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Chi è l'angelo di Kobane e i dubbi sulla sua storia

Corriere della Sera
03 11 2014

In rete circola la leggenda di Rehana, combattente curda che sarebbe morta decapitata da Isis. Ma molto probabilmente si tratta di propaganda e di superficialità dei media.

di Marta Serafini

Sui social è l’Angelo di Kobane, per molti è una leggenda. Per altri è solo strumento di propaganda. Bella, con lo sguardo fiero, in tuta mimetica. In una foto condivisa migliaia di volte fa il segno di vittoria diventando il simbolo della resistenza al femminile delle combattenti curde alla minaccia jihadista di Isis e viene presentata come colei che ha ucciso centinaia di jihadisti.

Una studentessa siriana
La sua storia però potrebbe essere molto diversa. Rehana - sempre che questo sia il suo vero nome - secondo quanto riporta la Bbc, è stata fotografata il 22 agosto a Kobane, mesi prima che la sua immagine iniziasse a circolare in rete. L'occasione era una cerimonia di volontari curdi arruolati per combattere contro Isis. Per il giornalista svedese Carl Drott, ai tempi unico reporter presente nell'enclave curda che ha scambiato qualche parola con lei, non si tratta di una combattente impegnata al fronte ma di volontaria della guardia curda. La ragazza, studentessa di legge ad Aleppo si sarebbe unita alle milizie curde dopo che suo padre è stato ucciso da Isis.

Nei giorni successivi all'adunata la sua immagine è stata pubblicata su un blog, Bijikurdistan, di propaganda filo curda. Ma è solo il mese dopo che la foto viene postata su Twitter da un giornale curdo in lingua inglese, lo Slemani Times. In ottobre sempre sui social inizia a circolare in rete la notizia che una donna curda è stata decapitata da Isis. L'immagine della sua testa in mano a un jihadista viene postata di fianco all'altra in cui Rehane sorride fiera all'obiettivo. In molti ipotizzano che la combattente morta sia lei. Il tweet viene condiviso 5.500 volte. Tra chi lo riprende c'è anche l'account ufficiale @KurdistanArmy. Ed è a quel punto che nasce la leggenda dell'angelo di Kobane. Ma è difficile stabilire quale sia la verità, potrebbe trattarsi di propaganda curda. Oltre a combattere sul campo di battaglia, anche Pkk e Ypg infatti usano i social network per cercare di contrastare la potente comunicazione di Isis e insistono molto sulla componente femminile dei propri battaglioni in funzione anti jihadista (per un soldato di Isis essere ucciso da una donna è la morte peggiore che si possa immaginare, è l'idea). E, c'è chi Dilar Dirik, attivista curda e PhdD all'Università di Cambridge, stigmatizza questa scelta, che verrebbe fatta per solleticare l'attenzione dei media occidentali, superficiali e più interessanti all'aspetto morboso della vicenda che alla verità storica. «Le donne combattenti curde ci sono sempre state, non sono certo una novità», scrive Dirik. Che sottolinea anche come la YPJ (le unità femminili di difesa curda) combattano Isis da due anni e che le storie di donne come Rehana, sempre ammesso che questo sia davvero il suo vero nome, non sono certo una novità.

"Kobane in tutte le piazze"

Kobane lotta e resiste"Ricordiamoci di Srebrenica, Vukolivar, Ruanda, Halabja, Shengal... Se non vogliamo che sia Kobane, dobbiamo agire ora". Oggi, in tutte le piazze in cui si manifesta il sostegno al popolo kurdo, il Congresso nazionale del Kurdistan (Knk) distribuisce un opuscolo informativo che chiama direttamente in causa la responsabilità di ognuno.
Geraldina Colotti, Il Manifesto ...

Kobane divide Usa e Turchia

Kobane e fuga dalla guerraDopo un mese d'assedio a Kobane arrivano i primi aiuti militari. Dal cielo e da terra: domenica jet statunitensi hanno sganciato sulla città kurda a nord della Siria armi e medicinali inviati dalla regione autonoma del Kurdistan iracheno per "permettere la continuazione della resistenza contro l'Isis", si legge in un comunicato dell'esercito Usa.
Chiara Cruciati, Il Manifesto ...

