo”.

Quattro cittadini italiani dispersi in Nepal

Sono quattro i cittadini italiani di cui non si hanno notizie dopo le due scosse di terremoto, di 7,9 gradi e di 6,7 gradi, che hanno colpito il Nepal il 25 e il 26
aprile.

Si tratta di un gruppo di speleologi del soccorso alpino, che si trovavano in spedizione nel villaggio di Langtang, travolto da una valanga. Due fratelli di Firenze,
di 22 e 25 anni, di cui non si avevano notizie da due giorni, sono entrati in contatto con le famiglie oggi. Daniel e Elia Lituani, 25 e 22 anni, si trovano nel paese
da due settimane. “Ha telefonato la ragazza di mio figlio e stanno tutti bene”, ha detto Marco Lituani, il padre.

L’unità di crisi della Farnesina ha rintracciato oltre trecento italiani, che risultano salvi.

Il sisma ha provocato la distruzione di diversi edifici nella capitale Kathmandu e due valanghe sul monte Everest, dove molti alpinisti erano accampati o si trovavano
in scalata. Almeno 2.200 le vittime e più di cinquemila i feriti.

Evacuato il campo base dell’Everest dopo la nuova valanga

In Nepal, nella capitale Kathmandu, è arrivato il primo aereo dei soccorsi con le persone colpite da una valanga provocata dal terremoto di magnitudo 7,9, il peggiore
degli ultimi ottant’anni. I sopravvissuti descrivono la valanga come una nuvola di roccia e ghiaccio caduta sul campo, mentre molti scalatori si trovavano sulle pareti
per la scalata.

Questa mattina alle 9, ora italiana, una nuova scossa di 6,7 gradi ha colpito il paese, con l’epicentro a 60 chilometri dalla capitale, provocando una nuova valanga.
Un enorme blocco di ghiaccio si è staccato cadendo per 800 metri e finendo sull’area del campo base.
Numerosi elicotteri stanno evacuando il campo base e i campi 1 e 2, che si trovano a quota più alta. Lo riferisce all’Ansa Pietro Coerezza, responsabile della
comunicazione dell’associazione EvK2 Cnr.

Per le Nazioni Unite sono almeno 6,6 milioni le persone colpite dal sisma: “Siamo pronti ad assistere il governo del Nepal a rispondere a questa terribile tragedia”,
ha dichiarato il coordinatore delle operazioni dell’Onu a Kathmandu, Jamie McGoldrick.

Impariamo a parlare di stupro

Internazionale
24 04 2015

“In un mondo perfetto non si lancerebbe alcuno stigma sull’essere una vittima di una violenza sessuale”. Comincia così un editoriale dell’autrice statunitense Jessica Valenti di qualche giorno fa. In quel mondo perfetto e inesistente, le vittime potrebbero raccontare quello che hanno vissuto senza temere di essere insultate, umiliate o minacciate.

I giornalisti potrebbero usare i loro nomi senza paura di esporle a rischi. Ma non viviamo in un mondo perfetto né in uno che gli si avvicini e quindi, secondo Valenti, dobbiamo proteggere l’anonimato delle vittime.

Il caso del presunto stupro di gruppo nell’università della Virginia ha riacceso la discussione su come raccontare e come non sbagliare, su come non sacrificare il rigore in nome dell’empatia e sull’ipotesi di raccontare solo le storie di chi non richiede l’anonimato (la Chicago taskforce on violence against girls & young women ha curato una “cassetta degli attrezzi” per i giornalisti).

Parlare di stupro è molto difficile. Non solo a causa della cosiddetta cultura dello stupro e della tendenza a prendersela con le vittime. Quando le vittime sono donne (nella maggior parte dei casi) ci sono i pregiudizi: “se l’è cercata”, “la gonna era troppo corta” o “la camicia troppo scollata”. Quando sono uomini si aggiunge l’incredulità di genere e lo stigma della debolezza: “Ma come, non ti sei ribellato?”.

