"Dividendo non si fa che aumentare l'incisività di vecchi stereotipi - ha spiegato al Corriere la psichiatra Federica Mormando -, in pratica si autorizza la maggior violenza dei maschi e si educano le bambine a essere vittime". ...

L’unica strada è la scuola

  • Martedì, 24 Settembre 2013 08:23 ,
  • Pubblicato in Flash news

Lipperatura
24 09 2013

Ci vorrà tempo, e non poco. Anche perché nei paesi dove questo lavoro è già cominciato il numero dei femminicidi è alto, altissimo: a dimostrazione che la strada è lunga. Ci vorrà tempo affinché i giovani uomini (e quelli meno giovani) comprendano che parlare di parità di genere non significa metterli da parte, sminuirli, sottrarre loro affetto (e perché comprendano che l’affetto non viene fornito di default), renderli bersaglio di un complotto che vuole annientarli. Ci vorrà tempo affinché le giovani donne (e quelle meno giovani) comprendano che parlare di parità di genere non significa limitarne la libertà, indottrinarle, coprire le scollature, e neanche definirle buone a prescindere e prendere, a prescindere, le loro parti. Ci vorrà tempo per attenuare gli effetti degli errori fatti, a volte in buona e a volte in pessima fede. Ma credo che notizie come quella che trovate qui sotto, raccontata stamattina da Maria Novella De Luca e Diego Longhin, portino speranza. E ne abbiamo bisogno.

