Matrimonio gay, cosa devi sapere sul referendum in Irlanda

  • Mercoledì, 20 Maggio 2015 11:13 ,
  • Pubblicato in Flash news

Frontiere news
21 05 2015

di Tom Inglis, docente di sociologia dell’Università di Dublino

Venerdì 22 maggio ci sarà in Irlanda il primo voto popolare al mondo sul matrimonio gay. Le tesi del Sì e del No, i sondaggi e l'influenza della Chiesa nell'analisi del sociologo Tom Inglis

L’Irlanda sta per dare luogo al primo voto popolare al mondo per decidere se gay e lesbiche abbiano o meno il permesso di sposarsi. Secondo un recente sondaggio dell’Irish Times il 58% degli intervistati voterebbe a favore, il 25% contro, il 17% invece è ancora indeciso o non voterebbe. Tralasciando quest’ultimo dato, si potrebbe presumere che il 70% voterebbe Sì al diritto di contrarre matrimonio a prescindere dall’orientamento sessuale.

Donne, single e abitanti delle città sarebbero maggiormente favorevoli a votare a favore, ma la principale discriminante è data dall’età. Solo un terzo degli over-65 hanno detto che voteranno Sì, contro un 70% degli under-34.

I sondaggi degli ultimi anni hanno indicato che la massa dei Sì è in declino, seppur lentamente – a dicembre coloro a favore raggiungevano l’80%. Le domande da porsi sono, quindi, sulle (timide) ragioni dei No e sulla partecipazione attiva della popolazione più giovane.

Quali sono le tesi?
Il referendum copre numerosi aspetti. Per i favorevoli si tratterebbe semplicemente di estendere a gay e lesbiche gli stessi diritti costituzionali delle coppie omosessuali. Le normative approvate nel 2010 hanno concesso simili – ma non uguali – diritti e responsabilità alle coppie gay e lesbiche. Un voto per il Sì renderebbero effettivi gli stessi diritti a tutte le coppie sposate, a prescindere da genere ed orientamento.

La campagna del No ha messo enfasi sul fatto che una vittoria del Sì cambierebbe la definizione di matrimonio con delle conseguenze sulle adozioni e sulla genitorialità surrogata. Questi cambiamenti minerebbero, secondo la tesi del No, alle basi della famiglia.

Accettazione dell’amore omosessuale
Questo referendum ci fa comprendere fino a che punto l’Irlanda è diventata una società moderna, liberale e cosmopolita. Fino a che punto si avvicina al resto dell’Occidente, o fino a che punto è una società conservativa, rurale e cattolica. La votazione è sui diritti, ma è certamente anche un test inevitabile per capire se il popolo irlandese riconosce e accetta l’omosessualità. Se riconosce e accetta che due uomini o due donne possano amarsi a vicenda con la stessa intensità e passione di una coppia eterosessuale. E, ovviamente, se lo stato dovrebbe o meno “benedire” il loro amore.

Su un livello più profondo, il referendum serve anche a capire se il popolo irlandese è o meno pronto ad accettare che coppie omosessuali facciano sesso, che questo sia piacevole e soddisfacente come lo è per le coppie etero e che nel caso in cui coppie omosessuali abbiano dei figli, questi non siano danneggiati dall’avere genitori dello stesso genere.

Il ruolo della Chiesa
Con questo referendum si capirà anche fino a che punto la Chiesa cattolica agisca ancora da coscienza morale della società irlandese. Una volta la Chiesa aveva il monopolio su quello che il popolo irlandese potesse considerare giusto o sbagliato e su come vivere una vita buona. La maggioranza dei cattolici – che a loro volta formavano la maggioranza della popolazione – seguivano regole e indicazioni della Chiesa.

Nell’ultima metà del 20esimo secolo, comunque, questa situazione è cambiata drasticamente. Una volta il 90% dei cattolici andava a messa una volta a settimana. Ora circa il 35%.

A parte questo calo nella frequentazione, una statistica del 2011 ha mostrato che l’84% della popolazione ha dichiarato di essere di fede cattolica romana. Ma essere cattolici non significa più quello che significava un tempo. Sembrerebbe che circa un terzo dei cattolici irlandesi segua ancora una fede rigida e tradizionale, soprattutto nella popolazione anziana che vive nelle aree rurali.

Cambio culturale
Sembrerebbe che la maggior parte dei cattolici irlandesi sia diventata “culturalmente” cattolica. E a loro volta questi cattolici culturali vedono, nella maggior parte dei casi, il cattolicesimo come parte della loro eredità. Sono propensi a mandare i propri figli in scuole cattoliche: il 90% delle scuole primarie è di proprietà della Chiesa.

