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11 02 2013

di Gian Carlo Marchesini
 
Nella Casa Famiglia dell’orfanotrofio romano dove intervengo per dare una mano, i ragazzi sui dodici-quindici anni che seguo sono lì specialmente perché è mancata loro precocemente la presenza del padre. Le sole madri, dove rimaste, non ce la fanno a reggere il carico e l’impegno. Ad alternarsi nelle presenze quotidiane nel ruolo di assistenza educativa e cura sono prevalentemente donne. Dall’esterno, a dare un aiuto volontario, a parte me, le altre dieci persone soccorrevoli sono ancora e sempre donne, in gran parte anziane insegnanti pensionate. Insomma, intorno al gruppo di ragazzi il cui padre è morto, o si è comunque dato, gravitano una quindicina di persone adulte al novanta per cento donne.

Si sono presentati nel tempo come volontari a dare una mano anche altri maschi adulti: dopo qualche settimana hanno rinunciato. Risultato, da qualche mese che ho iniziato nel mio impegno volontario mi trovo a fare i conti con una richiesta famelica dei ragazzi di rapporto e confronto – finalmente! – con un uomo adulto.

D’altronde, nelle due scuole medie dove tengo ai ragazzi delle terze corsi di scrittura, le insegnanti donne sono in maggioranza assoluta: in una sono 50 su 55, nell’altra 140 su 150. Insomma, a farla breve, dalla nascita fino ai quindici anni circa i maschi e le femmine, nel loro percorso di formazione e crescita, hanno a che fare quasi esclusivamente con una presenza, un rapporto di cura e controllo da parte di figure femminili.
E’ un bene, è un male? E perché gli uomini non ci sono, o ci sono così poco – padri inclusi, poco presenti se non del tutto assenti? Non è quello per un essere umano periodo decisivo rispetto al successivo sviluppo e approdo? Ma sono le donne che prediligono e di fatto monopolizzano il lavoro di cura e insegnamento, o sono gli uomini che si sentono tragicamente sminuiti a farlo? Meglio fare carriera nella professione e in azienda, e godersi il tempo libero in sollazzi e hobby, giudicando l’arte di crescere ed educare figli e ragazzini faccenda di donne?

Ma il compito di dare impronta, plasmare, trasmettere metodo e linguaggio, stile e valori, è proprio da considerarsi così marginale? Si direbbe che, a parte il padre, quando c’è, o qualche fratello maggiore, solo nelle scuolette di calcio, o in parrocchia e tra gli scouts, bambini e ragazzi incontrano figure maschili adulte con cui confrontarsi e interagire. Non è troppo poco? Ma è così anche negli altri Paesi europei, o il nostro è ancora il Paese ottocentesco delle mamme e delle maestre, e finisce che sforniamo degli eterni mammoloni? Educatrici e psicologhe dell’orfanotrofio – ma anche le insegnanti di scuola media – , lamentano che il problema grave nei loro ambiti di lavoro educativo è la difficoltà a far accettare e interiorizzare ai ragazzi il rispetto delle regole. E la fatica immane a costruire con loro un progetto e un percorso.

Non sarà anche a partire da lì che si spiegano fragilità e sbandamento del nostro insieme sociale collettivo?
Benzoni non dà tregua a chi legge, porta da una stanza all'altra del castello di plastica per daltonici dove i genitori insieme ai figli avanzano pancia a terra lungo cunicoli sempre più bui: il percorso fintamente lieto dell'educazione, della cura, dell'iniziazione alla vita dei propri preziosissimi figli. ...

Uomini non educano uomini*

  • Lunedì, 28 Gennaio 2013 07:32 ,
  • Pubblicato in ZeroViolenza
Barbara Mapelli, Zeroviolenzadonne
28 gennaio 2013

Ci sono pochi uomini – e in alcuni casi non ci sono proprio – nelle professioni educative e di cura. Questa assenza maschile l'ho spesso definita un'evidenza invisibile, per sottolineare come la sua permanenza abbia sempre rischiato di opacizzarla, renderla invisibile appunto come un fenomeno così naturale, così sotto gli occhi di tutti da non riuscire più a essere visto.
È il risultato di un cambio di mentalità, di crescita culturale, che si è trasformata in agevolazioni legislative e pian piano si è inserita nel tessuto sociale. E chiaro che alla base di questo processo evolutivo del Maschio c'è una consapevolezza seria della parità dei ruoli. ...
Corriere della Sera
24 01 2013

di Elvira Serra

Piccola fenomenologia delle bugie dette ai bambini.

