Il Fatto Quotidiano
18 05 2015

“Il trafficante aveva tre donne eritree. Le ha violentate, loro piangevano. È successo almeno due volte”.

“Ci hanno portato fuori da Sabha, nel deserto. Hanno legato mio marito a un palo per le mani e le caviglie e mi hanno stuprata davanti ai suoi occhi. Erano in tutto 11”.

“Arrivavano, ci rubavano i soldi e ci frustavano. Non potevo far presente alla polizia il mio credo cristiano perché quelli come noi non gli piacciono. Nell’ottobre 2014 sono stato sequestrato da quattro uomini armati che si erano accorti che avevo con me una bibbia”.

“Ci picchiavano coi tubi di gomma dietro le cosce, non risparmiavano neanche le donne incinte. Di notte entravano nelle nostre stanze e cercavano di stare con noi. Alcune di noi sono state stuprate e una è rimasta incinta. Ecco perché ho deciso di partire per l’Europa: ho sofferto troppo in prigione”.

Queste testimonianze sono contenute in un rapporto recentemente pubblicato da Amnesty International sulla Libia. Sono le parole di migranti e rifugiati che nel paese nordafricano vanno incontro a stupri, torture e sequestri a scopo di riscatto da parte dei trafficanti, allo sfruttamento sistematico ad opera dei datori di lavoro, alla persecuzione religiosa e ad altri abusi da parte di gruppi armati e bande criminali.

Pubblicità

L’assenza di sicurezza, l’inesistenza del minimo segno di uno stato di diritto, le condizioni inumane dei centri di detenzione, la guerra tra gruppi armati per il potere rendono evidente quanto sia pericoloso oggi vivere in Libia: per tutti, ma soprattutto per i migranti e i rifugiati, i quali senza percorsi legali per fuggire e cercare salvezza e con la progressiva chiusura dei confini terrestri con Tunisia ed Egitto, sono costretti a mettersi nelle mani dei trafficanti, che li sottopongono a estorsioni, attacchi e altri abusi.

Ad attraversare il Mediterraneo sono persino comunità di migranti che vivevano in Libia da anni e, naturalmente, numerosi richiedenti asilo politico in fuga dalla Siria e dal Corno d’Africa.

I migranti e i rifugiati di fede cristiana sono tra quelli più a rischio di subire violenze da parte di quei gruppi armati che intendono applicare la loro interpretazione della legge islamica. Cristiani provenienti da Nigeria, Eritrea, Etiopia ed Egitto sono stati rapiti, torturati, uccisi e perseguitati a causa della loro religione. Ultimamente almeno 49 cristiani, per lo più provenienti dall’Egitto e dall’Etiopia, sono stati decapitati o fucilati in tre esecuzioni sommarie di massa rivendicate dal gruppo Stato islamico.

L’incubo non inizia in Libia, ma molto prima.

Lungo il viaggio, i migranti e i rifugiati subsahariani, compresi i minori non accompagnati, vengono rapiti a scopo di estorsione. Durante la prigionia, vengono torturati per costringere loro o le loro famiglie a pagare un riscatto. Coloro che non sono in grado di pagare vengono sfruttati e spesso ridotti in schiavitù: obbligati a lavorare senza compenso, aggrediti e derubati.

Le donne, soprattutto quelle che viaggiano sole o senza parenti maschi, rischiano più di ogni altra persona di essere stuprate dai trafficanti o dalle bande criminali. Le donne rapite durante il viaggio e non in grado di pagare il riscatto vengono obbligate a fare sesso in cambio del rilascio o del permesso di proseguire.

Una volta entrati in Libia, non è raro che i trafficanti cedano i migranti e i rifugiati a bande criminali che operano nel deserto o nei principali centri di transito come Sabha, nella Libia sudoccidentale, o Ajdabya, nella Libia orientale.

Prima d’imbarcarsi per il Mediterraneo, i migranti e i rifugiati vengono sottoposti a maltrattamenti da parte dei trafficanti durante i mesi trascorsi nei cantieri degli edifici in costruzione o in abitazioni private, in attesa dell’arrivo di ulteriori “passeggeri”. I trafficanti gli negano acqua e cibo, li picchiano coi bastoni e rubano i loro beni personali.

