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La barbarie dei lavori forzati esiste ancora

lavori forzati in ungheriaI detenuti, a partire dal prossimo anno, saranno tenuti per legge a "contribuire al costo del loro internamento" mediante forme di attività lavorativa gratuite. E' l'iniziativa legislativa intrapresa dal Governo ultranazionalista ungherese, conosciuto per la sua deriva autoritaria. La decisione riguarderebbe 12mila dei circa 18mila detenuti delle carceri ungheresi.
Damiano Aliprandi, Pagina99 ...

Italia 2014: 2 morti su 5 si suicidano in cella

Situazione carceriIl sistema penitenziario è di uovo in allarme per l'alto tasso dei decessi e a preoccupare è in particolare l'aumento dei suicidi. "Se nel 2013 erano scesi al 30% del totale delle cause di morte fra i detenuti, la previsione per il 2014 è di un ritorno al dato storico del 40%: 2 decessi su 5 in carcere avvengono per suicidio".
Damiano Aliprandi, Cronache del Garantista ...

Le parole sono libere e scappano dal carcere

Vite parallele... Detenute e detenuti di San Vittore, Bollate e Opera curano e pubblicano giornali che descrivono il loro ma anche il nostro mondo. Testimonianze che animano il programma. [...] Quanti detenuti si sono suicidati nelle carceri italiane dall'inizio di quest'anno avrebbe trovato su "Ristretti" la cifra aggiornata a mercoledì scorso, 4 novembre: e cioè 38, per un totale di 119 morti finora.
Paolo Foschini, Corriere della Sera...

Quei detenuti-pasticceri che fanno risparmiare lo Stato

  • Lunedì, 01 Settembre 2014 10:19 ,
  • Pubblicato in Flash news

Linkiesta
01 09 2014

Il lavoro in carcere abbatte la recidiva e riduce i costi pubblici. Il caso del panettone di Padova

Marco Fattorini

«Lei immagini un ospedale da cui il 70-90% dei malati esce morto. Oggi le carceri italiane producono una quota di recidiva che arriva a punte del 90%, mentre tra i detenuti che affrontano un percorso lavorativo nei penitenziari la recidiva si attesta all’1 o 2%». Nicola Boscoletto è il presidente della Cooperativa Giotto, opera sociale che fa lavorare 130 detenuti del "Due Palazzi”, carcere di massima sicurezza di Padova. Gente che sconta pene lunghe, se non ergastoli. Si fa giardinaggio, manutenzione, call center per ospedali e grandi aziende, costruzione di biciclette per firme blasonate. Ma il fiore all’occhiello è la pasticceria. «I dolci di Giotto» sforna panettoni artigianali, colombe, biscotti, grissini, cesti regalo. Distribuisce in 165 negozi in Italia, vende pure online e all’estero. Ha vinto i premi del Gambero Rosso e nel 2009 i suoi dolci sono arrivati sul tavolo del G8 de L’Aquila, mangiati dai vari Sarkozy, Obama e Merkel. Ma i clienti affezionati risiedono anche in Vaticano: ogni Natale Joseph Ratzinger ordinava 232 panettoni, Papa Francesco ha confermato lo stesso quantitativo.

L’eccellenza della pasticceria non è un caso nè un colpo di fortuna, ma un obiettivo. Spiega a Linkiesta Nicola Boscoletto: «Se prima chi operava nel sociale dava priorità alla valenza del far lavorare, ad esempio, i disabili, per noi questione centrale dev’essere la professionalità. È un problema nostro se utilizziamo lavoratori di fasce svantaggiate, ma il prodotto e il lavoro devono essere qualitativamente al top. Se un’impresa normale dà 100, noi dobbiamo dare 101 perché bisogna fornire stabilità a situazioni di svantaggio». Grazie ad altre quindici cooperative, con cui è nata una sorta di federazione, sono fiorite esperienze simili in giro per l’Italia: al carcere Vallette di Torino e a Rebibbia di Roma c’è un servizio di catering di eccellenza, mentre a Trani i carcerati sfornano taralli e a Siracusa fanno dolci tipici siciliani. «Sono prodotti di qualità che devono confrontarsi col mercato. Si tratta aziende vere e proprie, altrimenti sarebbe assistenzialismo».

