×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

Banksy, arriva in Italia il film sulla star degli street artist

  • Venerdì, 04 Settembre 2015 13:55 ,
  • Pubblicato in Flash news
l'Espresso
04 09 2015

Il primo ottobre 2013 lo street artist inglese Banksy ha dato vita a un progetto unico, personalizzando, giorno dopo giorno, una location non preannunciata di New York e scatenando per 31 giorni una caccia al tesoro delle sue opere.

Il prossimo 7 settembre, in occasione dell'apertura del parco di divertimenti "Dismaland" creato dall'artista nel Regno Unito, arriva nelle sale italiane "Banksy does New York", un film di Chris Moukarbel, distribuito da Wanted in collaborazione con Sky Arte.
Un lavoro che include la risposta dei newyorchesi alla sfida dell'artista, compresa la reazione censoria del sindaco Bloomberg.

Banksy ha toccato un'ampia gamma di temi come i salari nei fast food, la crudeltà sugli animali nell’industria della carne, le vittime civili in Iraq e l’ipocrisia del mondo dell’arte. Ogni opera è stata svelata quotidianamente sul suo account Instagram e sul suo sito, senza che ne fosse rivelata la collocazione.

Per le proiezioni, info qui.

Così si decapitano Ministero e tutela

  • Venerdì, 28 Agosto 2015 09:22 ,
  • Pubblicato in L'Articolo
Duchamp-Mile-of-string-1942Fausto Zevi, Patrimonio sos.it
25 agosto 2015

Il funerale dei Casamonica, mediaticamente più impattante, ha rapidamente estromesso dai titoli dei giornali il dibattito, che dobbiamo far in modo che resti ancora ben aperto, sulle recenti (e non meno inqiuetanti) nomine dei direttori dei grandi Musei italiani.

Il "fumetto intercultura" di Takoua Ben Mohamed

  • Giovedì, 23 Luglio 2015 11:05 ,
  • Pubblicato in INGENERE

InGenere
23 07 2015

La matita in mano non le manca mai ed è nelle pagine dei fumetti che fa approdare la sua voce narrante. Ha lo sguardo verso il Colosseo, mentre un curioso si avvicina con una tale bizzarra domanda: “Scusa, una curiosità. Ma tu ce l’hai i capelli?”. Takoua, la ragazza con il velo, classe 1991, che simpatizza per "la magica Roma" e parla di politica, dittatura e primavera araba, risponde con un semplice sorriso e un’ironia disarmante: “No guarda, sono pelata!”. Non si tratta di una finzione letteraria ma è l’apertura al mondo di Takoua Ben Mohamed, che attraverso i fumetti esprime la sincerità della sua anima e disegna ciò che le accade nel cuore sdoganando ogni apparenza, andando oltre quotidiani pregiudizi e comuni stereotipi sul velo, sui musulmani e sull’Islam.

Takoua Ben Mohamed, fumettista e graphic journalist nasce a Douz città del sud della Tunisia, 23 anni fa. Oggi vive a Roma e studia a Firenze. Ma il suo viaggio inizia dalla porta del Sahara e dal silenzioso deserto, è da lì che ha scelto di raccontare il mondo.

Dopo otto anni di vita a Douz si trasferisce in Italia per raggiungere il padre, ex rifugiato politico. Dalla Tunisia porta con sé la sua matita e con i suoi disegni comincia a comunicare con i compagni e le maestre. Oggi studentessa dell’Accademia di cinema d’animazione e arti digitali a Firenze, si dedica inoltre all’attività di volontariato nelle associazioni umanitarie.

Ideatrice del fumetto intercultura, attraverso il quale racconta storie vere di discriminazione e pregiudizio, cattura i lettori con la sua carica emotiva a tratti tenera, spesso ironica e a volte eversiva. I suoi fumetti insegnano il valore del rispetto e della libertà, fatta di facce e personaggi, religioni e culture diverse, tradizioni e storie di persone che subiscono discriminazioni quotidianamente.

