×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 404

Cose da maschi e cose da femmine

  • Mercoledì, 17 Aprile 2013 07:58 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Manifesto
17 04 2013

Nel novembre del 1972, in America, venne pubblicato un album che voleva sovvertire uno stereotipo molto diffuso e persistente: che esistono cose da maschi che le femmine non possono fare, che esistono cose da femmine che è vergognoso che i maschi facciano. Il disco si intitolava Free To Be…You and Me e aveva il preciso obiettivo di insegnare a bambini e bambine che ognuno di loro, a prescindere dal sesso, poteva essere libero di essere quel che era, oltre le strutture e gli stereotipi imposti dalla società.

Il mondo raccontato da Free To Be era quello di un luogo in cui le ragazze potevano crescere anche senza sposarsi o diventare madri e medici insieme. Ed era un luogo in cui i ragazzi potevano piangere o giocare con le bambole, senza venire disprezzati o umiliati. A un anno dalla sua uscita, nel 1972, Free To Be aveva venduto 95 mila copie e per un’intera generazione fu un vero e proprio punto di riferimento culturale e sociale, adottato con entusiasmo in molte scuole. Nel 1974 il libro basato sull’album divenne un best-seller e il programma televisivo che ne venne ricavato ricevette due importanti riconoscimenti televisivi: un Emmy Award e un Peabody Award.

L’idea venne all’attrice e produttrice Marlo Thomas celebre negli anni Settanta per la serie tv That Girl, che fin da bambina (il padre era l’attore Danny Thomas) frequentava e aveva molte conoscenze nel mondo dello spettacolo. Una sera Marlo Thomas fece visita alla nipote di tre anni e la sera, volendo leggerle delle fiabe, rimase molto delusa dai libri che c’erano nella sua cameretta. Gli stessi libri sui quali lei era cresciuta, pieni di principesse, infermiere e mamme, ma nessuno che potesse spingere la nipote a immaginare per lei, giovane donna, un mondo differente. Così provò a cercare in libreria racconti più adatti al periodo che stavano vivendo. Era l’inizio degli anni Settanta, quelli della cosiddetta liberazione femminile nata proprio nelle università degli Stati Uniti a partire dal 1963, e quelli di un vasto e radicale dibattito, sempre in ambito americano, sulla maternità e sulla sessualità delle donne. Ma anche anni in cui, in tutte le fiabe, la principessa era sempre bionda e il principe sempre azzurro.

 

Marlo Thomas a quel tempo aveva 34 anni, That Girl era arrivato ormai alla quinta stagione e aveva fatto il suo corso. Lei decise dunque che il prossimo progetto avrebbe dovuto occuparsi di bambini, per combattere gli stereotipi sessuali e promuovere la parità di genere. Nella convinzione che le storie che si raccontano possano cambiare il mondo, i ruoli e i modelli e che «far cadere dei miti su quello che le ragazze e i ragazzi potevano fare avrebbe anche cambiato l’idea di chi potevano essere». Fu nei primi mesi del 1972 che Marlo Thomas incontrò le donne che avrebbero reso possibile il suo progetto: Gloria Steinem, fondatrice di un’organizzazione femminista (Ms. Foundation for Women), Letty Cottin Pogrebin, giornalista di Ms. rivista che si occupava di diritti delle donne, Carole Hart, produttrice di 28 anni che aveva appena vinto un Emmy Award. Insieme trascorso la primavera, l’estate e l’autunno del 1972 lavorando per registrare l’album in tempo per Natale.

I testi, nati da testimonianze, conversazioni tra amici e, soprattutto, dall’ascolto dei bambini e delle bambine, si basavano su quattro idee generali: l’unicità e l’individualità di ogni bambino e di ogni bambina, la libertà di essere e fare quel che si desidera, la convivenza e il gioco condiviso tra maschi e femmine e quello che i propri genitori potrebbero essere o possono fare. Le linee guida di queste donne si basavano a loro volta sulle teorie femministe che circolavano in quegli anni. Semplificando: la differenza sessuale è biologica, quindi è un dato di natura che non esprime alcuna superiorità di un sesso sull’altro; accanto alla tradizione che ha tradotto la differenza sessuale nella superiorità di un sesso sull’altro, con la società moderna e nonostante l’invenzione del principio egualitario, il femminile ma anche il maschile sono rimasti irrigiditi in ruoli e stereotipi validi fin dalla nascita. Ogni bambino e ogni bambina ha ad esempio un insieme di convinzioni su come ragazze e ragazzi si devono vestire, comportare, o giocare. Su come, insomma, esistano cose-da-maschi e cose-da-femmine.

