Altri episodi, istituzionalmente meno gravi, ma non meno rilevanti, hanno mostrato una campagna di settori dell'opinione pubblica contro l'introduzione della cosiddetta teoria del gender nelle istituzioni scolastiche del paese. Vorremmo segnalare la parzialità e anche l'erroneità delle affermazioni che hanno accompagnato questi episodi. ...

Ribellarsi in rosa

  • Martedì, 01 Aprile 2014 08:28 ,
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Lipperatura
01 04 2014

Rosa è rosa è rosa è rosa. Che male c’è? Il rosa è il simbolo del femminile. Ma non è che un simbolo e non conta.
Balle, i simboli contano sempre. Anzi: senza agire sui medesimi tutto fugge via. Rosa, dunque, è ancora oggi, anno 2014, il mondo delle donne (quote rosa, governo rosa) e delle bambine. Rosa la loro Playstation, i loro telefonini, le copertine dei loro magazine, i capelli delle ninja dei cartoni animati, rosa i blog delle dodicenni, rosa la letteratura usa e getta della sorelle appena più grandi.
Nel saggio Spot generation, la psicologa Francesca Romana Puggelli scriveva:

“E’ opinione comune che i maschi desiderino il potere, l’azione e vogliano avere successo. Al contrario, si crede che le femmine vogliano esercitare fascino. Nonostante l’idea della forza femminile (l’idea che le ragazze siano energiche e attive) sia oggi entrata a far parte del pantheon dei bisogni primari, permangono tuttavia gli stereotipi, e il femminile – anche se energico- rimane legato alle tradizionali idee di fascino e femminilità. Nelle pubblicità, queste idee si traducono in formule standard. … Per esempio, nelle pubblicità di prodotti unisex, tre protagonisti su quattro saranno maschi. Le bambine vengono mostrate solo nelle pubblicità di prodotti femminili. Il motivo di questa convenzione è che i bambini sono più intolleranti per quanto riguarda l’identità sessuale e molto sensibili a qualunque cosa sappia di femminile. Un’altra differenza è che le femmine vengono più spesso ritratte negli spazi domestici, mentre i bambini all’aria aperta. Anche se alle ragazze non è più richiesto un atteggiamento passivo, le differenze comportamentali permangono: per esempio, i maschi sono più frequentemente ritratti in comportamenti antisociali, mentre le femmine agiscono esclusivamente all’interno dei codici conformi alle consuetudini sociali”.

Dall’indagine di Puggelli, insomma, appare che gli spot rivolti ai bambini sono ancor più stereotipati nella rappresentazione di genere rispetto a quelli degli adulti: le femmine sono più basse e più simili fra loro, sono più passive, conformiste, presentate in ambienti chiusi. Gli spot con bambini usufruiscono di musica ad alto volume e rapidi cambi di camera, quelli con le bambine hanno poche inquadrature, molte dissolvenze, e i colori sono inevitabilmente quelli del rosa o, al massimo, del rosso. “Anche dal punto di vista delle azioni mostrate, solo ai maschi sono concessi comportamenti anti-sociali (atti di aggressione, confronto fisico, ecc.), mentre gli spot rivolti alle femmine tendono a essere caratterizzati da modelli di comportamento più passivi e meno fisici, in quanto devono essere inquadrate nel socialmente accettabile”. Ancora. Mentre le bambine interagiscono con il giocattolo (che in genere è rosa, morbido, legato ad attività di cura materna o di sviluppo della bellezza), i maschi corrono, saltano, entrano in competizione o sono impegnati in esperimenti, “perpetuando così l’immagine del maschio intelligente, curioso, sempre pronto a sperimentare e imparare cose nuove”.

