Società Italiana delle Letterate
07 05 2014

Le scrittrici e le insegnanti

A proposito del recente episodio accaduto al liceo Giulio Cesare di Roma e del libro Sei come sei di Melania Mazzucco.

Comunicato del Direttivo della Società Italiana delle Letterate [5 maggio 2014]

Il valore della letteratura non può essere messo sotto censura così come la libertà di insegnamento sancita, ancora, dalla Costituzione: come Società Italiana delle Letterate riteniamo che né Melania Mazzucco né le docenti che hanno scelto di leggere in classe il suo romanzo Sei come sei abbiano bisogno di essere difese.

Ha ragione la preside del liceo Giulio Cesare Micaela Ricciardi quando in una lettera aperta sulla vicenda scrive che la lettura del libro in questione ha avuto «l’obiettivo di sviluppare il piacere di leggere, le capacità critico-letterarie e la riflessione tematica sui molti argomenti che qualsiasi testo letterario, per suo statuto, offre alla crescita di ogni lettore. Questa è la letteratura». Aggiungiamo che la letteratura è un campo di libertà in cui si misura il senso critico e di orientamento nel mondo che non può essere negoziato con ideologismi e tentativi di appropriazione.

L’accusa, rivolta alla scrittrice e alle insegnanti, tuttavia pone un problema chiaro di ingerenza sempre più fastidiosa e strumentale da parte di associazioni ultra-conservatrici che evidentemente vorrebbero dettare e squadernare l’autonomia dei percorsi didattici reclamando una scena relazionale di scontro e di odio che non ha corrispondenza con la realtà di uomini e donne, di ragazzi e ragazze.

Il lavoro delle docenti del liceo Giulio Cesare di Roma parla da solo di quanto e come la scuola viva di esso, indipendentemente da quanto la società investa oggi sulla formazione in Italia, assai poco in realtà.

Quello striscione posto fuori il liceo romano evoca forme inquietanti di maschilità che hanno come lato oscuro lo stupro, la violenza, l’aggressività rivendicate come forme del selvatico maschile: la risposta migliore l’hanno data al liceo Manara, con quel bellissimo striscione “Avresti mai dato della checca isterica ad Achille?” che eloquentemente parla di altri modi di declinare il maschile.

Non è casuale che le scrittrici e le insegnanti siano però sotto attacco per la loro capacità di raccontare il mondo e di farlo a partire dalla propria esperienza e dal pensiero su di esso: il fatto che siano donne a farlo rivela una sapienza, anche del maschile, che evidentemente continua a costituire problema.

Come Società Italiana delle Letterate ci impegniamo a proseguire una riflessione che da molto tempo svolgiamo sulla letteratura come nominazione politica del presente: le scrittrici, le insegnanti, tutte coloro che a questo si dedicano riteniamo siano compagne di un percorso di cambiamento del mondo, cui non intendiamo rinunciare e a loro va quindi tutta la nostra ammirazione e sostegno.

Giuliana Misserville (Presidente), Floriana Coppola, Antonella De Vito, Laura Fortini, Serena Guarracino, Gisella Modica, Alessandra Pigliaru. 

Il Fatto Quotidiano
07 05 2014

A qualsiasi latitudine, in qualsiasi decennio dell’ultimo secolo, milioni di ragazzini hanno amato e seguito le avventure di questo o quel supereroe. O supereroina, a dir la verità, perché Wonderwoman, Catwoman e compagnia si sono ritagliate il loro spazio tra fumetti, cartoni animati, tv e cinema. Quello che non si era mai visto, soprattutto nel panorama dei cartoni animati per ragazzi, è il supereroe adolescente e transgender. O meglio, travestito, come si sono affrettati a specificare i produttori di Shezow dopo le critiche delle associazioni cristiane americane. A colmare il vuoto ci pensa Frisbee, canale per ragazzi sul digitale terrestre e sul satellite, che lancia questa serie animata coprodotta in Australia e Canada dal lunedì al venerdì alle 16.45.

Il protagonista è Guy Hamdon, tipico ragazzino ossessionato dalle differenze tra maschile e femminile, sempre pronto a denigrare tutto quello che appartiene all’altra metà del cielo. Almeno fino a quando, insieme alla sorella, scopre un vecchio anello appartenuto alla zia Agnes. L’anello, appena indossato, lo trasforma in un supereroe… femmina. Capelli lunghi, stivali con tacco altissimo, Guy veste i panni femminili che tanto malsopportava, cominciando un percorso di accettazione che racconta ai piccoli telespettatori sicuramente più di quello che sembra superficialmente.

La serie, realizzata con ironia (divertenti le trovate delle armi segrete: rossetto laser, crema dell’invisibilità, urlo supersonico), riesce a introdurre anche in un settore delicato come quello dei cartoni animati per ragazzini, il tema della transessualità e dell’identità di genere. Lo fa, ovviamente, con strumenti e linguaggi adatti a un pubblico così particolare, ma lo fa. E non è una novità da poco.