La Repubblica
20 10 2014

È la prima volta che l'America lancia materiale ai combattenti. Ankara dà ok al passaggio di Unità di protezione del popolo curde verso la città assediata. Wsj: "Stato islamico arruola 12enni"

di PIERA MATTEUCCI

WASHINGTON - Armi, munizioni e attrezzature mediche sono statti lanciati dagli Usa ai curdi siriani, assediati nella città di Kobane, l'enclave vicino alla frontiera turca. Lo ha reso noto il comando americano per il Medio Oriente e l'Asia Centrale. È la prima volta che gli Usa lanciano materiale ai combattenti curdi nella città da settimane assediata dai jihadisti, ma per farlo non ha utilizzato lo spazio aereo turco. Intanto la Turchia ha dato ai combattenti Peshmerga della regione autonoma del Kurdistan iracheno il via libera per transitare attraverso il territorio turco per recarsi a Kobane, rispondendo positivamente a una richiesta presentata dal presidente curdo Massoud Barzani. Lo ha detto il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu. Il piano per consentire ai Peshmerga di unirsi alle milizie dello Ypg (le Unità di protezione del popolo curde) nella difesa di Kobane sarebbe già pronto, messo a punto dallo stesso Barzani assieme al ministro dei Peshmerga di Erbil, Mustafa Sayid Qader, e a Saleh Muslim, leader del Partito dell'unione democratica (Pyd, principale forza politica del Kurdistan siriano di cui lo Ypg costituisce il braccio armato). L'incontro tra Barzani e Muslim era avvenuto la scorsa settimana a Duhok, nel Kurdistan iracheno. 

Lanci nella notte. Un cargo C-130 ha effettuato diversi lanci di attrezzature di materiale per permettere agli assediati di resistere all'offensiva degli jihadisti dello Stato Islamico contro la città. Il comando centrale americano (Us Centcom) ha aggiunto che i 135 attacchi aerei effettuati vicino Kobane nei giorni scorsi, combinati con la resistenza dei curdi sul terreno, hanno rallentato l'avanzata dei gruppo terroristico verso la città: "Tuttavia la situazione della sicurezza nella città rimane precaria, perché l'Is continua minacciare e i curdi a resistere", si legge ancora nel comunicato diffuso da Us Centcom. Poco più tardi anche un portavoce delle forze curde a Kobane ha confermato che "una larga quantità di munizioni ed armi" ha raggiunto la città.

Il principale gruppo armato curdo in Siria ha ringraziato per le armi e le munizioni ricevute dagli americani e si è augurato maggiore sostegno da parte di Washington. Il materiale "avrà un impatto positivo sul corso delle operazioni militari e certamente speriamo ancora in maggiore sostegno", ha detto Redur Xelil, portavoce delle Unità di Protezione del Popolo curdo.

I timori turchi. Gli Usa hanno preavvisato la Turchia dell'intenzione di consegnare armi ai curdi siriani, ai quali il governo di Ankara guarda con molta diffidenza per via dei loro legami con i curdi turchi. Sulla spinosa questione, il presidente Usa, Barack Obama, ha telefonato sabato al collega turco, Recep Tayyip Erdogan, e gli ha comunicato i piani americani. "Comprendiamo le preoccupazioni turche, ha aggiunto un portavoce dell'amministrazione americana, ma lo Stato islamico è un "nemico comune" di Usa e Turchia.