Questo avveniva nove anni fa. Avviene ancora? Per molta parte sì. Certo, ci sono nuove eroine che vengono proposte, e molte di queste eroine sono coraggiose, libere, carismatiche. Basti pensare a Daenerys Targaryen di Game of Thrones (che è riservata alle sorelle maggiori, ma come si sa gli oggetti del desiderio non hanno età) o a Katniss Everdeen di Hunger Games.
Dunque, l’industria dei giocattoli si adegua, e provvede a fornire le ragazze di pistole e archi. Un segno? Forse. Un simbolo? Ancora e per sempre.
Perché quegli archi e quelle pistole sono, naturalmente, rosa.

Quando l’omofobia viene spacciata per libertà educativa

  • Martedì, 25 Marzo 2014 09:04 ,
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Un altro genere di comunicazione
25 03 2014

“Piccolo blu e Piccolo giallo” è un libro diventato un classico della letteratura per l’infanzia, racconta la storia di due macchie di colore diverso, che si incontrano e si fondono in una storia di amicizia e di riceproco rispetto delle diversità.

“Pezzettino” è la storia di chi si sente diverso dagli altri e si incammina alla ricerca della propria identità per trovarla alla fine in se stesso e festeggiare con gli amici questa scoperta.

“E con Tango siamo in tre” racconta la vicenda di due pinguini maschi che trovano un uovo abbandonato e decidono di covarlo e crescere insieme il piccolo.

Immagine di una perisolosa famiglia “non tradizionale” dal libro Con tango siamo in tre
Questi sono tre dei titoli facenti parte del progetto “Leggere senza stereotipi” promosso dal comune di Venezia. Lo scopo del progetto è quello di rifornire le biblioteche delle scuole dell’infanzia del comune di testi che raccontino ai bambini e alle bambine la diversità e il rispetto, che siano privi di stereotipi di genere e che illustrino la pluralità delle situazioni familiari in cui questi bambini e queste bambine crescono.
Sull’iniziativa del comune di Venezia è piovuta una pioggia di critiche, i libri a stereotipi zero sono diventati “le favole gay”, Giovanardi ha dato in escandescenza, il senatore Udc Antonio De Poli ha diffidato il Comune di Venezia, le pagine de Il Giornale e del Corriere della Sera si sono riempite di editoriali preoccupatissimi della sorte di Biancaneve e Cenerentola ormai obsolete.
Bisognava bloccare le “favole gay” così come è stato fatto per i fascicoli Unar, progetto di formazione rivolto alle/agli insegnanti contro il bullismo omofobico, altrimenti….
altrimenti i bambini e le bambine avrebbero rischiato di sviluppare sin da piccol* una propensione al rispetto e alla tolleranza; avrebbero imparato che esistono famiglie composte da una mamma e un papà, che in alcune di queste famiglie la mamma e il papà non vivono più insieme, che alcuni hanno solo la mamma o solo il papà, che esistono anche famiglie dove i papà sono due o le mamme sono due; avrebbero potuto scoprire che anche un uomo può crescere un/una bambin* e occuparsi di mansioni genitoriali, avrebbero imparato che non è giusto prendere ingiro il compagno o la compagna perchè troppo grass*, bass*, per i vestiti che porta o i giochi con cui ama giocare, avrebbero avuto occasioni in più per diventare delle persone migliori. Come curiosi e desiderosi di sapere si sono rivelati i ragazzi e le ragazze del Liceo Muratori di Modena, volevano parlare di transessualità e transgenderismo alla loro assemblea e avevano inviato chi di questi temi si occupa, vivendoli anche in prima persona, ma i genitori di quest* ragazz* non hanno permesso a Vladimir Luxuria, l’ospite scelta dagli/dalle stess* ragazz*, di parlare. L’hanno zittita in nome della libertà di pensiero ed espressione. Hanno invocato un contraddittorio, ad esempio un prete.
Con uno piccolo sforzo di fantasia cerchiamo di immaginare quale sarebbe potuta essere la tesi sostenuta dal contraddittorio cattolico: “Abominio della natura, andrai all’inferno, pentiti o brucerai tra le fiamme” a me viene in mente una cosa del genere.
Mi chiedo anche come mai in questo caso, in cui in una scuola pubblica e laica si parlava di interruzione volontaria di gravidanza con relatori e relatrici appartenenti tutt* all’area cattolica “prolife”, non sia stato chiesto un contraddittorio.
La chiamano ‘ideologia del gender”, gender al posto di genere perchè l’espressione inglese dà l’idea di qualcosa di estraneo alla cultuta italiana e quindi pericoloso, ideologia perchè ignorano il vero significato di questo termine.
Nessun* chiederebbe un contraddittorio per una iniziativa contro il razzismo, ma lo chiedono per una iniziativa contro la transfobia. Perchè? Perchè offendere o giudicare una persona in base all’etnia è considerato razzismo e offendere o giudicare una persona in base all’orientamento sessuale è considerato libertà di espressione?
Il sottosegretario all’istruzione Gabriele Toccafondi si è scagliato sulle pagine di Tempi.it contro l’ingresso nelle scuole della “ideologia gender” invocando la libertà di educazione dei genitori. Applausi quindi a quelle mamme e a quei padri che hanno impedito che Valdimir Luxuria parlasse in assemblea, hanno fatto valere la loro libertà di educazione, peccato non abbiamo rispettato però la libertà di educazione dei genitori che avrebbero voluto invece che si parlasse di omosessualità e transgenderismo a scuola, così come non hanno rispettato la volontà e la libertà dei propri figli e delle proprie figlie che avevano proposto quelle tematiche per la loro assemblea.
Le discriminazioni in base al sesso, al genere e all’orientamento sessuale non sono opinioni, non si ha la libertà di offendere una persona, di giudicarla, di negarle diritti perchè gay, lesbica, bisessuale, transessuale ecc, perchè qui è di difesa dei diritti che stiamo parlando, no della mia opinione contro o la tua.
E’ gravissimo che esternazioni del genere provengano da chi ricopre una carica istituzionale, è assurdo che vengano fatte passare per ideologie o negazione delle libertà altrui elementi basilari di uguaglianza e parità.
Si invoca la libertà educativa dei genitori anche in difesa dei finanziamenti alle scuole private paritarie, di cui questo governo con i suoi ministri e le sue ministre è grande difensore, considerando che la gran parte di queste scuole sono istituti religiosi, mi chiedo perchè non si parli mai della libertà dei bambini e delle bambine a ricevere una educazione laica e pluralista, perchè non si parli mai del diritto degli studenti e delle studentesse ad avere gli strumenti per essere delle persone migliori, migliori dei genitori che si indignano per due pinguini maschi che covano un uovo, migliori del ministro Toccafondi.