 

Eppure la favola bella del lavoro in carcere è eccezione, non regola. Un miracolo che si fa nelle storie di sinergia tra società civile e direttori illuminati, educatori e agenti di polizia penitenziaria. La normalità è tutt’altro che dolce in un paese dove la situazione delle carceri è argomento di cronaca tra suicidi, condizioni disumane, recidiva e disagio. Un primo dato lo fornisce Boscoletto: su circa 54mila detenuti sono solo 800 quelli che oggi lavorano all’interno delle carceri, praticamente un’inezia. «Spinto dall’urgenza dei numeri e del richiamo europeo il ministero non poteva rimanere fermo. Prima la Severino e poi la Cancellieri hanno tentato di dare una spinta portando la società civile nel Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Ma da quando non c’è più la Cancellieri questo processo si è arrestato. Ciò non implica un giudizio negativo su Orlando, però da sei mesi siamo senza il capo del Dap. La società civile sta spingendo, ci sono decine di imprese sociali e cooperative che stanno aspettando risposta per incontri perché non muoiano progetti che per anni sono stati sperimentati con risultati positivi».

In un paio d’anni il sovraffollamento delle carceri italiane è stato sgonfiato: dai 70mila ai poco più di 50mila di oggi. Eppure l’emergenza non rientra. «Rischiamo di concentrarci sull’aspetto formale dei numeri e non sul contenuto, serve il ripristino della funzione del carcere, cioè quella di restituire una persona meglio di come è entrata. Se il 70-90% dei malati che entrano in ospedale escono morti, oppure se il 70-90% degli studenti che vanno a scuola vengono bocciati, allora c’è qualche problema. Oggi le carceri italiane producono una recidiva che arriva a punte del 90%, vuol dire che il sistema ha fallito». È un cane che si morde la coda, nonostante appelli degli addetti ai lavori e situazioni note che si perpetuano negli anni. Prosegue Boscoletto: «Se noi pensiamo di aver risolto il problema del sovraffollamento grazie al fatto che tutti vivono in spazi superiori ai 3 metri quadri, io dico che non ne bastano nemmeno 100 di metri se non si abbina l’aspetto sanitario, lavorativo, educativo». La chiosa ha il sapore della disillusione: «Einstein diceva che non bisogna affidare la soluzione di un problema a chi il problema lo ha procurato, ma bisogna darlo a un altro. Qui ci si ostina a risolvere i problemi nello stesso modo e con le stesse persone che li hanno provocati».
giotto
A detta di chi nel carcere ci lavora, le priorità per l’agenda governativa sono tre. La prima, spiega il presidente della Cooperativa Giotto, è «un reale principio di accoglienza, ragion per cui non può esserci solo un bancomat che ti dà il numero di cella, i vestiti, il vassoio e il numero di matricola. Devono esserci persone che accolgono altre persone secondo lo scopo del vigilare e redimere». La seconda urgenza è di carattere sanitario: «Il carcere è pluriperiferia in cui ci sono extracomunitari provenienti da decine di paesi, invalidi, persone con problemi psichiatrici, tossicodipendenti, disagiati sociali. L’aspetto sanitario non può ridursi a distribuzione di psicofarmaci». Il terzo punto risiede nel lavoro dei detenuti. E qui scatta l’obiezione popolare: perché in tempi di crisi, quando padri e figli sono disoccupati, bisogna dare lavoro ai delinquenti? Risponde Boscoletto: «Innanzitutto c’è un vantaggio economico. Per ogni milione di euro investito nella rieducazione se ne risparmiano nove. Con gli 800 detenuti che lavorano la recidiva passa dal 70-90% all’1 o 2%. Senza contare che tra costi diretti e indiretti lo Stato sborsa 250 euro al giorno per ciascun detenuto, parliamo di miliardi di euro che si ripetono come spesa ordinaria ogni anno. Un dato su tutti: per ogni detenuto recuperato si risparmierebbero 100mila euro annui».
La rieducazione del condannato, sancita dall’articolo 27 della Costituzione, coniuga recupero della persona, sicurezza sociale ed economicità. Altrimenti l’esempio di scuola è quello del detenuto che esce di galera e torna a scippare la vecchietta, che a sua volta cade e si rompe il femore. Intervengono le spese sanitarie per l’ospedale, le spese della sicurezza per la polizia che arresta il delinquente oltre a quelle giudiziarie una volta compiuto il passaggio in tribunale, infine al conto si aggiunge il costo del carcere. La filiera sembra banale, ma comporta l’esborso fior di quattrini per le tasche pubbliche, ragion per cui il lavoro in carcere conviene all’uomo e allo Stato. Produce ricchezza anche fuori dalle mura del penitenziario. A Padova, ad esempio, per i 130 detenuti che lavorano, ce ne sono almeno altri 30 che hanno trovato occupazione fornendo know-how, macchinari, supporto amministrativo. Un vero e proprio indotto che Boscoletto quantifica così: «Il rapporto tra lavoratori liberi e detenuti è circa di 1 a 5. Se le 800 persone detenute oggi smettessero di lavorare, altre 200 o giù di lì perderebbero il lavoro».

