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Communianet
07 09 2015

La frazione Virgiliana è formata da un paio di strade che si intersecano ai capannoni dell’area industriale a est di Mantova.

Ci abitano diverse famiglie di migranti, ma la scarsa densità abitativa e l’assenza di piazze e spazi pubblici di socialità, la rendono una tranquilla zona dormitorio dove ognuno pensa per sé.
Due settimane fa arrivano 45 profughi da Bangladesh, Pakistan e Afghanistan presso un hotel dismesso da 7 anni, gestiti dalla cooperativa Olinda (esterna alla rete SOL.CO, che domina gli appalti nel settore sociale nel mantovano, settore segnato da una situazione di precarietà e appalti al ribasso, aggravatasi ulteriormente dopo i tagli al welfare). L’amministrazione del nuovo sindaco Palazzi (al cui interno SOL.CO ha un buon peso politico) polemizza con la scelta della prefettura e si impegna per trasferire parte di quei profughi in altre strutture, con la scusa della destinazione d’uso che stabilisce quanti richiedenti asilo possono essere ospitati.

Approfittando del polverone mosso dalla stessa giunta di centro-sinistra, Forza Nuova organizza un presidio sotto l’hotel attraverso la pagina, creata ad hoc, “Mantova ai virgiliani”.
Il fratello della coordinatrice provinciale dell’organizzazione neofascista organizza l’evento Facebook, che argomentando in sole 35 parole i motivi della protesta, raccoglie a fatica in una decina di giorni 50 partecipanti.
Ricordiamo che a Mantova Forza Nuova è formata da pochissime persone unite da legami affettivi o parentali che vivono in provincia, lontani dalla città. Hanno provato a candidarsi a maggio a Mariana Mantovana (paese di 721 abitanti noto per la discarica provinciale), in linea con la strategia del loro partito di strappare consiglieri comunali in comuni microscopici, ma non sono riusciti a raccogliere le firme necessarie.

Mentre la pagina facebook campanilista pubblicava foto di tortelli e agnolini, evitando accuratamente di produrre un’analisi sulla questione dei flussi migratori, i collettivi dello Spazio Sociale La Boje! hanno convocato un’assemblea a cui hanno invitato tutte le forze antirazziste.
Nonostante la ristrettezza di tempo, abbiamo pensato fosse necessario convocare un presidio in contemporanea con quello di Forza Nuova in modo da allontanarli dall’hotel Maragò ed entrare in contatto con gli abitanti della Virgiliana.
In più occasioni nell’ultimo anno abbiamo provato ad aprire percorsi di reciprocità e solidarietà tra territori e migranti, basterebbe ricordare il presidio meticcio “Je suis antiraciste” contro l’attentato a Charlie Hebdo e le sparate razziste dei giorni successivi oppure il progetto dello sport antirazzista nelle periferie. Pensiamo che queste campagne a costo zero abbiano prodotto e stiano producendo strumenti e legami sociali per arginare il razzismo nelle periferie della nostra città.
Mercoledì ci siamo trovati verso le sei per parlare con gli abitanti della frazione, dare la nostra solidarietà ai profughi e agli operatori sociali che vivevano con preoccupazione le ore precedenti al presidio razzista. Abbiamo trovato un quartiere rilassato, ancor più isolato dopo la chiusura delle fabbriche attigue, in cui pochi sapevano della presenza dei profughi e non valutavano negativamente il riutilizzo della struttura alberghiera.

Dalle 19.00, prima dei reparti antisommossa della polizia, sono arrivati i furgoni delle televisioni (rete 4 e sky tg) appostandosi nella corte in cui era previsto il presidio contro i migranti.
Singolare che a Mantova ci sia stata la presenza di televisioni nazionali, dove di solito manifestazioni ben più numerose hanno visto la sola presenza di teleMantova e MantovaTV.
Questa copertura mediatica si può spiegare solamente con quanto avvenuto dopo, con la calata di fascisti da altre città del nord Italia e con la scaramuccia con le forze dell’ordine da consegnare a fotografi e telecamere.