Il potere è un elemento cruciale non solo nello stupro in sé ma nella minaccia, esplicita o taciuta, del dopo. “Parlerai? Racconterai quello che è successo? Stai attenta, la troia sarai sempre tu e il prezzo più alto lo pagherai comunque tu” (e questo accade perfino negli scandali sessuali senza che vi sia abuso o violenza: se il fedifrago è lui, lo scandalo investirà pure la fidanzata o la moglie che non ha fatto nulla, se non sposare un fedifrago).

Le vittime spesso subiscono più di una violenza e non solo quella originaria. Per molto tempo nell’ordinamento italiano la violenza carnale è stata un reato contro la moralità pubblica e non contro la persona.

Ma ci sono inciampi pericolosi anche sul fronte giusto, su quello che vuole opporsi allo stigma. E forse sono più pericolosi dei primi, perché offrono un lato debole, un pretesto per mantenere le vittime “al posto loro”.

È comprensibile che spesso sia necessario essere brutali e grossolani per opporsi a un pregiudizio radicato, che si tenda a forzare e a usare anche argomenti non abbastanza forti perché il fine è comunque buono. Tuttavia questo modo di procedere è discutibile non solo in via di principio ma anche da un punto di vista strategico: rendersi attaccabili è rischioso perché si finisce per cadere anche quando meriteremmo la vittoria.

La presunzione d’innocenza

Spesso sembra non valere ciò che vale per gli altri crimini, ovvero la presunzione di innocenza e la necessità di dimostrare che lo stupro ci sia stato. Che sia difficile e che il clima sia a volte “impossibile” non dovrebbe eliminare queste due premesse, perché il risultato sarebbe peggiore non solo per la procedura penale ma in ultima analisi anche per la corretta ricostruzione degli avvenimenti e dunque per la punibilità di tutti gli stupri.

Non riuscire a dimostrare uno stupro, poi, non implica che il fatto non sia avvenuto ma solo che è impossibile dimostrarlo, e quindi non vuol dire necessariamente che la vittima presunta abbia raccontato una bugia ma solo che non siamo riusciti a eliminare il cosiddetto legittimo dubbio (si pensi al caso Bill Cosby). Succede in molti reati e presunti tali. A volte in modo eclatante (O.J. Simpson, Robert Durst), ma la necessità di dimostrare la colpevolezza di qualcuno rimane la meno peggiore delle strade. Perché provare l’innocenza di una persona è un procedimento penale atroce, e perché è meglio rischiare di non riuscire a condannare un colpevole che mandare un innocente in galera.

La rabbia della vittima o di chi ha a cuore la giustizia è comprensibile, ma la rabbia di rado ci consiglia bene. E se dovessimo seguire la collera non sarebbe allora meglio mandare qualcuno a picchiare il carnefice? Sarebbe più rapido, eviterebbe il processo e le domande spesso ripugnanti e impietose.

Dimostrare è difficile perché spesso il disaccordo sta nell’intenzione (consenso esplicito o implicito) e non si tratta solo di verificare se un rapporto sessuale (imposto) sia avvenuto o meno.

Anche un furto si distingue da un regalo attraverso la stessa sottile linea dell’intenzione. E se io dico che tu mi hai regalato quell’orologio Daytona e tu sostieni che te l’ho rubato, come risolviamo il dilemma?

Prima di essere travolta dallo sdegno aggiungo: lo stupro non è un orologio, ma l’analogia vuole illuminare la difficoltà di “dimostrare” le intenzioni e di ricostruire gli avvenimenti per poi condannare o assolvere.

Anche una volta stabiliti alcuni princìpi, purtroppo non ancora chiari a tutti, provare che sono stati violati potrebbe non essere facile o possibile.

“No” non vuol dire “sì” (a meno che non sia un gioco predefinito, negli altri casi vale il senso letterale del diniego) e il consenso è cruciale: non vuol dire che ogni volta dobbiamo firmare un contratto come chiede Mr. Grey ad Anastasia in Cinquanta sfumature di grigio, ma che il consenso è una condizione necessaria e può essere revocato in qualsiasi momento. E se non è stato specificato in precedenza, sarebbe meglio evitare casi in cui non sia possibile esprimerlo, come quando lui è abbastanza lucido e lei completamente sbronza (ma sull’alcol e lo stupro dovremmo tornare).

