×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

Il gender è un dito nell'orecchio

genderMa che cos'è, esattamente, la "teoria Gender" evocata con crescente inquietudine dai difensori della famiglia tradizionale? [...] Il dottor Gender è molto stupito di tanto baccano. "Non è vero che mi accoppio con il mio labrador", spiega.
Michele Serra, l'Espresso ...

Corriere della Sera
06 08 2015

Dopo il successo dell’esperimento di Staggia Senese e i progetti in dirittura d’arrivo di Schio e Padova non nascerà alla parrocchia di San Zeno Naviglio la prima scuola anti-gender di Brescia. Maestra unica, massimo dieci alunni per classe e preghiere obbligatorie prima di ogni lezione. L’educazione parentale impartita per almeno otto anni, permessa dagli articoli 33 e 34 della Costituzione sul modello americano, di fatto sostituisce e sfida le scuole elementari pubbliche e paritarie. È il sogno di un manipolo di genitori ultra-cattolici che si oppongono a un sistema educativo secondo loro «spinto dalle lobby gay alla parificazione biologica tra uomo e donna». Il progetto pilota è partito lo scorso anno a Staggia Senese, frazione di Poggibonsi nota ai più per una rocca deliziosamente conservata: i genitori si sono riuniti sotto la sigla di «Alleanza Parentale» definendosi l’ultimo baluardo di un’educazione improntata sui sani valori della tradizione. Poi, i genitori ultra cattolici hanno avviato il progetto a Schio, Vicenza, e Padova.

Più cattolici delle scuole cattoliche: la sfida è lanciata
Le scuole anti-gender spuntano come funghi: a Monza e Bari si cercano parrocchie, a Bergamo il progetto ha fatto flop e pure a Brescia, terra di numerosi convegni sul tema nonchè di veglie delle Sentinelle in Piedi, Alleanza Parentale vuole fare sul serio. Alcuni genitori bresciani spaventati dalla «deriva gender dell’educazione» avevano trovato casa negli spazi della parrocchia di don Guido Zuppelli e del curato don Andrea Geovita: annunci a chiare lettere e via alle iscrizioni. Retta consigliata di 150 euro mensili a bambino, il secondo paga la metà, il terzo va a scuola gratis. Mancava solo l’autorizzazione della curia, poi, nei giorni scorsi è saltato tutto e gli ultra-cattolici sono di nuovo in cerca di uno spazio per educare secondo i «sani principi» i propri figli.

Ufficialmente don Andrea e don Guido avevano dato il loro assenso pur non sposando né attaccando la scelta, ma la mancanza di iscritti entro una data stabilita ha spinto la parrocchia a bloccare la scuola elementare che sarebbe dovuta sorgere a San Zeno. In realtà il tema è delicatissimo: sotto la mannaia dei laici ultra-conservatori finiscono infatti sia la scuole pubbliche, «alla deriva», che quelle paritarie anche se cattoliche. «Prendono finanziamenti pubblici e sono vincolate, il gender sta passando a livello sociale ed entrerà presto nelle loro aule», ha spiegato Alexander Romelli, responsabile della sezione bergamasca che ha provato, invano per mancanza di iscritti, a creare cinque classi elementari sulle colline di Adrara san Martino. È l’unico a parlare con i giornalisti.

Il decalogo anti-gender: «Attenzione alle attività extra-curricolari»
Secondo Alleanza Parentale, che nelle proprie file vede gli stessi partecipanti delle veglie delle Sentinelle in Piedi e dei manifestanti del comitato Difendiamo i Nostri Figli, l’attuale sistema scolastico è un pericolo per i propri bimbi e il nuovo ddl Buona Scuola non farà che peggiorare le cose. Massimo Gandolfini, presidente del comitato e neurochirurgo della Poliambulanza di Brescia, inviso al mondo Lgbt per aver definito l’omosessualità una malattia, ha steso a tal proposito un vademecum che invita i genitori a prestare grande attenzione alle attività extra-curricolari come l’educazione affettiva e il contrasto al bullismo dove si possono insinuare le teorie gender. Nelle scuole di Alleanza Parentale il programma è ministeriale ma le attività a rischio vengono ripensate in chiave light «per garantire la massima dignità a ogni alunno», continua Romelli prima di attaccare il ddl Cirinnà sulle unioni civili, slittato a settembre: «mina il futuro dei nostri figli, ci sentiamo l’ultimo baluardo dei valori», confida. A San Zeno, Alleanza Parentale si chiude nel silenzio.