 

Alla fine della fiera i reclusi che hanno intrapreso un percorso lavorativo sono troppo pochi. Una minoranza privilegiata, che può contare su una seconda possibilità. Gli insider lamentano mancanza di fondi, assenza di progettualità di medio-lungo periodo, troppa burocrazia che scoraggia le aziende. Attacca Boscoletto: «Ci metti un anno a entrare in carcere e poi quando sei dentro ti dicono che non sanno se puoi restare perché non si sa se ci sono i finanziamenti. Che poi non sono semplici finanziamenti, ma investimenti. Perché ci si guadagna». Il presidente della Cooperativa Giotto cita l’esempio del febbraio 2013, quando il ministro Severino dispose un finanziamento straordinario di 16 milioni di euro per incentivare il lavoro penitenziario. «Oggi - attacca Boscoletto - di quel decreto la burocrazia ha fatto di tutto perché il finanziamento si possa usare il meno possibile e il più tardi possibile. Nessuno ha voluto recepire ciò che arrivava nella forma di suggerimento da società civile, imprese sociali e da chi opera nel carcere da decine di anni».
Di governo in governo. Il ministro Cancellieri ha incrementato il budget della legge Smuraglia, quella che favorisce il lavoro dei detenuti. Circa 5,5 milioni in più. «Però a questo non corrisponde una spinta istituzionale centrale per fare in modo che gli 800 detenuti sui 54mila che oggi lavorano all’interno delle carceri diventino di più, anzi rischiamo seriamente che diminuiscano». Da Padova all’Italia, da una parte i panettoni dei pasticceri carcerati, dall’altra l’ozio h24 al chiuso delle celle. I due mondi corrono paralleli, non s’incontrano nemmeno per sbaglio. L’esperienza di Giotto, come quella delle cooperative che operano nei penitenziari d’Italia, ha dimostrato che la ricetta funziona. E basta poco. «Non ha vinto il carcere, ma la professionalità». Nicola Boscoletto evoca un cambio di passo culturale «che renda obbligatorio per lo Stato utilizzare il lavoro come trattamento di rieducazione». I risultati fanno la differenza. Soprattutto perché «la cosa più bella è vedere un altro uomo cambiare e noi di questi spettacoli in carcere ne abbiamo visti parecchi».

Carcere, per i disabili la pena è doppia

  • Mercoledì, 28 Maggio 2014 13:57 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

L'Espresso
28 05 2014


Disabile al cento per cento, affetto da disturbi psichiatrici, ha tentato il suicidio due volte in pochi mesi. La sua cartella clinica parla chiaro: “E’ totalmente incompatibile con la condizione carceraria”. Però, nonostante un ordine di scarcerazione ben preciso, da otto mesi continua a rimanere dietro le sbarre perché “mancano istituti sanitari che possano accoglierlo”.

Quella di Stefan, nome di fantasia di un detenuto di 28 anni di origine romena, è solo una delle tante storie di malagiustizia e malasanità che affollano silenziosamente le nostre carceri. Il suo, però, sta diventando un piccolo caso diplomatico proprio perché a lanciare l’allarme – stavolta – non sono le associazioni a tutela dei detenuti o i familiari del detenuto, ma lo stesso direttore del carcere che lo accoglie, l’istituto penitenziario di Opera. Che ora chiede l’intervento delle istituzioni.