Bambini a lezione di “rispetto tra i generi” per combattere omofobia, razzismo, e rifiutare sempre e comunque la violenza sulle donne. Contro il femminicidio parte dal comune di Torino il primo progetto istituzionale in Italia di “educazione alla differenza” nelle scuole. Bambini e ragazzi chiamati a capire e scoprire cosa vuole dire la parità tra i sessi. Perché di fronte alla tragedia del femminicidio, e di tutte le nuove forme di razzismo, è da loro che bisogna ricominciare. Nelle aule dei più piccoli e in quelle dei più grandi, in palestra, fuori dalle scuole, nei campetti di calcio, all’oratorio. In quell’età acerba in cui molto si scopre, molto si sperimenta, ma subito si sovrappongono giudizi, stereotipi. Così nelle scuole elementari di Torino si analizzeranno fiabe e cartoni animati, e alle medie si discuterà di Storia, ma partendo, finalmente, dal punto di vista femminile. Educazione sentimentale 2.0. Se a Torino le “lezioni di genere” salgono in cattedra, il movimento è in realtà più ampio, è fatto di genitori, insegnanti, educatori, che hanno deciso di reagire, preoccupati dalla deriva “intollerante” delle generazioni più giovani. Quelle stesse che quando arriva l’adolescenza partecipano o subiscono le campagne su Facebook, dove il sesso è un’arma, e chiunque sia differente viene emarginato, con conseguenze a volte irreparabili. Gli adolescenti suicidi, il femminicidio, l’anoressia in nome di una bellezza impossibile… Spiega Umberto Magnoni, direttore del settore formazione del Comune di Torino: «Se ho la giusta percezione della differenza, se riconosco il ruolo dell’altro sesso, so anche che quella persona non è inferiore a me».
In Francia l’hanno chiamato “Abcd de l’egalitè”, un vero e proprio programma ministeriale per le scuole primarie, in Svezia sono ripartiti dagli asili, in Inghilterra dalle campagne contro i negozi di giocattoli troppo “sessisti“, in Italia molti licei organizzano spontaneamente corsi di “educazione di genere”. Gran parte di questi corsi, seguiti negli ultimi due anni da oltre sedicimila studenti, sono organizzati da un team coordinato da Lorella Zanardo, manager, scrittrice e autrice alcuni anni fa di un fondamentale documentario “Il corpo delle donne”, visto online da 5 milioni di persone. «Dopo il successo di quel documentario, in cui mostravo come i media mercificassero il corpo delle donne, ho ricevuto centinaia di richieste da parte di professori e professoresse, che mi chiedevano di incontrare i ragazzi proprio per parlare di questi temi, consapevoli di quanto la televisione influenzi i rapporti tra i sessi». Da qui è nato un fortunato progetto, “Nuovi occhi per i media”, con cui Zanardo e il suo team stanno girando le scuole d’Italia. «Mostriamo ai ragazzi i programmi che seguono di più, e poi senza mai criticare le scelte, proviamo a far vedere come dietro una semplice ripresa ci siano mille contenuti.
Uno dei tanti quiz di prima serata ad esempio: quando entra la candidata la telecamera prima inquadra le gambe, poi risale verso il seno, si ferma sulla scollatura, e infine mostra la faccia. Quando entra il candidato uomo lo zoom è subito sul volto…».
Una decostruzione dell’immagine insomma, che dopo le prime resistenze, i ragazzi iniziano a seguire. Perché, paradossalmente, i figli delle madri cresciute negli anni della lotta per la parità e del femminismo, stanno vivendo un salto all’indietro nel rapporto tra ragazzi e ragazze. Graziella Priulla, docente di Sociologia all’università di Catania, ha pubblicato di recente un manuale per le scuole superiori dal titolo “C’è differenza”. Un viaggio attraverso tutte quelle leggi, dal voto al divorzio all’aborto che hanno cambiato la vita delle donne. Ma un racconto anche della violenza maschile, e dello sfruttamento del corpo femminile. «Parlando con i miei studenti mi sono accorta che non sapevano nulla di tutto questo. Le ragazze cercano sempre di più di assomigliare a stereotipi tradizionali, i maschi si offendono se si chiede loro chi lava i piatti in famiglia…”.
Da una parte la sessualità sempre più esibita e precoce, dall’altra una grammatica dell’amore nutrita di simboli che si pensavano superati per sempre. «Nella mia classe ho delle studentesse brillantissime ma del tutto soggette alla volontà dei loro fidanzati coetanei», racconta Maria Monni, prof di Matematica di Cagliari. «Negli ultimi anni ho visto affievolirsi il sentimento di autonomia delle ragazze e aumentare il senso di orgoglio dei maschi in quanto maschi. Una vera regressione». Che ci sia ormai uno scarto infatti tra ciò che sono le bambine e le ragazze e la loro rappresentazione nella società è sempre più evidente. Lo sottolinea Irene Biemmi, ricercatrice di Scienza dell’Educazione all’università di Firenze, che ha analizzato decine di libri di testo delle scuole elementari, per descrivere poi il ruolo femminile che ne emerge. «Un’analisi sconfortante — ammette Biemmi — i maschi fanno almeno 50 professioni diverse, e molte prestigiose, e le donne soltanto 15, e tra queste ci sono la mamma, la fata e la strega…». E naturalmente anche la maestra, visto che l’82% del corpo docente è femminile, ma purtroppo e paradossalmente, «sono le stesse insegnanti a veicolare modelli arcaici, e infatti è proprio dalla loro formazione che si dovrebbe ricominciare».

L'apartheid dei giocattoli, l'hanno chiamato. Ma la dittatura dello shopping "sessista" sta vacillando in Gran Bretagna, sotto i colpi delle campagne di boicotaggio portate avanti dalle associazioni dei genitori. Hanno detto basta ai giochi divisi per genere, e hanno costretto il gigante del settore, la multinazionale americana Toys R Us, a piegarsi dopo una campagna scatenata instrada e sul web ...

Il Corriere della Sera
04 09 2013

Ci siamo, la scuola ricomincia. Ci sono buone notizie in vista per quanto riguarda le nomine di insegnanti di sostegno. L’annuncio recente del ministro Carrozza che prevede non solo l’assunzione di 27 mila docenti di sostegno a livello nazionale, ma anche l’avvio dei corsi di formazione per nuovi insegnanti, ha segnato sicuramente una inversione di tendenza rispetto agli ultimi anni, caratterizzati da un progressivo, quasi rassegnato, ridimensionamento delle politiche di inclusione scolastica. Ma io non sono un tecnico della complessa e farraginosa normativa che è materia per sindacalisti esperti e per addetti ai lavori che conoscono ogni dettaglio statistico e contrattuale. Quello che mi preoccupa, da ex alunno con disabilità ormai da tempo con i capelli imbiancati, è la direzione che la scuola italiana sta prendendo rispetto alla disabilità.