Curdi: "Servono corridoi". I miliziani curdi a Kobane/Ayn Arab chiedono l'apertura di "corridoi di sicurezza" all'interno della Siria per collegare Kobane con le altre due zone a maggioranza curda nel nord del Paese. In un'intervista pubblicata oggi dal quotidiano panarabo al Hayat, Ocalan Isso, comandante militare delle forze curde di
Kobane, ha invocato l'apertura di due corridoi che colleghino Kobane con Afrin, a ovest di Aleppo, e con la regione di Hasake. "Abbiamo decine di migliaia di uomini e armi pesanti a Hasake e Afrin. Vogliamo solo farle arrivare qui", afferma Isso. "Abbiamo chiesto che la Turchia intervenga perché vengano aperti questi due corridoi", ha aggiunto Isso, che ha ribadito come i ribelli siriani anti-regime partecipano alla difesa di Kobane contro i jihadisti dell'Isis.

Ancora combattimenti. La battaglia per il controllo della terza città curda della Siria, dove i jihadisti sono riusciti a penetrare il 6 ottobre, prosegue intanto strada per strada. Lo Stato islamico è riuscito a progredire un po' verso il centro città mentre i curdi spingono verso Est, secondo l'Osservatorio siriano per i diritti umani.

L'appello del Papa. Papa Francesco è tornato a lanciare un appello per esortare la Comunità internazionale a intervenire contro il terrorismo che in Iraq e Siria sta toccando "dimensioni prima inimmaginabili" e i cristiani "sono
perseguitati e hanno dovuto lasciare le loro case in maniera brutale", "purtroppo nell'indifferenza di tanti". Per Bergoglio "questa situazione ingiusta" e "molto preoccupante" richiede "un'adeguata risposta della Comunità Internazionale".

Wsj: "Is arruola 12enni". La lunga battaglia per conquistare Kobane sta logorando i jihadisti dello stato islamico che, però, "non accetteranno mai di perdere", hanno dichiarato al Wall street journal esponenti curdi e fonti Usa, secondo cui l'assedio in atto da metà settembre nella città siriana ha messo a dura prova le linee di rifornimento dei jihadisti, ha causato forti perdite tra i combattenti con maggiore esperienza e ha rimesso in discussione l'intera strategia espansionistica dell'Is. Attivisti presenti a Raqqa, roccaforte dell'Is in Siria, hanno raccontato al quotidiano Usa di appelli lanciati ogni giorno dalle moschee della città per raccogliere il sangue necessario ai combattenti feriti ricoverati negli ospedali cittadini, e di bambini di soli 12 anni reclutati dallo Stato islamico per andare al fronte. Nei giorni scorsi il Pentagono aveva riferito di "diverse centinaia" di jihadisti rimasti uccisi nei raid aerei lanciati a sostegno dei combattenti curdi impegnati sul terreno; secondo l'Osservatorio siriano per i diritti umani sarebbero oltre 370 le vittime nelle file dell'Is.

 

Il grido di libertà dei curdi

  • Mercoledì, 08 Ottobre 2014 14:07 ,
  • Pubblicato in Flash news

Contropiano
08 10 2014

E’ con la morte nel cuore che assistiamo in queste ore alla caduta della città curda di Kobane, nonostante l’eroico sacrificio dei suoi abitanti e dei combattenti delle milizie popolari, mentre le polizie di mezzo mondo tengono a bada le comunità curde che manifestano rabbia e sconcerto nelle capitali occidentali e gli apparati repressivi turchi utilizzano contro gli abitanti dell’Anatolia la stessa moneta di sempre, il piombo delle pallottole.

E’ innegabile che il popolo curdo rappresenti oggi un vero e proprio “vaso di coccio” nella feroce competizione globale in atto in Medio Oriente, che vede ormai un “tutti contro tutti” con il coinvolgimento delle grandi potenze e di nuovi soggetti emergenti tra i quali c’è anche un movimento islamista radicale che pretende di farsi stato. Le milizie nere dell’Isis dilagano in territori sconvolti da due decenni di guerre, invasioni e occupazioni frutto dell’intervento dell’imperialismo occidentale che non ha esitato a cancellare interi stati pur di realizzare i propri obiettivi di dominio.