I consigli per evitare uno stupro rinforzano lo stigma?

Ogni volta che si parla di “consigli” (come: “non ti ubriacare in un contesto non familiare”, “non uscire da sola di notte”, e così via) una reazione comune è di condannarli come giustificazioni preventive degli stupratori. È facile capirne le ragioni, ma gli effetti collaterali negativi rischiano di essere più gravi del male che si vuole evitare, ossia alimentare la cultura della colpa e della istigazione, che va giustamente annientata.

Quando si dice di non lasciare la porta di casa aperta per evitare di essere derubati si sta forse giustificando l’eventuale furto?
Insegnare o pensare che difendersi sia utile non deve implicare una giustificazione dell’aggressione (ma sembra anche bizzarro non gestire il rischio, cercando di diminuirlo, perché l’invito a farlo potrebbe essere male interpretato).

Il pensiero “possiamo fare quello che ci pare senza dover essere stuprate (aggredite, uccise, fatte a pezzi)” rimane un principio giustissimo. Ma pure avere il senso della realtà è utile. Perciò mentre costruiamo il mondo ideale sarebbe meglio chiudere la porta di casa e cercare di evitare situazioni pericolose perché attraversare la strada a occhi chiusi, perfino sulle strisce pedonali, non ha mai impedito agli automobilisti di investire i pedoni.

Considerando poi che molte violenze sono compiute da persone che conosciamo, saperlo, essere in grado di capire e di evitarle, non è così irrilevante.

Insomma, la demolizione dei “te la sei cercata” non dovrebbe sacrificare la conoscenza e la valutazione dei rischi. E se siamo abbastanza bravi dovremmo poter avvertire le potenziali vittime senza essere accusati di ammiccare al carnefice, e magari ricordarci che la reazione passa anche tramite l’empowerment di chi è considerato debole e indifeso. La prima condizione del potere – quello buono, non quello abusato nella violenza sessuale – è conoscere la realtà.

Mentre impariamo a parlare alle vittime e delle vittime, ricordiamoci che lo stupro ha a che fare con il sesso come l’alcolismo ha a che fare con il piacere enogastronomico (forse ancora meno).

Chiara Lalli

Le principali rotte dei migranti verso l'Europa

Internazionale
22 04 2015

L’anno scorso 219.000 migranti hanno attraversato il Mediterraneo e 3.500 persone sono morte cercando di raggiungere l’Europa. Nel 2013 erano stati 60mila i migranti che avevano provato a raggiungere il vecchio continente via mare. Dall’inizio del 2015 circa 31.500 persone hanno provato a entrare in Italia e in Grecia, le principali porte d’accesso all’Unione europea.

Secondo i dati raccolti dall’agenzia europea per le frontiere Frontex, la costa greca e quella italiana rimangono i territori d’ingresso più importanti, ma recentemente si è aggiunta anche una rotta che passa dai Balcani. Molti siriani, che sono il primo gruppo di richiedenti asilo in Europa, passano dalla Turchia e dalla Bulgaria. Nel 2011, durante le rivoluzioni nel Nordafrica, una delle rotte più battute era quella del Mediterraneo occidentale che arriva in Spagna. Ma Madrid ha rafforzato i patti di esternalizzazione delle frontiere con il Marocco e questo ha ridotto il numero dei migranti che riescono a entrare nel paese.

Internazionale
21 04 2015

L’Unione europea ha cercato per anni di armonizzare le politiche d’asilo nei 28 stati membri, ma non ha ancora trovato un equilibrio tra le diverse legislazioni locali. Il regolamento di Dublino del 2003 è il documento principale adottato dall’Unione in tema di diritto d’asilo. È stato sottoscritto anche da paesi non membri, come la Svizzera.

