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-All'inizio non capivamo cosa c'entrasse il sessismo con bimbi di meno di tre anni - dice un papà. Poi ci siamo resi conto che per noi nostro figlio era un "ometto forte e coraggioso" mai gli avremmo detto "sei carino"-. ...
Siamo insomma a un'ulteriore tappa del paradigma del "gender", che sembra deciso a saldare una volta per tutte i debiti inevasi con la questione sessuale.
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“Per ballare bisogna avere molto più movimento”

  • Giovedì, 27 Dicembre 2012 11:10 ,
  • Pubblicato in Flash news
Il Corpo delle Donne
27 12 2012

Verso la fine del nostro video Senza Chiedere il Permesso si vedono delle immagini riprese in una scuola tratte dal documentario Bomba Libera Tutti di Pina Caporaso e Daniele Lazzara. Pina è maestra in una scuola elementare di Pistoia e Daniele è regista.

Eccolo qua, 50 minuti che vi potete regalare in queste giornate di festa. 50 minuti immerse/i nelle verità dei bambini e delle bambine.
Pina Caporaso fa un gran lavoro, di fronte alla domanda delle sue allieve sul perché le donne non possano essere artiste, non vedendole esposte nella mostra a cui sono state, anziché dare loro una risposta semplicistica, inizia un percorso di conoscenza maieutico.

Guardatelo e fate girare questo documentario. Passatelo a chi insegna, commentatelo con i genitori.
Io mi commuovo per come siamo meravigliose/i da piccole/i, vedete? Siamo perfette/i.

Il regista di questo documentario è un giovane uomo. Ha ripreso con una delicatezza e rispetto che muove il cuore. Grazie Daniele. Ecco la generazione di uomini che sta arrivando a cui mi appassiono e a cui cerco di fare spazio.

Io voglio stare con le bambine/i e con questi giovani uomini e giovani donne che incontro nelle scuole.
Qui i commenti delle bambine e dei bambini dopo la visione del documentario.
Buone feste e… ricordate… i bambini e le bambine lo sanno… “PER BALLARE BISOGNA AVERE MOLTO PIU MOVIMENTO”
Il Fatto Quotidiano
26 12 2012

La regista Alessandra Ghimenti ha intervistato gli alunni di una scuola elementare di Milano, e sono venute fuori risposte non scontate. Ma lo stesso esperimento a Lucca aveva dato risultati più "conservatori" in fatto di genere. A breve l'uscita del progetto-documentario "Ma il cielo è sempre più blu"

Non vogliono fare né le veline né le modelle, ma le avvocate, i medici e le designer di interni. Amano il calcio, il basket e gli sport “da maschi”. Sono certe che non si occuperanno da sole dei figli che avranno e qualcuna pensa che sarebbe meglio non farne, per essere più libera. Una nuova generazione di bambine sembra pronta per vivere fuori dagli stereotipi di genere che ancora, per molti aspetti, caratterizzano la società italiana. Questa, almeno, è l’impressione che si ha guardando il secondo capitolo del progetto/documentario “Ma il cielo è sempre più blu” – eccone qui sotto una parte, il video integrale dura 41 minuti e si potrà acquistare online nelle prossime settimane – realizzato da Alessandra Ghimenti nella scuola elementare Pisacane Poerio di Milano.
 
Uno spaccato parziale ma indicativo di una certa tendenza, secondo la regista Ghimenti, che ha iniziato a indagare il modo in cui le bambine e i bambini italiani vivono gli stereotipi di genere nel 2009 in una scuola in provincia di Lucca. L’idea è nata dal libro Ancora dalla parte delle bambine di Loredana Lipperini.

Come ha realizzato il documentario?
Io intervisto i bambini a coppie, facendoli uscire dalla classe e portandoli in una stanza dove restiamo in 3, per una durata che varia dai 5 minuti alla mezzora. Faccio loro 19 domande. Le risposte simili, che emergono anche dal trailer, non sono dovute al fatto che i bambini si copiano ma al fatto che hanno pensieri simili.

