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Infoaut
24 08 2015

Dopo mesi di provocazioni e aggressioni portate avanti sotto la bandiera dell'organizzazione razzista e xenofoba di Pegida (vedi qui e qui), in Germania l'estrema destra continua a cercare di soffiare sul fuoco della questione migranti, all'ordine del giorno in tutta Europa in queste settimane.

L'azione dei neonazisti in questi ultimi giorni si è indirizzata in particolare contro un centro di accoglienza per migranti appena aperto ad Heidenau, nei pressi di Dresda. Durante il fine settimana appena trascorso, i militanti dell'estrema destra hanno tentato di attaccare per due notti consecutive il centro, gridando insulti contro i migranti e lanciando pietre e altri oggetti verso l'edificio. Le provocazioni sono iniziate venerdì sera, quando era atteso il primo gruppo di migranti destinato al centro e la manifestazione razzista ha tentato di bloccare la strada di accesso all'edificio. La polizia ha infine isolato il centro, dove sono attese in tutto 600 persone, rispondendo agli assalti dei neonazisti con lacrimogeni e spray urticante, ma le aggressioni si sono ripetute nuovamente la notte successiva, mentre sui social network diverse sigle della galassia di estrema destra invitano a proseguire gli assalti fino alla chiusura del centro. Secondo alcune fonti locali, nell'ultimo anno le aggressioni contro i centri di accoglienza sarebbero duplicate rispetto al 2014, mentre alcune organizzazioni di estrema destra in questi mesi hanno lanciato una campagna che invitava a segnalare e a mappare la presenza dei centri sul territorio tedesco con lo slogan "no refugee camps in my neighbourhood".

altGli avvenimenti degli ultimi giorni hanno spinto gli antifascisti a convocare una mobilitazione immediata a Heidenau per ieri sera, per portare solidarietà ai migranti e respingere le provocazioni dei neonazisti. Fin dal tardo pomeriggio la polizia ha circondato la zona, schierando decine di mezzi blindati e alcuni idranti, mentre gruppetti di militanti dell'estrema destra si radunavano nei pressi del centro. Intorno alle 21 un corteo antirazzista e antifascista di centinaia di persone si è diretto verso l'edificio, dall'interno del quale si sono levati gli applausi e gli incoraggiamenti dei migranti rinchiusi dentro. Non appena la manifestazione si è avvicina alla zona, immediata è stata la reazione della polizia, che ha attaccato il corteo antifascista con manganellate, gas lacrimogeni, spray urticanti ed idranti, mentre alle loro spalle i neonazisti continuavano indisturbati a provocare. Anche alcuni giornalisti che riprendevano la scena sono stati malmenati e allontanati dalle forze dell'ordine. Diversi gli antifascisti feriti, assieme ad alcuni fermati perché portavano con sé una bandana.

Nonostante l'aggressione poliziesca della scorsa notte, nuove mobilitazioni antifasciste e antirazziste sono previste per i prossimi giorni, non solo a Heidenau ma anche in altre città tedesche.

 

Il nuovo nazionalismo tedesco. Note dal cuore della bestia

  • Mercoledì, 05 Agosto 2015 08:31 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Merkel e TsiprasAnna Dohm, Dinamo Press
4 agosto 2015

Dopo il braccio di ferro tra Eurogruppo e il governo di Syriza sul salvataggio del paese ellenico, una riflessione sul ruolo della Germania all'interno dell'Unione Europea.

Il nuovo nazionalismo tedesco. Note dal cuore della bestia

  • Martedì, 04 Agosto 2015 11:57 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
04 08 2015

Dopo il braccio di ferro tra Eurogruppo e il governo di Syriza sul salvataggio del paese ellenico, una riflessione sul ruolo della Germania all'interno dell'Unione Europea.


“I don t see a critical popular mass there for anti-austerity struggles, but only passivity and racism out of fear”

(Margarita Tsomou)


Molte sono le domande sul ruolo che la Germania ha assunto in Europa, e non solo, in questa precisa congiuntura storica; tante le analogie, le allusioni e i paragoni storici, più o meno avventati, più o meno fondati, che circolano.