Educazione sentimentale a Scuola per quali sentimenti

  • Mercoledì, 02 Ottobre 2013 07:49 ,
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L'Unita'
02 10 2013

Molti di noi hanno letto sui giornali in merito a diverse iniziative autonome sull’educazione sentimentale a scuola. Tra gli emendamenti al Decreto contro il Femminicidio, inoltre, ce n’è uno che riguarda proprio la proposta di inserimento dell’ “educazione sentimentale” a scuola come insegnamento autonomo. Iniziative apprezzabilinelle intenzioni ma da valutare con estrema cautela.

Aderisco alla lettera inviata da Graziella Priulla, docente di questioni di genere, presso l’Università di Catania richiamando riflessioni e attenzione su un tema così delicato.

Che vuol dire “educazione sentimentale”? Chi la insegna? In base a quale formazione professionale, seguendo che curriculo scolastico, quale metodo, quali contenuti? Con che criteri? Di tipo disciplinare, pedagogico, didattico, psicopedagogico,..?

Negli altri paesi, riguardo l’educazione di genere, come è più corretto individuarla e definirla, non “educazione sentimentale” bensì di genere, le politiche scolastiche distinguono correttamente vari ambiti e azioni: quello dell’educazione sessuale, condotta da personale medico-sanitario, l’educazione di genere, che ha un contenuto metodologico-scientifico-culturale condotta da insegnanti disciplinari, cioè con un programma definito ministerialmente in un insegnamento specifico, oppure l’attività trasversale interdisciplinare che attiene a tutti gli insegnamenti in merito alla rimozione di stereotipi o linguaggi sessisti, condotta direttamente dagli insegnanti, formati e sensibilizzati.

