Il Messaggero
25 05 2015

Cominciano ad affiorare le prime cifre della battaglia di Palmira. Tra mercoledì e ieri, i Jihadisti avrebbero ucciso circa quattrocento abitanti e trecento tra soldati e milizie dello stato, gli Shabiha, composte da civili sia uomini che donne

La street art è transgender

  • Mercoledì, 20 Maggio 2015 13:36 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO

Il Manifesto
21 05 2015

Incontri. Un'intervista con Madame Moustache, artista francese che s'interroga sulla questione del genere. «Mi piace mescolare le apparenze»

Uomini dagli sgar­gianti ros­setti rossi sotto baffi irsuti, ombretti colo­rati, ciglia lun­ghe, orec­chini, vestiti fem­mi­nili, gambe sco­perte e scarpe col tacco, a fare da con­tral­tare donne con i baffi, tatuate come mari­nai, un po’ rudi e dalle sem­bianze masco­line. Sono i per­so­naggi rap­pre­sen­tati dall’artista fran­cese Madame Mou­sta­che che gioca e si diverte con un imma­gi­na­rio ripe­scato dai primi del Nove­cento. Col­lage ispi­rati a foto­gra­fie tratte da vec­chie rivi­ste e accom­pa­gnati da slo­gan che reci­tano frasi così: «Ma chi ha deciso per me che io dovessi essere una donna», dove donna è sbar­rato da una riga come se fosse un errore. O ancora «Per­ché a met­tersi a nudo non si perde neces­sa­ria­mente la pro­pria dignità».

Nelle sue com­po­si­zioni di grandi dimen­sioni, Madame mescola ele­menti cir­censi e tra­ve­sti­menti, inganna con le appa­renze, scar­dina i ruoli. Una maniera ludica per scom­bi­nare le iden­tità, come fa a par­tire dal nome in cui acco­sta il ter­mine signora a baffo anti­ci­pando già l’interesse per temi che riguar­dano la que­stione di genere. «Rap­pre­sento il mondo del tea­tro e per tra­sla­zione quello delle appa­renze — spiega — quel luogo magico dove si può essere chi si vuole, a par­tire dal momento in cui ci si mostra agli altri. Tutto il mio lavoro si basa su que­sta idea. M’interrogo molto sulla que­stione del genere e sullo sguardo dell’altro, un’eredità lasciata dalla mia espe­rienza tea­trale durata dieci anni. È il fil rouge che attra­versa il mio lavoro, un tema impor­tante per­ché uni­ver­sale. Per que­sto uso le maschere, il trucco per gli uomini, donne tra­ve­stite. Mi diverto a gio­care con le iden­tità e le fron­tiere per fuor­viare e far ridere».

Le sue opere, stam­pate su carta e affisse in strada, sono cor­re­late da frasi effi­caci che attra­verso l’ironia invi­tano a una rifles­sione, come dimo­stra Boxing Bolo­gna, il nuovo inter­vento rea­liz­zato a Bolo­gna per Cheap, l’unico festi­val ita­liano di Poster Street Art (che usa la carta come sup­porto, fra gli altri ospiti anche Leva­let e Vinz Feel Free) sul muro della pale­stra di boxe Le Torri inti­to­lata al fon­da­tore Gian­franco Cesari. «Non avevo avuto biso­gno di vio­lenza per impa­rare a bat­termi»: pro­ta­go­ni­ste sono due donne che uni­scono le mani, sullo sfondo cuori e lacrime rosse.

L’edificio, in un parco vicino al grande com­plesso abi­ta­tivo sopran­no­mi­nato «vir­go­lone», e il quar­tiere popo­lare e mul­tiet­nico in peri­fe­ria non sono stati scelti a caso, ma rispon­dono a un pre­ciso scopo del festi­val di coin­vol­gere parte di una comu­nità lon­tana e un po’ al mar­gine rispetto alla vita pul­sante del cen­tro. Un ter­ri­to­rio a volte fra­gile e pro­ble­ma­tico, in cui più che in altri la par­te­ci­pa­zione dei cit­ta­dini assume un ruolo impor­tante, rac­co­gliendo le per­sone intorno ad un pro­getto arti­stico e sim­bo­lico dalla por­tata sociale e poli­tica, intesa non per i mes­saggi, ma per quel coin­vol­gi­mento di una parte di per­sone spesso esclusa dai cir­cuiti cul­tu­rali e non solo. La pale­stra è anche luogo di aggre­ga­zione e la frase sulla vio­lenza in quel con­te­sto allarga ed espande il valore del suo significato.