Quello che è avvenuto mercoledì è uno spettacolo di teatro siglato dal patto tra imprenditori della notizia e teatranti fascisti. Non siamo complottisti come chi sostiene che ci sia un progetto plutocratico per abbronzare la pelle degli europei, ma ci sono interessi materiali in comune.
Da un lato i fascisti provano a sfondare in piccole città di provincia, povere di strutture militanti antirazziste di base, facendo calate da altre città (nei video si sentono esclusivamente dialetti di Verona e Brescia) e usando le curve degli stadi, impoverite socialmente dalla repressione, per stringere relazioni. Cercano di riprodurre artificialmente (ad uso dei media), anche quando non c’è, la rabbia razzista che abbiamo visto esprimersi in altre città, importando megafonatori e agitatori.
Dall’altro i media, alla ricerca di un’audience facile, parlano delle migrazioni celando i fattori strutturali (economici, politici, ambientali) e puntando unicamente su quelli emergenziali e allarmistici. In parole povere sui tg ( che formano l’opinione del 70% degli italiani) il migrante o muore affogato o delinque.

Pensiamo che i veri responsabili della situazione che si è creata siano i rappresentanti delle istituzioni. Ci sembra assurdo che i gruppi razzisti possano organizzare manifestazioni sotto le case dei soggetti che vogliono colpire, limitandone la libertà e la sicurezza. Evidentemente la sicurezza di queste persone è un fattore di serie b.
Lo stesso sindaco, il primo a creare agitazione per non essere stato informato dell’arrivo di quei richiedenti asilo, sicuramente avvertito dal prefetto dell’arrivo di neofascisti da fuori da Mantova, avrebbe potuto esprimersi tempesticamente.

La “valla” e il campo da golf di Melilla

Il modo in cui la giunta ha reagito alla calata nera sulla città ci sembra vergognoso perché presta il fianco ai razzisti.
L’assessore al welfare Andrea Caprini (che da sempre lavora tra Pantacon, Arci, festival letteratura) ha dichiarato «Adesso sposteremo altrove anche gli altri stranieri rimasti al Maragò, ma poi stop. Profughi a Mantova non ne vogliamo più. Adesso bisogna coinvolgere anche gli altri Comuni». Curioso che siano stati spostati in case prese in affitto a CoopCase e affidati alla cooperativa La Cosa (formata da collaboratori della nuova giunta comunale).
Ancor più singolare che Caprini possa stabilire che a Mantova non arrivino più “profughi” o “stranieri”, uno slogan più volte sentito dai sindaci leghisti e lontano da una prospettiva solidale e di attivazione della cittadinanza.
Il quadro si completa con l’autorizzazione al consigliere comunale (ex lega nord) Luca De Marchi, un soggetto che si è presentato alle elezioni con una campagna incentrata contro migranti e sinti, a visitare la struttura della Virgiliana. Ci chiediamo con quale tipo di specializzazione e conoscenza possa valutare quella soluzione all’accoglienza dei migranti.

Insomma il piano è parecchio inclinato e se alcuni potevano credere che questa giunta potesse arginare gli sfoghi razzisti, è prontamente rimasto deluso.
Non aiuta certamente il qualunquismo con cui tanti a sinistra leggono i processi migratori, traducendoli come qualcosa che non gli interessa, un problema che non è il loro.
Ci chiediamo dove fossero mercoledì sera, nonostante i ripetuti inviti, gli attivisti di CGIL, equal, FIOM, SEL e dell’ ARCI.
Possiamo tranquillamente affermare che se non ci fosse stata la celere i fascisti sarebbero arrivati all’hotel, ma il razzismo non lo combatterà certamente la polizia. Serviva una presenza massiccia della città per falsificare sul nascere, con lo spessore di un’eterogeneità politica antirazzista, la pagliacciata mediatica allestita dai vertici nazionali di forza nuova.