Dunque l’educazione di genere più in generale può essere o un insegnamento specifico o una declinazione dell’educazione al rispetto e al riconoscimento dell’altro, con una sensibilizzazione specifica verso la consapevolezza di genere, che permea tutta la metodologia didattica, non un insegnamento specifico. In entrambi i casi comunque interferisce con estrema cautela col delicatissimo ambito della formazione dei sentimenti di un/a ragazzo/a in crescita se non come riflesso culturale.

E da noi? Dopo anni di assenza di interesse e riflessioni collettive o della politica intorno alle tematiche educative di genere ci sembra che ci sia una tendenza opposta, la iper attenzione, che, anche se la salutiamo con soddisfazione, senza un adeguato approfondimento preventivo dal punto di vista metodologico, scientifico e di metodo rischia di creare equivoci e confusione, se non danni.

Mi pare che ci si stia accodando al boom di sensibilizzazione tirandoci dentro la scuola senza nessun approfondimento serio e specifico, pur essendo la scuola il terreno principe dell’educazione e delle educazioni. Intanto non abbiam chiaro nel dibattito attuale, e il caso Barilla ne è un esempio, se le questioni di genere debbano esplicarsi in riflessioni sui processi culturali o morali e qual è il confine tra le riflessioni “morali” o “sentimentali” e la “libertà”.

Qual è il confine tra “al di qua” e “al di là” di un complesso educativo/comportamentale “etico collettivo” che qualcuno di noi è in grado di sostenere o condividere o trasferire? Ancor più difficile diventa il terreno di riflessione se tutto ciò lo trasferiamo a ragazzi e ragazze in crescita.

Cos’è l’Educazione Sentimentale? Qualcuno può dirmelo?

Se cerco su un dizionario enciclopedico trovo che “L’educazione sentimentale è un romanzo di Gustave Flaubert, scritto nel periodo che va dal 1864 al 1869, e pubblicato nello stesso anno, suddiviso in tre parti, delle quali le prime due contano sei capitoli ciascuna, mentre l’ultima sette”, dunque in pieno periodo romantico.

Qualcuno/a si sveglia la mattina e decide di fare “educazione sentimentale”? Decidendo in modo non meglio definito che si debbano trasformare in insegnamenti “sentimenti buoni” o ”cattivi”? C’è una Commissione del Sentimento? Ne fa parte Lord Byron o Madame Bovary?

Con quali strumenti professionali di tipo pedagogico-didattico, se non medico-psicologico? Con quale formazione o abilitazione? Con quali effetti di tipo psicologico sui ragazzi? Operativamente in cosa consiste? E anche, con quali risorse si accede a questo insegnamento? C’è un concorso? In un momento di precariato e di criticità sul reclutamento scolastico? Troppa confusione, un po’ di superficialità e poca accortezza. Si tratta di educazione e di processi educativi. Andarci con le pinze. Non credete?

Qualcosa però si può fare e si deve fare, intanto che si attivano percorsi di ricerca scientifica e di riflessione negli ambiti e nelle sedi preposte a farlo prima di arrivare nelle classi. Qualcosa che è già stato studiato, sperimentato e proposto.

Ad esempio suggerire un adeguamento degli strumenti chiave con cui si trasmettono gli insegnamenti, cioè i libri di testo, e rimuovendo da questi in modo attento stereotipi e linguaggio sessisti, adeguandoli all’oggi. Lo dice persino Papa Francesco, apriamoci alla modernità, ma con criterio: i libri di scuola sono fucine di discriminazioni e stereotipi inalterati e trasmessi senza grossi mutamenti dall’epoca di Flaubert, anzi, prima ancora dall’ Emilio di Rousseau direi…di cui abbiam festeggiato il 250esimo lo scorso anno.