La primavera araba, la dittatura, i diritti dell’infanzia in paesi in guerra come la Palestina e la Siria, il velo e i pregiudizi sull’Islam, questo racconta Takoua con la sua matita. Una matita che cerca di decostruire gli stereotipi e i pregiudizi creati dai media. Storie vere, realmente accadute, tra cui anche la sua esperienza personale, i pregiudizi, il razzismo di ogni genere e forma, la libertà d’espressione e di pensiero, la violazione dei diritti umani. Per Takoua non sono solamente argomenti di cui parlare, l’ importante è cercare storie e raccontarle al mondo, in modo innovativo, attraverso il fumetto.

Takoua ha scelto di indossare il velo all’età di 11 anni, esattamente un anno dopo l’11 settembre 2001. Fu un anno molto difficile, i pregiudizi e le offese rivolte alla comunità musulmana si moltiplicarono. Un giorno decise di provare a indossare il velo, come le due sorelle maggiori. Fu un coetaneo ad accusarla di essere una “terrorista”. Lei non sapeva cosa significasse la parola, ma conosceva benissimo la sua religione, la sua cultura e la libertà che avrebbe difeso a denti stretti. Sapeva che indossare il velo sarebbe stato frutto di una scelta e non di un’imposizione. Da quel giorno lo ha sempre indossato, e da giovane musulmana, vive il pregiudizio tutti i giorni. A suo parere, ci troviamo in un momento storico pericoloso e difficile, che veicola un immaginario islamofobo capace di incidere sui singoli, nonostante la maggior parte dei musulmani si dissocino e rifiutino di essere rappresentate da un presunto stato che si dichiara “islamico” ma che con l’Islam non ha nulla a che fare.

Islamofobia e paura del diverso, contrastarle per Takoua è una battaglia quotidiana, e in questo senso la sua matita è più potente delle discriminazioni, degli stereotipi e dei pregiudizi. Takoua non si tiene fuori dai suoi fumetti e dalla realtà che disegna. Lei è Fatima, una ragazza velata che affronta i pregiudizi dei suoi compagni di classe con il coraggio, la forza e il suo Hijab. È Ali Barbalunga, che viene scambiato per un terrorista ma non è altro che un semplice musulmano. È una comune ragazza che racconta come l’adolescenza con i suoi problemi, venga vissuta in modo simile dappertutto. È Aisha, ragazza somala che non capisce la differenza tra un bianco e un nero, perché vede il mondo come un arcobaleno di colori e pensa fortemente che i diritti dovrebbero unire e non dividere. Takoua non si separa dai suoi personaggi, vuole stare in mezzo a loro, cancellando così ogni distanza.

Ismahan Hassen e Roberta Lulli

Osservatorio Iraq
14 07 2015

Con il loro nuovo lavoro, uscito il 15 maggio, il collettivo di musica elettronica sperimentale ci porta a Iqrit, villaggio simbolo di resistenza e della speranza palestinese che non muore. 

Ci sono molti modi per parlare della Palestina e dell’Occupazione. I Checkpoint 303 hanno trovato il loro, fatto di suoni, beat e campionamenti, "paesaggi sonori" elettronici che traducono in musica le storie di umana sofferenza e di speranza calpestata, che ci raccontano dell’ingiustizia quotidiana che un intero popolo è costretto a subire nell’indifferenza internazionale, in bilico fra quotidiano e memoria fatta anche di macerie rimaste miracolosamente in piedi, di canzoni e frammenti di immagini, e di storie e poesie che devono essere necessariamente tramandate.

Il 15 maggio 2015, giorno dell’anniversario della Nakba, è – non a caso – uscito il loro nuovo album intitolato "The Iqrit FIles". Abbiamo intervistato l’anima di questo collettivo musicale, il sound-cutter tunisino MoCha, che da oltre 10 anni raccoglie intorno a sé collaboratori da tutto il mondo, principalmente dalla Palestina, tra "cacciatori di suoni", artisti e musicisti, poeti, fotografi, dj e attivisti. Con lui, abbiamo parlato del progetto e di questo loro ultimo, interessante lavoro.

 

Perché, tra tutti i villaggi e le storie sulla Palestina occupata, stavolta avete scelto proprio Iqrit?