I cattolici culturali sono propensi a battezzare i propri figli, a partecipare alle Prime comunioni, a sposarsi e a essere seppelliti da cattolici. L’essere cattolici potrebbe non rappresentare una forte identità personale, ma resta centrale nella vita della famiglia e della società.

La domanda di venerdì sarà: fino a che punto questa identità culturale è conciliabile con l’atteggiamento liberale di chi riconosce e accetta l’essere gay?

Professor Tom Inglis, UCD School of SociologyTom Inglis insegna sociologia all’Università di Dublino. Ha concentrato le sue analisi sulle trasformazioni della cultura irlandese, soprattutto in relazione alla Chiesa Cattolica, alla sessualità, ai media e alla globalizzazione. È autore di numerosi libri su queste aree tematiche.

La Repubblica
15 04 2015

I giudici bocciano il ricorso di un libico contro la polizia. "Corrompono la morale". Retate e arresti di omosessuali al Cairo

La polizia egiziana potrà espellere gli stranieri omosessuali e vietare il loro ingresso nel Paese. Lo ha stabilito ieri la Corte amministrativa egiziana, respingendo un ricorso riguardante una decisione del ministero dell'Interno in merito all'espulsione di un cittadino libico omosessuale. Il Tribunale ha riconosciuto legittimo il diritto del ministero di espellere stranieri omosessuali e di impedire il loro ingresso in Egitto.

Una decisione senza precedenti subito riportata ieri pomeriggio dal sito di Al Ahram. "La Corte amministrativa dell'Egitto", precisa il quotidiano più antico del Medio Oriente "ha confermato ciò che ha definito essere il diritto del ministero ad espellere stranieri omosessuali e ad interdire il loro ingresso in Egitto". Il tribunale ha confermato la decisione che nel caso specifico venne presa nel 2008, stabilendo che è stata assunta per preservare l'interesse pubblico e religioso e i valori sociali.

L'omosessualità non è ufficialmente fuorilegge in Egitto, ma le persone accusate di essere gay vengono spesso incriminate in base alle leggi che puniscono la "dissolutezza" o la "corruzione della morale pubblica", in pratica le leggi anti-prostituzione. La decisione della Corte cairota rischia di dare un serio colpo anche all'industria turistica, già in difficoltà per il terrorismo islamico. I resort per stranieri lungo le rive del Mar Rosso sono (erano) tra le mete più ambite per coppie gay e rischiano adesso di perdere una importante quota di clientela. I difensori dei diritti umani in Egitto denunciano una vera e propria campagna governativa contro i gay, arresti e persecuzioni contro gli uomini accusati di omosessualità sono aumentati drammaticamente negli ultimi mesi. Così come la gogna mediatica a cui vengono talvolta sottoposti gli arrestati.

Ha destato scalpore lo scorso dicembre la puntata del programma tv "El Mestakhabi" ("Nascosto") sulla retata anti gay della polizia in un hammam del Cairo, dove sono state arrestate 33 persone con l'accusa di "dissolutezza". Le troupe della rete Al Qahira wal Nas hanno accompagnato il blitz della polizia e gli arrestati sono stati trascinati fuori dal bagno turco in manette e seminudi sotto i riflettori delle telecamere. Ne è nata una forte polemica ma la polizia ha continuato in questi mesi a tenere sotto stretto controllo quel quadrilatero di strade fra la celebre Piazza Tahrir e Piazza Talaat Harb, dove tradizionalmente si ritrova la comunità gay.

Gli attivisti LGBT d'Africa sono vittime o campioni?

  • Mercoledì, 01 Aprile 2015 13:41 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Grande Colibrì
01 04 2015

Gli attivisti LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) maghrebini in soli cinque giorni hanno organizzato in Tunisia due manifestazioni, un dibattito pubblico, un volantinaggio e un flash mob per le strade della capitale. Tutto a volto scoperto e alla luce del sole (ilgrandecolibri.com). Nonostante una legge che punisce con il carcere l'omosessualità. Nonostante solo poche settimane prima, come denuncia il gruppo lesbo-femminista Chouf Minorities, una sua militante sia stata violentata sotto la minaccia di un coltello e un'altra sia stata picchiata da alcuni uomini a causa del suo orientamento sessuale. Il coraggioso esempio degli attivisti maghrebini è stato applaudito? E' stato lodato? Si è corso il rischio che venisse persino glorificato? Tutt'altro: è stato semplicemente ignorato. Fuori dalla Tunisia, oltre a questo sito, ne ha parlato svogliatamente qualche media francese e poco più.