Cosa prevede il regolamento. Il regolamento impedisce di presentare una domanda di asilo in più di uno stato membro, e prevede che la domanda la esamini lo stato dove il richiedente ha fatto ingresso nell’Unione. L’Europa ha adottato anche il sistema Eurodac, un archivio comune delle impronte digitali dei richiedenti asilo usato dalla polizia per controllare se sono state presentate diverse domande. I richiedenti asilo hanno diritto a rimanere nel paese di arrivo anche se non hanno regolari documenti d’ingresso e a essere assistiti. Se la richiesta d’asilo viene respinta, il richiedente può fare appello.

Le critiche. Il regolamento ha ricevuto numerose critiche in particolare dal Consiglio europeo per i rifugiati e dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Il sistema attuale, infatti, non riesce a fornire una protezione equa ed efficiente ai richiedenti asilo, costretti ad aspettare anni prima che le loro richieste siano esaminate. Inoltre il sistema non tiene conto del ricongiungimento familiare e comporta una pressione maggiore sugli stati membri del sud dell’Europa, che sono anche i paesi d’ingresso nel continente.

Come si ottiene lo status di rifugiato. La condizione di rifugiato è definita dalla convenzione di Ginevra del 1951, un trattato delle Nazioni Unite firmato da 147 paesi. Nell’articolo 1 della convenzione si legge che il rifugiato è una persona che “temendo a ragione di essere perseguitata per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinioni politiche, si trova fuori del paese di cui ha la cittadinanza, e non può o non vuole, a causa di tale timore, avvalersi della protezione di tale paese”.

Per ottenere lo status di rifugiato, i richiedenti asilo devono dimostrare alle autorità europee che stanno scappando da una guerra o da una persecuzione e che non possono tornare nel loro paese d’origine. Anche se in Europa sarebbe obbligatorio valutare caso per caso le richieste di protezione, spesso questo principio non è rispettato, e le persone sono rimpatriate in modo frettoloso senza che sia stata seguita tutta la procedura.

Quanti casi ci sono in Europa? Il numero delle richieste di asilo è aumentato nel 2014 salendo da 435.190 nel 2013 a 626.065 nel 2014. Nel 2014 il numero di richiedenti asilo dalla Siria è raddoppiato. I siriani sono il 20 per cento dei richiedenti asilo. Il secondo gruppo è rappresentato dagli afgani che rappresentano il 7 per cento. Nel 2014 l’asilo è stato garantito a 163mila persone nell’Unione europea. Nel 2014 la Germania è il paese che ha concesso più volte l’asilo con 41mila richieste approvate, seguita dalla Svezia con 31mila richieste approvate. Nel 2014 l’Italia ha concesso 21mila richieste d’asilo.

Internazionale
20 04 2015

Igiaba Scego, scrittrice
Mio padre e mia madre sono venuti in Italia in aereo.

Non hanno preso un barcone, ma un comodo aeroplano di linea.

Negli anni settanta del secolo scorso c’era, per chi veniva dal sud del mondo come i miei genitori, la possibilità di viaggiare come qualunque altro essere umano. Niente carrette, scafisti, naufragi, niente squali pronti a farti a pezzi. I miei genitori avevano perso tutti i loro averi in un giorno e mezzo. Il regime di Siad Barre, nel 1969, aveva preso il controllo della Somalia e senza pensarci due volte mio padre e poi mia madre decisero di cercare rifugio in Italia per salvarsi la pelle e cominciare qui una nuova vita.

Mio padre era un uomo benestante, con una carriera politica alle spalle, ma dopo il colpo di stato non aveva nemmeno uno scellino in tasca. Gli avevano tolto tutto. Era diventato povero.

Oggi mio padre avrebbe dovuto prendere un barcone dalla Libia, perché dall’Africa se non sei dell’élite non c’è altro modo di venire in Europa. Ma gli anni settanta del secolo scorso erano diversi. Ho ricordi di genitori e parenti che andavano e venivano. Avevo alcuni cugini che lavoravano nelle piattaforme petrolifere in Libia e uno dei miei fratelli, Ibrahim, che studiava in quella che un tempo si chiamava Cecoslovacchia. Ricordo che Ibrahim a volte si caricava di jeans comprati nei mercati rionali in Italia e li vendeva sottobanco a Praga per mantenersi agli studi. Poi passava di nuovo da noi a Roma e quando era chiusa l’università tornava in Somalia, dove parte della famiglia aveva continuato a vivere nonostante la dittatura.

