L’Espresso
29 07 2014


Un sondaggio dell'Unione Europea condanna senza appello il nostro Paese, relegato in fondo a tutte le classifiche quando si parla di libertà sessuale a scuola, sul posto di lavoro o al momento di accedere ai servizi. Anche a causa di una classe politica tra le più arretrate in materia. I nostri grafici per indagare il problema nei suoi vari aspetti

Discriminazione, paura e aggressioni: l'Europa delle libertà e dei diritti si scopre omofobica e transfobica. Un sondaggio condotto dall'Unione Europea su un campione di 93 mila persone Lgbt maggiorenni dei paesi membri non lascia dubbi: a troppi individui è negato il diritto di essere pienamente sé stessi a causa di intimidazioni, attacchi violenti e comportamenti discriminatori in ogni ambito della vita pubblica.

Le difficoltà iniziano a scuola, dove atti di bullismo e atteggiamenti intolleranti sono per molti il primo duro impatto con una società che non comprende e rifiuta le diversità. Un'esperienza che si ripete al momento di trovare un lavoro, cercare una casa, nell'accesso ai servizi pubblici e persino nel tempo libero. Segnando spesso, anche profondamente, la vita di tanti che, come conseguenza, scelgono di reprimere la propria identità in pubblico.

L'Espresso ha analizzato questi dati per capire un fenomeno che ha ancora molte ombre e comprendere la posizione dell'Italia nel contesto europeo.

MENO DIRITTI PIÙ DISCRIMINAZIONI
Per capire il contesto, vediamo con la prima mappa come si sono evoluti in Europa, dal 1998 a oggi, il riconoscimento del matrimonio egualitario (comunemente detto "matrimonio gay"), delle unioni civili e dell'adozione per le famiglie omoparentali (cambiando l'anno è possibile seguirne l'evoluzione nel tempo).

Guardando la mappa al 2014 si può immaginare un'Europa divisa in due: da una parte i paesi di colore viola e porpora, che hanno legalizzato il matrimonio e l'adozione anche per le coppie omosessuali, dall'altra parte tutti gli altri. È una separazione che ritornerà costantemente nel prosieguo dell'analisi. Un'Europa a due velocità in tema di diritti, dove possiamo notare che i paesi individuati in quello che chiameremo "gruppo A", sono quelli che hanno aderito all'Ue prima del 1994, mentre nel secondo gruppo ("B") abbiamo quelli dell'ex blocco sovietico, entrati nell'Ue a partire dal 1994, ai quali si aggiungono l'Italia e la Grecia.

Nei Paesi dell'ex blocco sovietico un vincolo costituzionale impedisce il riconoscimento del matrimonio per le coppie omoparentali, nonostante ciò l'Ungheria ha comunque riconosciuto l'unione civile, mentre l'Italia, che dovrebbe appartenere al gruppo A, in tema di diritti e discriminazione, ha caratteristiche del tutto assimilabili al gruppo B. Questi Paesi, lo vedremo più avanti, sono infatti con l'Italia anche il fanalino di coda di tutte le classifiche sull'omofobia e la transfobia. Una sovrapposizione totale tra assenza di riconoscimento pubblico dei diritti e maggiori discriminazioni.

LA PRIMA EMARGINAZIONE NON SI SCORDA MAI
La scuola e il lavoro sono forse gli ambienti più importanti, che assorbono gran parte del tempo dedicato della vita pubblica. Ecco cosa succede rispetto alla predisposizione delle persone Lgbt ad aprirsi rispetto alla propria identità nei due contesti.

L'età della scuola è quella in cui spesso si prende progressivamente confidenza con l'identità di genere e l'orientamento sessuale, sperimentando anche le prime esperienze di discriminazione. Solo il 5 per cento degli Lgbt europei è aperto con tutti, rispetto alla propria identità di genere a scuola. Lo sono meno gli uomini bisessuali (2 per cento) di più le lesbiche (6 per cento). Le persone transgender italiane sembrano invece tra le più aperte d'Europa. Un raro caso in cui l'Italia si trova in una posizione migliore della media.