Una volta stabilite le idee, a Marlo Thomas e alle sue compagne non restava che trovare degli artisti famosi per interpretare i pezzi dell’album e una casa discografica disposta a produrlo. Il progetto fu proposto a molti, ma senza successo: Carole Hart ricorda ad esempio di un discografico che le rispose: «Cosa me ne faccio di un disco fatto da un gruppo di lesbiche?». Alla fine l’album venne prodotto da Bell Records e in molti, tra cantautori, scrittori e attori, accettarono di partecipare al progetto. Tra loro, anche Diana Ross, Harry Belafonte, Mel Brooks, Michael Jackson e Dustin Hoffman.

(Twitter @glsiviero)

Fuori, nel campus, sul marciapiede di College Road all'angolo con McElroy Building, come tutti i venerdì tra le 10 e le 2 del pomeriggio, i ragazzi del BC Students for Sexual Health sono al lavoro distribuendo preservativi colorati e opuscoli di educazione sessuale "perché è giusto essere consapevoli delle scelte che si fanno". ...

Atlas 
28 03 2013

di Serena Grassia

Josephine è una bambola di pezza a grandezza naturale, protagonista di un progetto dell’organizzazione Them Wifies, basata a Newcastle, in Inghilterra, sull’educazione sessuale per le donne con disabilità mentali.

Nato nel 2004, Josephine ha come obiettivo quello di insegnare alle disabili la consapevolezza del proprio corpo per vivere una sessualità sana. Un rapporto del 2012 dell’organizzazione inglese Mencap, “Behind closed doors’ carried”, infatti, ha evidenziato che le donne con ritardi mentali sono più esposte ad abusi sessuali e violenze e più delle altre tendono a non denunciare alla polizia, soprattutto perché spesso non hanno cognizione dell’accaduto.

“Le persone con disabilità gravi tendono a bloccarsi quando si rivolge loro una domanda diretta, la trovano accusatoria o intimidatoria, e si rifugiano nel silenzio”, spiega Jackie Hudson, facilitatrice del progetto. “Abbiamo notato che dialogando con Josephine, toccandola, interagendo con lei, le donne riescono a entrare in contatto con le proprie emozioni più profonde, imparano a raccontarle e ne parlano più facilmente”. Era il 1975 quando l’Unione degli handicappati contro la segregazione in Inghilterra pubblicò un rapporto che spiegava che il problema dei disabili non era tanto il danno cerebrale quanto il fallimento della società nel prendere in considerazione le loro particolari esigenze.

Trentasette anni dopo, la questione è ancora dibattuta in Inghilterra come nel resto del mondo. Audrey Simpson, direttore generale dell’Associazione di pianificazione familiare inglese, ricorda di aver tenuto un corso in una classe di donne ritardate, convinte che la menopausa fosse una conseguenza della disabilità. “E’ una dimostrazione del fatto che non si è ancora fatto abbastanza per la salute sessuale di queste donne”, spiega all’International Herald Tribune, che al progetto Josephine ha dedicato un lungo articolo.

Molte donne muoiono o si ammalano per malattie a trasmissione sessuale o per le infezioni al collo dell’utero, per cattive diagnosi legate anche a una difficoltà nella descrizione del proprio malessere, spiega la dottoressa Simpson e Mencap conferma che le donne con disabilità muoiono in media 16 anni prima. Nelle sessioni di terapia con Josephine, le partecipanti imparano a utilizzare protezioni per evitare malattie sessuali e capiscono quali comportamenti assumere in determinate circostanze, anche per difendersi. La formazione è necessaria anche a far capire ai genitori di un disabile che i loro figli hanno la stessa emotività e gli stessi desideri di chi non ha problemi mentali, aggiunge Claire Morgan, leader del progetto.