Un giornalista dello Spiegel, Augstein, qualche tempo fa ha scritto su Twitter: “Wir sind wieder die Deutschen, vor denen man uns immer gewarnt hat”, ossia “Siamo di nuovo i tedeschi, da cui ci hanno sempre messo in guardia”.

Dopo un rapida occhiata al presente non si può che dar ragione al giornalista liberale dello Spiegel. Peccato, però, che solo una parte assolutamente minoritaria della popolazione tedesca la pensi così. Men che mai – e ben lo hanno dimostrato nelle ultime settimane - il governo di Angela Merkel e Schäuble, le grandi imprese, il grosso del conservatorismo liberale tedesco, insieme ai cosiddetti socialdemocratici dell'SPD sembrano avere l'interesse o l'intenzione di riflettere sul proprio (recentissimo) passato storico e sulla responsabilità politica che in questo momento investe la Germania. Tralasciando poi i dettagli sull'apparato repressivo e poliziesco, rimesso a lucido per l'occasione, al fine di ricordare ai movimenti anticapitalisti e solidali con la Grecia da che parte sta la forza (del male, of course!).

Tirapiedi dello Stato tornano sempre alla ribalta, con una puntualità inquietante, a digrignare i denti: a Berlino in particolar modo hanno fatto di tutto per criminalizzare le proteste, per censurare le immagini di centinaia e centinaia di “OXI” sotto la porta di Brandenburgo, nel “cuore della Bestia”. Persino il partito dei Verdi (Bündnis 90/die Grünen) nei giorni del referendum greco invitava a votare “SI”. Siamo di fronte a una vera e propria guerra ideologica; questo vediamo ogni giorno e di questo saremo testimoni. Un intero sistema ha costruito una macchina di propaganda di massa per il “SI”, non c'è stato un giornale tra tutta la stampa tedesca – tolte forse le testate di sinistra NeuesDeutschland e JungeWelt – che ha riportato, anche solo per amor di cronaca, un punto di vista critico, che ha raccontato, per esempio, delle proteste che ci sono state in oltre 100 città tedesche. Prantl un giornalista del giornale Süddeutsche Zeitung criticava qualche giorno fa l’operato poco professionale del mass- media in Germania facendo notare che quasi tutti ripetevano la linea del governo o anticipavano una certa linea politica poi rappresentata da Schäuble, addirittura prima che lui o il governo comunicassero l’opzione Grexit.

Dati statistici anteriori al referendum parlavano di un 75% circa della popolazione d'accordo con la politica di Schäuble. Dopo la sua proposta di una Grexit temporanea, però, il clima in Germania sembrava leggermente mutato. Le critiche contro il Ministro dell'Economia si sono levate da più parti anche all'interno del Bundestag, dall'opposizione all'SPD, fino a Frau Merkel, a tal punto che, per un attimo, sono spuntati titoli di giornali che vociferavano di una possibile dimissione di Schäuble. Ma, il 17 luglio, come è noto, con una seduta straordinaria, il Parlamento ha votato a grande maggioranza il procedimento ricattatorio nei confronti della Grecia: di 598 deputati presenti 439 hanno votato 'Si', 119 'No', 40 si sono astenuti. Qualche 'No' nel Bundestag veniva anche dal partito della Merkel & Schäuble, la CD, a indicare qualche minimo segno di rottura nella classe dirigente tedesca.

Intanto i manifestanti sotto il Bundestag venivano arrestati e trascinati via, perché si erano permessi di portare uno striscione con su scritto “NO” nella zona rossa del Parlamento, dove non si può neanche richiedere l'autorizzazione a manifestare durante le sedute. Di questo, ovviamente, tutti i media mainstream tedeschi non hanno parlato. Solo qualche testata straniera, tra cui la stessa BBC, si è mostrata interessata a raccontare quello che stava accadendo non solo dentro il Bundestag, ma anche fuori.