Se dovessi disegnare i viaggi di mio fratello Ibrahim su un foglio farei un mucchio di scarabocchi. Linee che uniscono Mogadiscio a Praga passando per Roma, alle quali dovrei aggiungere però delle deviazioni, delle curve. Mio fratello infatti aveva una moglie iraniana e viaggiavano insieme. Quindi c’era anche Teheran nel loro orizzonte e tanti luoghi in cui sono stati ma che ora non ricordo con precisione.

Mio fratello, da somalo, poteva spostarsi. Come qualsiasi ragazzo o ragazza europea. Se dovessi disegnare i viaggi di un Marco che vive a Venezia o di una Charlotte che vive a Düsseldorf dovrei fare uno scarabocchio più fitto di quello che ho fatto per mio fratello Ibrahim. Ed ecco che dovrei disegnare le gite scolastiche, quella volta che il suo gruppo musicale preferito ha suonato a Londra, le partite di calcio del Manchester United, poi le vacanze a Parigi con la ragazza o il ragazzo, le visite al fratello più grande che si è trasferito in Norvegia a lavorare. E poi non vai una volta a vedere New York e l’Empire State Building?

Per un europeo i viaggi sono una costellazione e i mezzi di trasporto cambiano secondo l’esigenza: si prende il treno, l’aereo, la macchina, la nave da crociera e c’è chi decide di girare l’Olanda in bicicletta. Le possibilità sono infinite. Lo erano anche per Ibrahim, nonostante la cortina di ferro, anche nel 1970. Certo non poteva andare ovunque. Ma c’era la possibilità di viaggiare anche per lui con un sistema di visti che non considerava il passaporto somalo come carta igienica.

Oggi invece per chi viene dal sud del mondo il viaggio è una linea retta. Una linea che ti costringe ad andare avanti e mai indietro. Si deve raggiungere la meta come nel rugby. Non ci sono visti, non ci sono corridoi umanitari, sono affari tuoi se nel tuo paese c’è la dittatura o c’è una guerra, l’Europa non ti guarda in faccia, sei solo una seccatura. Ed ecco che da Mogadiscio, da Kabul, da Damasco l’unica possibilità è di andare avanti, passo dopo passo, inesorabilmente, inevitabilmente.

Una linea retta in cui, ormai lo sappiamo, si incontra di tutto: scafisti, schiavisti, poliziotti corrotti, terroristi, stupratori. Sei alla mercé di un destino nefasto che ti condanna per la tua geografia e non per qualcosa che hai commesso.

Viaggiare è un diritto esclusivo del nord, di questo occidente sempre più isolato e sordo. Se sei nato dalla parte sbagliata del globo niente ti sarà concesso. Oggi mentre riflettevo sull’ennesima strage nel canale di Sicilia, in questo Mediterraneo che ormai è in putrefazione per i troppi cadaveri che contiene, mi chiedevo ad alta voce quando è cominciato questo incubo, e guardando la mia amica giornalista-scrittrice Katia Ippaso ci siamo chieste perché non ce ne siamo rese conto.

È dal 1988 che si muore così nel Mediterraneo. Dal 1988 donne e uomini vengono inghiottiti dalle acque. Un anno dopo a Berlino sarebbe caduto il muro, eravamo felici e quasi non ci siamo accorti di quell’altro muro che pian piano cresceva nelle acque del nostro mare.