L'evidente importanza della notizia e l'evidente silenzio dei media sono in plateale contrasto. C'è qualcosa che non funziona se la lettera scritta a Dolce e Gabbana da un qualsiasi papà gay seduto davanti al suo computer in un appartamento del quartiere Castro di San Francisco merita una standing ovation planetaria, mentre passano sotto silenzio le manifestazioni di una comunità che per la prima volta decide di sfidare apertamente l'omofobia delle leggi e della società. Cosa c'è che non va, quale meccanismo dell'informazione si è inceppato?

Probabilmente la risposta è molto banale: raccontare l'attivismo africano è semplicemente difficile, perché l'Africa è molto spesso interpretata unicamente attraverso l'immagine stereotipata del carnefice omofobo africano - e della vittima omosessuale africana, ridotta a semplice spalla tragica del suo carnefice - e la presenza di attivisti determinati e coraggiosi non è prevista nello schema. Anzi, è talmente lontana dalla retorica comune che diventa indicibile, indescrivibile. Raccontare un Pride in Tunisia - un paese africano, ma anche arabo e musulmano, e quindi ancora più compresso nel cliché - richiederebbe di abbandonare l'immagine stereotipata che offre una spiegazione semplice ormai sedimentata, di iniziare ragionamenti nuovi, più complessi e sfumati.

A volte i media semplicemente non hanno idea di come raccontare l'attivismo LGBT in certi paesi e quindi semplicemente, quasi inconsapevolmente, non lo raccontano, per non abbandonare le loro interpretazioni semplicistiche e rassicuranti, un po' per pigrizia e un po' per il timore che suscita la necessità di rivedere le proprie idee. Qualcuno tace pensando in buona fede che sia meglio non parlare di donne e uomini forti e coraggiosi, perché si rischia di far sembrare l'omofobia che li circonda meno assoluta, meno totalizzante. Questo non significa che non parleranno mai degli attivisti LGBT africani: ne parleranno quando saranno perseguitati o uccisi, cioè quando saranno vittime, ma non quando faranno delle battaglie e sfideranno lo status quo, cioè quando saranno, appunto, attivisti.

Eppure non è questo quello che vogliono gli attivisti africani, non è questo quello che gli serve. Dopo le violenze sessuali e le botte subite dalle proprie militanti, le femministe lesbiche di Chouf Minorities non usano parole da prede impaurite, ma da leonesse orgogliose: "Negano il nostro diritto di essere noi stesse, negano il nostro diritto di essere donne. Ma noi siamo donne e in quanto donne non cesseremo di rivendicare il nostro diritto di esistere come vogliamo".

Più a sud, in Nigeria, l'attivista Bisi Alimi nel 2007 è stato rapito e torturato, è scampato per un soffio alla morte, come spiega oggi nell'intenso discorso del video qui sotto. "Quella notte ho smesso di essere una vittima e ho iniziato ad essere Bisi Alimi. [...] Volevano spezzarmi, ma non mi sono fatto spezzare. Volevano zittirmi, ma non mi sono fatto zittire. Volevano derubarmi del mio orgoglio, ma non gliel'ho permesso". E conclude così: "Festeggio il fatto di essere un campione e non una vittima".

La persecuzione delle persone omosessuali e transgender è Africa. Le leggi omofobiche sono Africa. Ma sono Africa anche il coraggio dei Pride tunisini, la rabbia battagliera di Chouf Minorities, la sfida orgogliosa di Bisi Alimi e di tanti altri come lui. Sono Africa anche i due uomini che si sono sposati, nonostante lo scandalo generale, alla Mayotte, dipartimento francese a nord del Madagascar (linfo.re). Sono Africa anche le donne del Comitato femminile multipartito che in Sudafrica reclamano leggi più dure contro l'omofobia e gli "stupri correttivi" (allafrica.com). E' Africa anche l'editorialista che in Ghana chiede alla Chiesa presbiteriana locale di seguire l'esempio dei correligiosi americani accogliendo le persone LGBT (spyghana.com).

Sicuramente sotto la terra d'Africa giacciono distesi troppi corpi di gay, lesbiche e transessuali uccisi, ma sono ancora di più i corpi diritti di transessuali, lesbiche, gay ed eterosessuali che camminano e marciano sulla terra d'Africa combattendo per i diritti di tutti. Con fatica e impegno, spesso anche con grandi rischi per la propria incolumità, stanno rompendo un muro di silenzio che i nostri media, tacendo della loro esistenza e delle loro battaglie, assurdamente aiutano a cementare.

