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L’unica strada è la scuola

  • Martedì, 24 Settembre 2013 08:23 ,
  • Pubblicato in Flash news

Lipperatura
24 09 2013

Ci vorrà tempo, e non poco. Anche perché nei paesi dove questo lavoro è già cominciato il numero dei femminicidi è alto, altissimo: a dimostrazione che la strada è lunga. Ci vorrà tempo affinché i giovani uomini (e quelli meno giovani) comprendano che parlare di parità di genere non significa metterli da parte, sminuirli, sottrarre loro affetto (e perché comprendano che l’affetto non viene fornito di default), renderli bersaglio di un complotto che vuole annientarli. Ci vorrà tempo affinché le giovani donne (e quelle meno giovani) comprendano che parlare di parità di genere non significa limitarne la libertà, indottrinarle, coprire le scollature, e neanche definirle buone a prescindere e prendere, a prescindere, le loro parti. Ci vorrà tempo per attenuare gli effetti degli errori fatti, a volte in buona e a volte in pessima fede. Ma credo che notizie come quella che trovate qui sotto, raccontata stamattina da Maria Novella De Luca e Diego Longhin, portino speranza. E ne abbiamo bisogno.

Bambini a lezione di “rispetto tra i generi” per combattere omofobia, razzismo, e rifiutare sempre e comunque la violenza sulle donne. Contro il femminicidio parte dal comune di Torino il primo progetto istituzionale in Italia di “educazione alla differenza” nelle scuole. Bambini e ragazzi chiamati a capire e scoprire cosa vuole dire la parità tra i sessi. Perché di fronte alla tragedia del femminicidio, e di tutte le nuove forme di razzismo, è da loro che bisogna ricominciare. Nelle aule dei più piccoli e in quelle dei più grandi, in palestra, fuori dalle scuole, nei campetti di calcio, all’oratorio. In quell’età acerba in cui molto si scopre, molto si sperimenta, ma subito si sovrappongono giudizi, stereotipi. Così nelle scuole elementari di Torino si analizzeranno fiabe e cartoni animati, e alle medie si discuterà di Storia, ma partendo, finalmente, dal punto di vista femminile. Educazione sentimentale 2.0. Se a Torino le “lezioni di genere” salgono in cattedra, il movimento è in realtà più ampio, è fatto di genitori, insegnanti, educatori, che hanno deciso di reagire, preoccupati dalla deriva “intollerante” delle generazioni più giovani. Quelle stesse che quando arriva l’adolescenza partecipano o subiscono le campagne su Facebook, dove il sesso è un’arma, e chiunque sia differente viene emarginato, con conseguenze a volte irreparabili. Gli adolescenti suicidi, il femminicidio, l’anoressia in nome di una bellezza impossibile… Spiega Umberto Magnoni, direttore del settore formazione del Comune di Torino: «Se ho la giusta percezione della differenza, se riconosco il ruolo dell’altro sesso, so anche che quella persona non è inferiore a me».
In Francia l’hanno chiamato “Abcd de l’egalitè”, un vero e proprio programma ministeriale per le scuole primarie, in Svezia sono ripartiti dagli asili, in Inghilterra dalle campagne contro i negozi di giocattoli troppo “sessisti“, in Italia molti licei organizzano spontaneamente corsi di “educazione di genere”. Gran parte di questi corsi, seguiti negli ultimi due anni da oltre sedicimila studenti, sono organizzati da un team coordinato da Lorella Zanardo, manager, scrittrice e autrice alcuni anni fa di un fondamentale documentario “Il corpo delle donne”, visto online da 5 milioni di persone. «Dopo il successo di quel documentario, in cui mostravo come i media mercificassero il corpo delle donne, ho ricevuto centinaia di richieste da parte di professori e professoresse, che mi chiedevano di incontrare i ragazzi proprio per parlare di questi temi, consapevoli di quanto la televisione influenzi i rapporti tra i sessi». Da qui è nato un fortunato progetto, “Nuovi occhi per i media”, con cui Zanardo e il suo team stanno girando le scuole d’Italia. «Mostriamo ai ragazzi i programmi che seguono di più, e poi senza mai criticare le scelte, proviamo a far vedere come dietro una semplice ripresa ci siano mille contenuti.