Spesso i genitori o i parenti stretti infatti tendono a proteggere eccessivamente i figli, anche da eventuali relazioni intime, senza sapere che così facendo li rendono più soli e più vulnerabili alla violenza. Il successo dei seminari di Newcastle ha spinto Wifies a istituire laboratori anche a Londra e a Glasgow, per donne adulte e per adolescenti, e in questi giorni partirà anche il progetto “Jack”, la versione maschile di Josephine. Negli ultimi tempi Newcastle ha subito una serie di pesanti tagli ai finanziamenti, ma Josephine ha ottenuto fondi grazie alle donazioni di fondazioni ed enti di beneficienza. “Le donne di questa ultima classe sono trenta e quello che hanno imparato per loro è una novità”, spiega Hudson, “Adesso vogliamo che Josephine diventi una tappa obbligatoria nel percorso di formazione dei disabili, e non solo a Newcastle”.

La Repubblica
28 01 2013

"Consentire ai diversamente abili di avere una vita relazionale completa": senza pubblicità, l'appello ha raccolto 1500 firme e testimonial "popolari". L'obiettivo è il riconoscimento legale di un servizio che in altri paesi è a carico dello stato, ma che in Italia rischia di essere assimilata alla prostituzione
 
L'assistenza sessuale alla persona affetta da disabilità in Italia, a differenza di altri paesi europei, resta un argomento tabù. Ora però una petizione spinge perché si apra un dibattito sereno che, aldilà delle polemiche, possa portare a proposte concrete e soluzioni legislative per i disabili italiani. L'iniziativa della sottoscrizione online è stata lanciata a novembre da Max Ulivieri, web designer con una grave disabilità: "In poco più di due mesi - dice il promotore - , e senza nessuna pubblicità, si sono già raccolte circa 1.500 adesioni alla proposta di istituire, anche nel nostro Paese, la figura dell'assistente sessuale". Ad aderire all'appello in rete (firmiamo.it/assistenzasessuale) sono state in maggioranza persone comuni, senza alcun handicap e che hanno semplicemente sposato la causa.

L'argomento è delicato e si presta a facili strumentalizzazioni perché nell'opinione pubblica passa facilmente l'equiparazione fra l'assistenza sessuale e la prestazione sessuale fornita da terzi. In realtà, spiegano i promotori dell'iniziativa, si configura come una pratica soprattutto relazionale, empatica e comunicativa che risponde a un problema reale dei disabili. "Le pulsioni sessuali costantemente represse e impedite nella loro manifestazione, sia autonoma sia relazionale - si legge nella petizione - si risolvono infatti in un costante e ossessivo stress psichico che affligge non poco l'esistenza di chi non ha autonomia nell'uso del proprio corpo. Determinate forme di disabilità, rendono impossibile l'uso delle mani, quasi tutte le forme di disabilità rendono difficoltosa, se non impossibile, l'interazione fisica e sessuale con partner adeguati, più spesso con qualunque tipo di partner consenziente".

Di tutto questo, finora, in Italia non si è parlato, mentre in alcuni paesi europei la figura dell'assistente sessuale esiste e a volte è disciplinata dalla legge. "In Svizzera, Danimarca, Olanda, Svezia e Germania - spiega Ulivieri - ci sono associazioni che si occupano di questo tipo di assistenza. Addirittura in Olanda il servizio è a carico del servizio sanitario nazionale".

"L'assistenza sessuale a persone con disabilità - precisa Ulivieri - è praticata da operatori volontari che hanno seguito dei corsi in ambito medico, sessuologico, etico e psicologico e che hanno sviluppato una grande sensibilità verso gli altri. Una terapia vera e propria rivolta al benessere psicofisico di persone che, per un motivo o per l'altro, si trovano a non essere autonome nell'espressione dei propri bisogni di tipo sessuale e, in senso lato, erotico-affettivi. Persone che possono riscoprire il proprio corpo come fonte di piacere e non solo di sofferenza e di disagi quotidiani, attraverso il contatto, le carezze, il massaggio, gli abbracci, i giochi erotici o anche semplicemente la presenza, l'affetto e l'umanità".

