I padroni del cibo

Sono dieci i signori dell'industria alimentare che controllano da soli più del 70 per cento dei piatti del pianeta. Queste multinazionali gestiscono 500 marchi che entrano nelle nostre case quotidianamente. Così pasta, biscotti e caffè diventano globali, anche in Italia. E le grandi questioni, come l'uso di oli e grassi nei prodotti, vengono decise a tavolino.
Paolo Griseri, la Repubblica ...

L'Italia dimentica il reddito minimo

Il reddito minimo, una somma garantita a chi non ha lavoro e a chi, soprattutto le donne, pur avendo un impiego non riesce a mettere insieme un salario decente. È soprattutto un modo di vedere la nostra società. E quindi la vita. [...] Il reddito minimo non è una tutela soltanto per chi lo riceve, ma per l'intera società. Evita che migliaia di persone scivolino nell'emarginazione...
Ferruccio Sansa, Il Fatto Quotidiano ...

Imprese il rosa vince spesso, (ma non allo sportello)

Questione caratteriale o abilità imprenditoriale. Fatto sta che le imprese femminili, durante questa interminabile crisi, resistono meglio di quelle maschili. Eppure la strada resta in salita: una difficoltà che tocca tutto il mondo imprenditoriale è quella legata all'accesso al credito, una complessità che sembra emergere ancora più evidente quando l'azienda è al femminile.
Isidoro Trovato, Il Corriere della Sera ...

Nella tempesta di Atene l'Europa rischia il crollo

"Elezioni anticipate" e la Borsa precipita: -12,7%... Alfa e Omega. L'inizio e la fine. Qui, sotto il Partenone, è nata. Assieme al pensiero occidentale e al concetto stesso di democrazia. E qui l'Europa rischia adesso di celebrare il suo funerale. [...] E la notte di scontri (domenica scorsa) tra forze dell'ordine e manifestanti in piazza per ricordare Alexandros Grigoropoulos e in solidarietà dell'anarchico Nikos Romanos - in sciopero della fame in carcere per reclamare il diritto di assistere alle lezioni universitarie - è un'altra spia del malessere collettivo.
Ettore Livini, La Repubblica ...

MicroMega
03 12 2014

di Carlo Formenti

Un’ondata di manifestazioni contro il colosso Usa del commercio discount, Walmart, è stata organizzata da un galassia di soggetti (lavoratori della catena, sindacati, militanti della sinistra radicale e altri movimenti) in occasione dell’orgia consumistica del Black Friday (il “venerdì nero” che negli Stati Uniti viene subito dopo il Giorno del Ringraziamento), allorché folle di consumatori vanno in cerca di prodotti a prezzi ribassati in vista del Natale.

Il Black Friday offre lo spettacolo inverecondo di masse che lottano selvaggiamente per contendersi uno smartphone o uno schermo al plasma scontati, lotte nel corso delle quali non di rado ci scappa il morto, tanto che i negozi più grandi devono essere presidiati dalla polizia.

Negli ultimi anni, la calca è cresciuta parallelamente al progredire della crisi. Un paradosso apparente, perché ad ammazzarsi per acquistare un regalo ai figli sono proprio i membri delle classi subordinate massacrate dalla crisi, mentre benestanti, ricchi e super ricchi non hanno bisogno di rischiare la pelle per fare acquisti: i guerrieri del Black Friday, come spiega un articolo dell’Huffington Post sono tutti lavoratori che percepiscono bassi salari.

Ma le manifestazioni di quest’anno contro Walmart, secondo un altro articolo dell’Huff Post, potrebbero segnare una storica inversione di tendenza, il momento in cui l’opposizione popolare americana al turbocapitalismo compie un salto di qualità: dal generico populismo di Occupy Wall Street a nuove forme di lotta di classe organizzate, come quelle che squassarono l’America fra le due Guerre Mondiali.

Ma perché concentrare le forze contro Walmart? Perché Walmart è il simbolo del neocapitalismo rampante che, per usare le parole di Luciano Gallino, ha condotto la vittoriosa “guerra di classe dall’alto” dell’ultimo trentennio. Con più di un milione di dipendenti negli Stati Uniti e altrettanti altrove, Walmart è la più grande catena commerciale del mondo.

La famiglia Walton, che ne è proprietaria, è nota per le sue posizioni ultraconservatrici: vendono armi e sostengono le lobby che le producono; finanziano le campagne negazioniste sull’esistenza dell’effetto serra; finanziano l’estrema destra repubblicana, discriminano le donne e i lavoratori di colore, si oppongono all’aumento del salario minimo garantito e perseguitano gli iscritti al sindacato; parassitano il bilancio dello Stato costringendo le autorità federali a pagare buoni pasto per alcuni dei loro dipendenti che non guadagnano abbastanza per sfamarsi (di recente si è saputo che, invece di aumentare i salari, hanno invitato i dipendenti che guadagnano di più a fare donazioni per i colleghi meno pagati!).

Il vero punto è però un altro: quella che è stata battezzata non a caso Walmart Economy, si basa sulla commercializzazione di prodotti di scarsa qualità e a buon mercato (perlopiù importati dalla Cina e altri Paesi in via di sviluppo) che consente a lavoratori sempre meno pagati di tirare avanti (e alle imprese di realizzare sovraprofitti). In pratica si tratta di un circolo vizioso che funziona così: io ti do uno stipendio miserabile, in compenso ti consento di sopravvivere vendendoti schifezze a basso costo.

Ma Walmart è solo la punta dell’iceberg: è l’intera economia che oggi funziona così, a partire da quella “nuova economia” delle start up che piace tanto a Renzi e soci (che non perdono occasione di esaltare i giovani “eroi” dell’innovazione digitale).

Un esempio? Uber, la società che ha sviluppato un’app per “rinnovare” il business dei taxi, funziona in questo modo: l’app offre al cliente la possibilità di prenotare online un servizio che verrà eseguito da persone che fanno i taxisti come secondo lavoro perché non guadagnano abbastanza per campare con il primo, i quali operano senza licenza e a costi bassissimi. Risultato: l’autosfruttamento di questi disgraziati sta mandando in rovina i taxisti “ufficiali”, i quali vengono costretti ad abbassare a loro volta i prezzi e così non riescono più ad ammortizzare l’investimento compiuto per acquisire la licenza, il cui valore sta crollando ovunque entra in funzione Uber.

Nel frattempo i liberisti intessono le lodi dell’innovazione che sta smantellando il “privilegio corporativo” di una categoria che imponeva prezzi “di monopolio” al consumatore. Il bello è che il consumatore ci casca, perché non si rende conto che tutti noi, dal punto di vista degli apologeti del libero mercato, siamo membri di categorie privilegiate (per esempio pensionati e lavoratori “garantiti” che dovrebbero rinunciare al privilegio a favore dei giovani non garantiti).

Il principio della Walmart Economy è questo: scatenare guerre fra poveri con l’obiettivo di ottenere un livellamento generale verso il basso. Si spera che le lotte di cui riferisce l’Huff Post segnino davvero l’inizio di una nuova fase in cui le persone smettano di ragionare da consumatori e tornino a ragionare da lavoratori sfruttati.

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