Uno dei tanti quiz di prima serata ad esempio: quando entra la candidata la telecamera prima inquadra le gambe, poi risale verso il seno, si ferma sulla scollatura, e infine mostra la faccia. Quando entra il candidato uomo lo zoom è subito sul volto…».
Una decostruzione dell’immagine insomma, che dopo le prime resistenze, i ragazzi iniziano a seguire. Perché, paradossalmente, i figli delle madri cresciute negli anni della lotta per la parità e del femminismo, stanno vivendo un salto all’indietro nel rapporto tra ragazzi e ragazze. Graziella Priulla, docente di Sociologia all’università di Catania, ha pubblicato di recente un manuale per le scuole superiori dal titolo “C’è differenza”. Un viaggio attraverso tutte quelle leggi, dal voto al divorzio all’aborto che hanno cambiato la vita delle donne. Ma un racconto anche della violenza maschile, e dello sfruttamento del corpo femminile. «Parlando con i miei studenti mi sono accorta che non sapevano nulla di tutto questo. Le ragazze cercano sempre di più di assomigliare a stereotipi tradizionali, i maschi si offendono se si chiede loro chi lava i piatti in famiglia…”.
Da una parte la sessualità sempre più esibita e precoce, dall’altra una grammatica dell’amore nutrita di simboli che si pensavano superati per sempre. «Nella mia classe ho delle studentesse brillantissime ma del tutto soggette alla volontà dei loro fidanzati coetanei», racconta Maria Monni, prof di Matematica di Cagliari. «Negli ultimi anni ho visto affievolirsi il sentimento di autonomia delle ragazze e aumentare il senso di orgoglio dei maschi in quanto maschi. Una vera regressione». Che ci sia ormai uno scarto infatti tra ciò che sono le bambine e le ragazze e la loro rappresentazione nella società è sempre più evidente. Lo sottolinea Irene Biemmi, ricercatrice di Scienza dell’Educazione all’università di Firenze, che ha analizzato decine di libri di testo delle scuole elementari, per descrivere poi il ruolo femminile che ne emerge. «Un’analisi sconfortante — ammette Biemmi — i maschi fanno almeno 50 professioni diverse, e molte prestigiose, e le donne soltanto 15, e tra queste ci sono la mamma, la fata e la strega…». E naturalmente anche la maestra, visto che l’82% del corpo docente è femminile, ma purtroppo e paradossalmente, «sono le stesse insegnanti a veicolare modelli arcaici, e infatti è proprio dalla loro formazione che si dovrebbe ricominciare».

La 27 Ora
12 09 2013

Gli stereotipi di genere nascono e crescono sui banchi di scuola. Già, perché che le femmine sono fragili e i maschi forti ce lo sentiamo ripetere fin da piccoli. E la colpa è anche un po’ dei libri dei testo e dei sussidiari che si rifanno alla tradizione narrativa delle fiabe. Dettagli? Non proprio, se si pensa che proprio alle elementari e alle medie i bambini si formano una coscienza di sé e degli altri. Se infatti tanto in questi mesi si è parlato di violenza di genere e di omofobia – lo abbiamo scritto anche su questo blog più volte – uno dei sistemi più efficaci per combattere le discriminazioni e i fenomeni di bullismo è di educare i ragazzi fin da piccoli al rispetto.

Un’impresa non facile. Soprattutto perché già sui banchi di scuola i bambini assimilano il concetto che uomo e donna sono diversi. Niente parità. Le principesse hanno un ruolo. E i principi un altro (ne avevo parlato anche qui). Basta infatti sfogliare le antologie adottate nelle scuole per rendersi conto che la disparità di genere si annida anche lì, tra i racconti e le fiabe.