Ho capito quello che stava succedendo solo nel 2003. Lavoravo in un negozio di dischi. Erano stati trovati nel canale di Sicilia 13 corpi. Erano 13 ragazzi somali che scappavano dalla guerra scoppiata nel 1990 e che si stava mangiando il paese. Quel numero ci sembrò subito un monito. Ricordo che la città di Roma si strinse alla comunità somala e venne celebrato a piazza del Campidoglio dal sindaco di allora, Walter Veltroni, un funerale laico. Una comunità divisa dall’odio clanico quel giorno, era un giorno nuvoloso di ottobre, si ritrovò unita intorno a quei corpi. Piangevano i somali accorsi in quella piazza, piangevano i romani che sentivano quel dolore come proprio.

Ora è tutto diverso.

Potrei dire che c’è solo indifferenza in giro.

Ma temo che ci sia qualcosa di più atroce che ci ha divorato l’anima.

L’ho sperimentato sulla mia pelle quest’estate ad Hargeisa, una città nel nord della Somalia.

Una signora molto dignitosa mi ha confessato, quasi con vergogna, che suo nipote era morto facendo il tahrib, ovvero il viaggio verso l’Europa.

“Se l’è mangiato la barca”, mi ha detto. La signora era sconsolata e mi continuava a ripetere: “Quando partono i ragazzi non ci dicono niente. Io quella sera gli avevo preparato la cena, non l’ha mai mangiata”. Da quel giorno spesso sogno barche con i denti che afferrano i ragazzi per le caviglie e li divorano come un tempo Crono faceva con i suoi figli. Sogno quella barca, quei denti enormi, grossi come zanne di elefante. Mi sento impotente. Anzi, peggio: mi sento un’assassina perché il continente, l’Europa, di cui sono cittadina non sta alzando un dito per costruire una politica comune che affronti queste tragedie del mare in modo sistematico.

Anche la parola “tragedia” forse è fuori luogo, ormai dopo venticinque anni possiamo parlare di omicidio colposo e non più di tragedie; soprattutto ora dopo il blocco da parte dell’Unione Europea dell’operazione Mare Nostrum. Una scelta precisa del nostro continente che ha deciso di controllare i confini e di ignorare le vite umane.

Nessuno di noi è sceso in piazza per chiedere che Mare Nostrum fosse ripresa. Non abbiamo chiesto una soluzione strutturale del problema. Siamo colpevoli quanto i nostri governi. Non a caso Enrico Calamai, ex viceconsole in Argentina ai tempi della dittatura, l’uomo che salvò molte persone dalle grinfie del regime di Videla, sui migranti che muoiono nel Mediterraneo ha detto: “Sono i nuovi desaparecidos. E il riferimento non è retorico e nemmeno polemico, è tecnico e fattuale perché la desaparición è una modalità di sterminio di massa, gestita in modo che l’opinione pubblica non riesca a prenderne coscienza, o possa almeno dire di non sapere”.

LAMPEDUSAc

L'islam tra le strade di Napoli

Internazionale
10 04 2015

L’islam è la seconda religione in Italia per numero di fedeli, ma a causa della sua realtà frammentata non ha ancora raggiunto un’intesa con lo stato italiano. Le moschee spesso nascono come associazioni culturali e la mancanza di istituzioni ufficialmente riconosciute e rappresentative genera molte incertezze.

Napoli, da sempre crocevia di popoli e culture, la situazione non è diversa: nonostante i cinquantamila musulmani presenti nel capoluogo campano, non esiste né una grande moschea né un cimitero consacrato alla sepoltura secondo il rito islamico.

Eppure, nel corso dei secoli, differenti influenze si sono radicate nel tessuto sociale, rendendolo un luogo aperto alla contaminazione e incline all’ospitalità. Complice la presenza dell’università Orientale e la sua posizione geografica, Napoli è stata uno degli approdi favoriti per i tanti musulmani giunti dalle altre sponde del Mediterraneo.

Inoltre la forte presenza islamica ha favorito, negli ultimi decenni, un aumento considerevole delle conversioni e il fenomeno è diventato così rilevante che uno dei maggiori luoghi di culto cittadini è diretto da due italiani, Agostino Yasin Gentile e Massimo Abdallah Cozzolino. Si tratta della moschea di piazza Mercato, oggi luogo di diffusione della cultura islamica e presidio di prima accoglienza per i migranti.

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