Troppe volte, in passato e ancor di più oggi, la televisione si è sostituita a scuola e famiglia come educatrice superficiale delle nuove generazioni. Per una volta, forse, la cosa potrebbe non essere così negativa. Mentre aspettiamo che le istituzioni scolastiche decidano di insegnare educazione sessuale, accontentiamoci della vicende di Guy.

Il Fatto Quotidiano
29 04 2014

Il romanzo di Melania Mazzucco, Sei come sei, è uno splendido ritratto dell’omogenitorialità, nel suo disgregarsi a causa della morte di uno dei genitori. E’ infatti la storia di due genitori dello stesso sesso che hanno una figlia, e il destino fa sì che muoia proprio il padre biologico, rendendo la bambina di fatto orfana. Sola in un mondo freddo e ostile, la piccola va alla ricerca di suo padre, dell’altro padre, che poi la riporta a casa dagli zii affidatari.

Non è, si badi, una storia superficiale, ma la descrizione, a tinte forti e con molta partecipazione e sentimento, di famiglie che già esistono anche nel nostro Paese e che, al contrario di altre nazioni anche a noi molto vicine, patiscono tutta la sofferenza di un vuoto normativo e di un’ostilità da parte di una certa compagine politica, mentre l’altra compagine, che invece dovrebbe occuparsene, deliberatamente le ignora.

Ora, è proprio alla luce di queste considerazioni che va letta la vicenda del liceo classico Giulio Cesare di Roma, dove gli insegnanti hanno proposto agli studenti del ginnasio proprio la lettura del libro della Mazzucco.

È arrivata così la reazione di alcuni studenti di movimenti vicini a Forza Nuova, che hanno gridato allo scandalo parlando di “emergenza omofollia” o deplorando il fatto che “vengano presentati ai giovani studenti modelli di vita deviati e perversi come se fossero la normalità o rappresentassero una priorità“.

Sono frasi talmente assurde da non meritare di essere prese in considerazione in un genuino dibattito sull’omogenitorialità, semmai la nostra classe politica sia in grado di accoglierne uno. Si tratta di un episodio di omofobia pura che danneggia la scuola, gli studenti omosessuali e tutti gli sforzi che le famiglie omogenitoriali stanno compiendo ogni giorno per ottenere un riconoscimento che è costituzionalmente – e soprattutto moralmente, se non altro per la condizione dei loro figli – doveroso.

Trovo pure ridicolo l’esposto presentato dalle associazioni Giuristi per la vita e Pro vita Onlus, che accusano gli insegnanti del Giulio Cesare di divulgazione di materiale dichiaratamente osceno. Che dire allora di certe immagini della mitologia classica o di taluni versi di Catullo che, mi pare di ricordare, si fanno solitamente studiare al liceo classico: Pedicabo ego vos et irrumabo, scriveva.

Dichiaratamente oscena è, piuttosto, l’idea che sta emergendo sullo sfondo di questa e di altre simili vicende di censura selvaggia, cioé che gli studenti italiani non siano in grado di elaborare nozioni o che la sessualità debba rimanere al di fuori delle scuole. Questo, sì, è una follia, in un Paese come il nostro, dove non si può parlare di bullismo perché altrimenti si viola il diritto dei genitori ad educare i loro figli, mentre nulla si dice sul diritto degli studenti di vivere una scuola senza bullismo, discriminazione o prevaricazione.

Come certe persone riescano in piena coscienza a coniugare difesa della vita e complicità nel bullismo, ancora non l’ho capito.

Il Fatto Quotidiano
29 04 2014

Nonostante i veti del Vaticano, c’è chi continua ancora a credere che, per una società più civile, sia necessario educare bimbi e ragazzi a combattere gli stereotipi di genere, causa di intolleranza, discriminazioni e disparità. Così fa la casa editrice Settenove che ha pubblicato due libri. Il primo, “Ettore, l’uomo straordinariamente forte“, è un volumetto illustrato realizzato da Magali Le Huche, autrice francese che a soli 34 anni ha all’attivo già una trentina di libri per l’infanzia.

Il suo ultimo lavoro tradotto in italiano racconta la storia di un circense, Ettore, capace di imprese straordinarie, come sollevare due lavatrici con un dito oppure tirare un carrello pieno di leoni con i denti. Saltimbanchi, ballerine e giocolieri lo ammirano. Ettore però ha un segreto: lontano dal tendone, nella sua roulotte, ama fare la maglia e lavorare all’uncinetto. Un’attività che tiene nascosta perché, nell’immaginario comune, a un vero uomo non s’addice dilettarsi con ferri e merletti. Un giorno il suo segreto viene scoperto da due colleghi, i domatori di leoni, invidiosi del suo talento, che lo deridono davanti a tutti per la sua passione. Non tutto il male vien per nuocere, comunque, perché Ettore riuscirà a dimostrare che fare la maglia è più utile di quanto si creda in seguito a una tempesta che porta via tutti i vestiti del circo e anche il tendone.