Lesbiche e donne bisessuali condividono la propria identità di genere in circa la metà dei casi. Anche in Italia, con valori di poco più bassi. Il dato si abbassa drasticamente per gay, uomini bisex e transgender: meno del 30 per cento quelli che scelgono di essere aperti nell'ambiente universitario o scolastico. In sostanza oltre il 70 per cento degli intervistati preferisce non divulgare la propria identità di genere.

Nell'ambito del lavoro le cose cambiano. Oltre il 70 per cento degli intervistati non fa segreto della propria identità di genere, e ben il 23 per cento delle lesbiche e il 26 per cento degli omosessuali la condivide apertamente con tutti. Una differenza rispetto alla scuola, interpretabile anche con una maggiore consapevolezza di sé. L'Italia però è distante oltre dieci punti percentuali dalla media europea, impaludata tra quei Paesi post 2004 del gruppo B, con una differenza di oltre venti punti dalla media dei paesi del gruppo A.

Questi dati sembrerebbero confortare se letti in positivo, ma il rovescio della medaglia è che un gay e una lesbica su quattro preferiscono non rivelare la propria identità di genere al lavoro, proporzione che sale a uno su tre per donne bisessuali e supera il 50 per cento per gli uomini bisessuali.

IL POLITICO ITALIANO E' IL PIU' OMOFOBO
Analizziamo ora quattro comportamenti discriminatori, in ordine di gravità e tra i quali è possibile vedere un legame.

Ai politici italiani va la maglia nera di più omofobi d'Europa, secondo gli intervistati. Alla domanda su quanto sia diffuso il linguaggio offensivo da parte dei politici verso le persone Lgbt, l'Italia ne esce umiliata: il 91 per cento ritiene che i nostri rappresentanti usino diffusamente un linguaggio discriminatorio. Un risultato scioccante se confrontato alla media europea del 44 per cento, che contiene anche il dato sull'Italia e sui paesi dell'Est Europa, i quali oscillano tra il 60 all'80 per cento. Mentre guardando agli Stati del blocco A, quelli che hanno riconosciuto il matrimonio e l'adozione omoparentale, notiamo che la differenza è incolmabile se pensiamo al 10 per cento della Germania e dell'Olanda e a valori poco più altri di Gran Bretagna, Francia e Paesi scandinavi.

Se è vero che i politici sono lo specchio del paese, allora non è un caso che l'Italia sia tra quelli più intolleranti. Lo si vede con la seconda voce del menù, dove troviamo le battute contro le diverse identità di genere nella vita quotidiana. E vediamo che gli italiani sono all'"altezza" della loro classe politica: ben il 96 per cento ritiene un'abitudine diffusa fare battute offensive. Qui il resto dell'Unione non è molto più brava: 82 per cento.

Segue un tema ancora più serio, quello delle espressioni di odio e avversione contro lesbiche, gay, bisessuali e transgender. Un comportamento che in molti Paesi è previsto come reato, mentre in Italia è ancora aperto il dibattito sulla necessità di approvare una norma specifica contro l'hate speech. Anche qui l'Europa non ne esce bene, oltre metà del campione ritiene diffusa l'espressione di odio verso le persone Lgbt. Ma mentre nei Paesi del gruppo A questo fenomeno è stimato al di sotto di un terzo, in quelli del gruppo B (Italia e Grecia comprese) il valore medio si attesta intorno all'80 per cento. Cioè quattro Lgbt su cinque ritengono diffuso l'incitamento all'odio.

L'ultima voce chiude il cerchio dell'odio, che inizia con le battute, le offese in pubblico e lo sdoganamento della violenza verbale da parte della classe politica, e termina con le aggressioni, prodotto di un processo sociale di assuefazione e assimilazione della cultura dell'intolleranza. Più di un terzo del campione, il 38 per cento, ritiene che siano diffusi i casi di aggressione contro le persone Lgbt. L'Italia, tanto per (non) cambiare, è quella messa peggio, il 69 per cento contro il 31 del Regno Unito, il 26 della Germania e il 23 della Spagna.

