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"Via i libri gender dalle scuole di Venezia"

  • Giovedì, 25 Giugno 2015 08:35 ,
  • Pubblicato in Flash news
la Repubblica
25 06 2015

Nei nidi e nelle scuole dell`infanzia di Venezia i bambini probabilmente non potranno più ascoltare la storia (vera) di Tango, cucciolo di pinguino allevato dai suoi due papà Roy e Silo allo zoo di Central Park a New York, o scoprire nel viaggio del "Piccolo uovo" illustrato da Altan quanto siano diverse le famiglie, comprese quelle con due mamme o con due papà, e quanto sia uguale l`amore che si può ricevere.

Non potranno perché sono banditi dagli scaffali scolastici i libri in cui si affacciano genitori dello stesso sesso. Lo ha deciso il nuovo sindaco di Venezia, l`imprenditore Luigi Brugnaro, candidato civico sostenuto da tutto il centrodestra, che ieri ha annunciato il ritiro dei volumi dalle scuole comunali frequentate dai piccoli fino ai sei anni. ...

Una vita trans il bambino diventato Antonia

seth-globepainterEra piccola, anzi piccolo, 7 anni, quando un cugino più grande avvertì sua madre: tuo figlio sculetta e gioca a bambole. Andarono da un medico di Bisceglie, dove abitavano, che consigliò una visita in manicomio. [...] "Il dottore spiegò: il problema c'è, o facciamo il lavaggio del cervello con l'elettroshock oppure una lobotomia per togliere la parte malata". Chiude un attimo gli occhi, un ombretto sfumato sulle palpebre. "Se oggi sono seduta dietro questa scrivania, è perché quel giorno mia madre Rosa disse no".
Carlo Verdelli, la Repubblica ...

Il Fatto Quotidiano
19 06 2015

Il Family Day, previsto domani a Roma, è stato accompagnato da un vero e proprio tam tam sui social network in cui si denuncia l’imposizione del cosiddetto gender nelle scuole, con corsi di educazione sessuale da imporre sin dalla più tenera età, in cui verrebbero per altro attuati “corsi di masturbazione collettiva”, secondo quanto previsto da un documento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Attraverso una semplice ricerca online – ad alcuni stupirà saperlo, ma basta saper usare Google – ho reperito il documento in questione intitolato Standard per l’Educazione Sessuale in Europa, il cui sottotitolo è Quadro di riferimento per responsabili delle politiche, autorità scolastiche e sanitarie, specialisti. Già queste prime informazioni ci suggeriscono che l’allarme è ingiustificato, ma entriamo più nel dettaglio.

Le linee guida sono destinate non alle scuole, ma ai governi. Sono cioè “istruzioni per l’uso” qualora i ministeri preposti decidessero di avviare delle politiche di educazione sessuale da affidare a specialisti. Questi dovrebbero intervenire, in un secondo momento, insieme a famiglie, insegnanti e dirigenti scolastici. Si parte quindi da quel documento, si attua un programma d’intervento per classi d’età e lo si propone alle scuole. Nessuna imposizione, ma una procedura che si serve di una metodologia scientifica, con tanto di bibliografia di riferimento.

Il documento consta di sessantotto pagine, è diviso in due parti – una introduzione ragionata e una parte operativa – è organizzato in capitoli, fornisce le informazioni su cos’è l’educazione sessuale, individua gli obiettivi specifici e i gruppi a cui sottoporre il piano di intervento. Fornisce, inoltre, le matrici sulle informazioni da veicolare e sulle competenze da raggiungere. Si aiuterà il bambino o l’adolescente a capire come funziona il corpo umano, sotto il profilo medico, igienico e sessuale. Ciò non significa avviare corsi di masturbazione in classe: più semplicemente, ad esempio, se ci si dovesse trovare di fronte a casi di precocità sessuale l’operatore dovrà essere in grado di fornire le informazioni più adeguate. Una bella differenza rispetto a quanto prospettato nel volantino diffuso.

Al di là di questi aspetti, c’è da chiedersi come sia possibile che un documento così complesso sia stato ridotto a una sintesi grossolana – forse dovuta a una cattiva lettura del testo o a chissà quali pruriti sessuali da parte di chi lo ha letto – che non solo veicola informazioni false, ma ha creato un clima di terrorismo psicologico. Nessun organismo ha vigilato su quello che potrebbe prefigurarsi come procurato allarme? La scuola, per altro, è un settore delicatissimo: certa gente si è permessa di diffondere notizie fuorvianti e ha generato un clima di sfiducia nei confronti di un’istituzione dello Stato e di un’intera categoria di professionisti/e (insegnanti, dirigenti, figure professionali di sostegno, ecc). Non dovrebbe essere cura del Ministero della Pubblica Istruzione vigilare per evitare questo tipo di situazioni? Spiace dirlo, ma se avessimo un ministro dell’istruzione serio, avrebbe già preso posizione da tempo contro tutto questo. E invece…Preoccupa, inoltre, non solo il silenzio delle istituzioni – insieme alla complicità di una Chiesa che utilizza le sue parrocchie per far cassa da risonanza a teorie ascientifiche e a proclami allarmistici – ma anche quello degli attori politici, che mostrano tutta la loro ignavia di fronte a questo scempio.