L’azione dei fascisti (che poi la scorsa notte hanno pure attaccato lo striscione alla cooperativa Alce Nero, inserita in Sol.Co), disinformata e stereotipizzata ha paradossalmente favorito le stesse imprese sociali che dominano il welfare mantovano.
Non sappiamo se la nuova sistemazione sarà meglio dell’hotel Maragò, quello che sappiamo è che lo spostamento non ci è sembrato frutto di una visione politica ampia, ma di intrecci oscuri tra politica e cooperative e di passività verso le vaghe sparate dei razzisti.

il fumogeno lanciato dentro La Boje dopo il presidio, i fascisti hanno colto l'occasione avendo rinforzi da fuori Mantovail fumogeno lanciato dentro La Boje dopo il presidio, i fascisti hanno colto l’occasione avendo rinforzi da fuori Mantova

L’unico modo per svelare le speculazioni, combatterle e imbastire un sistema di accoglienza efficace, virtuoso e capace di coinvolgere migranti, operatori sociali e comunità è quello di coinvolgere direttamente questi soggetti a partire dallo sfruttamento che subiscono.
I migranti sballottati come merci su cui lucrare, gli operatori sociali sottopagati e alienati dalle loro funzioni lavorative e le periferie impoverite di servizi sociali, strutture e possibilità decisionale.
Pensiamo che sia necessario fissare un’assemblea per mettere in rete a livello provinciale chi la pensa in questo modo e non ci sta a lasciare le strade e la critica all’accoglienza ai fascisti.

In memoria di Anatolij Karol

  • Venerdì, 04 Settembre 2015 09:08 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

l'Espresso
04 09 2015

E poi c'è la non notizia. La non notizia è la storia edificante. La non notizia è la buona novella, quella che tutto sommato non sposta niente perché il mondo in cui vogliamo vivere - fingendo invece di rifuggirlo, di volerlo diverso, di odiarlo - è un mondo fatto di sfiducia, di farabutti da temere, di lucchetti da chiudere e non di porte da aprire e di braccia da tendere. Camminiamo a spalle strette temendo di essere depredati, derubati, persino scacciati dal nostro stesso Paese.

Morto Gheddafi e seppellito l’infame accordo siglato con Silvio Berlusconi ad agosto del 2008, un accordo dal nome rassicurante, “Trattato di amicizia e cooperazione”, è divenuta di nuovo pressante la necessità di preservare, addirittura “difendere” le nostre coste e i nostri mari (nostri? come se una terra o un mare possano avere padroni) da chi fugge l’inferno e per anni ne ha trovato un altro, nei lager che l’Italia aveva commissionato alla Libia, dietro compenso (circa 5 miliardi di dollari in 20 anni, spacciati per risarcimento all’ex colonia). Luoghi in cui si infrangevano sogni, luoghi di tortura. In cui i detenuti non erano trattati da esseri umani, prova che la memoria dell’uomo è fin troppo labile e che l’unica vera leva che tutto muove è l’opportunismo. Eppure la visione di Berlusconi è stata di fatto l’ultimo scampolo di decisionismo in materia di immigrazione. Da quel momento il vuoto.

Meglio il vuoto, dirà qualcuno. Meglio il vuoto invece delle prigioni. Meglio morire in mare che essere torturati da aguzzini pagati bene, come era col governo libico. Ma io mi permetto di non voler scegliere. Non mi sembrano due opzioni possibili, così come forse l’esistenza di quell’orribile patto dal nome rassicurante, vorrei la ricordasse il ministro britannico dell’Interno, Theresa May, secondo cui le morti in mare di questi ultimi anni «sono state esasperate dal sistema europeo della libera circolazione». Non è così. Le morti in mare sono aumentate perché i migranti ora hanno il permesso di morire in mare e non vengono più torturati in prigioni di cui non vogliamo sapere nulla.

A parlare sono i numeri. Ad agosto del 2008 viene firmato a Bengasi il trattato tra Italia e Libia e nel 2010 il numero di clandestini che raggiungono le coste italiane diminuisce sensibilmente. Secondo i dati forniti da Frontex, dal 2008 al 2009 gli sbarchi sono diminuiti del 74 per cento. Quindi c’entrano poco gli accordi di Schengen e la libera circolazione e c’entra invece molto la caduta di Gheddafi e la fine dell’amicizia e della cooperazione.

E come le storie edificanti non incontrano i favori dei grandi media, anche quelle che ci sbattono in faccia la nostra meschinità hanno scarsa attenzione: la capacità aberrante di dimenticare la storia e di reiterare sofferenze, finisce per diventare, in fondo, non notizia.