Vittorio Cerdelli
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

"Siamo donne, e allora..." Riflessioni sul nostro tempo

  • Martedì, 21 Luglio 2015 11:02 ,
  • Pubblicato in INGENERE
Ingenere
20 07 2015

Molte questioni legate all’assetto sociale sono collegate dai più all’etichetta 'femminismo', usata come spauracchio e quasi offesa in ammiccanti battutine fintamente ironiche, invece che come punto di riferimento storico fondamentale e prestigioso. Mi chiedo se, a decretare questo insuccesso, non abbia contribuito anche il suffisso -ismo, che lo definisce più come corrente di pensiero che come movimento di lotta, e se la parola avrebbe avuto un trattamento diverso con un’uscita in -enza, come resistenza.

Assisto a incontri, convegni, giornate di studio: di fronte ai dati offerti su slide frettolose come su vassoi d’argento mal lucidati e a relazioni che, senza i microfoni, sarebbero poco più che solite chiacchiere tra amiche, a colpirmi è l’incapacità, o la non volontà, di focalizzarsi su alcuni snodi oggi fondamentali.

Le differenze tra le persone (ovvero tra le storie complesse che le costituiscono come identità individuali e sociali)

È necessario valorizzare le differenze tra le persone, più che tra i sessi. C’è una tendenza a 'genderizzare' tutto e tutti: ci si sforza di ritagliare ed esaltare a tutti i costi la specificità femminile. Le argomentazioni che vogliono mettere in luce le buone pratiche portate avanti dalle donne (da tutte?) rischiano di assumere i toni di una giustificazione della presenza femminile (“è una donna, ma lavora bene”) e tendono a inserire le persone all’interno di giochi di forza conflittuali (“è una donna, ma lavora meglio di un uomo”). Imperniare un’argomentazione sull’asse oppositivo maschio-femmina, su cosa una fa meglio dell’altro, su quali sono le caratteristiche dell’uno rispetto all’altra, significa rafforzare ancora di più gli stereotipi, o abbattere quelli tradizionali per crearne di nuovi. Invece: quale modo migliore per contrastare la stereotipizzazione dei generi che smettere di leggere il mondo in un’ottica dicotomica e considerare le persone nella loro singolare differenza?

Implementare nuovi modelli di organizzazione del lavoro extradomestico organizzati intorno agli affetti

È necessario sovvertire il paradigma dominante. La stragrande maggioranza delle donne per raggiungere posizioni apicali rinuncia (consapevolmente?) al proprio sé e alla propria voce scomparendo dietro a una pseudo neutralità (maschile) e omologandosi ai desideri e alle richieste dell’establishment culturale. Ma c’è una sottomissione al sistema ancora più ancestrale. Nel percorso formativo e lavorativo di ciascuna/o si pone a un certo punto la scelta di come gestire il tempo della famiglia e il tempo del lavoro. Se la società in questi ultimi cento anni è profondamente cambiata, non è cambiata di molto invece l’organizzazione degli spazi e dei tempi lavorativi extradomestici: questi sono ancora improntati a una netta divisione dei compiti, tale per cui la persona che gestisce gli affetti non deve essere la stessa che intraprende un percorso professionale retribuito.

È proprio qui, nell’accettare la partizione netta e dicotomica tra professione da un lato e cura dall’altro, che si stringe un patto di fedeltà al sistema così tanto radicato nella nostra storia da parere 'naturale' e dunque non modificabile. Sovvertire il paradigma dominante significa: riconoscere l’importanza del tempo gli affetti; riconoscere, anche da un punto di vista economico, il ruolo, fondamentale per la società, di family caregiver; conciliare i tempi famiglia-lavoro in modo che la cura degli affetti non implichi la rinuncia al lavoro extradomestico o alla carriera.

Dobbiamo uscire da questa ottica oppositiva e dicotomica tipica dell’attuale sistema dominante che impone un aut aut tra cura/famiglia/affetti da un lato e carriera dall’altro; e si deve superare l’idea che questo sia un problema delle donne: se oggi, ad esempio, la maternità mette a rischio la carriera - e, prima ancora, l’accesso a un lavoro retribuito - la carriera sottrae agli uomini la paternità.