«Mi ha entu­sia­smata lavo­rare sulla nozione di sport in senso esteso — rac­conta ancora l’artista — La dif­fi­coltà era creare qual­cosa effi­cace come un pugno, ma al tempo stesso sot­tile tanto da sug­ge­rire altri spunti oltre la boxe. Dif­fi­coltà che ho ritro­vato anche nel con­te­sto in cui s’inseriva il muro stesso, un quar­tiere popo­lare non neces­sa­ria­mente sen­si­bile all’arte. Volevo che quel muro fosse un legame fra den­tro e fuori. Amo lo sport, ma dete­sto la vio­lenza in tutte sue le forme. Par­lare di sport può signi­fi­care anche par­lare di vio­lenza e rap­pre­senta un ten­ta­tivo di affer­mare quanto sia inu­tile ovun­que si manifesti».

Le sue opere s’inseriscono nel cuore dello spa­zio pub­blico. «I miei col­lage — con­ti­nua Madame Mou­sta­che — hanno una patina par­ti­co­lare per l’effetto dei colori sbia­diti e dell’aspetto rovi­nato. Taglio e metto insieme i pezzi a mano per con­ser­vare un aspetto volu­ta­mente fra­gile. La foto­gra­fia, il dise­gno e la stampa sono parte inte­grante del mio lavoro. Amo che le mie opere subi­scano il tempo che passa, che vivano al ritmo del luogo in cui si tro­vano. Mi piace che una volta posata, l’opera non sia più mia e cominci una pro­pria vita. Qua­lun­que cosa le suc­ceda amo che subi­sca gli effetti della strada, inte­ra­gi­sca con essa e crei un dialogo».

Madame ingran­di­sce e stampa le imma­gini in bianco e nero in grande for­mato, poi aggiunge il rosso con la tec­nica del pou­choir, colo­ri­tura manuale usata negli anni Venti per le car­to­line postali. Simul­ta­nea­mente alla rea­liz­za­zione del muro per Cheap la stree­tar­tist, classe 1982, ha alle­stito nello spa­zio 9mq la mostra Madame Mou­sta­che Solo, una doz­zina di modelli ori­gi­nali attra­verso i quali si può capire il pro­cesso di crea­zione. Da più di un anno, l’artista lavora con la Traf­fic Gal­lery di Ber­gamo, insieme agli ita­liani Orti­ca­nood­les e Luca­ma­leonte (ospiti entrambi della scorsa edi­zione di Cheap) e in pas­sato ha già rea­liz­zato altri lavori in Ita­lia. Nel 2013 alla Sor­bona è inter­ve­nuta a una con­fe­renza sulla street art femminile.

A Parigi ha alcuni quar­tieri d’elezione per lavo­rare in strada: torna spesso nelle zone che ha scelto per­ché ha amato l’accoglienza che hanno avuto le sue com­po­si­zioni o sem­pli­ce­mente per­ché le piac­ciono. «È un modo d’iscrivermi in un pae­sag­gio che amo», dice. Ha in pro­gramma altri lavori nel nostro paese, alcune mostre per­so­nali in Fran­cia e vari festi­val. Il suo approc­cio al lavoro è impron­tato alla totale libertà, è uno spec­chio del suo carat­tere. «Il mio pro­ce­di­mento parte da una dimen­sione intima per appro­dare a una pub­blica. Spesso incollo i lavori in maniera sel­vag­gia, la fina­lità è arri­vare al cuore dello spa­zio pub­blico: mi inte­ressa met­tere a nudo l’intimità che ha fatto nascere l’opera».

 

Le passioni sediziose dell’opera viva

  • Lunedì, 11 Maggio 2015 10:11 ,
  • Pubblicato in Flash news

Alfabeta2
11 05 2015

È cosa nota che Marcel Duchamp decise di lasciare, quella che diverrà poi la sua opera più importante, Le grand verre, incompiuta. Durante la lavorazione americana dell’opera, nel 1923, infatti, si ruppe il sottile vetro che doveva, sostituendo la tradizionale tela, contenere la sua sibillina rappresentazione. Ma come spesso accade nell’arte, l’incompiuto della forma ci dice molto sul suo contenuto espressivo rendendolo ancor più prezioso.