Ci troviamo di fronte un gruppo che strumentalizza il tema dell’istruzione per veicolare sentimenti di omofobia contro le persone Lgbt. Lo scopo del Family Day, infatti, è quello di dire no alle unioni civili. Per fare ciò si è creato allarme sociale dipingendo gay e lesbiche come persone pericolose per l’infanzia (e c’è da chiedersi se questa non sia diffamazione). Stupirà allora scoprirlo, ma in quelle linee guida tanto invise al fan club della “famiglia tradizionale” si tratta anche il tema della lotta agli abusi sessuali sui/lle minori, aspetto sul quale la piazza di sabato 20 non ha i titoli per dare lezioni a nessuno, almeno finché non si intesterà una battaglia altrettanto fervente contro la pedofilia nella chiesa o nella famiglia tradizionale, dove si consuma la stragrande maggioranza delle violenze.

Concludo con un’evidenza: è preoccupante che una cattiva lettura di un testo scientifico porti la gente a manifestare a Roma contro qualcosa che in buona sostanza non ha capito. Va bene che in certi settori sociali quel tipo di pubblico viene chiamato “gregge”, ma si dovrebbe interpretare il termine in chiave metaforica e non nella sua dimensione più letterale. Converrete.

Dario Accolla

Tutti pazzi per il gender

Chiara Lalli, Internazionale
1 aprile 2015

Chi è che vuole negare l’esistenza e la differenza tra maschi e femmine? E quando sarebbe successo? Rispondere è facile: nessuno e mai. Tuttavia da qualche tempo è emersa questa strana e inesistente creatura, metà fantasia, metà film dell’orrore: è l’ "ideologia del gender”.

Abbatto i muri
30 03 2015

E’ solo mia l’impressione che ogni volta che Luisa Muraro esprime il suo pensiero allo stesso tempo spira un vento fortemente reazionario?
Non è la prima volta che il suo punto di vista contrasta la questione dei generi, tra l’altro distorcendo l’opinione di Judith Butler, rendendola funzionale alla negazione stessa di quel che Butler racconta. Perché, così Muraro scrive: “la gender theory dei cinque generi ha qualcosa di doppiamente aberrante” e perché “la differenza sessuale si avviava ad essere esclusa dalle cose umane, per essere sostituita da un travestitismo generalizzato senza ricerca soggettiva di sé“.

Che differenza c’è tra questi concetti e quelli che vengono descritti da chi parla di "Ideologia del Gender"? In generale il femminismo della differenza non è mai stato incline a cedere qualcosa ad altri femminismi. Da sempre, in Italia, si è imposto egemonizzando dibattiti e monopolizzando spazi. Ma, come ha scritto qualcuno, a momenti ci ha prolassato l’utero e, più in generale, non è neppure più un pensiero, così come viene espresso, attorno al quale si possa fare una seria discussione femminista. Di che parliamo se non della paura di andare oltre la differenza tra uomini e donne? Ed è inutile che Muraro la racconti con tante belle parole e tante somme citazioni, perché il succo del suo discorso è proprio quello lì.

Chi ha mai detto che i generi sono cinque? Certo che possono essere anche di più. Chi ha mai detto che per ogni genere non si stabiliscano delle differenze? E siamo già oltre quel che dice la Muraro, perché noi ragioniamo di differenza tra persona e persona, e non tra generi. Perché esiste la questione di genere, di classe, razza, specie. Si chiama femminismo intersezionale ed è quello che attraversa le battaglie politiche a partire da un punto di vista che non sia ancorato al binocolo ricavato da una fica. Chi ha detto che il “travestitismo” voglia annullare le differenze? A me sembra che l’unico ragionamento incline a fare questo sia esattamente quello della Muraro. Dubito infatti che Muraro abbia in mente un ragionamento filosofico che riconosca diritti e legittimità a chi non si definisce attraverso un anacronistico riduzionismo biologico.

