Violence against women is a cultural problem

  • Mercoledì, 21 Agosto 2013 08:42 ,
  • Pubblicato in Flash news
The local
20 08 2013

Two days ago, Antonella Russo – a mother of three – was shot dead by her estranged husband at her mother’s home in Siracusa, Sicily. On the same day, a lawyer was arrested in Verona, northern Italy, after the body of his ex-girlfriend was discovered in the boot of his car.

These attacks are just the latest in a wave of so-called ‘femicide attacks’ in Italy, or the killing of women by males.

In June, Italy’s biggest trade union, the CGIL, recorded 81 victims in 2013 alone. And in 2012, the number of victims stood at 124, according to Italy’s national statistics agency ISTAT.

Last Thursday, the Italian government passed a new anti-femicide law, which it trumpeted as a “radical change” in the “relentless fight against the sad phenomenon of femicide".

Measures include the obligatory arrest of those caught in the act of stalking, or physically abusing victims, and obligatory police investigations once complaints have been lodged.

Women will now be kept informed about any legal processes involving their attackers, and violent partners will be evicted from family homes.

Prevention and education
But for Luca Cardin, editor of Zero Violenza Donne, a website that aims to raise awareness about gender violence, the new law is nowhere near radical enough.

While he acknowledges it helps protect victims of violent crimes, he claims that it is also ‘repressive’ and simply doesn’t go far enough.

For Cardin, the fact that the government decided to issue the decree in August is extremely telling.

“In August, people are on holiday and not paying much attention to the news, so there is less debate. Even my editorial team are on holiday, so there is less chance to react,” he told The Local.

“The law is positive in terms of the protection it offers to victims, but it doesn’t mention anything about the culture of violence against women, or about education in schools.

“Not enough is being done in terms of prevention. In the new law, there is no mention of the financing of new centres, which are vital in terms of prevention and education.

“Children also need to be taught more about gender equality and sexuality in school. Other countries do this a lot more,” he added, pointing out that, in 2012, the World Economic Forum ranked Italy 80th in its gender gap ratings.

Above all, he said, there are still widespread myths about gender violence that need to be dispelled.

“In most cases, it’s a boyfriend, a husband or someone who lives under the same roof as the woman. Only in a minority [of cases] are the attackers unknown,” he said. “While cases reported in the press tend to concentrate on foreign attackers, they are in fact predominantly Italian.”

Anti-violence centres
As well as sex education classes, Cardin and his colleagues would also like to see more investment in “centri di antiviolenza” (anti-violence centres), where women who are victims of violence can seek help and take shelter.

“These [centres] are important because as well as offering support to women who have suffered from violence, they can also help them to identify warning signs that can lead to dangerous situations and to offer them psychological support in their daily lives.

“Physical violence is just one aspect – although it may be the most appalling – of abuse, which can also be financial or psychological.”

The creation of anti-violence centres, as well as a new programme for anti-violence education in schools, would be more in line with what Josefa Idem, the former Minister for Equal Opportunities and Laura Boldrini, President of the Chamber of Deputies had in mind, he claims.

Reporting violence
Meanwhile, an Italian underwear company is tackling the problem from a different angle.

Last month, Yamayay launched ‘Ferma il bastardo’ (‘Stop the Bastard’), a social media and press campaign that encourages femicide victims to report their attackers.

“We want to get straight to the heart and to the eye: to shake up, upset, start a reaction and create a movement against violence against women,” says the campaign literature.

“To break the vicious circle of violence, it takes enormous strength and great courage. We want to … give strength to all women and encourage them to report the violence they experience.”

One month on, the campaign’s Facebook page already has more than 32,300 ‘likes’ and a total reach of 7 million, Yamayay claims.

“We’ve had a really positive response on Facebook, with lots of people talking about the issue,” a spokesman told The Local.
The new law, said the spokesman, is an “extremely positive step” in the fight against femicide.

And the campaign won’t stop there. The campaigners have also organized a flash mob in Florence on September 12th, and in Milan on the 17th, to spread their message. You can see a video of their campaign below.