Per tentare di decifrare la complessa e controversa opera di Duchamp si deve partire dal suo famoso sottotitolo: La Mariée mise à nu par ses célibalaires, meme. È, in tal senso, il grande vetro, una straordinaria figurazione del rapporto tra capitalismo e desiderio, la storia di un amore impossibile tra una sposa semicompiacente e uno scapolo ansioso (Arturo Schwarz). È la storia di una interpellanza, di una chiamata, che (fortunatamente) non potrà mai realizzarsi fino in fondo, perché il rapporto sessuale non esiste. Il n'y a pas de rapport sexuel, riproporrà Lacan qualche decennio dopo. E neanche l’astuta macchina capitalistica è in grado di trasfigurare una volta per tutte, ricoprendo il buco di merci, il “mondo in giallo”. Il punto di partenza: l'Eros, motore del tutto. Chi sono i soggetti che mettono in scena l’opera di Duchamp? la Vergine nella sezione superiore del vetro a citare l'Assunzione come nei dipinti medievali e rinascimentali e i suoi Scapoli o Celibi sottostanti, in trepida, macchinica attesa di consumare e macinare gioia e dolore.

Ora questa premessa è necessaria perché sarebbe un errore interpretare il volume di Frédéric Lordon Capitalismo, desiderio e servitù, appena uscito in italiano per la nuova e promettente collana operaviva di DeriveApprodi, come un libro che, cercando di sviscerare le più interne e astute macchine del neoliberalismo, adagi senza scampo la vita alla logica del Capitale. Occorre precisarlo subito perché, in effetti, una lettura veloce e superficiale del testo potrebbe aprire la strada a questo fallace orientamento interpretativo. Sono, a mio avviso, certamente altri gli intenti dell’autore. Provo quindi di seguito a estrarne qualcuno.

Lordon apre il volume con tre citazioni, una di queste è attribuita a Deleuze. Le altre due, rispettivamente la prima e la terza, a Vinaver e a Spinoza. Il richiamo al filosofo francese (di cui però poi nel libro, per lo più, ci si dimentica) ci segnala che questo libro, questo utile e suggestivo libro, riparte esattamente da dove Deleuze e Guattari erano arrivati con i loro volumi (l’anti-Edipo e Mille piani) dedicati al rapporto tra capitalismo e schizofrenia: “Il desiderio è dell’ordine della produzione e ogni produzione è desiderante e sociale insieme” (L’anti-Edipo, p. 337). Lo scenario del capitalismo contemporaneo e neoliberale per Lordon, infatti, disegna, “ci mostra, un paesaggio passionale”. L’analisi del desiderio, o meglio del conatus, in senso spinoziano, è qui posta al centro di ogni dinamica di valorizzazione capitalistica; il modo in cui il desiderio è arruolato, allineato, ingaggiato, depredato e messo al servizio del capitalismo l’oggetto fondamentale della ricerca di Lordon. Questa tesi è costruita dall’autore secondo due mosse fondamentali tra loro strettamente combinate, e quindi anche inseparabili: a) per comprendere lo sfruttamento nel capitalismo contemporaneo occorre “combinare lo strutturalismo dei rapporti con un’antropologia delle passioni. Marx insieme a Spinoza” (p.9); b) a partire da qui assumere il dominio, e la sua gestione, non come esercizio di un “semplice bastone”, ma rendendo i dominati per lo più contenti e consenzienti rispetto alla loro condizione di assoggettamento.