La storia di Iqrit è rappresentativa della storia di oltre 400 villaggi palestinesi, e dei loro abitanti cacciati via brutalmente e illegalmente dalle forze israeliane. E’ un simbolo della lotta legittima dei palestinesi per il diritto al ritorno nelle loro case e alle loro terre.

Iqrit si trova nel nord della Galilea, non lontano dai confini con il Libano, e i suoi abitanti sono stati sfrattati in seguito alla dichiarazione dello stato di Israele nel 1948, e da allora non vi hanno mai più potuto metter piede. Nel mese di luglio 1951 gli abitanti decidono di portare il loro caso davanti alla Corte Suprema di Israele, che si pronuncia in loro favore. Dopo questa sentenza, però, il governo militare trova una giustificazione per impedire loro di tornare. Gli abitanti del villaggio decidono di far ricorso in appello e la Corte mette in programma di esaminare il caso per il 6 febbraio 1952.

Peccato che, il giorno di Natale del 1951, le Forze di Difesa israeliane distruggeranno il villaggio.

Gli unici edifici che rimangono oggi sono una chiesa e un cimitero. I discendenti di Iqrit non sono autorizzati a farvi ritorno, ma possono seppellire i loro morti nel cimitero: in altre parole, solo i morti sono autorizzati ad entrare nel villaggio.

 

Il disco è composto da 13 tracce, dal "benvenuto" al "ritorno". C’è un percorso concettuale?

Non sono sicuro ci sia un vero e proprio ordine. L’ispirazione in generale ci è venuta, in primo luogo, dalla rappresentatività della tragedia, che cattura alla radice la situazione del popolo palestinese; in secondo luogo, dalla resistenza e dalla speranza persistente dei suoi ex abitanti e dei loro discendenti; in terzo luogo, dal potere e dalla bellezza delle poesie e dei lamenti dei cantanti e poeti di Iqrit, che incarnano una trasmissione orale della storia.

L'apertura è un invito a entrare a Iqrit e nell’album, mentre la traccia finale è ancora un invito a visitarla quando sarà popolata di nuovo: queste sono proprio le ultime parole in arabo che sentiamo sul CD, ovvero la registrazione di un parlato di Walaa Sbeit, uno dei giovani attivisti che lottano per il diritto al ritorno e che hanno occupato per diversi mesi la chiesa come modo di riappropriarsi del villaggio.

 

A proposito di poesie e canzoni, voi siete conosciuti soprattutto per i vostri "paesaggi sonori” che abbracciano la Palestina e il Medio Oriente, mentre in questo album le parole entrano in modo deciso nella cornice, grazie alla presenza di alcuni "ospiti speciali", le cantanti Jawaher Shofani e Wardeh Sbeit, e il poeta Jihad Sbeit. Come vi siete trovati?

Erik Hillestad e la sua crew dal KKV in Norvegia sono andati a Iqrit e, in collaborazione con la cantante e compositrice palestinese Rim Banna, hanno trovato i musicisti anziani del luogo e li hanno ripresi mentre cantavano proprio in mezzo alle rovine del villaggio demolito.

In realtà Jawaher Shofani, Wardeh Sbeit e Jihad Sbeit sono molto più che "ospiti speciali": rappresentano la materia prima che sta nel cuore dell'album. Le loro voci sono state il punto di partenza di tutto il processo musicale.

Come tu stessa hai ricordato, i Checkpoint 303 di solito lavorano con le registrazioni raccolte sul campo, nella Palestina occupata (e negli ultimi progetti anche con files registrati per le strade in Tunisia, Egitto, Siria, Libano, ecc.); molto raramente abbiamo incluso il canto effettivo nei nostri paesaggi sonori. Perciò questo è stato sia una nuova ispirazione sia una nuova sfida. Abbiamo cercato di lavorare con la voce in modo che rimanesse nello spirito del nostro sound art e delle nostre sperimentazioni.