Proponiamo di adottare ad esempio il Codice Polite, che abbiamo promosso con una petizione, e di cui da tempo ne proponiamo l’adozione normativa, un Codice messo a punto alla fine degli anni 90, da una Commissione Interdisciplinare di esperti di vari ambiti e vari Paesi in merito alla rimozione degli stereotipi e dei linguaggi sessisti dai libri di testo e alla presenza del femminile e dei generi nei contenuti trasmessi dai libri.

Ci sembra una via più corretta, sperimentata, che offre strumenti di lavoro e di sensibilizzazione in modo semplice e strutturato alle insegnanti e agli insegnanti, agli studenti e alle studentesse. Senza attivare esperienze non meglio definite o sperimentate e senza gravare sulle casse dello Stato. Attenendosi a criteri scientifico-culturali. Intanto che si elaborano linee guida nei curriculi scolastici sulle tematiche di genere, dal punto di vista metodologico e di contenuto, per capire se è meglio attivare insegnamenti specifici o formare e preformare tutti gli insegnamenti attraverso metodologie didattiche nuove e attente, è meglio non affidarsi ad “apprendisti stregoni”, anche in assoluta buona fede, in grado poi di non controllare i complessi processi che si attivano.

Sul Codice Polite è stato presentato un emendamento al Decreto Scuola adesso in discussione.

Mila Spicola

Per chi volesse approfondire allego a seguire la lettera di Graziella Priulla e il testo dell’emendamento sul Codice Polite

“Gentili deputate,

Molte di noi, impegnate a vario titolo sul fronte della didattica, non sono d’accordo con l’ora di “educazione sentimentale” nelle scuole. C’è in proposito un dibattito non solo sulle riviste specializzate, ma anche su facebook, e le insegnanti e le loro associazioni mi paiono sostanzialmente concordi.
Cosa ben diversa è l’educazione di genere, da considerare trasversale nei percorsi scolastici e nei programmi di tutte le discipline, e non confinata in uno spazio che tra l’altro rischia di fare la fine dell’educazione civica e dell’ educazione alimentare. Abbiamo prodotto negli anni un ricco materiale, esistono buoni libri. Ci vuole rigore metodologico e culturale, ci vuole preparazione specifica.
L’educazione al rispetto reciproco dovrebbe esser già ovvia per la scuola, e se non c’è stata finora non sarà un’ora in più a farla praticare.
Passa dai modelli di comportamento quotidiani, dalle relazioni, e dalla quotidiana e paziente decostruzione degli stereotipi: non da un’ora riempita non si sa bene di che cosa .

I miei dubbi nascono non da qualche elucubrazione teorica, ma dalle centinaia di ore che ho passato nella formazione dei futuri docenti e dei docenti in servizio: non è questo che chiedono, non è questo che serve. Vogliono libri di testo diversi, programmi più attuali.
Discutere in classe degli accidentati percorsi delle conquiste femminili (nell’ora di storia, nell’ora di filosofia, nell’ora di italiano, nell’ora di religione, nell’ora di scienze ecc.), parlare delle culture che hanno sostenuto e sostengono il patriarcato, ritrovare figure e sguardi femminili che la storia ufficiale ha ignorato, consentirebbe tra l’altro di introdurre finalmente nelle aule la storia del ’900: lo sapete – tanto per fare degli esempi – che nessuna delle ragazze dei miei corsi sa quando è stato introdotto il divorzio o quando le donne hanno potuto votare, che cos’era il delitto d’onore, che cosa sono le politiche di parità, che cos’è il tetto di cristallo, che significa grammatica sessista e via discorrendo …? Sapete che i ragazzi credono che esista ancora il capofamiglia? sapete che nessuno di loro ha mai sentito parlare della dialettica natura/cultura?
Il lavoro da fare è immenso, ma dobbiamo partire col piede giusto.” Graziella Priulla, sociologa della comunicazione e della cultura, docente ordinaria diSociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Catania, Catania”