I migranti e i rifugiati in Libia vanno anche incontro a periodi di detenzione a tempo indeterminato nei centri per migranti, le cui condizioni sono terribili e in cui la tortura è la regola. La maggior parte di loro viene arrestata per ingresso irregolare nel paese o reati simili. In questi centri si trovano anche coloro che vengono catturati a bordo delle imbarcazioni intercettate dalla guardia costiera locale.

Le donne detenute nei centri per migranti hanno denunciato molestie e violenza sessuale. Una testimone ha raccontato ad Amnesty International che i responsabili di un centro hanno picchiato a morte una donna incinta.

La comunità internazionale è stata a guardare la Libia discendere nel caos dopo la fine dell’intervento militare della Nato del 2011, consentendo alle milizie e ai gruppi armati di prendere il sopravvento. Gli stessi leader che promossero l’azione militare per porre fine al regime di Gheddafi (e che non ne escludono un’altra) paiono ignorare una delle conseguenze del loro operato: il crescente numero di migranti e rifugiati in fuga dal paese, per di più obbligati a farlo in quello che è l’unico modo lasciato a loro disposizione: la barca dei trafficanti.

L’Agenda della Commissione europea sull’immigrazione, approvata mercoledì scorso, al massimo allevierà di poco questa situazione.

Cronache di ordinario razzismo
25 03 2015

Là dove c’era un CIE ora c’è un CAS, una delle tante strutture istituite da pochi mesi per l’accoglienza “straordinaria” di richiedenti asilo. Ma la situazione non cambia. I CAS – Centri di accoglienza straordinaria – sono strutture nelle quali, dietro stipula di una convenzione con la prefettura locale, il gestore si impegna ad erogare un servizio di accoglienza, a fronte di un compenso di 35 euro quotidiane per ciascun migrante. Secondo il decreto di assegnazione delle convenzioni CAS poco conta che chi si occuperà dell’accoglienza non abbia alcun tipo di esperienza in questo ambito.

Lo scrive la campagna LasciateCIEntrare, che il 20 febbraio è entrata nel CAS (ex CIE) di Lamezia Terme. La struttura è gestita dallo cooperativa Malgrado tutto, la stessa che dal 1999 e fino alla fine del 2012 ha gestito il CIE di Lamezia, che è stato definito da più parti il CIE peggiore d’Italia. Quello era uno dei cie con il più alto numero di suicidi e di atti autolesionistici. Quello nel quale a un ragazzo di 18 anni è stato spezzato il midollo osseo provocando la paralisi totale e permanente degli arti superiori e inferiori.

Di seguito il resoconto della visita della campagna.

LasciateCIEntrare entra ed incontra i migranti nei CAS di Lamezia Terme (ex CIE) e di Feroleto – Calabria
20 febbraio 2015

Delegazione composta da
Yasmine Accardo (Associazione Garibaldi 101),
Emilia Corea e Fofana Mouctar (Associazione “La Kasbah”)

Là dove c’era un CIE ora c’è un CAS, una delle tante strutture istituite da pochi mesi per l’accoglienza “straordinaria” di richiedenti asilo. Siamo a Lamezia Terme ed alcuni referenti della campagna LasciateCIEntrare, che da anni si occupa di fare luce e informazione e pressione politica sulle “storture” del sistema, visitano il 20 febbraio una delle centinaia, forse migliaia (il Ministero dell’Interno non ha una mappatura “ufficiale”) strutture nelle quali – dietro stipula di una convenzione con la prefettura locale – il gestore si impegna ad erogare un servizio di accoglienza, a fronte di un compenso di 35 euro quotidiane per ciascun migrante.

Secondo il decreto di assegnazione delle convenzioni CAS poco conta che chi si occuperà dell’accoglienza non abbia alcun tipo di esperienza in questo ambito. Nel caso dell’affido alla cooperativa “Malgrado Tutto” possiamo stare tranquilli, l’esperienza c’è tutta! L’esperienza derivante dall’avere gestito dal 1999 fino alla fine del 2012 il CIE di Lamezia Terme quello che è stato definito da più parti il CIE peggiore d’Italia. Quello era uno dei cie con il più alto numero di suicidi e di atti autolesionistici. Quello nel quale a un ragazzo di 18 anni è stato spezzato il midollo osseo provocando la paralisi totale e permanente degli arti superiori e inferiori.

