L'eredità di genere della crisi nel nuovo rapporto Istat

  • Mercoledì, 20 Maggio 2015 11:11 ,
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Ingenere
21 05 2015

Siamo fuori dal tunnel? Il primo Rapporto annuale dell’Istat dalla fine della crisi economica (o meglio sarebbe dire: da quando il Pil è passato dal segno 'meno' al segno 'più') è assai cauto, non si sbilancia in ottimismo. Ma, per usare una metafora proposta nella sua presentazione dal presidente Giorgio Alleva, evidenzia i germogli spuntati sull’albero assai malconcio dell’economia italiana. Se cresceranno – e il 'se' è collegato a tante variabili, esterne e interne -, una cosa è certa: non saranno su tutti i rami, poiché solo una parte dei territori italiani ha già 'agganciato' la ripresa. In particolare, quella nella quale sono più presenti le reti di imprese che esportano, che hanno ripreso a investire, in parte hanno rinnovato la loro specializzazione non restando ancorate ad antiche certezze, e hanno ricominciato (ma solo un po’) ad assumere. Nella nuova fase, ci portiamo dietro tanti problemi non risolti durante i lunghi anni della recessione, dalla struttura produttiva (ancora fatta di piccole e piccolissime imprese, che solo in parte si sono messe in rete), al divario territoriale (che anzi si è accentuato, con il Mezzogiorno che continua a sprofondare: il leggero aumento della produzione e dell’occupazione che si è mostrato nel primo trimestre di quest’anno riguarda solo il Centro-Nord). In questo quadro, che ne è del gap di genere nell’economia e nel mercato del lavoro italiani? La tenuta dell’occupazione femminile durante la crisi e l’aumento della partecipazione delle donne al mercato dal lavoro fanno parte dei germogli della ripresa, o finiranno tra i suoi 'rami secchi'?

L’eredità di genere della crisi

64.000 donne occupate in più dal 2008 alla fine dello scorso anno: l’incremento dell’occupazione femminile dall’inizio della crisi a oggi può sembrare modesto, ma è una gran cosa se si guarda al bilancio dell’occupazione maschile, che perde 875.000 lavoratori. Come già evidenziato in molti rapporti europei e dallo stesso Istat (si veda anche, su questo sito, il resoconto del rapporto Enege su donne e crisi), è stata soprattutto l’emorragia di posti di lavoro maschili a trascinare in basso il tasso di occupazione generale. Ma mentre nella media europea quest’ultimo nel 2014 sfiora il 65% ed è tornato al livello del 2008, in Italia è al 56%: “al di sotto della media europea di quasi dieci punti e del livello del 2008 di quasi tre”. Visto in numeri assoluti, il gap è impressionante: per raggiungere un tasso di occupazione uguale a quello medio europeo, dovremmo avere 3 milioni e mezzo di occupati in più. Con il ritmo dell’ultimo anno (88.000 occupati in più), servirebbero quasi quarant’anni per raggiungere la media dell’occupazione europea. Anche per l’occupazione femminile il gap resta altissimo: è vero che quest’ultima ha tenuto, ma poiché partiva da livelli bassissimi ne consegue che, per raggiungere la media europea, dovrebbero lavorare in Italia 2 milioni e mezzo di donne in più: un gap localizzato in gran parte nel Mezzogiorno, ossia nella zona d’Italia che – ci fa capire lo stesso Rapporto – non è per ora sfiorata dalla ripresa. Dunque quando l’Istituto nazionale di statistica, per bocca del suo presidente, chiede che “la politica torni a occuparsi del Sud”, non va dimenticato lo specifico impatto di genere che tale “riscoperta” (dopo decenni di colpevole rimozione) potrebbe avere.

Perché lavorano

Di positivo, c’è il fatto che quasi tutti i fattori, ai quali è dovuta la leggera crescita dell’occupazione femminile negli anni della crisi, sono destinati a durare: l’aumento dell’attività delle donne over 50 (per effetto dell’aumento dell’età della pensione, ma anche per un’avanzata generazionale delle coorti di donne più istruite e occupate che via via più numerose sono entrate sul mercato del lavoro), la necessità delle donne di supportare il reddito familiare, l’aumento delle donne breadwinner (è salita ancora la quota di famiglie in cui la donna è l’unica ad essere occupata: 12,9% nel 2014, contro il 12,5 del 2013 e il 9,6 del 2008).