    «Se non la smetti di frignare ti lascio qui e me ne vado»; «Se non fai silenzio quella signora si arrabbia»; «Non posso comprartelo perché ho scordato a casa il portafogli»; «Oggi non facciamo in tempo, ci andiamo la prossima volta»; «Il tuo pesciolino rosso lo abbiamo spedito all’Acquario di Genova dove c’è più spazio»; «Se guardi troppa tivù diventi cieco».
L’intensità cambia, il risultato no: (quasi) tutti i genitori mentono ai figli. Per impazienza, per imbarazzo, per inadeguatezza. È sempre necessario? O non bisognerà porsi la questione morale su quando e se è giustificabile?

La domanda è sollecitata dallo studio appena pubblicato sull’International Journal of Psychology, «Le bugie strumentali dei genitori negli Stati Uniti e in Cina», in cui vengono analizzate le risposte di duecento famiglie nei due Paesi. Senza particolari differenze, salvo un più alto livello di accettazione delle bugie «strumentali» in Oriente, dove scuse del tipo «se mangi i broccoli diventi più alto» sono perfino incoraggiate.
La storia della pedagogia ci è poco utile a dirimere la matassa, visto che ciclicamente leggiamo saggi che smentiscono i precedenti e quindi le bugie veniali che per lo psicoterapeuta francese Marcel Rufo facevano bene ai bambini diventano dolose per la psicologa americana Gail Heyman.
Più che alla teoria, allora, meglio affidarsi all’esperienza. Possibilmente la propria. O degli altri, se «titolati». Come lo scrittore Sandro Veronesi, da due giorni papà per la quinta volta, che può quindi vantare un discreto allenamento (il figlio più grande ha 22 anni). Racconta:
    «Tendo a non dire mai bugie, a considerarlo grave e a far sentire gravi quelle dei miei figli. Cerco di farne un tabù, perché le situazioni di menzogna sono il male assoluto nelle relazioni adulte. Certo, bisogna dare il buon esempio, e ci sto attento». Unica eccezione: «Le bugie bianche, quelle che hanno a che fare con la magia della vita: l’alternativa sarebbe la verità aristotelica». Un esempio, a parte Babbo Natale: «È tradizione della mia famiglia andare a cercare le lucciole di notte. Quelle catturate le mettiamo dentro un bicchiere e il giorno dopo al loro posto faccio trovare delle monete».
Una delle menzogne più goffe e diffuse tra genitori separati è: «Il papà (o la mamma) è in viaggio», quando magari si tratta di un «viaggio» esistenziale, vive con una nuova compagna e ha un altro figlio. E ne capisci le conseguenze leggendo I mariti delle altre (Rizzoli) di Guia Soncini, cresciuta sapendo che il padre andava sempre in vacanza alle Maldive senza la mamma, con un amico.
«Queste sono le più assurde, insensate», replica Silvia Vegetti Finzi, già docente di Psicologia dinamica a Pavia. Per lei le bugie in genere non sono il male assoluto, anzi: «Sono degli ammortizzatori sociali, servono a solidificare i rapporti tra genitori e figli. Minacciare il bambino di abbandono non va bene, provoca angoscia. Ma ci sono storie e storie, il piccolo può essere indulgente: sa benissimo che non diventerà mai forte come Braccio di Ferro mangiando spinaci, ma gli piace crederci».
Per il pediatra Roberto Albani, esperto in relazioni familiari e autore di Come parlare ai nostri figli, si mente per due motivi: «La mancanza di fiducia nella capacità dei bambini di vivere la verità senza esserne travolti; la mancanza di rispetto per l’intelligenza del piccolo». Per lo specialista, la verità andrebbe sempre detta. Sia nelle piccole cose che in quelle grandi, perché non esistono bugie «a fin di bene». «A un bambino di quattro anni non avevano voluto dire che il papà era morto di incidente stradale, per non turbarlo: divenne isterico per la paura e per il dolore. Tutto cominciò a sistemarsi quando gli raccontarono la verità».
Ci sono poi quelle risposte che si danno perché colti alla sprovvista. «Come nascono i bambini?». E qui si va dal cavolo alla cicogna fino alla più audace «pancia». «Con il risultato che poi i nostri figli pensano che i neonati vengano fuori dall’ombelico», sorride la ginecologa milanese Stefania Piloni. «Mentre non ci sarebbe niente di male a spiegare in modo semplice che escono dalla farfallina, dalla patatina o come abbiamo deciso di chiamarla. A loro basta». Per qualche anno.

    E voi raccontate bugie ai vostri figli? Quali sono quelle che giustificate”?

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Zeroviolenza è un progetto di informazione indipendente che legge le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

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