La struttura che la Malgrado Tutto gestisce è isolato su una collina, circondata dagli ulivi, a diversi chilometri dal centro di Lamezia Terme. Non ci sono più le sbarre alte 10 metri, le gabbie nelle quali venivano rinchiuse le persone (quelle apparse nelle foto di un noto mensile pochi mesi prima della chiusura del CIE) sono vuote. Vuoto è anche il posto di polizia. Ma l’aria che si respira è sempre la stessa. Camminare all’interno del recinto nel quale fino a qualche anno fa venivano rinchiusi i migranti come animali allo zoo, provoca una strana sensazione. E le richieste accorate di aiuto che pervengono da parte dei migranti presenti nella struttura sono pressoché le stesse di qualche anno fa. Si sentono abbandonati a se stessi i trecento migranti “ospiti” della struttura, sono “parcheggiati” lì dentro da oltre un anno.

La struttura, della capienza di 80 posti, ne ospita attualmente all’incirca trecento. Le stanze, le ex celle in cui i migranti venivano rinchiusi fino a qualche anno fa, contengono 8, a volte 9 letti. I bagni sono sporchi, non c’è acqua calda né riscaldamenti. Il cibo è di pessima qualità, ci riferiscono. Molti dei ragazzi indossano solo una felpa e un paio di ciabatte. Gli stessi abiti che avevano addosso nel momento in cui sono arrivati in Italia. Troviamo alcuni di loro visibilmente influenzati e febbricitanti, eppure nessun farmaco è stato fornito loro, secondo quanto ci riferiscono.

A volte con i soldi del pocket-money provvedono da soli a comprare qualcosa da mangiare.

Quello che più o meno chiedono insistentemente tutti è perché a distanza di sei mesi non sia stato loro notificato il diniego dello status da parte della Questura, perché non possano usufruire di nessun tipo di assistenza sanitaria, perché la sensazione è che siano “sprovvisti” e gli sia negato ogni diritto.
La maggior parte delle persone ascoltate racconta di essere stata reclutata da parte del gestore della struttura, Raffaello Conte, per lavorare all’interno della cooperativa nel servizio di pulizia e manutenzione urbana. Dieci euro al giorno per un totale di dodici ore di lavoro è il compenso che gli è stato proposto e che loro hanno accettato.
Ci chiediamo come si possa arrivare a livelli di sfruttamento di questo genere, ci chiediamo e cercheremo di sapere se la Malgrado Tutto percepisce compensi e importi o finanziamenti pubblici per la fornitura di questo “servizio”. Se le amministrazioni pubbliche hanno per caso mai vigilato ed effettuato controlli sulla “legalità” dei servizi prestati e sulla garanzia di qualsiasi diritto, a partire da quelli della tutela del lavoro.

Questo “lauto” compenso inoltre non viene corrisposto da oltre quattro mesi, raccontano i ragazzi intervistati.

E’ difficile restare calmi in una situazione del genere, il senso di impotenza e di rabbia di fronte alla sopraffazione, alla riduzione delle persone a numeri, alla privazione di ogni diritto ci accompagna per tutto il tragitto che da Piano del Duca porta a Feroleto, dove sorge un altro CAS.
Il centro di accoglienza “Ahmed Moammud” è composto da due palazzoni che si affacciano direttamente sulla superstrada.

“Ospiti” all’interno di ogni struttura 150 persone per un totale di 300 uomini e alcuni minori non accompagnati. Qui la situazione è ancora più angosciosa! Nessuno dei ragazzi con i quali abbiamo parlato possiede la tessera sanitaria, nessuno di loro è iscritto al S.S.N. Nessuno di loro sa che per usufruire dei farmaci di cui avrebbero bisogno basterebbe recarsi dal medico e farseli prescrivere. Qui la panacea di tutti i mali è l’OKI che i migranti ricevono dagli operatori della struttura. Di medici nemmeno l’ombra. I ragazzi riferiscono che gli operatori sono tre in tutto. Nessun mediatore linguistico culturale. Eppure sono diverse le nazionalità presenti e non tutti parlano o capiscono l’italiano.
Di notte nonostante la presenza di minori non accompagnati, nessun operatore rimane con loro all’interno delle strutture. Eppure, secondo quanto stabilito dalla normativa vigente le strutture dovrebbero garantire ai minori la custodia in un luogo sicuro (art. 403 c.c.), nel quale ritrovare un calore e un ambiente di crescita “a misura di minore”, troppo spesso perduti con la migrazione.