Si tratta quindi di un'assistenza specializzata nella quale, sottolinea Ulivieri, due requisiti sono fondamentali: "L'assistente oltre ad avere uno spiccato senso dell'altruismo, deve certamente avere una grande apertura mentale. Va detto - precisa Ulivieri - che l'assistenza sessuale non prevede rapporti completi". L'iniziativa deve comunque fare i conti con la realtà italiana e il problema più grosso in partenza sembrano appunto i tratti in comune con la prostituzione. "In Italia - ricorda Max Ulivieri - la prostituzione è illegale. Anzi, per essere più precisi, il favoreggiamento della prostituzione è fuorilegge. Ecco perché c'è assoluto bisogno di istituire con regole certe questo tipo di assistenza".

Dopo la petizione online, che resta un'iniziativa privata, il prossimo passo sarà l'istituzione di un comitato per la raccolta ufficiale delle firme, da consegnare alle istituzioni. "I primi referenti - ipotizza Uivieri - potrebbero essere le Regioni". Intanto si lavora per trovare sostegno e testimonial: "Al momento - conclude Ulivieri - possiamo già contare su un'attrice, due scrittori e quattro noti conduttori tv".

L'iniziativa ha già ottenuto il sostegno dell'associazione "Luca Coscioni", intitolata all'esponente radicale morto nel 2006 per sclerosi laterale amiotrofica e attiva soprattutto in difesa dei diritti di disabili e malati. Secondo la presidente onoraria e deputata pd, Maria Antonietta Farina Coscioni, "il problema dell'assistenza sessuale è una questione seria ed è materia che va regolamentata attraverso una legge". L'associazione ritiene che possa essere inserita fra i servizi assicurati dai livelli essenziali di assistenza (Lea).

Femminismo a Sud
21 01 2013

da Sopravvivere Non Mi Basta:

Sono queer, per alcun@ lesbica per altr@ bisex. Come tutt@ ho letto la notizia del professore di Mestre e, quelle parole piene di odio, mi hanno ferita e mi feriscono sempre. Ho letto anche le numerose risposte a questa vicenda in cui si parlava di licenziamento, di sanzioni, pene e quant’altro ed io non riesco che a dissociarmi. Non vi consento di legittimare giustizialismo, ovvero altra violenza, in mio nome, dietro le mie ferite, il mio dolore.

Quella cultura, quell’odio mi colpisce da anni ma anche il giustizialismo mi uccide. Nel mio nome, anche nel mio nome, chiedete azioni che io non chiederei, e non permetto a voi e a nessun’altr@ di parlare per me. Io sono tra quelle persone che vivono l’omofobia persino in seno alla propria famiglia, quindi so quanto fa male, quante lacrime si versano e quanto dolore si prova all’idea di essere non accettate. LO SO, LO PROVO TUTTI I GIORNI. Ma questo mio dolore non verrà strumentalizzato da altr@ per generare altra insana e deleteria violenza. Il giustizialismo, la folla indignata che si scaglia sul singolo e ne chiede la testa è qualcosa che mi fa male, quanto e come quelle parole omofobe.

Quel professore si è espresso in  modo omofobo, non c’è da discutere. Quel professore ha veicolato odio e discriminazione, che alimentano le mille violenze che subiamo ogni giorno. Non lo nego ne mai lo negherò. Quel professore insegna religione e questo non è un dato neutro. La chiesa è una delle violenze più grandi mai generate. Ne sono certa. Quel professore è stato addestrato dalla chiesa, ha ricevuto un’educazione che incita alla violenza, alla discriminazione. Quel professore era programmato a dire ciò che ha detto. Tutt@ i professori di religione direbbero ciò che lui ha detto. Tutt@ sono stat@ programmati per diffondere l’omofobia perché è un peccato, è una violazione delle leggi del loro Dio. Noi questo lo sappiamo, noi sappiamo cosa insegna la Chiesa.

Noi sappiamo tutto, sappiamo chi è il  responsabile eppure puntiamo il dito contro il singolo. Quanto è facile la battaglia contro questo professore? Quanto è miope questo linciaggio che appiattisce il discorso e scarica la colpa sul singolo? A chi fa comodo questo appiattimento? Vi siete davvero soffermati su questa notizia o siete partiti in quarta, sull’onda di un’emotività che provo anch’io ma che non giustifica le vostre scelte.