Tutto ciò in un contesto in cui, in particolar modo nell'Est, ma anche a Ovest, crescono sentimenti xenofobi e razzisti, in cui nuove destre e neonazisti stanno trovando terreno fertile per ingrossare le proprie fila: si ripetono ormai quasi ogni giorno in tutto il paese aggressioni violente nei confronti dei rifugiati, incendi delle loro abitazioni o delle strutture che li accolgono. Anche questa è la Germania oggi, questi i fatti materiali accaduti e che accadono ogni giorno. Per analizzare il razzismo nel paese e un 'nuovo' nazionalismo tedesco serve analizzare bene le radici di queste pulsioni nella popolazione. Non è un caso, ad esempio, che la maggioranza tedesca sia contraria ad un Grexit. Anzi grande parte dei tedesch* vuole dare altro sostegno alla Grecia purché l’intero processo rimanga sotto un certo comando tedesco. I tedeschi si presentano come grandi donatori per la Grecia e vogliono che rimanga nell’Unione Europea. Però non si fidano della Grecia, non si fidano di Tsipras e sopratutto non si fidano della popolazione che votava 'OXI – No' al Referendum. Nasce qua un nuovo punto di nazionalismo, che non è esplicitamente aggressivo. La maggioranza dei tedeschi vuole aiutare la Grecia ma sotto il controllo tedesco che può essere in grado di risolvere la situazione. Più di 5 anni di propaganda sporca contro i 'greci che non lavorano' 'il Greco fallito' ('Pleitegriechen') hanno lasciato delle tracce profonde nell’immaginario collettivo, creando l’idea che solo a partire dall’egemonia tedesca l’Europa possa funzionare.

Gli ultimi sondaggi danno Schäuble al secondo o terzo posto nel essere il politico preferito della popolazione con ~ 70 % (una buona base per i/le compagn@ per essere disperati/e). La maggior parte della popolazione tedesca sta dietro la politica del governo.

Più complessivamente, sul piano della costruzione di discorso, la retorica dell'ordoliberalismo sembra essere quella di provare a “normalizzare” la pratica di estorsione e strozzinaggio, come pratica di gestione della crisi, una crisi che ormai si mostra nella veste di una lotta all'ultimo sangue per salvare un sistema che, palesemente, non funziona più. Il discorso mediatico vigente cerca di presentare tutto ciò come business as usual. Dall’altra parte c'è chi pensa che questi ultimi giorni entreranno nei libri di storia: come giorni di un nuovo inizio o della definitiva catastrofe.

Ma come saranno raccontati dipende anche dalla capacità dei movimenti di lavorare per costruire un'opposizione radicale e di massa, in Germania così come negli altri paesi della maledetta Unione Europea e non solo. Cosa questa assolutamente non facile e scontata, visto l'isolamento politico-istituzionale e mediatico: basti pensare al silenzio triste e umiliante che impera nel partito della Die.Linke, da cui ci si aspettava almeno una presa di parola chiara. C'è chi all'interno prova a smuovere e dire qualcosa, ma l'incapacità generale di mobilitare la base del partito lascia sgomenti. L'argomento è troppo distante dai loro elettori (...), dicono. Così mantengono i propri discorsi sul piano delle lotte da scrivania o di salotti/assemblee per soli „intellettuali“ di partito. Con questa attitudine, neanche riescono ad avvicinarsi allo “Standort Deutschland”, alla fortezza nazionale tedesca. Non meno assordante è stato il silenzio dei sindacati. In altre parole, le manifestazioni, i presidi, le assemblee pubbliche che abbiamo visto in questi giorni non ci sarebbero stati senza i movimenti anticapitalisti ed extraparlamentari.

E fa ridere (una risata molto amara, s'intende) chi si pone da qui – luogo d'osservazione privilegiato in tutti i sensi - come unico problema e dall'alto della propria purezza antagonista, quello di giudicare Tsipras e Syriza, di decidere se siano dei traditori del popolo o meno. Se pollice in su o in giù deve essere, allora deve esserlo per tutti noi anche (tralasciando per un secondo la gogna che andrebbe riservata – privilegium! - alla sola socialdemocrazia europea): per tutti i movimenti e le voci critiche che, oltre la Grecia, non sono stati capaci di imporsi come senso comune, di fare breccia nella società e di costruire forme di resistenza, tanto radicali quanto maggioritarie, al livello internazionale contro questa Europa. Insieme a piazza Syntagma, in questo momento, mille altre piazze europee dovrebbero bruciare. È evidente che la Grecia da sola, totalmente isolata sul tavolo delle “trattative”, non poteva e non può rovesciare i rapporti di forza. Poi certo si potrebbe continuare a discutere della tattica-Tsipras e di quella-Varoufakis, di quale gioco delle carte sarebbe stato migliore, se Tsipras non avrebbe fatto meglio a dimettersi piuttosto che approvare lui un terzo memorandum... Tutto vero, ma al momento ci sembra di sottovalutarci troppo se ci attribuiamo il mero un ruolo di giudici, che seduti dietro al tavolo alzano le palette coi voti sulle vicende e sui loro protagonisti.