A tal fine la normativa italiana relativa alle strutture di permanenza dei minori è volta a fissare alcuni requisiti che possano assicurare la riproduzione di un ambiente “familiare” (art.2, L184/1983), in cui il minore possa sentirsi accolto e rispettato. Le strutture di accoglienza hanno l’obbligo di garantire i livelli standard di tutela dei diritti fondamentali: accesso ai beni essenziali, servizi socio-sanitari in condizioni di parità con i minori cittadini italiani, assistenza legale gratuita, accesso all’istruzione di base diritto a ricevere informazioni sul loro status, possibilità di esprimersi in una lingua a loro comprensibile tramite la presenza di apposite figure professionali di mediazione linguistico culturale e, soprattutto, protezione da ogni forma di abbandono, abuso, violenza e sfruttamento. Nel centro di malaccoglienza di Feroleto nessuno di questi standard è garantito. I ragazzi ospitati all’interno si recano due volte a settimana in una chiesa vicina dove un prete tiene un corso di italiano.

Il pocket-money, riferiscono, fino a qualche tempo fa si aggirava intorno ai 60 euro al mese, in seguito sono stati loro erogati 50 euro al mese ma è da tre mesi ormai che non lo ricevono. Il tutto è ridotto al minimo: sedie e letti consunti, muri sporchi e ingialliti, il cibo scadente.
Solitudine e abbandono. Quasi tutti hanno già fatto l’audizione presso la Commissione per il Riconoscimento dello Status di Rifugiato. C’è un solo avvocato, ci dicono, che si occupa dei loro ricorsi. Uno solo per trecento persone. Ma ignorano come si chiami né hanno il suo numero di telefono. Dopo averlo incontrato una sola volta e avere firmato un paio di fogli non lo hanno più visto. Non sanno, quindi, se il ricorso sia stato effettivamente presentato .

Ci chiediamo anchein che modo siano stati scritti i ricorsi se l’avvocato non ha parlato con i singoli per conoscerne la storia personale, i percorsi affrontati per giungere in Italia ed in Europa, le rotte ed i paesi di transito. Molti dei ragazzi con i quali abbiamo parlato raccontano di essere nel centro da oltre un anno. In un limbo perpetuo, senza più energie per porsi domande. Tutte le forze ridotte all’attesa e alla delusione profonda che scava i volti. Nessuna strada davanti.
Fatta eccezione per quella lastricata di facili guadagni per chi gestisce questi luoghi. La stessa strada sulla quale muoiono tutte le speranze di una vita dignitosa. Accogliere i migranti? Basta disporre di quattro pareti e qualche branda. Tanto chi controlla? Sulla strada del ritorno ci accompagnano le parole pronunciate da uno dei giovanissimi ragazzi del centro: “siete le uniche persone con le quali parliamo da tempo, nessuno viene mai qui a chiederci come stiamo, cosa vogliamo, ci sentiamo come se fossimo spazzatura scaricata in questo posto. E tra poco, quando sarete andati via saremo nuovamente soli, abbandonati e dimenticati dal resto del mondo”.

Di seguito il link dell’articolo pubblicato il 23 marzo su repubblica.it, scritto dalla giornalista Raffella Cosentino: Nell’inferno dei Centri di accoglienza straordinaria, “Tanto chi controlla?”

Redattore Sociale
16 03 2015

Roma - Dall'inizio dell'anno sono circa 470 le persone che hanno perso la vita o sono scomparse nel Mar Mediterraneo, rispetto alle 15 dello stesso periodo dello scorso anno. Per questa ragione l'Unhcr ha inviato una lettera all'Unione Europea contenente "una serie di proposte concrete volte ad affrontare le sfide poste dalle migliaia di rifugiati e migranti che ogni anno rischiano la vita nel tentativo di raggiungere l'Europa". Tra le proposte dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, in particolare, c'e' "l'istituzione di un'importante operazione di ricerca e soccorso europea nel Mar Mediterraneo, simile all'operazione italiana 'Mare Nostrum', e la realizzazione di un sistema europeo per compensare le perdite economiche subite dalle compagnie di navigazione coinvolte nel salvataggio in mare di persone".