Più diritti per tutti e tutte nell’ambito degli affetti e del lavoro

È necessaria la partecipazione degli uomini. Anche gli uomini sono condizionati da forti stereotipi, con cui non hanno ancora fatto pienamente i conti (interessante la differenza semantica e storica tra i termini maschilismo e femminismo): ad esempio, a loro la tradizione nega la possibilità di vivere appieno, e manifestare, affetti e certe emozioni. Consideriamo, poi, la nascita di un/a figlio/a. Il discorso riguarda in primis le donne che, fisiologicamente, vivono la gravidanza, la nascita, la maternità, l’allattamento - e per ognuno di questi punti sarebbe interessante interrogarsi sul modello imposto: la maternità è spesso presentata come un problema sotto molti punti di vista: da quello estetico a quello economico.

Il discorso, però, riguarda anche, e profondamente, gli uomini che hanno gli stessi diritti, oltre che doveri, delle donne nell’accudire, educare, stare con i propri figli e le proprie figlie; hanno il diritto, oggi negato o difficilmente goduto, di vivere la felicità degli affetti. Quanti uomini, e donne, però, si accorgono di essere discriminati da questo punto di vista? Quanti di loro lottano per ottenere più tempo da trascorrere con la famiglia e gli affetti?

Siamo donne, diciamolo senza paura

È necessario non vergognarsi di essere quel che si è. Quando le donne arrivano a occupare una posizione apicale spesso ribadiscono anche attraverso il linguaggio la loro fedeltà al sistema, ad esempio ricorrendo al cosiddetto 'maschile neutro', che le dovrebbe mettere al riparo da critiche sessiste preservando al contempo l’autorità legata alla carica finalmente raggiunta. Tanto più in alto e prestigiose sono le cariche raggiunte, tanto più facilmente scompaiono i nomi declinati al femminile. Nonostante alcuni buoni esempi e le parole spese a favore di un uso corretto della grammatica italiana da parte dell’Accademia della Crusca, è ancora raro trovare nei documenti burocratici, nei giornali, in televisione il ricorso a un linguaggio di genere corretto.

Esplicitare la presenza di uomini e donne nei vari settori professionali, parlare a tutte e tutti, fare attenzione a un linguaggio rispettoso delle differenze è una scelta che va al di là della auspicabile correttezza grammaticale: è una scelta politica con la quale si intende ribadire (o creare) un modello paritario rispettoso delle differenze e un immaginario non discriminatorio che non è ancora, purtroppo, scontato.

Alcune discriminazioni sono lampanti, altre – le più difficili da estirpare – sono subdole, corrono nei sottotesti, nelle pieghe delle vesti, nei sussurri biascicati, nelle banalizzazioni e nei modi di dire, nelle narrazioni. La libertà di scelta è in molti casi solo apparenza e al discorso imperante soggiace un non detto che è 'naturalmente', e per questo più pericolosamente, accettato. Tutte e tutti dobbiamo costruire nuove storie e modelli di organizzazione del tempo, dello spazio, del lavoro e degli affetti.

Manuela Manera

l'Espresso
17 07 2015

Una diffida delirante che prende di mira la riforma della scuola e lo spauracchio della teoria gender per difendere i bambini da «danni psicologici irreparabili».

Si chiama “Linea guida per i genitori” e contiene queste indicazioni: «Non firmare il patto di corresponsabilità educativo e leggere se il piano della offerta formativa contiene parole come educazione al rispetto delle diversità o educazione di genere o educazione sessuale (parole usate per non dire gender, ma che significano proprio quello), e se lo contiene vuol dire che i vostri figli saranno istigati all'omosessualità, che saranno invitati alla masturbazione precoce fin dalla culla, che potrebbero essere obbligati ad assistere a proiezioni di filmati pornografici, fino ad arrivare a correre il rischio di sentirsi obbligati ad avere rapporti carnali con bambini dello stesso sesso».

A diffonderlo è il gruppo La Manif Pour Tous insieme alla onlus antiabortista Pro-vita: formata da genitori e docenti si propone di difendere la vita fin dal concepimento e il matrimonio come unica unione tra uomo e donna.