L'EUROPA DISCRIMINA, L'ITALIA DI PIÙ
Il terzo grafico sancisce tristemente che in Europa le discriminazioni sono molto forti e diffuse pressoché ovunque.


Se l'identità di genere è mediamente poco discriminata (11 per cento), l'orientamento sessuale invece è un bersaglio molto frequente: due intervistati su tre ritengono diffuso questo tipo di discriminazione. I dati sull'Italia, anche in questo caso, si rivelano pessimi, relegandola ancora una volta nel girone dei peggiori. Sulla discriminazione in base all'identità di genere, il nostro Paese registra un 18 per cento, mentre per quella sull'orientamento sessuale la condanna è senza appello: siamo al 92 per cento. Peggio di noi solo Croazia e Lituania.

La notevole differenza tra la discriminazione per l'identità di genere e quella per l'orientamento sessuale significa che il pregiudizio e l'avversione non si manifestano per ciò che le persone sono (l'identità di genere), ma perché manifestano pubblicamente la loro natura nelle relazioni di coppia (l'orientamento sessuale). E ci ricorda il leit motiv dell'omofobo: «Non sono omofobo, ma non devono baciarsi per strada».


NON IN PUBBLICO, GRAZIE
Dall'ex sottosegretario Carlo Giovanardi all'eurodeputato leghista Gianluca Buonanno, che da sindaco di Borgosesia propone 500 euro di multa per i baci gay , in molti sono stati chiari sull'argomento: i gay non devono manifestare il loro affetto pubblicamente.

Un pensiero forse diffuso, visto che in Italia tre intervistati su quattro hanno paura di tenersi per mano in pubblico, temendo aggressioni o minacce a sfondo omofobico o transfobico. Un dato che aumenta di poco in base all'età e che, per gli over 55 italiani, raggiunge il 78 per cento, seguiti da Francia e Regno Unito. In Europa il dato medio si attesta invece intorno al 67 per cento. Un valore comunque preoccupante.

Anche solo frequentare alcuni luoghi pubblici, o parlare di sé con gli amici, ma pubblicamente, può essere un problema. Circa la metà degli europei ha paura di frequentare determinati luoghi ritenendoli a rischio aggressioni. E la paura condiziona anche la libertà di espressione, alimentando forti forme di autocensura. Sono in molti a considerare non sicuri quei luoghi che dovrebbero rappresentare per tutti uno spazio di serenità, come lo sono la propria abitazione, un ufficio pubblico, un luogo di lavoro o una discoteca. Che diventano invece prigioni mentali, luoghi dove le persone, giovani e meno giovani, non possono godere del diritto di essere liberamente sé stessi, chiunque essi siano.

Le suore di Trento

Internazionale
22 07 2014

Le suore di Trento hanno ragione. Per quale motivo un istituto scolastico cattolico, gestito da religiose, dovrebbe accettare un’educatrice omosessuale? Per chi considera l’omosessualità una devianza, una triste sventura, è del tutto legittimo porsi il problema di quanto un docente gay o una docente lesbica possa agire come esempio negativo sugli alunni e le alunne.

Il problema infatti non è delle suore, ma di uno stato laico e aconfessionale che finanzia le loro scuole e se ne vanta, affermando per legge (n. 62 del 2000) che quegli istituti fanno parte del sistema scolastico pubblico.

Il problema è di una ministra come Stefania Giannini che a fronte di un episodio come quello della scuola di Trento cade dal pero e minaccia di agire con la “dovuta severità”, quando le basterebbe dare un’occhiata alle carte formative delle scuole cattoliche per accorgersi quali sono i requisiti richiesti ai docenti e alle docenti, come per esempio “vivere un’esemplare vita cristiana” (ovvero quella che la Chiesa ritiene tale).

Il problema è di un’amministrazione come quella di Bologna che si accanisce a ignorare i risultati del referendum cittadino di poco più di un anno fa, nel quale si è affermata la volontà di reindirizzare sulle scuole materne statali e comunali i soldi pubblici destinati agli istituti parificati (la stragrande maggioranza dei quali ha un orientamento confessionale).