Di negativo, c’è la relativa debolezza delle nuove lavoratrici: che sono spesso in posizioni lavorative con bassa qualificazione, e – soprattutto – sono le protagoniste dell’unico grande boom che si è avuto per tutti gli anni passati, ossia l’aumento del part time involontario. Nel 2014 i lavoratori a tempo parziale erano oltre 4 milioni (il 18,4% del totale degli occupati, con un 32,2% tra le donne e un 8,4% tra gli uomini), ma quasi due su tre avrebbero voluto un lavoro a tempo pieno. Questo, ha sottolineato Linda Laura Sabbadini nel corso della presentazione del Rapporto, vuol dire che il part time non è chiesto né usato come strumento di flessibilità per la conciliazione, ma per esigenze attinenti all’organizzazione o alle strategie delle imprese. Nel complesso, aggiunge il Rapporto, “si contano 751mila occupati esposti a una doppia vulnerabilità, donne in circa due terzi dei casi: sono atipici (dipendenti a termine o collaboratori) e part timer involontari”.

Vincenti e perdenti

C’è, in tutto ciò, anche un effetto della composizione dell’occupazione femminile che è cambiata nel corso della crisi. Negli ultimi anni, si sono persi tanti posti di lavoro ma in alcuni settori se ne sono guadagnati. L’Istat le chiama professioni “vincenti”. Ma non sempre hanno a che vedere con la Silicon Valley e l’alta specializzazione. Tra il 2011 e il 2014, mentre si perdevano nell’occupazione totale 319.000 posti, c’era un gruppetto di professioni che avanzava. Settanta professioni vincenti (su 508 professioni mappate nel totale), che hanno assorbito ben 1,4 milioni di lavoratori in più. L’Istat le divide in quattro gruppi: le professioni specializzate tecniche (dai progettisti di software agli ingegneri elettrotecnici, ai responsabili di gestione), le specializzate non tecniche (dai fisioterapisti agli addetti all’accoglienza nel turismo), le tecniche operative (esercenti nella ristorazione, odontotecnici, ma anche addetti meccanici, e altre professioni di carattere manuale ma che richiedono competenze specifiche), alle elementari (nel campo dei servizi alle famiglie: badanti, camerieri, custodi, operatori socio-sanitari). Viene fuori che donne e stranieri primeggiano nelle professioni “vincenti”, con particolare riguardo agli ultimi due gruppi: tecniche operative ed elementari. Uno specchietto molto utile, che riflette un 'effetto-badanti' (una delle poche spese delle famiglie italiane che non è stata compressa considerevolmente) ma che dà anche possibili indicazioni, non limitate al settore dei servizi meno qualificati e meno retribuiti, per ragazze e ragazzi ancora in cerca di formazione.

Donne e libriIl sorpasso delle laureate è ormai realtà in tutta l'Europa: ben 8,4% in più di donne rispetto agli uomini. A trent'anni hanno studiato di più e sono più diplomate degli uomini. È uno dei pochi gender gap in favore dell'altra metà del cielo. Mentre su salari e occupazione la disparità pesa ancora sulle ragazze, nello studio universitario i rapporti di forza si sono capovolti, così come certifica l'ultimo rapporto di Eurostat. [...] l'Italia si trova un pò al di sopra della media europea con 10% di ragazze in più dei coetanei che finiscono gli studi universitari. 
Anais Ginori, la Repubblica ...
Gender gapRepubblica.it
28 ottobre 2014

Nella classifica del Global Gender Gap 2014 stilata dal Wef l'Italia è al 69esimo posto (dal 71esimo) dietro il Bangladesh. Grave ritardo nell'uguaglianza salariale: 114esimo. Passi indietro anche nel comparto dell'istruzione; il miglioramento generale si deve solo alla politica.

Gender Gap, mancano 81 anni per la parità totale

  • Mercoledì, 29 Ottobre 2014 09:15 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina99
29 10 2014

Secondo il rapporto del World Economic Forum, l'Italia migliora. Cresce la rappresentanza femminile in politica, ma in media le donne guadagnano la metà di un uomo facendo lo stesso lavoro. Primi in classifica sempre i paesi del Nord Europa, migliora di 30 punti la Francia.