Era già accaduto che i curdi diventassero la vittima sacrificale della spartizione del Vicino Oriente – quando ancora si chiamava così, prima che gli Stati Uniti diventassero una potenza globale e cambiassero anche la geografia – tra le potenze coloniali europee al termine della Prima Guerra Mondiale. Quando con il Trattato di Sevres Francia e Gran Bretagna si spartirono le spoglie dell’Impero Ottomano nel 1920, al popolo curdo fu promesso uno stato indipendente, e ne vennero tracciati anche degli ipotetici confini. Ma nel giro di pochissimo tempo Parigi e Londra (e anche Roma) cambiarono idea e lo stato curdo indipendente scomparve dalle mappe ritracciate sulla base dei rispettivi interessi coloniali.

Oggi la Turchia, le petromonarchie della penisola arabica, l’Unione Europea, gli Stati Uniti e Israele - che hanno sostenuto direttamente o indirettamente o hanno comunque tollerato la crescita esponenziale del movimento guidato dal ‘califfo’ Al Baghdadi -assistono inermi o addirittura compiaciuti all’ennesimo sacrificio del popolo curdo. Lo ‘Stato Islamico’ si è rivelato essere uno strumento assai utile a disposizione dei diversi attori che, per motivi anche divergenti, hanno pensato e pensano tuttora di utilizzarlo per imporre i propri interessi nella regione. Contro l’asse sciita tra Hezbollah, Damasco, Baghdad e Teheran, per togliere di mezzo il governo Assad in Siria, per disgregare ulteriormente gli stati coinvolti dalla crisi e quindi imporre meglio il proprio dominio, per indebolire la residua presenza di Russia e Cina nell’area.

E anche, esplicitamente nel caso della Turchia, per infliggere un duro colpo alle organizzazioni della resistenza curda che non hanno piegato la testa nonostante la feroce repressione. E che, nei territori del Rojava siriano hanno sviluppato, in piena guerra, un modello sperimentale di autonomia e di convivenza democratica tra le diverse comunità ed etnie che abitano quel territorio, oggi a rischio di essere spazzata via dal dilagare delle milizie jihadiste. Un modello di autogestione e di partecipazione multietnico e multiculturale, basato su un patto di non aggressione con il governo siriano in nome della lotta contro il comune nemico fondamentalista, opposto a quanto i curdi ‘buoni’ – dal punto di vista occidentale, ovviamente - hanno realizzato nel nord dell’Iraq grazie all’occupazione militare e alla spartizione del paese operata dagli Stati Uniti e dai suoi alleati. Il governo ‘autonomo’ di Erbil ha scelto di farsi strumento di Washington e di Israele, e addirittura di stringere ottime relazioni politiche ed economiche con quel governo turco che continua a massacrare i curdi ‘cattivi’ del Pkk. Che, nonostante tutto, non hanno esitato un momento a raggiungere Sinjar o altre zone sottoposte all’assalto dell’Isis per mettere in salvo la popolazione curda dopo che i peshmerga di Barzani erano scappati a gambe levate.

I curdi dimostrano in tutto il Medio Oriente e ovunque siano, Italia compresa, una straordinaria capacità di mobilitazione e una determinazione che vanno sostenute e appoggiate senza riserve. A partire dalla richiesta che il Partito dei Lavoratori del Kurdistan e le altre formazioni della resistenza curda vengano immediatamente depennate dalle liste nere antiterrorismo dell’Unione Europea e dei singoli paesi e gli si permetta di organizzare al meglio, anche nei nostri territori, la difesa delle proprie comunità sotto attacco.

Oggi è chiaro a tutti, anche ai media più distratti, che se c’è una forza che in Turchia, in Iran e in Siria combatte il terrorismo e l’imperialismo è la guerriglia curda. E’ un imperativo categorico sostenere la resistenza di decine, centinaia di migliaia di uomini e donne che, capaci di trainare altre comunità sotto attacco da parte dei tagliagole islamisti, stanno dando una grande lezione a un mondo occidentale e arabo intollerabilmente cinico, convinto che il destino di un intero popolo possa essere sacrificato sull’altare del soddisfacimento dei propri interessi.

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