Proprio in occasione di quel referendum ci chiedevamo quale trattamento potrebbero subire in certi istituti i maestri e le maestre che non rientrassero in determinati parametri: “A parità di preparazione professionale, una maestra divorziata avrà le stesse possibilità di essere assunta di una felicemente coniugata? E una maestra che esprimesse posizioni critiche nei confronti della Chiesa quante possibilità avrebbe di insegnare in queste scuole? Una maestra gay verrebbe valutata per la sua preparazione o verrebbe discriminata?”.

L’episodio di Trento fornisce già una risposta, per quanto scontata, dato che si tratta di una contraddizione evidente per chiunque non voglia fingere di non vedere e per chi – come i suddetti amministratori – allora ci accusò di “ideologismo” e “statalismo”. Come se esistesse qualcosa di più ideologico della discriminazione sessuale o di più statalista dei finanziamenti pubblici ai privati.

Il governo di centro-destra-sinistra attualmente in carica non sembra, né può essere, intenzionato a cambiare rotta in materia di finanziamenti pubblici alle scuole parificate. Proseguirà sulla stessa linea degli ultimi quindici anni, continuando a ripetere il ritornello “scuola parificata = meno costi per lo stato”. Poco importa quali siano i costi sociali, culturali, civili, di tale politica.

Perché gira e rigira si torna sempre al punto di partenza: quale modello scolastico vogliamo finanziare con i nostri soldi? Vogliamo ancora garantire a tutti un’istruzione pubblica di buon livello, ispirata ai princìpi costituzionali e che quindi rifiuta e combatte le discriminazioni di ceto, confessione, etnia, orientamento sessuale, abilità, eccetera? Oppure preferiamo che i nostri soldi siano utilizzati per finanziare le scuole di ogni distinto gruppo sociale, religioso, etnico o politico? Pensiamo ancora che sia importante educare i futuri cittadini al rispetto di determinati princìpi e pratiche di convivenza tra diversi, all’accettazione delle differenze, al rispetto, all’eguaglianza, alla libertà? Oppure non ce ne frega più niente, ognuno per sé e Dio (fuori di metafora) per tutti?

Il destino di questo paese, viene da dire, è contenuto in buona parte nella risposta a queste domande e non è certo roseo. Ma vale ugualmente la pena continuare a porle ai governanti e agli amministratori che fingono di non vedere i fari del camion in fondo al tunnel. Se non altro per farli sentire un po’ peggio ogni volta che si guardano allo specchio.

Libri per bambini e stereotipi di genere

  • Mercoledì, 11 Giugno 2014 13:32 ,
  • Pubblicato in Flash news

Micro Mega
11 06 2014

Da tempo volevo occuparmi in questo blog della costruzione dell’immaginario dei bambini in riferimento agli stereotipi di genere. Come, cioè, i bambini passano dalla constatazione esperienziale dei due generi al loro ‘ingabbiamento’ in ruoli, compiti, aspettative che con la differenza di genere hanno ben poco a che fare. Il passaggio non è affatto naturale, anzi è proprio in quello snodo essenziale che si colloca il fondamentale ruolo ‘culturale’ di tutte le agenzie educative che hanno a che fare con i bambini, famiglia e scuola innanzitutto. Me ne sono già occupata in parte qui.

Oggi l’occasione mi viene da questo post di Liberelettere, un bellissimo blog dedicato ai libri per bambini, in cui Caterina Lazzari fa una distinzione che mi fa riflettere: “Ci sono libri per bambini privi di stereotipi e libri invece attivi contro gli stereotipi. (…) Titoli attivi nei confronti degli stereotipi sono quelli che si prefiggono di smontarli, sovvertirli, proporre modelli plurali ed alternativi, e promuovere la bellezza di essere se stessi”. Ecco, mi chiedo: non è che i libri “attivi” contro gli stereotipi rischiano di produrre effetti paradossalmente contrari agli intenti? Mi spiego: per poterlo smontare, lo stereotipo, questi libri lo tematizzano, lo mettono al centro della storia, dandogli un’importanza che forse non merita. Il dubbio è che questi libri non siano diretti ai bambini, che – soprattutto quando sono molto piccoli – gli stereotipi non sanno neanche cosa sono, ma siano una proiezione del conflitto che abita il mondo degli adulti. È agli adulti che andrebbero rivolti libri così, non certo ai bambini, specie a quelli più piccoli.