L'Unhcr sollecita dunque l'Unione Europea affinchè "esplori soluzioni per affrontare le difficolta' in cui incorrono i rifugiati una volta che arrivano in Europa, assicurando loro un sostegno adeguato ed evitando che alcuni paesi debbano assumersi la responsabilita' in modo preponderante". Al momento, fanno sapere, le persone in cerca di sicurezza in Europa arrivano per lo piu' in alcuni Stati alle frontiere esterne dell'Unione Europea, mentre sono pochi altri i paesi, soprattutto Germania e Svezia, che ricevono il maggior numero di domande di asilo. "Per far fronte a questo squilibrio - si legge nella lettera inviata all'Unione Europea - e' necessaria piu' solidarieta' intra-europea: Paesi come l'Italia e la Grecia dovrebbero essere sostenuti in modo che possano accogliere adeguatamente i richiedenti asilo ed esaminare le loro domande di asilo".
Inoltre, l'Unhcr propone un progetto pilota che prevede il trasferimento in diversi paesi europei dei rifugiati siriani soccorsi in mare in Grecia e in Italia, sulla base di un sistema equo di distribuzione. "Tale progetto prevederebbe una migliore distribuzione dei siriani riconosciuti come rifugiati tra tutti i paesi dell'Unione Europea, contribuendo alla riduzione dei rischi di tratta e sfruttamento- conclude l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati- legati agli attuali movimenti all'interno dell'Unione Europea". (DIRE)

La parola alle Seconde Generazioni

  • Martedì, 10 Marzo 2015 12:51 ,
  • Pubblicato in Flash news

Corriere delle migrazioni
10 03 2015

Nuovi Italiani. Seconde Generazioni. Generazione Balotelli. Figli di (immigrati, stranieri). Italo-qualcosa. Sono anni che si cerca di definirli, perché chiamarli “italiani” e basta, nella maggior parte dei casi, non è né giuridicamente né culturalmente accurato. Secondo gli ultimi dati, nel 2011 i figli di migranti erano il 9,7% di tutti i bambini e adolescenti nel nostro Paese: il 71% di loro era nato in Italia. Ma dato che da noi vige lo ius sanguinis e non lo ius soli, se nasci qui da genitori che non hanno la cittadinanza italiana, pur vivendo esattamente come i tuoi compagni di classe nati a Perugia, a Verona o a Catania, hai bisogno di un permesso di Soggiorno. Solo a 18 anni ottieni, per un anno, il diritto a chiedere di diventare ufficialmente italiano. Questo, ovviamente, senza sapere quando riceverai una risposta.
Quello dei figli di migranti nati in Italia o arrivati qui da piccolissimi, è un universo composito di cui la giornalista Francesca Caferri fa un’ottima ricostruzione in Non chiamatemi straniero (Mondadori): intervistando giovani di 13 nazionalità diverse si fa raccontare storie, problemi, sogni, delusioni.

Cosa l’ha colpita di più nei suoi incontri con questi ragazzi?
«La loro determinazione. Quando nel libro li definisco “la meglio gioventù” non intendo dire che siano tutti bravi e buoni, perché ovviamente non è così. Però molti di loro mi hanno ricordato gli italiani degli anni Cinquanta e Sessanta per la voglia di fare, di sfondare. Non voglio generalizzare, ma nel paragone con i loro coetanei “italiani-italiani” (come li chiamano loro) le differenze da questo punto di vista si notano. La determinazione a riuscire nella vita è la stessa che ha spinto i loro padri e madri a venire in Europa. Con la differenza che i genitori, per stare qui, hanno accettato qualsiasi cosa. Loro, giustamente, fanno delle rivendicazioni».

Hanno la consapevolezza che per riuscire devono impegnarsi più degli altri…
«È così: sulla strada di Anwal, ragazza pachistana, figlia di un muratore, che vuole diventare medico, gli ostacoli sono molti. Ma quando i tuoi genitori hanno lottato per darti un futuro diverso, tu vuoi realizzarlo. Ecco il motivo per cui sentirsi rifiutati dall’Italia, per questi ragazzi, è ancora più pesante. È un blocco ai loro sogni. I continui “no” che gli vengono opposti rappresentano un’interruzione delle loro vite».

Anwal si commuove quando finalmente riceve la cittadinanza italiana, che la riconosce per quello che lei già si sente. Però afferma: “Quando sarà il momento di pensare a una famiglia, sceglierò un ragazzo di origine pachistana”. È una contraddizione?
«La caratteristica di questi ragazzi è di stare in mezzo a due mondi: non ce la fanno a sceglierne solo uno. Anwal sa che sposare un “italiano-italiano” la farebbe rinunciare alla sua parte pachistana. E sa anche che questa decisione spezzerebbe il cuore dei suoi genitori, cosa che lei non vorrebbe mai. Tutti loro restano in equilibrio tra due culture, in una maniera o nell’altro. Amin, per esempio, non sa niente della terra di origine dei suoi, la Somalia. Eppure si definisce “afroitaliano”».