Molto ordinato, chiaro e scritto con uno stile a tratti avvincente e incalzante, il libro è innanzitutto quindi, a miei occhi, importante perché produce un autentico sforzo teorico transdisciplinare per proporre un’analisi aggiornata, e quindi adeguata, dei processi di organizzazione del potere capitalistico nella contemporaneità, analisi che i concetti di sottomissione (formale e reale) utilizzati da Marx, oramai quasi due secoli fa, per quanto ancora necessari, non sono più sufficienti a consegnarci nella loro rinnovata dinamica operativa. Tale analisi, quella che vuole aggiornare l’apparato di critica al capitalismo, abbisogna, infatti, di uno sguardo che sappia de-sacralizzare e al contempo scuotere alle radici alcuni degli assiomi fondamentali del tradizionale pensiero critico. In particolare l’idea che il dominio del Capitale sia rappresentabile come un sistema di soli apparati coercitivi e disciplinari è qui denunciata con forza dall’autore e posta come fuorviante. Il testo di Lordon assume al contrario l’idea che per capire il potere neoliberale, dominio e consenso possano e debbano essere considerati come due momenti dello stesso movimento, sostenendo l’idea (neanche tanto originale, tra l’altro) che il concetto di dominio sia oggi caratterizzato “dallo spettacolo dei dominati felici”. Su questa questione specifica, che trovo fondamentale per apprezzare il volume, tornerò però più avanti, quando tenterò di indicare anche i limiti della proposta di Lordon.

Per cogliere la struttura del capitalismo occorre allora interpretarlo, seguendo il sociologo francese, come un tanto dinamico quanto specifico regime di desiderio. L’analisi dell’autore assume come momento fondamentale del suo approccio il rapporto tensivo tra le strutture soggettive e le cose sociali. È in seno a questo rapporto, mai determinato e chiuso una volta per tutte, che il metodo proposto da Lordon, definito della “genesi epito-timica”, acquista spessore (e interesse) teorico. Richiamando la teoria del campo di Bourdieu, dove gli attori convergono attraverso la reciproca accettazione delle norme che definiscono il frame del loro “gioco” sociale, l’autore definisce il capitalismo come un apparato di cattura degli immaginari desideranti, un apparato d’ingegneria dei desideri che cattura il soggetto, attraverso la selezione e la proposizione di alcuni oggetti fondamentali che poi lo animano e dinamizzano incessantemente. “L’epito-timia capitalistica, comunque inscritta nel trittico oggettuale di fondo del denaro, merce e lavoro, con forse l’aggiunta in trascendenza della grandezza come oggetto generico – per fare una forma a quattro lati, ma specificatamente ridefinita a partire dai tre vertici della base (grandezza della fortuna, dell’ostentazione e dei successi professionali) – sintetizza gli oggetti di desiderio degni di essere perseguiti e gli affetti che nascono dal loro perseguimento” (p. 72).

L’analisi si fa però ancora più stimolante e stringente quando Lordon si domanda le ragioni che portano l’attuale modello neoliberale a stravolgere le caratteristiche tradizionali del rapporto di lavoro salariato, rapporto sui cui poggia e organizza – ab origine - il rapporto di potere (e di produzione) capitalistico. L’esplosione in molteplici modi e forme del rapporto salariale nel modello liberale è consustanziale al tentativo neoliberale di allineare, senza più mediazioni, il desiderio dei lavoratori al del desiderio-padrone del capitale. Ma non è ancora sufficiente. Infatti, la stimolazione e il recupero da parte del modello delle componenti affettive, vocazionali, ed emozionali del lavoratore (e l’ingiunzione che ne segue al consumo compulsivo) ha lo scopo di instaurare, secondo Lordon, una “naturale” predisposizione dei lavoratori ad attivarsi dall’interno, spontaneamente al servizio dell’organizzazione capitalistica. È quella che viene qui definita la sedimentazione di una nuova “servitù volontaria”. Forma di servitù “decisamente particolare poiché, in effetti, gli asserviti vi acconsentono” (p. 76). Consenso, obbligo, coercizione, desiderio e godimento si impastano e si alternano fino a delimitare il territorio e la sincopata temporalità sociale del capitalismo neoliberale.

Evidentemente lo scenario che deriva dalla lettura di Lordon non può che delineare uno scenario in cui la soggettività appare per lo più subordinata, indirizzata inesorabilmente verso il desiderio dell’Altro. Lordon usa una figura efficace per leggere il paradosso di una soggettività sempre più individualizzata e al contempo (con buona pace di Durkheim) sempre più caratterizzabile da una “felice obbedienza” e dall’orientamento dei conatus: l’auto-mobile. “E benché auto-mobili, siamo irrimediabilmente eterodeterminati” (p. 80).