Il testo dell’Emendamento per l’adozione del Codice Polite:

CAMERA DEI DEPUTATI

Gruppo Parlamentare Partito Democratico

Testo emendamento:

Dopo l’articolo 6 del disegno di legge n. 1574, “Conversione in legge del decreto-legge 12 settembre 2013, n. 104, recante misure urgenti in materia di istruzione, università e ricerca”, aggiungere l’articolo 6 bis:

Si sollecita e si propone alle case editrici che tutti i libri di testo adottabili in ambito scolastico rispettino le indicazioni contenute nel Codice di Autoregolamentazione Polite (Pari Opportunità nei Libri di Testo), esplicitate operativamente nei due Vademecum allegati al Codice, attraverso una dichiarazione di adesione al medesimo Codice. Si sollecitano e si propone ai docenti di adottare libri di testo scolastici che rispettino le indicazioni contenute nel Codice di Autoregolamentazione Polite (esplicitate operativamente nei due Vademecum allegati al Codice) e che recano una dichiarazione di adesione al medesimo Codice.
On. Simona Malpezzi

On Davide Faraone

Motivazioni

il Parlamento ha ratificato la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, fatta a Istanbul l’11 maggio 2011. Con un crescendo sempre più drammatico si registrano sempre più innumerevoli casi di violenza sulle donne e di femminicidi i cui numeri non sono più tollerabili e nei rigardi della quale tematica si stanno mettendo in campo misure a tutela delle donne; tra le diverse azioni da adottare per contrastare tali fenomeni, prioritaria è quella volta a prevenire discriminazioni e sessismi prima che degenerino in meccanismi patologici di violenze sulle donne; tale azione, per la sua specifica valenza, è da svolgersi prioritariamente in campo educativo attraverso interventi non estemporanei o generici ma da programmare all’interno del sistema scolastico, sulla scorta di quanto avviene già a livello europeo.

Tutti i Paesi membri hanno predisposto in campo educativo e scolastico strumenti di sensibilizzazione e di lotta contro gli stereotipi. In particolare, già con il Quarto Programma d’azione (1996-2000) la politica europea delle pari opportunità si era integrata in tutti i settori e nelle azioni dell’Unione e degli Stati membri, ivi compresa l’azione educativa che si svolge nella scuola, pur nel rispetto delle peculiarità e tradizioni dei singoli Stati.

La Comunità Europea, con l’obiettivo strategico B4, “Formazione a una cultura della differenza di genere”, ha stabilito la necessità “di recepire, nell’ambito delle proposte di riforma della scuola, dell’università, della didattica, i saperi innovativi delle donne, nel promuovere l’approfondimento culturale e l’educazione al rispetto della differenza di genere”.

In tale prospettiva si collocano azioni europee e nazionali relative al settore educativo che devono procedere in due direzioni specifiche, la prima: fissare tra gli obiettivi nazionali dell’insegnamento e delle linee generali dei curriculi scolastici la cultura della parità di genere e il superamento degli stereotipi; la seconda, l’intervento sui libri di testo, riconosciuti in tutte le sedi internazionali, come un’area particolarmente sensibile per le politiche per le politiche delle pari opportunità.

Il nostro Governo, con una Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 27 marzo 1997 (GU 21.5.1997, n.116) recante “Azioni volte a promuovere l’attribuzione di poteri e responsabilità alle donne, a riconoscere e garantire libertà di scelte e qualità sociale a donne e uomini”, già da allora ha posto tra gli obiettivi prioritari volti a promuovere la parità di opportunità tra uomini e donne “la formazione a una cultura della differenza di genere” ed ha individuato tra le azioni specifiche di tale obiettivo l’aggiornamento dei materiali didattici.

