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Il Fatto Quotidiano
22 05 2015

Pubblichiamo il reportage di Ferruccio Sansa dalla Comunità di San Benedetto al Porto realizzato in occasione dell’uscita di Il Gallo Siamo Noi, scritto da Viviana Correddu, ex tossicodipendente tirata fuori dalla droga grazie al lavoro del prete genovese e dei suoi operatori (Chiarelettere 2015). Il libro racconta il suo persorso di liberazione e il ritorno a una vita “normale”. La prefazione è di Vasco Rossi.

La Liturgia delle Ore, con la copertina di pelle consumata che ti pare di vederci il segno delle dita è lì, sulla scrivania. Pronta per essere aperta. Insieme con una bandiera della pace appesa alla lampada. Accanto un crocifisso di metallo e un altro, di stuzzicadenti, fatto da Maurizio Minghella. Proprio il serial killer di donne e prostitute ancora in carcere. Poi alla parete la lavagnetta bianca con un messaggio a pennarello rosso che pare scritto ieri sera: “Pregare e fare le cose giuste tra gli uomini”.

Davvero sembra che Andrea Gallo possa rientrare nel suo studio da un momento all’altro. Che possa sedersi sulla sedia tutta consumata, rimediata chissà dove, e riprendere la sua missione.

Lo senti quasi fisicamente, forse per quel portacenere dove don Andrea posava i suoi sigari e dove trovi ancora un po’ di cenere. Oppure guardando la brandina tutta sbilenca con la coperta di iuta pronta per essere usata, come faceva lui quando dopo una notte a leggere, scrivere lettere su lettere, pregare si lasciava andare per qualche ora di sonno.

Ma è soprattutto il tepore, la luce della primavera di Genova che preme sui vetri che ti fa sentire ancora la vita in questa minuscola stanza. Così disadorna che sembra fatta apposta per mettere in risalto la grandezza di altre cose e dell’uomo che ci è passato.

Il Gallo siamo noi cover-280Il Gallo non rientrerà più in questa stanza, sono già passati due anni, te lo ricorda l’orologio di plastica rosso appeso sopra la porta. Tic tac, tic tac, il tempo non si è fermato mai dal 22 maggio 2013 quando proprio su quel lettino Andrea si spense. In poche ore, come per non dare troppo disturbo e pena. Erano appena le otto del mattino che lui, mentre tirava il respiro con i denti, spalancò gli occhi.

Sapeva che la fine era vicina, vicinissima, eppure accolse gli amici, il cronista, con uno sguardo che insieme sembrava comprendere questo mondo e qualcosa oltre. Stringeva la mano prendendo chissà dove le forze quasi fosse lui a doverti consolare della propria morte. Sì, qualcosa è rimasto nella stanza affacciata sul porto, il calore che senti non è soltanto quello della stagione.
Erano in tanti, quel giorno a temere. Per Andrea, certamente, ma anche per la sua Comunità, per quei ragazzi – centinaia – che nella Comunità di San Benedetto al Porto trovano un approdo in ogni tempesta. Bastava bussare e il pesante portone di legno si apriva, sapevi di essere accolto e non giudicato. Sempre. Comunque.

Il Gallo non c’è più, non fisicamente per lo meno, ma il suo gruppo ha resistito. È vivo. È da poco passata l’alba e già senti che al piano di sopra qualcuno si è alzato. Sono don Federico Rebora, l’altra metà del Gallo, che ha condiviso in silenzio decenni di impegno e oggi a 87 anni non intende abbandonare la casa di San Benedetto. Oppure Domenico Mirabile, che gira per il mondo, va e viene dalla Repubblica Domenicana, ma poi sempre qui. E alle nove, potete starne certi, arriverà la Lilli. Nella Comunità, ma in mezza Genova, basta dire il suo nome. A Gallo e ai suoi ragazzi ha dedicato ogni giorno della vita, fino, sembrerebbe, a dimenticarsi della propria.

Non è cambiato nulla nella casa, entri e trovi il pavimento di ardesia e marmo consumati, dove ti sembra ti vedere i passi di migliaia di persone. Anche il tuo. Tutti entrati con i loro dolori e usciti quasi sempre consolati. Almeno dalla certezza di non essere soli. Di aver qualcuno che aveva cura di loro. Li pensava.

Tutta Genova è passata di qui, e non solo. Volti noti, da Fabrizio De André a Vasco Rossi e Fiorella Mannoia, fino a mille e mille giovani sconosciuti. Tutti uguali, tutti subito amici. Bastava uno sguardo per riconoscersi uomini e donne.

Chi temeva che senza il Gallo si perdessero non aveva capito. San Benedetto al Porto c’è ancora, nonostante tutto. Resiste questa casa con le altre due comunità, quella di Mignanego alle spalle di Genova e l’altra di Frascaro, nell’alessandrino, dove i ragazzi lavorano e piano piano si ritrovano.

Poi i quattro alloggi protetti con i loro ospiti. In tutto sono quasi cento persone. Più trenta dipendenti che mandano avanti la macchina. La distribuzione degli indumenti, il lavoro in carcere, i gruppi per i genitori, l’accoglienza e l’assistenza, funziona tutto come prima, con la stessa anarchica precisione del Gallo.