Le due sigle sono tra gli organizzatori del family day del 20 giugno a Roma, mobilitati contro l’adozione da parte di coppie omosessuali, la fecondazione eterologa, le unioni civili e soprattutto i disegni di legge Scalfarotto e Cirinnà. Gli slogan erano in bella mostra sul palco: «Stop utero in affitto, stop gender, stop ddl Cirinnà».

E poi un attacco al mondo dell’istruzione dove faticosamente si cerca di introdurre l’educazione all’uguaglianza e alla parità di genere per fermare le discriminazioni e la spirale del femminicidio.

Fumo negli occhi per l’ala conservatrice del mondo cattolico che dalla piazza ha respinto con veemenza ogni piccolo passo verso la modernità: “Sterco del demonio, si vogliono insegnare giochi erotici ai bambini dell’asilo”.

A scatenare la reazione furiosa è il comma 16 della riforma del governo Renzi che ha “inglobato” il disegno di legge presentato dalla senatrice Pd Valeria Fedeli e che invece punta a prevenire la violenza di genere e le discriminazioni.

«Dal mondo cattolico non mi aspettavo una reazione così violenta, senza interlocuzione. Ma soprattutto dicono delle cose non vere», commenta la vicepresidente del Senato Valeria Fedeli: «Con la Buona scuola e l’offerta formativa vogliamo l’educazione alla parità e l’introduzione nei vari livelli di istruzione della parità tra uomo e donna per superare stereotipi e discriminazioni di ogni genere. Prendono di mira la scuola ma nelle classi dobbiamo puntare su formazione e informazione e non opinioni strampalate».
E invece con la diffida si alimenta un crescendo di paure, allarmismi e facilonerie: «L’istigazione all’omosessualità, la masturbazione precoce e i rapporti carnali sono già accaduti nelle scuole in cui il gender è stato sperimentato, Italia compresa, producendo nei minori pianti, svenimenti e danni psicologici irreparabili!».

Vale la pena leggere altri passaggi del fac-simile da inviare entro l’estate via raccomandata: «I genitori diffidano il dirigente scolastico, gli insegnanti o qualunque altro soggetto a ciò incaricato, dall’effettuare lezioni basate su ideologie di genere o “gender”, senza l’autorizzazione e il consenso scritto da parte degli scriventi genitori.

Qualora dovesse accadere che nostro figlio sia coinvolto in qualsiasi tipologia di lezioni che potrebbe ledere la sensibilità del minore, i sottoscritti si attiveranno immediatamente per sporgere denuncia presso l’Autorità competente al fine di far cessare detta attività, per richiedere l’adozione degli opportuni provvedimenti nei confronti degli autori materiali delle suddette condotte e nei confronti di coloro i quali consentono lo svolgimento delle lezioni in questione, ed infine per richiedere a tutti i soggetti sopra descritti il risarcimento per i danni morali patiti dal minore».

Paure e caccia alle streghe che hanno alimentato anche la protesta in aula al momento dell’approvazione della buona scuola e le rassicurazioni del ministro dell’Istruzione Stefania Giannini all’ala dei duri e puri di Ncd e Lega Nord impegnati nella difesa della famiglia.

«Difendiamo i nostri bambini dalla scuola di Satana», recitava lo striscione srotolato dalla Lega Nord in aula per protestare contro l'introduzione prevista dalla riforma della scuola del duo Giannini-Renzi.

Il più accanito è Stefano Candiani‬, senatore del Carroccio che non risparmia critiche: «È vergognoso che in questa riforma non si parli di famiglia - l'unica che per altro esiste - e di educazione ma di assurde e malsane teorie. Mi chiedo con che faccia i senatori del Nuovo Centro Destra scendano in piazza e blaterino di tradizione e famiglia quando alla prova dei fatti svendono i nostri valori in cambio della poltrona di Alfano».

Michele Sasso

Parliamo di gender

  • Domenica, 05 Luglio 2015 08:45 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS
Ordine soffitto genereAmbra Lancia, Dinamo Press
3 Luglio 2015

Sabato 20 giugno, mentre a Roma in molti si sono ritrovati insieme in vari punti della città per dare vita a una serie di iniziative culturali in luoghi della metropoli abbandonati, nella piazza di San Giovanni veniva organizzata l’ennesima triste parata del Family Day,

facebook