Alcune delle storie che lei racconta mettono in evidenza l’assurdità della legge italiana: come quella di Mohamed, l’unico della sua famiglia a essere rimasto marocchino, anche se in Africa c’è stato solo qualche volta. La politica a che punto è?
«Qualche settimana fa Laura Boldrini ha proposto di portare la legge in aula, ma è stata attaccata, soprattutto dalla Lega. La verità è che è in questo momento la questione della cittadinanza non è una priorità per nessuno. Il fatto che Graziano Delrio, promotore della campagna L’Italia sono anch’io (che doveva raccogliere 50mila firme e invece ne ha raccolte 500mila) sia sottosegretario alla presidenza del Consiglio eppure non faccia niente, è significativo. Oggi portare avanti questa battaglia significherebbe dare voti alla Lega. Quindi è tutto fermo, la discussione della legge non è nemmeno in calendario».

A proposito di Lega, mi ha molto stupito quanto raccontano Tarek e Mohammed che vivono a Treviso: “La Lega ci aiuta, e anche parecchio in qualche occasione. Però la maggior parte di loro non vogliono che si sappia”. Che ne pensa?
«Anche per me è stata una sorpresa. La Lega sta compiendo un doppio percorso: pragmatico a livello locale, teorico a livello nazionale. Certi sindaci del Veneto, e il governatore Luca Zaia stesso che si è espresso a favore dello ius soli, non raccontano certe cose ai giornalisti, ma poi agiscono localmente. Zaia sa benissimo che, con la crisi che c’è in Veneto, avere dei “portavoce” in grado di parlare due lingue e di aprire le porte del mercato arabo e cinese alle industrie locali avrebbe un grosso impatto economico. La Lega è molto radicata nel territorio quindi conosce benissimo i cambiamenti che sono avvenuti nella società: anche più del Pd. Gianangelo Bof, sindaco leghista di Tarzo, in provincia di Treviso, che ha stanziato un fondo per pagare l’asilo ai bambini i cui genitori, quasi tutti immigrati, non possono permetterselo, dice chiaramente: “È un investimento per il futuro. Dare mille euro a un bambino di tre anni mi costa meno che intervenire quando ne avrà 16-17 con problemi di delinquenza”».

Una delle storie più forti è quella di Marco Wang, di Prato, che con una certa amarezza afferma: “È inutile provare a sentirsi italiano se hai una faccia diversa: io ho una faccia cinese, quindi sono cinese”. La chiusura è sempre una reazione al rifiuto?
«A Prato esiste una situazione molto particolare: italiani e cinesi vivono davvero come l’acqua e l’olio, senza mescolarsi mai. Ed è difficile capire se nasca prima la chiusura tipica delle comunità cinesi o il rifiuto da parte degli italiani. Di certo esistono entrambe le componenti. Quasi tutti i ragazzi cinesi che ho incontrato sono come Marco, vivono da cinesi all’interno di una comunità che non li invoglia ad aprirsi all’Italia. I giovani come Lina Pan, invece, che ha amici di tutte le origini e che in estate lavora all’isola d’Elba in un bar di italiani anche se i suoi genitori sono contrari, sono pochi. È indubbio che ci siano comunità, come quella cinese, pachistana e bengalese, che sono molto chiuse. Una maggiore apertura forse si avrà con le prossime generazioni».

Nella postfazione del libro lei accenna a un ragazzo veneto di origini marocchine che si è avvicinato all’Islam radicale. Che riflessioni ha fatto, dopo i fatti di Parigi dello scorso gennaio, sul nesso tra emarginazione e fondamentalismo in Europa?
«Se scoprissi che quel ragazzo marocchino, che non ha voluto farsi intervistare, è partito per la Siria, non mi stupirei. Ma lo avrebbe fatto comunque: con o senza la cittadinanza italiana. Non dico che risolvere la questione della cittadinanza eliminerebbe tutti i problemi: la Francia ci ha insegnato che non è così, sia con i disordini nelle banlieues di cinque anni fa, sia con i fatti di Charlie Hebdo di gennaio. Tuttavia rifiutare a questi ragazzi un riconoscimento non può che peggiorare le cose. I giovani che finiscono per radicalizzarsi sono una minoranza: ma il loro numero potrebbe crescere con il crescere della loro rabbia. Tutti quelli che ho incontrato sono arrabbiati: ma la maggior parte di loro riesce a utilizzare questo sentimento in modo costruttivo, investendo tutto nel proprio futuro o addirittura “sfruttandola” come fa il rapper Amir Isaa, italiano con padre egiziano. Ma la rabbia può anche essere usata per demolire. Quindi, anche se la cittadinanza non è la soluzione a tutti i problemi, è sicuramente un punto di partenza necessario».