L'obiettivo era quello di registrare le voci di questi cantanti/poeti e poi elaborarle e remixarle con registrazioni raccolte sul luogo, a Iqrit, insieme a beats e campioni audio di archivio. Il nostro è un lavoro di squadra: Erik Hillestad e Rim Banna hanno fatto il fantastico lavoro di trovare i cantanti mentre la supervisione delle registrazioni in Iqrit sono state fatti dal tecnico del suono Martin Abrahamsen. Le sessioni in Iqrit sono state infine documentati dai video e dalle fotografie di Stig Indrebø e Berit Hunnestad.

 

 

La data della pubblicazione dell’album è simbolica. In un recente articolo pubblicato su Osservatorio Iraq riportiamo una frase pronunciata spesso dai palestinesi per quanto riguarda la Nakba: "Non è la commemorazione di un evento storico, né un momento del nostro passato, ma il nostro presente". Cosa ne pensi?

Bella domanda. Ce lo chiedono spesso, anche in relazione al fatto che siamo musicisti e al tipo di composizioni – up-beat breakbeat o drum'n'bass – che facciamo. La domanda è: è possibile ballare al suono di una tragedia e di un'ingiustizia corso?

 

E’ possibile? Uno spettacolo può essere una forma di "celebrazione" dell’evento?

La questione dovrebbe essere risolta da ciascuno di noi individualmente. Alcune persone ascoltano la musica dei Checkpoint 303 e scelgono di non ballare per rispetto nei confronti del messaggio che porta, altri invece scelgono di farlo come un modo per esprimere solidarietà.

Noi non celebriamo la Nakba in quanto tale, semmai celebriamo la resistenza e la continua lotta e sollevazione del popolo palestinese di fronte all'ingiustizia.

In questo modo, cerchiamo di rafforzare anche la memoria. Quindi, chiaramente, noi non celebriamo la catastrofe (= Nakba), essa viene commemorata. Ciò che si sta celebrando è la resistenza e la speranza di giustizia e di libertà.

 

Esiste una speranza, nonostante tutto? Voi, con la vostra arte, esplorate anche questi aspetti opposti e apparentemente inconciliabili.

Sento che la speranza è presente, anche se la situazione è soffocante a dir poco. Certo, dire che c'è una forte speranza e ottimismo per il futuro sarebbe chiaramente un'esagerazione. E’ molto difficile, a volte, trovare la forza della speranza quando si vive sotto l'occupazione e quando si subiscono umiliazioni ogni giorno ai posti di blocco. Peggio ancora, quando vieni bombardato dagli aerei da guerra israeliani.

La popolazione di Gaza in particolare vive/sopravvive in condizioni disumane. L'assenza di azioni (che non siano vuote parole) della comunità internazionale si aggiunge alla sofferenza del popolo palestinese.

Eppure, nonostante tutto questo, la convinzione che questa ingiustizia non possa andare avanti per sempre nutre la speranza in alcuni palestinesi. Questa è la speranza che ha bisogno di essere incoraggiata e celebrata.

Come musicisti e artisti, quello che possiamo fare, è sensibilizzare l'opinione pubblica internazionale, e celebrare la semplice esistenza dei palestinesi come un atto di resistenza. Possiamo cercare di amplificare la voce dei senza voce. Mostrare al mondo l'ingiustizia storica e continua subita dai palestinesi ed esporre i crimini di Israele contro l'umanità e il loro terrorismo di stato.

Ma questo deve essere fatto anche segnalando gli atti positivi di resistenza dei palestinesi, e ciò include le manifestazioni pacifiche settimanali, le opere d'arte, il cinema palestinese, i risultati accademici. E il semplice fatto di respirare e non smettere di sperare.

 

C’è però un grosso problema di narrazione e informazione…

Certo, personalmente ritengo che ci sarebbe più speranza se la gente di tutto il mondo scoprisse la verità della situazione, passata e presente, in Palestina. I media mainstream rimangono per la maggioranza di parte, e la macchina della propaganda internazionale dal lato israeliano sta facendo un buon lavoro nel fornire al mondo una falsa prospettiva.