“Per il secondo anniversario della scomparsa del Gallo – ricorda Megu Chionetti – abbiamo organizzato due giorni di iniziative”. Il primo giorno, giovedì, si sono trovati a Palazzo Ducale alle 21 per un incontro titolato: “L’Italia ripudia la guerra?”. Poi, oggi, 22 maggio, dalle 17 in poi tutti in piazza don Andrea Gallo.

Chissà che faccia avrebbe fatto lui, il Gallo, a sapere che gli avrebbero dedicato una piazza. Ma sarebbe stato contento sapendo che era nel centro storico, proprio accanto alla via del Campo di De André. Saranno in tanti, ci sarà anche Moni Ovadia. E speriamo che vengano i genovesi che dopo la morte di Andrea, uno degli ultimi padri della città, si sentono più soli.

Intanto un’altra giornata è cominciata, la città si è risvegliata, senti le auto che corrono sulla sopraelevata che passa davanti alla finestra del Gallo, i rumori del porto; vedi le navi che arrivano e partono senza sosta. C’è il mondo fuori, ma Andrea era riuscito a farlo entrare anche qui. In queste stanze così spoglie, con quell’odore inconfondibile di corpi, cibo, vita.

Si va avanti, allora come oggi. Fino a sera, fino alla riunione dei ragazzi che mandano avanti la Comunità. Si rivedono nello studio di don Andrea, tra i suoi libri, in mezzo ai suoi oggetti. Nella stanza sempre uguale che però non è stata trasformata in un mausoleo. Lui non avrebbe voluto. Andrea che il 22 maggio, quando la morte è arrivata, si è fatto trovare ancora vivo, con gli occhi aperti e la stretta forte della mano.

I suoi amici oggi parlano del futuro, dei nuovi progetti, delle difficoltà da superare. Ma ce la faranno, non hanno dubbi.

Dalla finestra si vede la Lanterna che illumina la notte sempre con lo stesso ritmo: un lampo, cinque secondi, un lampo, quindici secondi.

Il simbolo di Genova. Ma anche certi uomini, pur così fragili, sanno portare una luce, indicare la strada verso un porto.

Ferruccio Sansa

Rossella, un fiore di Via del Campo

  • Domenica, 25 Maggio 2014 08:05 ,
  • Pubblicato in La Storia
Chiara Paolin, Il Fatto Quotidiano
24 maggio 2014

Quando Don Gallo lesse le prime bozze del libro, si tolse il sigaro dalle labbra e disse: "Rossella, ma questo lo devi pubblicare". Rossella è oggi una signora di 72 anni, capelli biondi e jeans alla moda. Sui documenti però si chiama Mario, e non ha una professione dicibile: è una trans, per tutta la vita ha fatto la prostituta tra i vicoli di Genova. ...
Quando Don Gallo lesse le prime bozze del libro, si tolse il sigaro dalle labbra e disse: "Rossella, ma questo lo devi pubblicare". Rossella è oggi una signora di 72 anni, capelli biondi e jeans alla moda. Sui documenti però si chiama Mario, e non ha una professione dicibile: è una trans, per tutta la vita ha fatto la prostituta tra i vicoli di Genova. ...

Melting Pot
19 12 2013

Fuggono da guerre e persecuzioni ma una volta giunti in Italia solo il 32,4% di loro trova un luogo dove stare.

Sono i rifugiati. Riconosciuti come tali dalle istituzioni italiane ma poi confinati nella periferia dei diritti. Ma c’è chi non si arrende.
E’ successo anche stamane in via Tommaseo 90, a Padova, quando circa cinquanta rifugiati hanno occupato la vecchia sede di Meeting Service Spa, un palazzo vuoto da anni e finito all’asta dopo il fallimento della società.

Vengono dall’Eritrea, dalla Somalia, dal Ghana, dal Mali, dal Senegal, dal Togo, dalla Nigeria. I loro lineamenti richiamano i volti che abbiamo visto scorrere nelle immagini girate all’interno del cpsa di Lampedusa negli scorsi giorni. I loro passaporti non sono diversi da quelli di altre migliaia di persone inghiottite dal Mar Mediterraneo in questi anni e che riescono a suscitare tanto cordoglio e indignazione.

Loro, che invece hanno avuto la fortuna di approdare vivi sulle nostre coste, sono poi stati abbandonati dalle istituzioni, come accade ad altre migliaia di titolari della protezione internazionale in Italia.

Hanno vissuto per mesi nei CARA o nel circuito dell’emergenza nordafrica, alcuni sono arrivati a Lampedusa solo poche settimane fa, altri hanno cercato di raggiungere il Nordeuropa rimanendo ingabbiati nelle incomprensibili leggi che limitano la circolazione interna all’Unione, altri ancora hanno trovato rifugio gratuito per mesi nei locali di via Gradenigo 8, l’Associazione Razzismo Stop.

Per troppo tempo sono stati dimenticati, celati agli occhi dei più, ignorati dalle amministrazioni e ricacciati, e oggi hanno scelto di non fuggire più.