Gabriella Grasso

Meltingpot
25 02 2015

di Annapaola Ammirati

Riceviamo e pubblichiamo questo testo scritto da Annapaola Ammirati, che ringraziamo.

Tra le politiche di controllo rivolte ai migranti irregolari rientrano le misure privative della libertà personale, che, solitamente legate alla mancanza delle condizioni che autorizzano l’ingresso o il soggiorno del cittadino straniero sul territorio dello Stato, consentono agli Stati di ricorrere al trattenimento al fine di facilitarne il rimpatrio.

L’aumento dei flussi migratori e la crescente tendenza alla criminalizzazione dell’immigrazione hanno condotto ad un generale recupero della sovranità statale, concepita come necessità di garantire l’integrità territoriale. Il controllo delle frontiere è diventato quindi un aspetto essenziale della statualità moderna.

Anche il diritto dell’Unione europea, dove è comunque evidente il prevalere di una logica securitaria, prevede la possibilità di limitare la libertà personale degli stranieri presenti sul territorio degli Stati membri ma privi di un regolare titolo di soggiorno. Ciò è in ogni caso permesso entro determinati limiti, soprattutto al fine di realizzarne il rimpatrio.

Il 25 novembre scorso è entrata in vigore, nel nostro ordinamento, la legge 30.10.2014 n. 161 (legge europea 2013 bis) recante disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea. Il provvedimento, al fine di evitare l’avvio di ulteriori procedure d’infrazione, è volto ad adeguare l’ordinamento giuridico italiano a quello europeo, soprattutto nei casi di errato recepimento della direttiva rimpatri.

Con lo scopo di indagare la conformità delle norme di diritto interno alla disciplina comunitaria, si esaminano due significative pronunce della Corte di giustizia dell’Unione europea, su rinvii pregiudiziali di giudici nazionali. Si evince, tuttavia, che l’impianto introdotto presenta ancora notevoli profili di criticità rispetto alla normativa comunitaria, tanto da far ritenere che il processo di adeguamento della disciplina interna in materia di rimpatri possa considerarsi tutt’altro che compiuto.

Une delle principali novità della nuova normativa è la disciplina concernente i tempi di trattenimento nei Centri di identificazione ed espulsione (CIE), ridotti drasticamente da 18 mesi ad un termine massimo di 90 giorni. La durata della detenzione costituisce il punto critico della disciplina europea in materia. Infatti, una tal estensione del periodo di trattenimento non sembra coerente con la concezione dello stesso come risorsa di ultima istanza.

Nel frattempo, in questi giorni, la Grecia ha annunciato l’immediata chiusura del suo principale centro di identificazione ed espulsione, Amygdaleza, ed altre misure che portano a un radicale stravolgimento della sua politica verso gli immigrati, impegnandosi inoltre a esaminare l’opportunità di misure alternative alla detenzione nei centri. Proprio un Paese come la Grecia, dove le condizioni di detenzione degli stranieri, ripetutamente condannate anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, sono talmente spaventose che gli altri Stati europei non vi hanno più indirizzato i cittadini di Paesi terzi secondo quanto previsto dal Regolamento “Dublino III”.
Nelle politiche statali di gestione dei flussi il ricorso alla detenzione dovrebbe rappresentare l’ultima risorsa e ritrovare la connotazione di misura eccezionale. Resta il fatto che ogni privazione della libertà personale costituisce una grave intrusione nei diritti fondamentali dell’individuo e, da questo punto di vista, fin qui abbiamo sbagliato tutto. Chissà, che seguendo l’esempio greco, l’Italia e l’Europa, tutta, non si muovano nella giusta direzione, verso l’accoglienza e l’inclusione dei migranti, mettendo in campo misure alternative alla privazione della libertà.

Annapaola Ammirati

Leggi l’articolo completo in .pdf

facebook