L’esito che produce il nuovo discorso capitalista è dunque, e qui mi sento molto in sintonia con Lordon, un soggetto che si crede indiviso e libero di agire (è quello che Alain Ehrenberg chiama l’imporsi di un nuovo stile di passione intrecciato all’emergenza dell’autonomia come imperativo sociale di soggettivazione) mentre invece il suo campo libidico, il suo desiderio, è già fin da subito confinato nell’orizzonte di quella che si può definire come soggettività fantasmagorica, in altri termini una società che sfrutta, orienta e produce, per funzionare al meglio, il fantasma soggettivo (che in senso psicoanalitico descrive la particolare modalità attraverso cui la realtà viene allucinata da ciascuno per sostenere il proprio desiderare e ottenere quote di godimento) dentro il regno della merce. Zizek chiama la qualità anfibia che caratterizza il fantasma, che permette l’instaurarsi di una connessione inedita e post-moderna tra individuo e società, il suo “scandalo ontologico”. Secondo il filosofo sloveno il fantasma appartiene, infatti, a ciò che si può definire attraverso la categoria dell’oggettivamente soggettivo. E questo è fondamentale perché spiega le ragioni profonde della necessità sia economica che ideologica della produzione di libertà nel modello neoliberale (Foucault) e al contempo svela il meccanismo osceno di formazione della monade iperegoica del contemporaneo.

La critica che invece mi sento di rivolgere al testo di Lordon riguarda la centralità che nella sua analisi sulle nuove logiche di sfruttamento continua a occupare l’impresa e il rapporto salariale. In questo senso mi pare che l’autore, pur dimostrando una certa insofferenza verso una teoria dello sfruttamento che assume il concetto marxiano di sottomissione/sussunzione come sua unica modalità di funzionamento, non segue fino in fondo le sue intenzioni, mostrando un eccesso di prudenza verso la necessità (a mio avviso oggi non più rimandabile) di comprendere le nuova logica dello sfruttamento. Logica che, pur in interazione con i processi in cui è ancora la forza-lavoro a venire direttamente interpellata dal Capitale, è la soggettività, come forza-valore, che viene direttamente chiamata in causa e processata dai nuovi dispositivi di estrazione e proprietarizzazione del valore.

D’altra parte, e in conclusione, ricordando le incrinature del “grande vetro” da cui siamo partiti, occorre sostenere con convinzione che comprendere le astute modalità attraverso cui il capitalismo neoliberale produce una nuova e allineata soggettività desiderante (Dardot e Laval) ci mette nella condizione, tutta politica, di produrre, al contempo, l’approfondimento delle incrinature che ne attraversano le stratificazioni e che devono essere continuamente saturate dal Capitale. Come preso in un inevitabile trade off, possiamo infatti credo affermare che maggiore è il livello e la capacità di penetrazione soggettiva dei diversi dispositivi mobilitati più il controllo e il governo del diagramma diverrà problematico, questo a causa della complessità crescente di gestione dei nuovi poteri molecolari. Come ha sostenuto Deleuze nel suo Foucault, ogni volta che si produce un mutamento nel capitalismo “si verifica forse anche un movimento di riconversione soggettiva con le sue ambiguità ma anche con le sue potenzialità”.

Come è possibile, allora, rivoluzionare un sistema che è costitutivamente rivoluzionario? E che sa metabolizzare e fare proprie le mosse che l’azione critica gli rivolge? Lordon propone una via che mi pare condivisibile e su cui vale la pena soffermarsi: si tratta di produrre, attraverso la crescente mobilitazione delle passioni sediziose, “una radicale emancipazione del lavoro” (p. 170). In altri termini è necessario separare il lavoro dall’attività, contro quelle interpretazioni, che lui definisce essenzialiste e antropologizzanti, che hanno invece spinto ad assimilare al lavoro “tutte le possibilità delle effettuazioni (sociali) che si offrono alle potenze di agire individuali” (p. 171). Ecco allora che l’orizzonte del comunismo pare, seguendo Lordon, potersi riaprire nell’attuale dispiegarsi della potenza dell’operaviva.

Il Fatto Quotidiano
28 04 2015

L'iniziativa è nata grazie al contributo di Roma Matrix e con la partnership dell'associazione 21 luglio, del Comune e del consorzio Indaco: "Su 180mila che abitano in Italia", spiegano gli oganizzatori, "ce ne sono 130mila che vivono in case di muratura, versano le tasse, hanno un impiego regolare e si guadagnano il pane onestamente, come qualunque altra famiglia italiana”.