Ad analizzare il tema è stata Irene Biemmi dell’Università di Firenze, autrice di “Educazione sessista. Stereotipi di genere nei libri delle elementari” (Rosenberg&Sellier, Torino 2010).

Quindi anche la scuola è sessista?

“Solitamente, quando si parla di pari opportunità, la scuola viene erroneamente percepita come un luogo protetto. Le statistiche ci dicono che le ragazze sono più brave e che l’80% del corpo docente è donna. Ma la scuola non è un’oasi felice, proprio come il web o la tv. E trasmette acriticamente gli stereotipi di genere”.

Quali sono gli strumenti attraverso i quali si trasmettono questi stereotipi?

“Uno di questi è il libro di testo. Analizzandone alcuni di 4° elementari mi sono concentrata sugli aggettivi che venivano utilizzati per i personaggi maschili e per quelli femminili. E il risultato è stato sorprendente. Gli uomini erano “audaci”, “coraggiosi”. Ma anche “irosi” e “violenti”. Mentre le donne erano “vanitose”, “pettegole”, oppure “dolci”, “sensibili” e “fragili”".

Intelligenti, mai…

“No, la dimensione che emerge per la sfera femminile è quella della debolezza. E per il lato maschile, anche se è presente la componente negativa dell’ira e della violenza, il concetto dominante è la forza. Ed è inutile dire come questo influenzi il comportamento dei ragazzini che un giorno diventeranno adulti. Ma non solo. A scuola si legittima e si giustifica una realtà che non esiste più. E si rimarca l’idea della differenza tra i sessi”.

Questo influenza anche i comportamenti tra bambini?

“Certo, se uno di loro è meno forte, meno maschio o più timido allora viene accusato di essere una femminuccia. Inoltre maschi e femmine si fanno un’idea distorta gli uni degli altri. Ma anche di se stessi”.

Torniamo ai libri di testo. Quali sono gli altri elementi che hai riscontrato?

“I personaggi maschili si muovono in spazi aperti e liberi, lavorano e si mostrano in pubblico. Mentre le femmine stanno chiuse in casa con il grembiule. Questa rappresentazione è chiaramente mutuata dalle fiabe. Ma le maestre, che dovrebbero invece spiegare ai bambini come questa dicotomia non corrisponda alla realtà, invece la seguono”.

Quindi è un paradosso: la scuola è per lo più femminile. Ma sono le stesse donne e maestre a replicare il modello di disparità?

“Già, ed è per questo che è particolarmente importante la formazione. All’Università di Firenze teniamo corsi universitari ad hoc. E presto seguirò una collana di testi per l’infanzia per Edt dedicata proprio alla questione di genere”.

E sui libri di testo cosa proponi?

“Devono cambiare. E devono essere adeguati e attualizzati. Con la consapevolezza che la parità di genere va insegnata. Fin da piccoli”.

Marta Serafini

L'apartheid dei giocattoli, l'hanno chiamato. Ma la dittatura dello shopping "sessista" sta vacillando in Gran Bretagna, sotto i colpi delle campagne di boicotaggio portate avanti dalle associazioni dei genitori. Hanno detto basta ai giochi divisi per genere, e hanno costretto il gigante del settore, la multinazionale americana Toys R Us, a piegarsi dopo una campagna scatenata instrada e sul web ...
Da dove cominciare per trasformare i Superman in "uomini veri" con le loro insicurezze? "A casa, con l'educazione dei nostri figli. A volte, anche la madre partecipa alla continuazione della specie dei Superman. Le donne devono liberarsi della tendenza a sottostimarsi, a considerarsi meno forti e capaci degli uomini, e a veicolare questa inferiorità ai loro figli". ...