Il secondo libro, dal titolo “Mi piace Spiderman e allora?“, è scritto da Giorgia Vezzoli – che cura anche il blog ‘Vita da streghe’ - con illustrazioni di Massimiliano Di Lauro e racconta la storia di Cloe che ha sei anni e adora fare cose “da maschi”. Le piace andare a scuola con la cartella di Spiderman che tutti, ad eccezione dei suoi genitori, considerano però non adatta a una bimba. Cloe vorrebbe anche giocare a calcio con i suoi compagni, adora le magliette dei supereroi e ha un pungiball coi guantoni per sfogarsi “come Rocky” quando è arrabbiata. Il libro affronta varie tematiche legate agli stereotipi, alla graduale consapevolezza della propria identità di genere ma anche al confronto tra i bambini: il problema dei giocattoli sessisti e la distanza tra la complessità sociale e culturale che Cloe incontra e il mondo ritratto nei libri per l’infanzia.

Entrambi i testi si inseriscono in una tendenza presente anche all’estero, di libri, giocattoli e film, per la decostruzione degli stereotipi di genere nell’infanzia. Molto popolare, negli Stati Uniti, è “A mighty girl” (Una ragazza potente), un sito dove è possibile acquistare fumetti, romanzi, libri illustrati, giochi in scatola, costumi da supereroe, per bambine fuori dagli schemi del rosa e delle bambole. E per fare capire l’importanza di un’educazione al di là del genere è da poco uscito un documentario che ha fatto discutere. Si intitola “The mask you live in” (“La maschera che ti porti addosso”) e si occupa del modo in cui vengono educati gli uomini alla “mascolinità” fin da piccoli: a non piangere, a non mostrare emozioni, a non chiedere aiuto quando si sentono in difficoltà, ad atteggiarsi a forti e senza paura, ad associare il rispetto alla violenza. Una modalità di educazione che causa gravi problemi, dei quali si preferisce non parlare. Secondo il documentario, negli Stati Uniti più della metà degli uomini e dei teenager che si trovano in situazioni di difficoltà psicologica non chiede aiuto, una situazione che può portare fino al suicidio.

Il video fa parte di un progetto più ampio chiamato “The representation project” (“Il progetto rappresentazione”) che nel 2011 ha portato alla realizzazione di un documentario sugli stereotipi mediatici con cui crescono le bambine e le ragazzine , con interviste a celebrity come Jane Fonda e Rosario Dawson, che ha partecipato a numerosi festival (tra cui il Sundance) e che ha vinto diversi premi.

L’Espresso
16 04 2014

Ettore il macho che nasconde un segreto. Il papà che aspetta un figlio. Cloe, sei anni, che vuole lo zaino di Spiderman. Sono alcune delle storie di "settenove", una piccola casa editrice fondata pochi mesi fa. Con un obiettivo: superare i pregiudizi. Per combattere la violenza sulle donne. Trasmettendo la parità ai più piccoli. Parla la fondatrice, Monica Martinelli.

di Francesca Sironi

Ettore è un uomo STRAORDINARIAMENTE forte. Ammirato dal pubblico e invidiato dai colleghi. Ma non è un macho come gli altri. Ha un segreto: ama lavorare a maglia. Lo deve fare però di nascosto; ai maschi non sono permessi passatempi tanto femminili. E infatti il forzuto sollevatore di pesi con un debole per l'angora, alla fine, si troverà a difendere la sua “diversa” mascolinità.

Quella di Ettore è solo una delle sette storie pubblicate da “ settenove ”, piccolissima casa editrice fondata a settembre del 2013 a Cagli, nelle Marche, dalla trentenne Monica Martinelli. Una laureata in giurisprudenza che ha un obiettivo: fare qualcosa contro la violenza sulle donne.

Ad ogni inchiesta sul dramma continuo dei femminicidi emerge: l'unico modo per affrontare davvero il problema – che è un problema culturale e non un'emergenza - è partire dall'educazione. Sì, ma come? Martinelli ha deciso di farlo con le favole. Storie magiche, fantastiche eppure estremamente realistiche che raccontano coppie, famiglie e avventure con uno sguardo diverso. Perché le principesse non sono per forza bambole vestite di rosa e destinate ad attendere tutta la vita uno sposo; i papà aspettano i figli come le mamme, nel senso che si preparano al loro arrivo con lo stesso entusiasmo; e le bambine come Cloe sfidano i pregiudizi indossando zainetti di Spiderman scuola.

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