In quel contesto si colloca il progetto POLITE (Pari Opportunità nei Libri di Testo) che, nel 1999, ha visto l’AIE, editori italiani associati, impegnati a darsi un codice di autoregolamentazione volto a garantire che nella progettazione e nella realizzazione dei libri di testo e dei materiali didattici vi fosse attenzione allo sviluppo dell’identità di genere e alla rimozione degli stereotipi, come fattore decisivo nell’ambito dell’educazione complessiva dei soggetti in formazione.

Tuttavia, il codice POLITE elaborato, scritto e approvato dalla quella partnership, non è mai stato recepito come norma specifica da valere erga omnes e tutt’ora è stata vanifica la pur lodevole e necessaria iniziativa.

Di recente, una petizione pubblica alla quale hanno aderito più di tredicimila persone, ha chiesto, analogamente a quanto avviene in quasi tutti i paesi membri dell’Unione Europea, l’adozione di provvedimenti da introdursi in ambito scolastico volti a perseguire la cultura del rispetto e della consapevolezza delle identità di genere, in particolare, l’adozione proprio del Codice POLITE con l’introduzione di azioni specifiche da attuarsi in campo scolastico-educativo attraverso metodologie e contenuti volti alla diffusione di una cultura rispettosa delle identità di genere e alla rimozione degli stereotipi sessisti.

Ecco perché il presente emendamento, diretto all’attenzione delle case editrici e dei docenti, suggerisce e stimola l’adozione di tale Codice da parte delle case editrici come compendio di indicazioni operative per redarre libri secondo una moderna e aggiornata visione di genere, e suggerisce ai docenti l’adozione di testi redatti seguendo quelle indicazioni.

Si suggerisce e stimola dunque un libero incontro tra domanda e offerta in un momento in cui la sensibilizzazione verso la promozione di una sana cultura delle relazioni tra i generi è più che mai attuale e necessaria.

Un altro genere di comunicazione
25 09 2013

UAGDC aveva già sottoscritto la petizione per bloccare il programma prima della messa in onda (la trovate qui). E se ne erano illustrate le motivazioni qui.

Guardaroba Perfetto Kids&Teens veicola i soliti stereotipi di genere, mette sotto pressione le bambine spingendole verso l’idea che non si deve solo essere belle, ma anche femminili nel senso comune del termine: frivole, alla moda, relegate i quei ruoli che alle donne sono riservati fin dall’infanzia. Il tutto sotto la guida, per la bambina di turno, di una donna adulta che le insegna a vestirsi in modo consono ovviamente secondo il principio dell’equazione femminile è seducente.

teens jpgGuardaroba Perfetto Kids&Teens non ha utilità sociale e scoraggia la creatività delle bambine, omologandole; insegna fin dall’infanzia che il corpo ha un valore definito da altri, in ogni sua parte, e che alcune parti vanno valorizzate, altre nascoste. Spiega loro che il non essere vestite “come si deve” le manderà incontro a una vera e propria riprovazione sociale.

Per chi diceva che bisognava aspettare di vedere il programma per giudicarlo, direi che abbiamo visto quello che c’era da vedere: abbiamo visto bambine e ragazzine incoraggiate e consigliate da un’adulta che dice loro come vestirsi “per stare bene”, secondo criteri adulti e secondo stereotipi evidenti e svilenti.

Ma soprattutto, abbiamo visto i commenti che gli spettatori hanno fatto sui kids&teens che hanno partecipato al programma. Basta fare una ricerca su Twitter, per incontrare i peggiori stereotipi di sempre. Riferiti a bambine e ragazzine.

Le bambine sono idiote, cresceranno zoccole, sono troiette, sono cesse. Fino al delirio del “quando sarai grande … sarà felicissimo di incontrarti“.

Rinnoviamo l’appello: firmate, firmate, firmate.

Perché se non ci si oppone a questa strumentalizzazione vergognosa, a questo vero e proprio furto dell’infanzia, non usciremo mai dagli stereotipi che segnano le vite di ognuno di noi, fin dall’età più tenera che dovrebbe essere libera.

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