Educare al fair play

  • Venerdì, 19 Luglio 2013 13:23 ,
  • Pubblicato in Flash news
Vincenzo Andraous
19 07 2013

Sono stato a trovare mia figlia e mio nipote, da bravo nonno ho accompagnato mio nipote Mattia, pulcino della squadra di calcio cittadina al ritrovo organizzato per gli allenamenti.
Uno spazio incredibile, campetti di calcio, piscine, luoghi di ristoro, di divertimento, di relazione, insomma un vero eden per  giovanissimi e adolescenti, nonché per le famiglie, gli adulti in cerca di relax e di linee guida per ben educare i propri figli.

Uno spasso osservare Mattia in campo, constatare che falli, sgambetti, gioco duro, erano banditi dal rettangolo di gioco, niente parolacce e niente grida sguaiate, tutta corsa, schemi, e consigli impartiti dalle panchine.

Incredibile ma vero, su quel campo si giocava a calcio rispettando gli avversari, l’arbitro, e, ultimo ma non per importanza, gli allenatori, che decidevano senza timore di obiezioni chi usciva e chi entrava.

Fair play verso i meno dotati, fair play nei riguardi di chi perde, fair play nell’esultare e nello stringere le mani dei coetanei, di chi inciampa e cade, insomma un bel vedere a cui non ero proprio più abituato.

Non c’era ansia né frustrazione, tanta voglia di giocare, senza protestare quando il coach rimprovera, rivolti a lui con rispetto e ammirazione, chiamandolo Mister sempre e comunque, riconoscendogli capacità e ruolo, soprattutto autorevolezza “conquistata sul campo per l’appunto”.

Sui campetti di calcio le squadre si susseguivano, i tornei approdavano ai gironi delle qualificazioni, e più ci si avvicinava allo stretto giro di boa, alle finali per intenderci, più accadeva quanto era da evitare come la peste, quel qualcosa che manda gambe all’aria un’intera architettura educativa costruita con fatica, professionalità e  tanto amore.

Irrompevano ai bordi del campo le schiere di mamme imbufalite, di papà inebetiti dalle proprie aspettative, di adulti con i cartellini dei propri figli ben appuntati sul petto, ognuno a incitare i pargoli, e cosa assai più imbarazzante, tutti insieme appassionatamente a fare a pezzi arbitri e guardialinee.

Fair play e corretta interpretazione della reciprocità soccombevano sotto i cingolati dei nuovi conduttori di anime, dei nuovi costruttori di futuri Balo di periferia.

Parolacce, bestemmie, inviti a entrare duro sull’avversario, a non badare troppo a chi cade, a chi non ce la fa più a starti dietro, un susseguirsi di ordini lanciati da dietro le reti di recinzione, urla così perentorie da coprire quelle dei coach delle due squadre.

Fair play, rispetto, educazione, allenamento e sudore, un mondo di passi in avanti svolti uno per volta per non incappare nell’errore, improvvisamente messi da parte dall’incedere dell’orda genitoriale, del mondo adulto ancora una volta imputato e recidivo, ma assente alla sbarra, ben protetto dalle solite attenuanti prevalenti alle aggravanti, e così facendo ci rimetterà sempre il più debole, il più fragile, quello meno avvezzo a vestire i panni del più furbo per forza.

Fortunatamente i “grandi” non sono tutti così, e ancora più fortunatamente i giovanissimi non sono tutti propensi a fare i gladiatori piuttosto che gli atleti.

La partitella finisce con il Mister che stringe le mani dei propri campioni, tutti, nessuno escluso, ognuno è il suo campione, ciascuno è il campione di tutti noi, con i nostri magoni, le nostre lacrime, la gioia per i nostri figli che hanno perso, che hanno vinto, che hanno dato tutto quello che potevano dare per farci sentire orgogliosi di loro.

A ben pensarci chi non potrà sentirsi orgoglioso del proprio operato-ruolo, sarà nuovamente il mondo dei formatori, di quanti mandano i propri figli a imparare cos’è la dignità, cos’è la libertà, ma fa di tutto per non apprendere che il rispetto si impara solo con il buon esempio.