È uscito il rapporto Global Gender Gap 2014 pubblicato dal World Economic Forum. Nel complesso, le disparità uomo-donna passano dal 56% rilevato nel 2006 – quando uscì la prima edizione del rapporto – al 60%. Lentamente le cose stanno cambiando ma, prevede il Wef, a questi ritmi per raggiungere il 100% di uguaglianza “ci vorranno 81 anni”.

 A guidare la classifica del Gender Gap Index restano come sempre Islanda, Finlandia, Norvegia, Svezia e Danimarca, che occupano rispettivamente i primi cinque posti. La Germania raggiunge la 12esima posizione. La Francia risale notevolmente, piazzandosi 16esima e scalando 29 posizioni. 20esimi invece gli Stati Uniti. Ma nella Top 10 ci sono anche Nicaragua, Rwanda e Filippine. Su 142 Paesi, con 0,697 punti, l'Italia si piazza 69esima guadagnando due posizioni dallo scorso anno.

Per quanto riguarda la partecipazione delle donne nel campo economico il nostro paese scende dal 97esimo al 114 posto. Peggio ancora per la parità salariale, che ci vede al 129esimi in classifica. A buon punto siamo invece per la rappresentanza delle donne in politica, settore in cui l'Italia arriva al 37esimo posto, salendo al 30esimo per presenza femminile in Parlamento e al 32esimo per il numero di donne che ricoprono ruoli ministeriali.

Attualmente, non c'è nessun paese in tutto il mondo in cui una donna guadagna quanto un uomo rivestendo il medesimo ruolo professionale. Negli Stati Uniti “le donne guadagnano circa due terzi di ciò che gli uomini guadagnano per un lavoro simile in base alla percezione dei dirigenti d'azienda”, ha detto l'economista del Wef Saadia Zahidi.

In Italia non si arriva nemmeno alla metà, come accade anche in Israele: i due paesi sono in cima alla classifica per pari opportunità, ma nel 2014 una donna ha guadagnato rispettivamente il 48% e il 47% dello stipendio medio di un uomo. In Danimarca le donne guadagnano il 71% degli uomini che svolge lo stesso lavoro, ma è anche l'unico posto dove guadagnano in media il 2% perché ricoprono i posti meglio retribuiti. Vincitore a sorpresa, il Burundi, dove la percentuale sale all'83%, ma quattro persone su cinque vivono al di sotto della soglia di povertà.

Il Mattino
28 10 2014

L'Italia si piazza al 69esimo posto su 142 paesi per quanto riguarda la parità fra uomini e donne, guadagnando due posizioni rispetto all'anno scorso.

È quanto emerge dal nono rapporto sul "Global Gender Gap Report 2014", secondo cui ci vorranno 81 anni prima che ci sia a livello mondiale una vera e propria parità tra i sessi sul posto di lavoro. Nel rapporto sono stati analizzati quattro settori fondamentali, ossia economico, politico, istruzione e salute per cercare di capire se i Paesi stanno distribuendo le proprie risorse e opportunità equamente tra uomini e donne.

Per quanto riguarda la partecipazione delle donne nel campo economico, l'Italia nel 2014 precipita al 114esimo posto dal 97esimo dell'anno scorso, mentre spacchettando il settore emerge che il Belpaese occupa la posizione numero 88 sulla partecipazione delle donne nel mondo del lavoro e addirittura la 129esima posizione per parità salariale per lavori simili tra Paesi e Paesi.

Va meglio per quanto riguarda la rappresentanza delle donne italiane in politica con un 37esimo posto in classifica, mentre la differenza nel livello di scolarizzazione tra uomini e donne pone il Paese al 62esimo posto. Infine sulle aspettative di vita in buona salute tra i due generi l'Italia è all'83esimo posto sui 142 analizzati.

La classifica generale sulla parità dei generi è guidata dai Paesi del nord Europa, con Islanda, Finlandia, Norvegia, Svezia e Danimarca nelle prime cinque posizioni. Tra i principali paesi europei, invece, la Germania guadagna due posizioni raggiungendo il 12esimo posto, la Francia balza al 16esimo posto dal 45esimo, grazie soprattutto ad un cospicuo aumento del numero delle donne francesi in politica, mentre la Gran Bretagna cede otto posizioni retrocedendo al 26esima posto.

Gli Stati Uniti, prima potenza mondiale, guadagnano tre posizioni, salendo al 20esimo posto.

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