Semplici fatti storici semplici restano in gran parte sconosciuti. Nella pista 10 del nostro nuovo CD (I climbed the top of the mountain, Ho scalato la cima della montagna), abbiamo utilizzato un campione di Bob Marley tratto da un'intervista con Gil Noble nel 1980. Gli viene chiesto un messaggio da parte dei giovani. La risposta di Bob Marley è che "la reale questione sta sempre nella ricerca della verità".

Se la gente di tutto il mondo cercasse la verità, o trovando le informazioni da sé o, meglio ancora, visitando la Palestina e incontrando i palestinesi, allora ci sarà davvero più speranza nel futuro.

Il cambiamento potrebbe dunque venire dalla pressione che cittadini informati di tutto il mondo possono esercitare sui loro leader, unendo a questo i movimenti di boicottaggio e le sanzioni. Che è quello che è successo nel Sudafrica dell'apartheid.

 

Serve una buona dose di iniziativa da parte di ognuno di noi, e di voglia di comprendere. Non è facile, vero?

Spesso le persone dicono che il conflitto israelo-palestinese è troppo complesso e che hanno bisogno di sentire la storia da entrambi i lati. Ma io generalmente dico loro che la storia non è complicata: c’è uno stato che occupa illegalmente la terra palestinese.

Si dispone di un occupante e un occupato, un oppressore e un oppresso. Non è un conflitto (un conflitto è quello che si può avere con il proprio partner quando non si è d'accordo!), Ma ciò che sta accadendo in Palestina è una occupazione illegale, che sta negando ai palestinesi i loro diritti umani fondamentali, compreso quello di autodeterminazione. Non è una situazione complessa.

 

Vi siete formati nel 2004. Qual’era il vostro obiettivo, e come mai questo nome?

Il nome deriva da un posto di blocco militare che separa Betlemme da Gerusalemme, conosciuto come Checkpoint 300. Il nostro scopo, dando vita al progetto, era quello di sensibilizzare l'opinione pubblica internazionale circa l'ingiustizia subita dai palestinese e sull'emergenza di aiutarli a raggiungere la libertà. L'idea era di farlo attraverso la musica elettronica e sperimentale e sulla base di registrazioni sul campo e campioni audio presi sul campo, dai loro contesti di vita quotidiana.

 

Come funziona il vostro processo creativo?

Il progetto Checkpoint 303 è guidato da me, SC Mocha, che sono appunto il "sound cutter", e mi avvalgo della collaborazione di artisti e attivisti internazionali provenienti da numerosi paesi, in particolare dalla Palestina.

Dopo la raccolta dei suoni sul campo, che possono essere rumori di proteste o semplici registrazioni dal contesto di ogni giorno, da un ingorgo di traffico ai bambini che giocano, fino agli estratti da TV o radio etc, effettuiamo una scelta, tagliamo le registrazioni e le trasformiamo in campioni che usiamo come blocchi per la costruzione nei nostri paesaggi sonori, a seconda dell’idea che portiamo avanti.

Il disco "The Iqrit files", ad esempio, oltre che dai già citati "cacciatori di suoni" e dai cantanti tradizionali, vede la partecipazione di Miss K Sushi alle tastiere e piano elettrico, e di MonaLisa alle voci. La programmazione e taglio dei suoni – più le parti di oud – sono invece curate da me.

 

E per quanto riguarda i live?

Si tratta per la maggior parte di concerti audiovisivi dove le folle danzano ad un mix di elettronica, breakbeat, in cui spesso è presente l’oud – il liuto mediorientale – e il VJ'ing. Ma ci stiamo anche muovendo verso performance multimediali e installazioni artistiche.

 

In tutto questo tempo è cambiato qualcosa per voi, anche a livello artistico?

Alcune cose sì. Ma lo spirito delle nostre composizioni non è cambiato. I nostri paesaggi sonori sono visti come "arte di protesta" e spesso ci esibiamo in occasione di eventi organizzati da attivisti di tutto il mondo.

Il nostro messaggio per la giustizia, la libertà e i diritti civili continua, purtroppo, ad essere fortemente necessario, e non solo in Palestina. Così, nel corso degli anni, le nostre composizioni hanno esplorato la resistenza sonora e la sollevazione della piazza araba nella sua attuale lotta per la dignità, per la libertà e per la fine dei regimi totalitari.