Tra pochi giorni sarà esecutiva la condanna europea per le condizioni inaccettabili delle prigioni italiane. Una vergogna a cui nessun governo ha saputo dare una risposta. Bisogna rimediare: introducendo il reato di tortura
“Il magistrato di sorveglianza otto mesi fa ha disposto il rinvio dell’esecuzione della pena per le sue condizioni di grave infermità fisica incompatibili con il carcere”, denuncia il direttore di Opera Giacinto Siciliano, “ma noi non possiamo scarcerarlo perché non si trova una struttura deputata ad accoglierlo”.

Conferma Alessandra Naldi, garante dei diritti delle persone private di libertà del Comune di Milano: “E’ una situazione molto seria che rischia di precipitare, anche perché attualmente questo ragazzo si trova in infermeria, aiutato da un piantone, ma le sue condizioni sia fisiche che psicologiche sono critiche, non può restare in carcere. E’ una situazione della quale si devono fare carico in parte il Comune in parte la Regione. Bisogna trovare un posto in una residenza sanitaria”.

Di casi come questi, solo in Lombardia, se ne contano quasi cinque all’anno. Detenuti che non hanno una famiglia o persone che possano garantire loro un domicilio alternativo al carcere, e che quindi devono rimanere a scontare la propria condanna – anche quando minima – fra le mura carcerarie inadatte ad accoglierli. Ad aggravare il problema, poi, c’è la carenza cronica di strutture sanitarie. Si contano sulle dita di una mano, soprattutto quelle per pazienti affetti sia da disabilità fisica che da patologie mentali. “Un circolo vizioso del nostro sistema penale”, spiega ancora Alessandra Naldi.

Per altri, invece, il problema è a monte: il Tribunale di sorveglianza respinge le istanze di scarcerazione, anche di fronte a condizioni cliniche oggettivamente gravi. E allora il detenuto si ritrova a dover scontare la propria condanna in condizioni precarie, aggravando la propria salute.

La vicenda del giovane detenuto di Opera apre uno squarcio su una delle questioni più controverse del sistema penitenziario italiano: la presenza dei disabili in carcere. In tutta Italia sfiorano quota mille, anche se i numeri sono impossibili da quantificare. Esiste però un unico carcere in tutto il Paese (Parma) privo di barriere architettoniche. Tutti gli altri sono inadeguati. Basti sapere che in tutto San Vittore si conta una sola cella senza scalini e con porte abbastanza larghe da ospitare detenuti su sedia a rotelle. Poi si arriva ai paradossi. Perché alcuni penitenziari vantano invece reparti modello adatti ai disabili, ma mai utilizzati. Come Busto Arsizio (Varese), dove un reparto nuovo di zecca attende ormai da cinque anni di essere inaugurato.

E le tragedie sono dietro l’angolo, in tutta Italia. Una delle situazioni più disastrose viene segnalata nel carcere romano di Rebibbia. “Il piano terra del reparto G 11 del Nuovo Complesso”, tuona il garante dei diritti dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni, “viene di fatto utilizzato come centro clinico senza averne le caratteristiche tecniche e strutturali e senza, soprattutto, la presenza di personale medico e paramedico adeguato”. “Trattandosi di una soluzione di ripiego”, aggiunge Marroni, “la situazione è rapidamente degenerata diventando, oggi, drammatica. Il reparto non ha le condizioni strutturali per ospitare detenuti affetti dalle più disparate patologie e con scarse o nulle capacità deambulatorie. Celle e servizi non sono adeguati per ospitare persone disabili”.

Mancano le carrozzine, dunque. Così spesso i detenuti sono costretti a stare tutto il giorno in cella. Fra le situazioni denunciate a Rebibbia c’è quella di Emilio T., che ha la poliomielite alla gamba destra, ed è a rischio di amputazione. Diabetico, è costretto a fare punture di insulina quattro volte al giorno. Nella sua cella di 10 mq non c’è spazio per la carrozzina. Per questo è costretto a stare a letto 24 ore al giorno.

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