Ne ho fatto esperienza diretta con il libro – peraltro illustrato in maniera maginifica - C’è qualcosa di più noioso che essere una principessa rosa? (di Raquel Díaz Reguera, edizioni settenove), in cui fin dal titolo è chiaro l’intento: smontare lo stereotipo per cui il modello ideale per le bambine debba essere una principessa vestita di rosa che attende il suo principe azzurro. La protagonista è la figlia di un re, dunque tecnicamente una principessa, che però non ha nessuna voglia di vestire sempre di rosa e di aspettare il suo principe azzurro e che si chiede “perché non c’erano principesse che solcassero i mari in cerca di avventure o che liberassero i principi azzurri dalle fauci di un lupo feroce”. Ecco, queste parole in un bimbo piccolo, cresciuto tentando con fatica di evitare gli stereotipi, suonano strane, prive di senso. Sono parole che – per essere comprese – implicano l’aver introiettato uno stereotipo che nella maggior parte dei bambini piccoli non ha avuto ancora modo di formarsi. Non c’è una storia, nel libro, ci sono ragionamenti, riflessioni su uno stereotipo, che però riguarda molto più gli adulti che i bambini.

Nei bambini gli stereotipi non vanno “smontati”, vanno prevenuti. E per farlo forse quello che servono sono libri (e per fortuna ce ne sono tanti, nel blog Liberelettere ne trovate a bizzeffe) privi di stereotipi, in cui venga rappresentato il caleidoscopico mondo dell’infanzia, in cui i bambini e le bambine esprimono semplicemente se stessi.

Cinzia Sciuto

UAGDC
10 06 2014

Lo scorso 17 maggio, Giornata Internazionale contro l’Omofobia, la Bifobia e la Transfobia, studenti del liceo Linguistico Stabili Trebbiani di Ascoli Piceno avevano chiesto di divulgare una circolare per lanciare una riflessione sull’avversione nei confronti delle persone LGBT, sostenendo che “l’omofobia è una limitazione di libertà e di scelta per la persona in quanto tutti dovremmo sentirci padroni della nostra vita” e augurando ai compagni e alle compagne “una buona giornata all’insegna del buonsenso e del rispetto e solidarietà reciproci”.

La circolare è stata però bloccata dalla preside, Marisa Salvatori, con le seguenti dichiarazioni:

“L’omosessualità è contro natura, perché non è possibile che un essere umano possa amare un altro essere umano dello stesso sesso, e a me fa schifo”.

Gli/le studenti si sono fatt* subito sentire attraverso una nota:

“Tali dichiarazioni non fanno che sconvolgere quel ruolo educativo di fondamentale importanza: il preside. Prima di tutto noi della Rete degli Studenti Medi denunciamo quella mancanza di neutralità nel pensiero che non permette un libero sviluppo delle idee tra gli studenti, creando un ambiente chiuso e oppressivo. In secondo luogo richiediamo con forza che ci sia un rapporto paritario tra studente ed educatore in una compresenza di doveri e diritti reciproci. Non rientra nei reali poteri decisionali di quest‘ultimo, infatti, ostruire le iniziative degli studenti, purché queste non limitino e non sovvertano il regolamento d’Istituto – e non è questo il nostro caso. In conclusione ci appelliamo alle istituzioni locali – regionali e/o provinciali – affinché prendano provvedimenti in merito”.

Le associazioni LGBT non si sono fatte attendere, in particolare quelle locali, come Arcigay Agorà di Pesaro-Urbino, tanto che l’assessora Paola Giorgi ha espresso l’intenzione di considerare la rimozione dall’incarico della preside.