Claudio Risè, psicanalista e scrittore - l'ultimo suo libro si titola "Il padre. Libertà dono" (Ares ed.) - coglie nel disagio della brutalità ed aggressività del presente l'assenza di riferimenti formativi positivi. Un percorso virtuoso che dovrebbe cominciare in famiglia. ...

Perché infierire sui più indifesi

  • Mercoledì, 12 Giugno 2013 07:22 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA

La Repubblica
12 06 2013

"Maiale, animale, letamaio, asino, ti spacco la testa..." Il video diffuso alcuni giorni fa dal Corriere Veneto, in cui si vedono le sevizie subite da Michele, è raccapricciante. Michele ha 15 anni, presenta una forma grave di autismo, e avrebbe dovuto essere aiutato e accudito. Per oltre sei mesi invece, non appena metteva i piedi a scuola, cominciava ad essere insultato e maltrattato sia dall'insegnante di sostegno, sia dall'assistente sociale.

Le immagini che in molti hanno potuto vedere in questi ultimi giorni in televisione mostrano Michele terrorizzato, mentre l'insegnante, dopo averlo minacciato, prende un fazzoletto imbevuto di detergente per mobili e glielo passa sul volto. Poco prima dell'arrivo dell'assistente sociale che lo colpisce più volte con un righello, costringendolo prima a restare in piedi, poi ad inginocchiarsi. Arrestate dai carabinieri - che allarmati dalla famiglia avevano nascosto delle telecamere in classe e filmato per alcuni giorni queste scene di barbarie - le due donne non sembrano rendersi conto della gravità della situazione.

"Ero stressata, ma adesso mi curerò", scrive una delle due in una lettera. Come se la fatica e lo stress, che certo non mancano nella vita frenetica di oggi, potessero giustificare condotte di questo tipo. Come se la difficoltà oggettiva di prendersi cura di un ragazzo autistico potesse spiegare questa violenza quotidiana, continua e ripetuta nei confronti di chi non ha altra colpa che quella di soffrire.

L'autismo, come molte altre patologie psichiatriche, mentali o neurologiche, spaventa e disturba. Costringe ognuno di noi a fare i conti, non solo con il mistero della sofferenza, ma anche con l'alterità radicale. Benché i meccanismi esattamente coinvolti da questa patologia non siano ancora stati ben definiti, infatti, l'autismo colpisce profondamente il modo in cui una persona comunica e interagisce con l'ambiente. Chi ne soffre è come prigioniero di una "fortezza vuota" come scrive Bettelheim: si ride o si piange senza che ci siano motivi evidenti per farlo; gli occhi non fissano l'interlocutore mentre parla; si ripetono alcune parole in modo ossessivo; si gioca sempre con gli stessi oggetti. Ma il problema sollevato da questo video realizzato dai carabinieri vicentini non riguarda né la definizione della malattia - su cui tra l'altro ci sono dissensi radicali all'interno della comunità scientifica - né il modo migliore di prendersi cura di chi ha problemi di autismo. Il problema è quello più generale del rispetto che si deve a tutti gli esseri umani, indipendentemente dalle loro caratteristiche e specificità, e a maggior ragione quando ci si trova di fronte a chi, più degli altri, avrebbe bisogno di attenzione e di rispetto. Mentre quello che rivela il video è l'esatto contrario: un accanimento nei confronti di chi, da solo, non può proteggersi. Sono queste d'altronde le violenze più grandi e più insopportabili: approfittare della debolezza altrui e infierire, invece di fare ancora più attenzione visto che, data la fragilità supplementare, alcune persone sono del tutto in balia delle nostre azioni.

Twitter: @MichelaMarzano

I bravi genitori sono quelli che sanno dire di no

  • Martedì, 28 Maggio 2013 11:59 ,
  • Pubblicato in L'Intervento
Alessandra Graziottin, Il Gazzettino
27 maggio 2013

Due vite distrutte: quella di Fabiana, la ragazza di Corigliano Calabro colpita brutalmente a coltellate e arsa viva, a quindici anni, per aver osato sottrarsi a un rapporto sessuale. E quella del ragazzo diciassettenne, omicida implacabile, che le ha così atrocemente tolto la vita. Due famiglie distrutte ...

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