Non chiedono assistenza, ma la possibilità di provarci, di costruirsi un futuro degno dopo che il loro passato è stato cancellato da conflitti e persecuzioni.

Intorno alle undici hanno raggiunto lo stabile insieme agli attivisti di Razzismo Stop, di Asc e del Centro Sociale Pedro e hanno riaperto uno dei tanti palazzi abbandonato al degrado dalla rendita speculativa. Uno tra i tanti immobili lasciati colpevolmente vuoti a fronte di centinaia, migliaia di persone, condannate alla precarietà abitativa.

Tra loro c’è Hassan, somalo, non più di diciannove anni, sul volto da bambino i segni di un percorso tortuoso alla ricerca di un fratello che prima di lui ha attraversato mezzo continente africano per raggiungere la Germania. E’ approdato a Lampedusa dopo essere passato per la Libia post-gheddafiana dove la violenza e la compravendita di esseri umani è all’ordine del giorno. Laciata Mogadisio ha raggiunto Nairobi, da dove è ripartito. Lì ha lasciato il padre. La madre non c’è più.

Dopo aver attraversato il Sudan è entrato in territorio libico. Lì ha aspettato uno dei tanti taxi che traghettano le persone nel deserto del Sahara. Ha avuto la fortuna di non incappare nelle bande che "presidiano" la frontiera a caccia di corpi umani da barattare con le milize libiche. Ma una volta raggiunta Bengasi tutto è diventato più difficile. Ha pagato centianaia di euro per rimanere un uomo libero. Lui che ancora uomo non è. I suoi occhi hanno avuto la sfortuna di vedere le violenze delle milizie, il suo corpo la fortuna di non esserne oggetto. E poi, ancora pagando, è riuscito a partire in uno di quei barconi che le immagini dei telegiornali proiettano ciclicamente al tg della sera.

Il viaggio estenuante, gli sos, i compagni di viaggio che non ce la fanno e poi Lampedusa. Il Centro di prima accoglienza e soccorso salito alla ribalta delle cronache per le immagini shock di questi giorni, il trasferimento al Cara di Mineo, la voglia di abbandonare quell’inferno in cui le palazzine tirate a lustro fanno da sfondo ad una vita di attesa disperata. Poi, dopo mesi di attesa arriva la tanto attesa decisione della Commissione.

Allora riparte, insieme al fratello che lo raggiunge a Napoli per portarlo con sé. Ma il loro progetto si ferma di fronte alle norme che impediscono di lavorare in un paese diverso da quello che ti ha rilasciato il permesso di soggiorno. Torna in Italia e raggiunge Padova, dove si unisce ad altre storie come la sua che oggi però, nella giornata di azione globale per i diritti dei migranti, hanno scelto di alzare la testa.

A via Trieste e via Salandra, si aggiunge così l’esperienza del terzo palazzo occupato a Padova, quello di via Tommaseo ribattezzato "Casa dei diritti Don Gallo".

Chissà che questa volta qualcuno si accorga di loro.

Huffington Post
06 12 2013

Ricordare Don Andrea Gallo, il messaggio che ha lasciato, le sue battaglie accanto agli ultimi e ai più poveri. È il senso racchiuso nel libro e nel dvd dal titolo "Il Canto del Gallo" diretto da Ugo Roffi edito da Chiarelettere e realizzato in collaborazione con la Comunità San Benedetto al Porto.

"Un prete di strada, un partigiano della Costituzione", così lo definisce Domenico Chionetti, portavoce della comunità. Per l'esempio che ha dato e per le sue battaglie: "In Parlamento si sta discutendo per modificare l'articolo 138 della Costituzione: ecco, questa sarebbe certamente una battaglia di Don Gallo" aggiunge Chionetti. Battaglie attuali anche ora che non c'è più, soprattutto ora che non c'è più.

Difensore della Carta, ma anche compagno di strada dei più poveri e degli emarginati. Per anni "ha aiutato le Princese, le trans del Ghetto di Genova, ultime tra gli ultimi, e lo ha fatto pagando le bollette per loro o stando semplicemente al loro fianco - continua Chionetti - Il suo ultimo ruggito è stato conto l'apertura delle slot house, i casinò, luoghi di dispersione delle persone". E' per questo che a Genova "è stata dedicata a Don Gallo una piazzetta in un quartiere che era stato abbandonato".

Le battaglie di Don Gallo scandiscono i capitoli del libro e del dvd, tappe della sua vita per strada: dall'esperienza di giovane staffetta partigiana all'impegno nella chiesa e tra la gente, fino all'ultimo giorno, per aiutare chi vive nel disagio. E poi il Carmine, gli interventi in pubblico e in tv, il G8, gli spettacoli, Bella Ciao.

Nel libro e nel dvd, oltre agli interventi di don Gallo, ci sono le testimonianze di amici, compagni di strada e giovani della comunità, tra cui: Lorenzo Basso, Massimo Bisca, Domenico Chionetti, Franco Cifatte, Vittorio Gallo, don Federico Rebora, princese amiche di don Gallo e Liliana Zaccarelli.

Claudio Paudice

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