Come definisce il concetto di stereotipo di genere, attorno a cui ruota il documentario?
Lo stereotipo di genere è un’incrostazione di tradizione. Gli stereotipi sono concetti che si assumo per comodità, non ce ne rendiamo nemmeno conto, e ci chiudono in un sistema che spesso non ci appartiene. Formano il nostro immaginario. Nonostante nella scuola di Milano, dove ho realizzato la seconda parte del documentario, la situazione sia rosea, dal punto di vista degli stereotipi ci sono altre zone d’Italia, come la scuola in provincia di Lucca in cui ho cominciato il mio progetto, dove c’è ancora moltissimo lavoro da fare.

Che differenze ha rilevato tra la scuola di Milano e quella della provincia di Lucca?
A Milano si vede che le bambine sono libere dagli stereotipi di genere. I bambini sono leggermente più stereotipati, ma nel complesso sono comunque fuori da tanti cliché che riguardano il genere. Credo che nella scuola di Milano, dove ci sono percorsi legati all’educazione al genere visto che è inserita nel progetto “Impariascuola”, le maestre abbiano svolto un ruolo importante, così come le famiglie. In provincia di Lucca, invece, pesa molto il contesto socio-culturale e i bambini e le bambine sembrano essere più condizionati dagli stereotipi. Le bimbe si vedono madri di famiglia, pensano che se avranno dei figli saranno le uniche a doversene occupare, sentono già il peso della bellezza fisica, pensano che dovranno essere belle e magre, che dovranno essere “all’altezza”. Mentre i bambini pensano che dovranno essere forti per occuparsi della moglie, per badare a lei. E molti vogliono fare i calciatori.

Ha qualche dato al riguardo?
Faccio un esempio, puntualizzando che la mia ricerca non ha alcuna pretesa scientifica ma è solo una rilevazione empirica di porzioni di realtà. Quando ho chiesto: chi si occuperà dei figli? Il 90% dei bambini e delle bambine milanesi (45 in tutto) ha risposto: tutti e due. E invece nella scuola toscana il 65% (33 in tutto) ha detto che è la donna che dovrà occuparsene.

Qual è stata la reazione del pubblico al documentario?
L’ho proiettato a Milano e in Lombardia ed è stato accolto con interesse. La parte che riguarda la scuola Pisacane Poerio è stata proiettata alla presenza dei genitori e ha raccolto molti consensi. Anche i genitori a cui non sono piaciute le risposte dei figli mi hanno detto che il filmato è stato utile per una presa di coscienza.

Il suo lavoro continuerà?
Sì ho intenzione di contattare un’altra scuola lombarda, in provincia di Brescia. Poi ne sto cercando una in Campania. Vorrei indagare i contesti del centro città, delle periferie e delle province nel nord, centro e sud Italia. Per vedere e poi mostrare come cambiano – o non cambiano – le nuove generazioni in rapporto al concetto che abbiamo di genere.

"Bambini, come capire quando c'è un "disturbo"?

  • Martedì, 11 Dicembre 2012 08:40 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA
La Repubblica
10 12 2012

Genitori, dite no al falso mito del superbambino a tutti i costi e dedicate attenzione ai suoi reali bisogni. E, se è importante non pretendere performance da piccolo genio e rispettare l'individualità di ogni piccolo, è fondamentale anche saper riconoscere quando un supposto ritardo o un'anomalia comportamentale manifesta le caratteristiche non di un semplice tempo evolutivo diverso, bensì di un reale disturbo  dello sviluppo. Insomma bisogna saper capire i bambini e il loro modo differente di crescere. Ma attenzione: saper stare lontani da quel modello artificiale e fasullo che la società attuale sembra imporre è determinante quanto l'essere in grado di valutare precocemente le prime avvisaglie di uno sviluppo atipico oggettivo e autentico: dal ritardo mentale, all'autismo, dall'iperattività ai disturbi del linguaggio. Tanto più, infatti, l'intervento sulla patologia sarà immediato, maggiore sarà la possibilità di garantire un risultato medico mirato ed efficace. Ma come comprendere quando è davvero necessario intervenire e quando invece si tratta soltanto di rispettare una modalità evolutiva diversa?