Susi è una barista, ha i capelli chiari legati sulla nuca, gli occhi scuri e, forse, se siete passati da Lucca vi avrà servito il caffè. Lei, come altre 130 mila persone in Italia, è una rom, paga le tasse regolarmente, abita tra le mura di una casa, e no, non vive di furti o di elemosina raccolte per strada. La sua storia è una delle 13 ritratte nella mostra “Viaggio tra rom e sinti nell’Italia che lavora”, inaugurata a Bologna il 22 aprile sotto il portico della corte Roncati, e aperta al pubblico per due settimane. Una piccola esposizione, un corridoio di immagini in un angolo nascosto della città, che però riesce ad aprire una finestra e a illuminare un intero pezzo del nostro paese. Una realtà troppo spesso schiacciata da stereotipi, inchiodata da opinioni grossolane e superficiali, e filtrata dalle immagini distorte della propaganda politica.

“La mostra – spiegano gli organizzatori – vuole scattare un’istantanea della condizione lavorativa delle comunità rom e sinti insediate in Italia. Il pensiero comune spesso associa l’universo rom all’immagine di uomini che rovistano nei cassonetti o chiedono l’elemosina per strada. Invece, su 180mila che abitano in Italia, ce ne sono 130mila che vivono in case di muratura, versano le tasse, hanno un impiego regolare e si guadagnano il pane onestamente, come qualunque altra famiglia italiana”.

L’iniziativa è nata grazie al contributo di Roma Matrix, progetto internazionale per l’inclusione di rom e sinti nell’Unione europea, e con la partnership dell’associazione 21 luglio, del Comune di Bologna e del consorzio Indaco, realtà che unisce diverse cooperative sociali. L’obiettivo è smantellare i cliché e i pregiudizi, per mostrare come la maggior parte di rom e sinti si guadagni lo stipendio onestamente, e abbia abitudini di vita identiche a quelle del resto della popolazione, italiana e straniera. Basterebbe un episodio per dimostrarlo. Alla presentazione della mostra avrebbe dovuto partecipare anche uno dei rom catturati dagli obiettivi dei fotografi. Essendo però una giornata feriale, il giovane ha dovuto rinunciare per mancanza di permesso lavorativo.

E se questo non fosse sufficiente, ci sono i numeri a parlare: solo uno su cinque dei rom e dei sinti in Italia ha dimora in un campo, in casette mobili. Un gruppo ristretto rispetto a una maggioranza che è in Italia da generazioni, vive e lavora in mezzo a noi, invisibile e mimetizzata. Anche perché spesso queste persone preferiscono non rivelare le loro origini, per evitare il rischio di essere emarginati o penalizzati nelle questioni di ogni giorno. Colpa del razzismo diffuso, che spinge anche chi riesce a riscattarsi dalla vita nei campi a tenere nell’ombra la propria identità, talvolta la propria famiglia e le proprie amicizie.

Dietro i 13 volti della mostra di Bologna ci sono storie e testimonianze, raccolte da nord a sud. Ciascuno di loro si mostra, con il proprio carico di coraggio e speranza. C’è chi, come Concetta è impegnata a sistemare uno degli abiti da lei disegnati, in un atelier di Isernia. O Gordon, sorridente davanti al suo camion. Ma poi ci sono anche Dolores, giovane videomaker di Melfi, Laura, regista di Torino, e Manuel, infermiere a Lucca. La mostra è gratuita e visitabile fino al 5 maggio, nella corte Roncati di via Sant’Isaia 90, a Bologna.

di Giulia Zaccariello

 

Il bricolage della Storia

Manuela De Leonardis, Il Manifesto
18 aprile 2015

Quelle grandi lab­bra rosse con cui Ber­trand Lavier ha dato forma a un divano (dichia­rata la cita­zione di Dalì) pog­giato su un con­ge­la­tore (l'opera si chiama La Bocca, 2005), è il primo indi­zio di un per­corso costruito secondo la logica del lap­sus. Le lab­bra, ridotte e ingab­biate, tor­nano in un'altra opera espo­sta a Punta della Dogana,

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