Ai miei tempi non c’erano le leggi, ma semplicemente la pratica quotidiana, gli sforzi dei genitori, l’impegno dei presidi e dei docenti, la forza muscolare di chi allora riusciva a farmi arrivare regolarmente al primo piano del ginnasio e poi del liceo, nonostante le scale. La mia disabilità, del resto, era solo fisica e dunque il sostegno del quale potevo aver bisogno negli anni Sessanta era solo questo, una soluzione di problemi pratici e di superamento di barriere. Ma per me la scuola fu tutto, nell’avviamento alla vita. Amicizie, istruzione, sensazione di parità e di inclusione piena (anche quando neppure si parlava di questi argomenti).

Adesso, da lungo tempo, le leggi prevedono ogni cosa (sulla carta) e il principio dell’inclusione scolastica per ogni alunno con disabilità è sancito con forza. I numeri sono imponenti e la percentuale riguardante la disabilità fisica o sensoriale è assai inferiore, logicamente, alla consistenza degli alunni con disabilità intellettiva o relazionale. Il “sostegno” nel corso degli anni ha perso dunque molto spesso la spinta originaria, che era quella di costituire un servizio in più per l’intera classe, e non solo per l’alunno con disabilità. L’insegnante di sostegno, e il personale addetto all’assistenza, è sempre più una figura dedicata a proporre un percorso didattico parallelo, quasi separato, per alunni che non sono in condizione di seguire il ritmo di apprendimento o di interagire con i compagni di classe non disabili. Gli insegnanti ordinari mi dicono che hanno la tendenza a delegare all’insegnante di sostegno l’intero compito di seguire l’alunno o gli alunni con disabilità.

Ecco perché quando manca il sostegno il servizio cade su se stesso, e non resta altro che rimanere a casa. C’è bisogno dunque di un ritorno alle origini, al senso stesso dell’integrazione a scuola, che è nata con le migliori intenzioni e che molto spesso riesce ancora adesso a rappresentare un esempio anche a livello internazionale. Occorre crederci davvero, tornare a formare alla disabilità l’intera scuola, non solo gli addetti ai lavori. Come sempre si tratta di un’operazione sulla cultura, non sulle barriere. Altrimenti l’alternativa è il “fai da te” della specializzazione, la ricerca di soluzioni integrative, di scuole specializzate che poi non sono altro che scuole “quasi speciali” tecnologicamente evolute.

E dire che la pedagogia ha tratto negli anni enorme giovamento dalla sfida dell’handicap a scuola. Una sfida di metodi, di linguaggi, di strumenti di valutazione, di tecnologie assistive, di strumenti collegiali, di consultazione di équipe, di costruzione di progetti educativi. Un bagaglio immenso che a volte sembra irrigidirsi nella forma, e diventare mero verbale delle prassi consolidate, parole scritte in gergo alle quali non corrisponde, se non raramente, la fiamma viva dell’istruzione, dell’insegnamento, della socializzazione.

Se a tutto questo aggiungiamo la vecchiaia, se non la vetustà, di molti, troppi, plessi scolastici e dunque il permanere anche di barriere architettoniche, quelle tradizionali, e se pensiamo anche alla difficoltà sempre maggiore nel garantire il trasporto, l’accudimento, la cura personale degli alunni con disabilità che vengono affidati dalle famiglie ogni anno al sistema scolastico nazionale, ci rendiamo conto di quanto delicato e importante sia questo tema per valutare la nostra qualità di paese civile. Ricordandoci che dietro i numeri, ci sono altrettanti bambini e ragazzi, con pari diritto a vivere e a crescere come cittadini istruiti.

 

 

Molte cose, molti anni e molte riforme sono passati dalla Lettera a una professoressa. Ma c'è sempre un po' di Barbiana, nella buona scuola all'italiana. ...

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