Lei dice che il pensiero della differenza ha scardinato quel copione maschilista che riconosceva alle donne d’essere nate come mancanti di qualcosa. Costole di qualcuno, derivazioni maschili. Ma dopo aver detto – e perdonate il mio tono, ma si sa che io m’ispiro per la maggior parte al De vulgari eloquentia di Dante Alighieri (e ho citato un pezzo grosso anch’io) – che la donna non deriva proprio da nessuno e che è persona, diversa, perché mai riesce tanto difficile capire che non per questo è obbligata, per amor delle accademiche, a restare immobile a contemplar la figa, perché ogni altra ricerca sarebbe stata bollata come “aberrante” e mancante “di ricerca soggettiva del se‘”?

Questo è un nodo che bisogna sciogliere, perché se il pensiero della differenza ha rimesso in discussione la collocazione delle donne ora sarebbe il caso di smettere di nascondersi dietro la parola “femminismo” per citare termini quali “travestitismo”. Mi pare di leggere chi dice che le persone trans non sono altro che illuse che vorrebbero essere donne ma giammai potranno raggiungere tanta e tale perfezione. Mi sembra di leggere chi dice che un gay è effeminato. Sostanzialmente io vedo, nel ragionamento di chi ci spiega come procede il pensiero della differenza, che l’unica differenza che viene riconosciuta è quella che somiglia a loro.

La “ricerca soggettiva del se‘” non viene meno se una donna è tale anche se non ha l’utero, perché avere l’utero non è un valore aggiunto e la trans non è una derivazione “mancante di qualcosa” così come prima le donne erano considerate dagli uomini. Però sono grata alla Muraro che ci ha spiegato così bene perché altre femministe, non lei da quel che so, ad un certo punto diventano omo/transofobe. Nel ragionamento che riconosce solo un valore binario non c’è spazio per nient’altro. Le attribuzioni di caratteristiche sono assegnate e in barba alla presunta ricerca di se’ quel pensiero inibisce la possibilità di dirsi altro che prescinda da una figa e un pene.

L’orgoglio di vedere espresse le differenze donnesche non più in termini dispregiativi, ma addirittura come un mezzo per elevarsi più vicine a Dio, deve aver creato una sorta di corto circuito ideologico, rendendo statico, imperturbabile e dogmatico un pensiero che dovrebbe invece essere laico. Quando si parla di donne differenti si parla infatti di donne migliori. Siamo meglio di tutti quanti. I governi con le donne a fare da ministre sono meravigliosi, gli Stati guidati da donne sono strepitosamente efficienti, l’economia in mano alle donne restituisce al mondo l’armonia, la pace, la serenità eccetera eccetera. Le donne mettono fine alle guerre, se c’è n’è una che combatte e uccide è una stranezza, poiché si dice che avrebbe introiettato caratteristiche proprie del maschile. Immaginate cos’è la somma di queste convinzioni quando si parla di altri generi.

Parrebbe un capovolgimento, una sorta di perversa distorsione della realtà: le trans sono considerate per metà uomini che tenderebbero alla conquista della femminilità. Però in se’ sarebbero ancora maschi e dunque conserverebbero tutte le peggiori caratteristiche di cui l’uomo è portatore sano. Le trans sono un pericolo per il femminismo, dicono alcune rappresentanti del femminismo radicale statunitense e britannico. Vanno bandite dalle assemblee perché sono delle infiltrate e i gay sono ancora peggio. Usano gli uteri delle donne per ottenere un figlio gratis. E cos’è una donna se non una madre attaccatissima a quel che esce fuori dalla vulva? Senza tenere conto di quelli che ieri si chiamavano Francesca e oggi Antonio, perché esistono anche loro e non si capisce dove le femministe della differenza potrebbero collocarli.

Sicché di sovradeterminazione in sovradeterminazione si capisce perché alla fine ci troviamo a considerare che esiste un femminismo che mentre ti indica la via si allea con paternalisti, forze che procedono per far regredire la nostra ricerca del se’, soggetti autoritari che non hanno problemi a delegittimare chiunque non appartenga al duo donna/uomo. Mentre noi tentiamo di allontanarci dall’incastro che suggerisce il nostro essere donne – la sessualità riproduttiva, la maternità come realizzazione di se’ – c’è chi parla di grande madre, di dolore della madre surrogata, scimmiottando una mistica della maternità, propria di altre correnti di pensiero, ma con una punta di orgoglio femminista. E vabbè, sarà come dite voi ma di contraddizioni io ne vedo sinceramente troppe. La domanda a questo punto è: dobbiamo considerare il termine “travestitismo” offensivo se riteniamo di sposare la teoria queer? Cosa sono le persone che non si dicono precisamente uomo e donna: figli di un Dio o di una Dea minore?
Saluti, cordiali, e ora vado a travestirmi.

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