Nigeria al voto, sfidanti si accusano: "Sei gay-friendly"

  • Lunedì, 23 Marzo 2015 09:26 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Grande Colibrì
23 03 2015

In un recente viaggio nel Regno Unito, Muhammadu Buhari, ex generale, musulmano conservatore e candidato alla presidenza della Nigeria per il partito di opposizione All Progressives Congress (Congresso di tutti i progressisti; APC), avrebbe ricevuto questa proposta da quattro governi occidentali: "Sei sei pronto ad appoggiare una legge che introduca i matrimoni tra persone dello stesso sesso e ad abrogare le leggi contro gli omosessuali, in cambio noi ti forniremo appoggio, aiuti e finanziamenti, all'inizio di nascosto e poi, al momento opportuno, alla luce del sole". E Buhari avrebbe promesso di prendere in considerazione l'offerta. Questo almeno è quello che sostiene il suo rivale alle elezioni del 28 marzo, il presidente uscente Goodluck Jonathan, politico cristiano a capo del People's Democratic Party (Partito Democratico Popolare; PDP), attraverso il proprio portavoce (premiumtimesng.com).

Buhari sta davvero pensando di introdurre le nozze gay "nonostante la stragrande maggioranza dei nigeriani ritenga i matrimoni tra persone dello stesso sesso e, a dirla tutta, l'omosessualità ripugnanti e inaccettabili", per usare le parole scandalizzate del portavoce di Jonathan? Per Comrade Olayemi Success, coordinatore della Rete dei volontari per Buhari, la notizia è assolutamente "ridicola e irragionevole": "un uomo rispettabile come il generale Buhari, alla sua età e nella sua posizione", non si abbasserebbe a tanto, replica l'uomo, profondamente indignato. E rilancia: l'omosessualità si confà più agli avversari, che sono "prodotti di sistemi corrotti e anti-patriottici", come dimostra anche il fatto che abbiano studiato all'estero (informationng.com).

Insinuazioni sull'altrui orientamento sessuale a parte, non si può fare altro che credere a Success: le accuse di Jonathan non hanno nessuna credibilità, anche perché le diplomazie occidentali non solo si sono dimostrate molto tolleranti con l'intolleranza delle leggi nigeriane (ilgrandecolibri.com), ma comunque non pretenderebbero di passare di punto in bianco dalla criminalizzazione dell'omosessualità all'approvazione delle nozze tra persone dello stesso sesso. E allora perché il presidente uscente racconta frottole costruite così male? Crede davvero di poter distrarre l'elettorato dai propri disastrosi fallimenti in campo economico e nella lotta contro il gruppo terroristico Boko Haram con frottole così evidenti?

Sì, ci crede davvero. E non ha tutti i torti. Infatti in molti abboccheranno a queste bugie grossolane: da una parte i potenti media legati al presidente presentano l'evidente bufala come verità indiscussa e già provano a fare il lavaggio del cervello al pubblico sul pericolo di un paese svenduto ai sodomiti, dall'altra ci si mettono anche alcune autorità religiose, che già da tempo denunciano assurdi complotti di governi stranieri e omosessuali per prendere il controllo della Nigeria. Il vescovo cattolico Emmanuel Badejo sostiene, ad esempio, che se Boko Haram non è stata ancora sconfitta è solo perché Obama si sarebbe ufficialmente rifiutato di aiutare la Nigeria finché questa non approverà omosessualità ed aborto (aleteia.org) - e pensare che la Chiesa cattolica, nel paese, è una delle più moderate e affidabili...

Insomma, mentre il nord-est del paese è piegato dalle stragi di Boko Haram, dalle violenze indiscriminate dell'esercito nigeriano, dalla rapacità dei politici locali e dall'indifferenza di quelli nazionali, la campagna elettorale per la presidenza è una sciocca gara a chi la spara più grossa per nascondere sotto il tappeto gli scheletri del passato e del presente (Jonathan è un presidente corrotto e incompetente, Buhari è implicato in gravissime storie di morti e violazioni dei diritti umani). Così, mentre i suoi comandanti litigano sul cubetto di ghiaccio immaginario dei matrimoni omosessuali imposti dall'Occidente, la Nigeria, prima economia africana, veleggia imponente verso un iceberg sempre più vicino.

Eretica, Il Fatto Quotidiano
17 marzo 2015

Non pensavo fosse indispensabile parlarne, perché a me basta aver visto gli spot pubblicitari di Dolce & Gabbana per capire. L’immaginario che offrono è fatto di coppole, donne in abiti a lutto, cliché della Sicilia di decenni fa. Tradizionalisti o, forse, conservatori. Da qui in poi mi sembra facile capire il perché delle affermazioni a proposito delle unioni gay e dei figli “sintetici”.

facebook