Il Fatto Quotidiano
13 06 2013

Nelle scuole italiane ci sono buone pratiche per educare gli studenti e le studentesse al “genere”. Con questo termine si intendono tutte le lezioni e gli incontri che cercano di rompere gli stereotipi che riguardano il ruolo sociale, la rappresentazione e il significato dell’essere donne e uomini. Questi stereotipi – secondo i quali, ad esempio, le donne sarebbero destinate a svolgere certe mansioni, come essere dedite alla cura dei figli, degli anziani e della casa, e gli uomini invece fatti per il lavoro che produce reddito e la carriera - sono contenuti anche nei libri di testo. Lo dimostrata Irene Biemmi, ricercatrice universitaria, che ha analizzato dieci manuali per le scuole primarie e ha condensato il suo lavoro nel libro “Educazione sessista, stereotipi di genere nei libri delle elementari”.


Tiene corsi di educazione al genere partendo dall’analisi dei messaggi che arrivano dai media Lorella Zanardo, autrice de “Il corpo delle donne“, che dai suoi centinaia di interventi con le studentesse e gli studenti ha tratto il libro “Senza chiedere il permesso”. “Negli incontri, che spesso avvengono in scuole difficili, lavoro da sola oppure con un team di esperti di media – spiega Zanardo – Registriamo quotidianamente i programmi che le ragazze e i ragazzi guardano, come ad esempio “Uomini e donne” (trasmissione televisiva in onda su Canale 5 dal lunedì al venerdì alle 14.45, ndr), e poi li analizziamo, senza criticarli ma dando indicazioni su come viene usata la telecamera, come vengono fatte le inquadrature, che rappresentazione viene data degli uomini e delle donne. Quando gli studenti e le studentesse vedono che usiamo un linguaggio a loro familiare, quello delle immagini appunto, si aprono, si mettono in discussione. Ci accorgiamo che sono curiosi, avidi di apprendere nuovi punti di vista, spesso incapaci di esprimere i pensieri che hanno”.

Molti corsi sono stati tenuti in Toscana, dove Zanardo ha realizzato il progetto “Nuovi occhi per i media”, durante il quale ha formato 15 figure in “media education” che a loro volta hanno tenuto lezioni a 16mila studenti in due anni. Anche in Trentino Zanardo e il suo team hanno formato 15 esperti, neolaureati, che insegneranno educazione ai media e al genere in 100 scuole della Regione. “Metà del nostro lavoro è volontario, l’altra metà invece viene finanziata da enti e associazioni. Il problema è che riusciamo a soddisfare soltanto una piccola parte delle richieste”. Zanardo aggiunge poi che ci sarebbe bisogno di corsi di genere che al loro interno si occupino nello specifico di educazione sessuale, vista l’ignoranza persistente che regna tra i giovani nonostante l’invasione di pornografia che arriva anche da Internet. “E questo lo dico da madre di figli che frequentano le scuole a Milano, in cui parlare di questi temi è ancora tabù”.

Proprio di educazione alla sessualità e al genere si occupa l’associazione “L’ombelico” che ha diversi progetti a Milano e a Roma. A Milano “L’ombelico” ha organizzato in più di 60 classi, per un totale di 12 scuole primarie, l’iniziativa “Parole dette e non dette”, per prevenire le violenze sessuali e fornire consapevolezza sul proprio corpo. “Ragioniamo su cosa vuol dire essere maschi e femmine, su come ci rapporta alla sessualità anche in base alle diverse età, su come si crea il rispetto di sé e degli altri”, spiega Stefania Girelli, educatrice e coordinatrice dell’associazione. Un altro progetto, in corso a Roma, dal titolo “E se non fosse la cicogna? Le parole che aiutano grandi, piccoli e piccole a parlare di sessualità” è diretto ai genitori dei bambini che vanno agli asili nido, per aiutarli a combattere gli stereotipi di genere che si propongono, anche a livello inconscio, già dai primi mesi di vita. “Abbiamo deciso di iniziare dai genitori che hanno bimbi così piccoli perché è necessario che sviluppino presto consapevolezza rispetto a certe tematiche. Dagli incontri nelle scuole primarie, infatti, ci siamo accorti che i bambini di 9 e 10 anni sono già a contatto con la pornografia, che fruiscono attraverso siti porno e videogiochi collegati con chat, nell’inconsapevolezza totale delle famiglie”, dice Girelli. “L’ombelico” ha attivato poi il progetto “Io sono speciale”, un corso di educazione alla sessualità, alle scuole Baricco di Torino, Micca di Milano e Rovani di Sesto San Giovanni, in provincia di Milano. L’anno prossimo, invece, partiranno a Milano e Concorezzo, provincia di Monza e Brianza, corsi di formazione per insegnanti e genitori. Nel loro lavoro gli operatori de “L’ombelico” ispiriamo al documentario “Bomba libera tutti”.