Io sono incazzata, incazzata da morire. Ho stretto i pungi quando ho letto questa notizia, li ho stretti forte perché quello che vivo è colpa di questa cultura omofoba, sessista, maschilista. Io so quanto le parole possano ferire. Eppure non mi scaglierò solo contro questo professore. Io non voglio il suo licenziamento, perché ciò permetterebbe alla chiesa di lavarsene le mani insieme allo stato. Chi ha permesso alla chiesa di accedere nelle scuole? Chi le dà un potere così forte? Chi la finanzia per assicurarsi i voti?

Dei linciaggi ad personam me ne frego. Io non voglio una stupida sanzione, non ci credo neanche nel metodo delle punizioni, non si è mai insegnato nulla attraverso l’imposizione. Io voglio e chiedo che si rimetta in discussione la presenza della chiesa nelle scuole, voglio che ai/alle ragazz@ vengano garantite lezioni alternative a quelle di religione, voglio che si parli di educazione sessuale in modo libero, voglio che il circolo di violenza si interrompa. Ora.

Se otteneste anche il licenziamento di questo professore, cosa cambierebbe? La chiesa cambierebbe il suo testo sacro? Le parole di Cristo diverrebbero più gay friendly?  Ditemi, quale miracolo vi aspettate? Quale punizione ha mai cambiato realmente le cose? Volete davvero combattere l’omofobia o solo punire un tizio in cui state riversando tutto il dolore che ingiustamente ci infiggono e che proviamo ogni giorno?

Vi chiedo di non legittimare altra violenza in nome di un dolore che non appartiene solo a voi, ma anche a me. Le vostre parole mi fanno male, perché io vorrei altro per noi, vorrei altro da ciò che ci prospettano, a partire dalle soluzioni. La soluzione all’omofobia non è il giustizialismo, non è il linciaggio del singolo ma del sistema. Chi ha legittimato l’esistenza di quel pensiero? Chi permette tutt’oggi che questo pensiero venga diffuso? Chi ha legittimato questo professore a veicolare parole discriminatorie?

La responsabilità del singolo non la nego, ma come per i femminicidi vi chiedo di allargare lo sguardo e vedere che c’è un mostro enorme dietro quell’individuo. Io vorrei che i genitori di quella scuola, come di tutte le altre, togliessero i/le propri@ figli@ dalle ore di religione e la smettessero di aver paura dell’educazione sessuale. Conoscere è l’arma più grande che abbiamo contro l’ignoranza e il pregiudizio.

Se io mando mi@ figli@ da un professore che insegna una materia che alimenta odio e discriminazione verso me, verso tutti i soggetti che mettono in discussione l’idea che esistano solo due generi e un solo orientamento sessuale, non posso indignarmi se è ciò che apprenderà. No, non posso proprio indignarmi. Sapete cosa è la Chiesa, cosa insegna, quali sono i suoi pensieri quindi non indignatevi quando vengono palesati. Sono e sono sempre stati quelli, non è una novità. Sapete che l’ora di religione in realtà è l’ora della religione cattolica, dato che gli/le insegnanti sono scelti e piazzati dalla chiesa. Quindi non stupitevi. Se accettate che i/le vistr@ figl@ vengano educat@ al cattolicesimo, che è intriso di sessismo e omofobia, non fate poi i/le sorpres@. Se avete scelto quell’ora invece che un’altra è perché volevate che i/le vostr@ figl@ ricevessero quelle idee e se non lo volevate allora siete degli/lle sprovvedut@ e non so quale dei due mali sia peggio.

La responsabilità dell’omofobia coinvolge più soggett@ di quanti in questi giorni si indichino. Non appiattite i discorsi, non deresponsabilizzate nessun@, non fatevi rendere ciech@ dal dolore. Non veicolate altra violenza solo perchè ne subite. Il giustizialismo non è resistenza, è violenza. Lo è e lo è sempre stato e io non vi consento di alimentarla in mio nome.

P.S. ho letto anche la smentita del professore ma continuo a chiedermi perchè raccogliere solo opinioni omofobe e non quelle che invece parlano di lotta alla discriminazione. Un dibattito dovrebbe prevedere più punti di vista.

facebook