Questo non è il primo caso in cui all’interno di un contesto educativo i temi della tolleranza e del rispetto delle diversità vengono male accolti e addirittura osteggiati in nome dei pregiudizi, fino ad arrivare alle offese.

Pochi giorni prima, infatti, a Treviso c’erano state le proteste dei genitori di studenti per la proiezione di un – così definito – “film gay” in una scuola media, inserito nel programma di educazione sentimentale dell’Usl 9 per le scuole secondarie inferiori, che tratta della storia di un padre che lascia la famiglia per andare a vivere con un altro uomo.

Un centinaio di genitori hanno protestato segnalando il “caso” al sindaco della città, Giovanni Manildo. Queste le parole di un genitore:

“Non siamo persone omofobe, ma pretendiamo di essere almeno messi al corrente in anticipo di certi contenuti. Avremmo voluto ci fosse stata una discussione preventiva, sarebbe stato necessario un filtro”

poiché

“non tutti sono ancora pronti ad affrontare simili tematiche”.

La solfa del “non sono omofobo ma…” è roba vecchia, poiché ci sono criteri oggettivi che inquadrano determinati atteggiamenti come intolleranti. La discriminazione nei confronti di persone in base al loro orientamento sessuale è omofobia. Saltare sulla sedia perché la propria figlia o il proprio figlio si approcciano a situazioni non eteronormate è un atteggiamento omofobo, poiché si reputano queste ultime come diverse dalla “regola” e necessarie, per l’appunto, di un trattamento speciale e di una “preparazione” a parte, idea che va contro qualsiasi principio di egualitarismo e integrazione.

Ma non è certo la prima volta che genitori terrorizzati scattano in allarme e chiedano il ritiro di iniziative che, a loro avviso, si riconducono alla fantomatica “Strategia del Gender”…

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La violenza combattiamola con l'educazione

  • Mercoledì, 28 Maggio 2014 10:00 ,
  • Pubblicato in Flash news

Ingenere.it
28 05 2014

Quando gli uomini di Boko Haram sono entrati in classe gridavano “Bruceremo la vostra scuola, non dovete stare qui, è alla scuola islamica che dovete andare!”. Boko Haram ha rapito le ragazze nigeriane per lo stesso motivo per cui i talebani ferirono Malala: i fondamentalisti temono l’intelligenza e l’istruzione delle donne.

Un resoconto della World Bank, ripreso dall’Atlantic, rileva che nel mondo il 30% delle donne hanno subito violenze fisiche o sessuali. La drammatica conclusione è: “non c’è posto più sicuro per le donne che la loro casa”. Le percentuali di donne che sono state vittime di violenza tendono ad essere, seppure in maniera differenziata, elevate in tutto il globo: 29% in Europa e Asia centrale, 30% in Asia orientale e Pacifico, 28% in Australia e Nuova Zelanda, 21% in America, 33% in America Latina, fino ad arrivare al 40% nel continente africano e al 43% nell’Asia meridionale.

“Le violenze fisiche e verbali sono pane quotidiano. Quando lo racconti, normalmente ti chiedono subito ‘ma è la prima volta?’. Alcune di noi sono abituate, proprio come sono abituate a mangiare l’ ugali”, spiega una donna tanzaniana a un gruppo di studio della World Bank . E ciò che è peggio: una donna su tre ha detto di giustificare le violenze subite dal marito.

La banca però ha anche riscontrato che le donne con una maggiore educazione risultano essere meno soggette ad abusi. L’87% di loro sono in grado di rifiutare rapporti sessuali con il proprio partener. Nello specifico, le donne con una parziale o completa educazione hanno un rischio di subire violenze inferiore rispetto alle donne non istruite relativamente dell’11 e del 36%.

Un cambio di norme sociali e leggi, parallelamente a gruppi di lavoro che cercano di ragionare con gli uomini rimangono un obiettivo primario nei paesi con un alto tasso di violenza sulle donne. Ma altrettanto importante è la tutela dell’istruzione femminile, soprattutto dal momento in cui è in grado di vaccinare la società contro la misoginia.e

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