E invece io questa notizia voglio raccontarla e mi piacerebbe che venisse ripetuta ogni qual volta degli stranieri, di chi viene da Paesi che non appartengono alla comunità europea, si narrano gesta infami. È una notizia triste e in fondo non fa notizia perché racconta una verità fin troppo ovvia che conviene ignorare: non esistono persone buone o persone cattive, non esistono categorie di persone che agiscono nel bene e altre che non lo fanno. Men che meno possiamo attribuire una qualche inclinazione alla violenza o una particolare predisposizione al crimine a seconda della razza o della nazionalità. Anatolij Karol, era ucraino ed è morto a 38 anni mentre in un supermercato di Castello di Cisterna, in provincia di Napoli, ha voluto sventare una rapina. Non è stato un caso, l’ha proprio voluto perché era con sua figlia di un anno e mezzo e aveva già finito di fare la spesa. Stava andando via quando si accorge che due uomini arrivati a bordo di una motocicletta avevano fatto irruzione. Anatolij ha messo in salvo sua figlia ed è tornato indietro. Ha immobilizzato un rapinatore ma l’altro gli ha sparato. Su di lui poi hanno infierito con diversi colpi alla nuca forse procurati non con un coltello ma addirittura con una penna, brandita con rabbia cieca.

Questo ha fatto notizia nei media tradizionali solo dopo che i social network ne avevano diffuso il racconto ma nessun commento importante da parte del governo. Anatolij era ucraino. Fosse stato italiano e il suo assassino uno straniero, oggi su questo caso avremmo avuto attenzione, raccolte di firme, cortei. Fino a che i quotidiani sbatteranno in prima pagina il mostro straniero, magari sospettato e non ancora condannato, non ci sarà spazio per altro e saremo destinati a vivere nella paura del diverso, piuttosto che crederci arricchiti da quanti con noi creano ormai una comunità e più di noi muoiono per difenderla.

Roberto Saviano

"Mi firmavo George per trovare un agente"

La 27 Ora
07 08 2015

Ottenere otto volte più attenzione firmandosi con un nome maschile che con un nome femminile: è quanto è accaduto alla aspirante scrittrice Catherine Nichols che ha denunciato il fatto con un articolo uscito su Jezebel e ripreso dall’inglese Guardian.

Dopo aver inviato a 50 agenti letterari il manoscritto del suo romanzo senza ottenere che due risposte, Catherine ha aperto una mail con un nome maschile — «diciamo che era George Leyer», ha spiegato — e con il falso indirizzo di posta ha inviato sei lettere, con un brano d’assaggio del romanzo, ad altrettanti agenti. Ebbene, «George» ha ricevuto a stretto giro di posta ben cinque risposte, più di quante ne avesse ottenute Catherine nei tentativi dei giorni precedenti. Non solo: tre agenti hanno richiesto a «George» il manoscritto, e tutti si sono spesi in giudizi come «intelligente», «eccitante» e così via — niente che Catherine avesse mai ottenuto.

Nei giorni successivi, su 50 invii, George ha avuto 17 risposte. Il caso ha suscitato ondate di commenti sui social, ma la questione della discriminazione delle donne è annosa, tanto da aver spinto la scrittrice Kamila Shamsie a chiedere in modo provocatorio agli editori di pubblicare solo donne per un anno, nel 2018.

Ida Bozzi

West
07 08 2015

Uomo, bianco e sicuro della sua mascolinità. È questo il protagonista tipico che Hollywood cerca per i suoi film.

A dirlo, un recente studio della School for Communication and Journalism Annenberg. Che ha condotto un’analisi completa delle discriminazioni subite all’interno del complicato mondo del cinema.

In base ai risultati, ottenuti analizzando circa 700 produzioni americane dal 2007 al 2014, solo l’11% è risultato equilibrato, ad esempio, nella distribuzione dei ruoli tra uomini e donne. Mentre gli artisti “non-bianchi” hanno ricoperto appena il 30% dei ruoli per i 100 film più visti nel 2014. E solo 19 attori LGB presenti nei cast. Nessuna traccia di transessuali.

Annalisa Lista

"L'accoglienza si fa strada nonostante le infamie"

accoglienzaDon Luca Favarin, [...] tollerato dalle gerarchie ecclesiastiche con "ipocrisia democristiana", perché a maggio è diventato "famoso" con le critiche al sindaco leghista.
Attilio L. De Alberi, Il Manifesto ...

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