Con I disturbi dello sviluppo, bambini, genitori e insegnanti, (Raffaello Cortina editore),  libro scritto con un linguaggio semplice ed esauriente, rispondono a questi interrogativi Bruna Mazzoncini, psicologa e psicoterapeuta, (ha insegnato Neuropsichiatria infantile all'Università La Sapienza di Roma e svolge da tempo attività di formazione per operatori scolastici e sanitari), e Lucialla Musatti , insegnante di scuola primaria e psicologa dell'età evolutiva. Avvertono le autrici  che un campanello d'allarme si deve accendere solo quando il comportamento  diverso del piccolo si discosta in modo significativo da quello dei coetanei. Ovvero, quando la forbice tra ciò che il bambino sa fare e le attese in rapporto all'età e al confronto con gli altri bambini, si riveli ampio e rilevante e quando diventa ripetuta la frequenza dei  suoi comportamenti "immaturi, inadeguati o bizzarri". Soltanto in presenza di questi dati intrecciati, è  indispensabile prendere in mano la situazione clinicamente, con  urgenza, determinazione e in maniera  sinergica. Poiché, con l'intervento precoce, i disturbi più lievi possono riassorbirsi quasi completamente, e i più gravi potranno comunque avere una evoluzione migliore e una prognosi più favorevole.
I disturbi dello sviluppo si rivolge ai genitori , agli insegnanti e agli operatori scolastici, e a tutti coloro che vogliono saperne di più. E la scelta  di Mazzoncini e Musatti di affrontare l'argomento in modo "corale", tramite il punto di vista di tutti gli adulti coinvolti nello sviluppo dei bambini e nell'attività di contrasto dell'eventuale patologia, rappresenta la  novità  più interessante del loro lavoro. Uno strumento di conoscenza utilissimo per garantire un futuro migliore ai nostri figli.

Dottoressa Mazzoncini, quando si deve parlare di disturbo dello sviluppo reale e quando invece può trattarsi soltanto di un'anomalia o di un ritardo momentaneo, dovuti a tempi e modi diversi di crescere?

"Ogni bambino cresce con ritmi di sviluppo individuali e quindi l'imparare, per esempio, a camminare, a correre, a parlare, a disegnare, a giocare, a leggere e scrivere, a stabilire rapporti sociali  avviene con tempi e modi che dipendono sia dalle sue caratteristiche costituzionali sia dagli stimoli ambientali che riceve. Se però il percorso di crescita di un bambino si discosta in modo significativo da quello dei coetanei,  si deve accendere un campanello di allarme e può rendersi necessario  approfondire  i motivi dei ritardi o delle atipie che si manifestano in determinate acquisizioni. Che si intende per significativo? Ovviamente non esistono misure esatte, soprattutto quando si tratta di valutare non competenze presenti o assenti, come il camminare o il dire le prime parole, ma competenze che si organizzano progressivamente, come il disegnare soggetti riconoscibili, il giocare con regole adeguate, il saper raccontare e farsi capire, ben più difficili da misurare. Nei primi due anni di vita, rallentamenti di pochi mesi nella crescita  possono già definirsi come scarti o divari degni di osservazione,  successivamente i tempi di un ritardo possono allungarsi soprattutto se non sono coinvolte le funzioni più importanti dello sviluppo. Nei bambini  possono anche presentarsi comportamenti che appaiono atipici, quali un eccesso di isolamento, instabilità, oppositorietà o aggressività, e sentimenti intensi di paura, tristezza, rabbia vissuti dagli adulti come sproporzionati e incongrui rispetto al contesto. I criteri che si possono utilizzare per differenziare le situazioni dovute a specifiche crisi evolutive o a disagi temporanei da un vero e proprio disturbo dello sviluppo possono essere riassunte in: l'ampiezza e la gravità del divario tra ciò che il bambino sa fare e le attese in rapporto all'età e al confronto con i coetanei; la durata e la frequenza dei comportamenti immaturi, inadeguati o bizzarri, sia a livello cognitivo che emotivo".