E’ promosso dall’Unione donne in Italia (Udi) il progetto attivo da quattro anni a Modena, finanziato con il contributo della Fondazione cassa di risparmio di Modena e tenuto da Serena Ballista e Judith Pinnock, educatrici e autrici dei manuali “Bellezza femminile e verità, modelli e ruoli nella comunicazione sessista” e “A tavola con Platone”. Le scuole coinvolte quest’anno sono Venturi e Selmi di Modena e l’intera scuola media di Nonantola. “Facciamo dei laboratori di quattro incontri, di due ore ciascuno, che hanno come scopo il contrasto alla violenza di genere, che può sfociare, come dimostrano i tristi casi di cronaca riportati dai media, nel femminicidio – spiega Pinnock. – Inoltre ci occupiamo del tema della pubblicità sessista. Da parte delle studentesse e degli studenti, in genere, le reazioni ai nostri interventi didattici sono positive”. Le Udi di tutta Italia, all’interno della campagna “Immagini amiche”, hanno organizzato incontri di confronto in molte altre scuole d’Italia ma quello di Modena resta il solo con valore didattico. “Al Selmi – continua Pinnock – l’anno scolastico 2011/2012 è finito con temi su tracce legate alle tematiche di genere, che poi sono stati regolarmente valutati”.

La Provincia di Milano ha invece avviato il progetto – promosso dalla consigliera di Parità uscente Tatiana Biagioni – “Impari a scuola” che lo scorso anno ha coinvolto gli istituti milanesi Pisacane e Poerio, Beltrami, Molinari, Cfp Terragni. Attraverso tre incontri di due ore ciascuno ha formato gli insegnanti per fare in modo che l’educazione di genere venisse integrata con il resto delle materie come storia, storia dell’arte e italiano. Inoltre in alcune scuole, come al liceo tecnologico Molinari, sono stati creati dei moduli ad hoc per sensibilizzare gli studenti e le studentesse sulle tematiche di genere che hanno portato alla realizzazione di un video in cui, attraverso interviste, si dà uno spaccato di quali sono i ruoli all’interno delle famiglie degli alunni, e di un progetto di toponomastica.

Anche la Provincia di Monza ha aderito al progetto: nella scuola Elisa Sala, dopo il primo anno di sperimentazione, è stato inserito nel piano di studi un modulo permanente dedicato alle questioni di genere. Oltre alla formazione dei docenti, ci sono progetti anche per i genitori. Dopo una resistenza iniziale, sono in molti quelli che hanno partecipato agli incontri, durante i quali è stato proiettato il video “Ma il cielo è sempre più blu”.

Un’altra iniziativa, che deve ancora partire, si chiama “La filosofia è maschia” rivolto alle scuole superiori, ideato da Fiammetta Mariani, specializzanda in filosofia alla Sapienza di Roma, in collaborazione con Lorenzo Gasparrini, dottore di ricerca in Filosofia estetica sempre alla Sapienza. L’obiettivo del progetto è di offrire una “controdidattica” di genere in grado di fornire strumenti critici a ragazzi e ragazze su temi e questioni urgenti. “Il punto di partenza – racconta Mariani – è la decostruzione della didattica filosofica legata al pensiero della tradizione e mai sdoganata da una sostanziale narrazione patriarcale che esclude le donne”. Il progetto ha partecipato al contest di finanziamento dell’Associazione italiana per l’educazione demografica.

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