Nel 2012, ad esempio, abbiamo pubblicato un EP con brani basati su suoni provenienti dalle strade bollenti di Tunisi, del Cairo e di Hama (Siria). Abbiamo poi utilizzato suoni dalle proteste in Turchia, in Brasile e in altri luoghi del mondo dove la società civile si sta sollevando a lottare per i propri diritti. Detto questo, non ci manca il materiale nuovo basato su files raccolti sempre in Palestina.

In tutti i casi, si tratta di battersi per i diritti umani fondamentali e per la dignità umana in tutto il mondo. Come disse una volta Martin Luther King: "L'ingiustizia in qualsiasi luogo è una minaccia alla giustizia ovunque ". Per questo dovremmo essere tutti preoccupati di ciò che sta accadendo in Palestina.


Per vedere il video "In 1948", con la partecipazione della cantante tradizionale Jawaher Shofani, clicca qui.

Sito ufficiale dei Checkpoint 303: www.checkpoint303.com

07 Giugno 2015
di:
Anna Toro
Area Geografica:

Mes Aynak, la Pompei afghana che può sparire

  • Martedì, 07 Luglio 2015 10:20 ,
  • Pubblicato in Flash news

Osservatorio Afghanistan
07 07 2015

Mes Aynak sta benone, porta magnificamente i suoi 5000 anni. L’unico problema è l’habitat che per il futuro può creargli gravi problemi. Ha attorno una delle maggiori miniere di rame dell’Afghanistan finita nelle mani del potente China Metallurgical Group. Dal 2007, prima grazie al presidente Karzai ora al suo sostituto Ghani, la corporation ha ricevuto un’autorizzazione trentennale per lo sfruttamento minerario di quel sito, nella provincia di Logar, distante 40 km sud-est da Kabul. Che nelle vicinanze ci sia anche un’antichissima area archeologica nella quale lavorano e studiano alcune équipe di ricercatori viene considerato dalle autorità afghane e, ovviamente, dai manager della compagnìa un elemento insignificante. Infatti sono state aperte delle cave già sul 10% dell’area Studiosi ritengono che la prosecuzione degli scavi (con fini archeologici) potrà, o potrebbe, riscrivere la storia del Paese e la stessa storia del buddismo. Ma si tratta d’una lotta contro il tempo e contro il business poiché le vestigia di antichi monasteri rischiano la scomparsa definiva. Il gruppo archeologico deve altresì guardarsi dalle incursioni dei taliban, propensi a far fare anche alle statue di Buddha strappate al sottosuolo la fine cruenta riservata ai colossi di Bamiyan nel 2001.

Gli archeologi impegnati in loco, che hanno lanciato un grido d’allarme attraverso una campagna di sostegno e la realizzazione d’un documentario (http://www.savingmesaynak.com/about). Ricordano che la zona interessata è vastissima, 500.000 metri quadrati, e per valore artistico è comparabile alla nostra Pompei e a Machu Picchu. Lì si trovano mura, caverne, grotte, templi con statue di Buddha; una rarissima raffigurante Siddharta è emersa come per magìa. La parte conosciuta del sito è ancora minima, pari al 10% dell’intera estensione, come si trattasse della punta d’un immenso iceberg sommerso, tutto da esplorare. Il gruppo d’indagine esalta la straordinarietà del luogo capace di produrre scoperte sensazionali attorno a quel melting pot di culture del continente asiatico e della sponda mediorientale, irrorato dai continui contatti e scambi che avvenivano tramite i pellegrini.

Se lo sfruttamento minerario dovesse proseguire – e finora nulla è stato fatto dalle autorità afghane interessate solo a incamerare yuan, né da strutture internazionali d’ogni genere, dalle Nazioni Unite all’Unesco – di ogni cosa conosciuta e sconosciuta rimarrebbe solo la testimonianza del citato documentario. Uno scempio degno dell’Isis, basato stavolta sul fondamentalismo degli affari.

facebook