In presenza di un'accertata patologia (ritardo mentale, autismo, iperattività) come comportarsi per contrastare le alterazioni che questa comporta nelle varie tappe evolutive del bambino?

"Quando è presente una patologia, che può interessare lo sviluppo globale di un bambino o alcuni aspetti settoriali della sua crescita, è indispensabile effettuare una diagnosi che non solo e non tanto inquadri il bambino all'interno di una situazione clinica definita, ma riesca a chiarire qual è il suo profilo di sviluppo in termini di deficit e risorse, punti di forza e punti di debolezza, strategie cognitive utilizzate, modalità e qualità delle relazioni sociali. A partire da questo quadro conoscitivo è possibile programmare un intervento terapeutico (sugli aspetti cognitivi, neuropsicologici o  psicopatologici) finalizzato a favorire la risoluzione del deficit, a ridurre l'entità e il peso del disturbo nello sviluppo della personalità del bambino e a evitare il rischio che difficoltà emotive e relazionali complichino il quadro iniziale.
Quanto più un intervento è mirato e precoce tanto più è efficace: disturbi più lievi possono riassorbirsi quasi completamente, disturbi più gravi possono avere una evoluzione migliore e una prognosi più favorevole. È  importante sottolineare che in tutti i disturbi è comunque possibile incidere sulla loro evoluzione e sulla loro modificazione. Parallelamente al processo terapeutico del bambino devono essere attivati interventi di supporto psicologico ai genitori per sostenere le loro competenze genitoriali e affiancarli nel percorso di conoscenza ed elaborazione delle difficoltà del figlio. Devono essere previsti anche incontri tra scuola e specialisti sanitari per condividere e concordare  programmi terapeutici ed educativi. L'insieme di questi diversi interventi costituisce il processo di presa in carico che deve accompagnare il bambino con difficoltà durante tutto l'arco dell'età evolutiva".
I bambini nella percezione di genitori e insegnanti. Che cosa pretendiamo dai più piccoli, e come rispettarli.
"La percezione che genitori e insegnanti hanno dell'infanzia non è qualcosa di statico e acquisito in modo definitivo, ogni generazione di bambini  trasforma e ridefinisce ogni volta la propria immagine sociale. Attualmente il bambino viene spesso rappresentato attraverso modalità falsificate e modelli artificiali che non aiutano l'adulto a capire il comportamento del bambino reale che hanno di fronte. I rischi più frequenti riguardano la possibilità che il piccolo venga sollecitato ad adeguarsi in modo eccessivo  e troppo in fretta ai bisogni e alle richieste del mondo dei grandi, con comportamenti di adultizzazione forzata o, all'opposto, che venga mantenuto in una dimensione di dipendenza, passività o solitudine, con conseguenti gravi limiti a una crescita armonica.
Il rispetto verso un bambino passa soprattutto attraverso l'attenzione e il riconoscimento dei suoi bisogni, che si modificano continuamente in rapporto all'età e alle caratteristiche del suo universo psichico e interpersonale. Se un bambino presenta  un disturbo dello sviluppo, ancora di più è fondamentale rispettare i suoi tempi e i suoi modi di conoscere, esprimersi e relazionarsi.  
Così allo slogan "i figli, gli alunni sono tutti uguali e devono essere trattati tutti nello stesso modo" preferiamo sostituire l'idea che per tutti devono essere uguali i diritti e le opportunità, mentre le richieste vanno invece modulate in rapporto alle capacità individuali e alle singole necessità. Ogni bambino costruisce l'immagine di sé anche attraverso ciò che l'adulto sa chiedergli e condividere con lui".

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