È forse più interessante e politicamente urgente riflettere sul conflitto che, grazie non solo a Syriza, ma a un movimento di massa che da almeno sette anni è nelle strade, si è riaperto a livello istituzionale europeo, svelando la vera natura di questa guerra: una guerra agita non solo contro la Grecia, ma contro tutti noi, contro le nostre vite e i nostri modi di esistere, contro l'idea che a tutto ciò possa esserci un'alternativa. In altre parole, siamo di fronte a una vera e propria guerra di classe. Schiacciare e umiliare l'“OXI” alle politiche di austerità espresso da una società intera, vuol dire soffocare e dare una “lezione esemplare” a tutti coloro che non accettano questo stato di cose. La questione dirimente diviene allora capire non solo, o non tanto, come si possa esprimere un livello di solidarietà forte nei confronti della Grecia, ma come, all'interno dell'Europa tutta, i rapporti di forza possano essere rovesciati, come la lotta di classe possa essere nuovamente agita non solo “dall'alto”, ma anche “dal basso”. Come si torna, cioè, ad avere nuovamente un “potere di minaccia” nei confronti dei padroni, delle istituzioni finanziarie, della Troika e dei “falchi tedeschi”? A maggior ragione di fronte ai nuovi nazionalismi e alle nuove destre che avanzano.

E ci si pone queste domande da un punto di vista affatto particolare: dalla capitale tedesca, un tempo nota come “isola” all'interno della DDR, dove Berlino-ovest era il centro dell'opposizione e della dissidenza politica. Quella storia è andata ormai avanti e si è trasformata con tutte le sue contraddizioni: capitale “multikulti”, attraversata, se non dominata, da forme di vita alternative, messe esse stesse a valore dal capitalismo. Babele linguistica dove spesso il posizionamento politico diventa solo un “brand”, una moda, che il più delle volte rifugge l'organizzazione politica. Capitale, forse tra le ultime in tutta Europa, dove la qualità della vita, nonostante i meccanismi perversi del Welfarestate (o Workfare che dir si voglia), è ancora molto alta. Eppure nei bar, nei caffè, nei posti di lavoro, nelle università si parla della Grecia, in maniera più o meno approfondita, ma se ne parla. E iniziano a circolare forme di rabbia diffusa nei confronti dell'attuale governo tedesco, così come nei confronti dell'SPD e dei GRÜNE.

Non casualmente, proprio in questo momento, l'aggettivo “antideutsch”, “antitedesco”, aggettivo carico di storia per i movimenti tedeschi, sta trovando una nuova rinascita. Osservando bene la storia recente di questo paese vediamo che dopo la caduta del muro e la 'Riunificazione' della Germania, il paese è stato un laboratorio speciale per ricostruire un certo potere neoliberale sulla scala europea e globale con nuove strategie di bio- poitica per incentivare un forte individualismo. Lo stesso sistema di 'Treuhand' che era usato per organizzare la liquidazione della Germania Est viene usato per svendere adesso terreni e forze di lavoro greci. Dopo 1989/90 molte battaglie politiche, antifasciste e antirazziste finivano in discorsi paralizzanti.I cosidetti 'antideutsch' rifiutavano ogni espressione di movimento dicendo che in questo paese ogni movimento di massa ha un potenziale autoritario perché nella storia tedesca è iscritto un autoritarismo e un attitudine imperialista. Negli anni 2000' si sono dati conflitti sporchi e faticosi dentro il movimento, per provare a rompere la gabbia auto-referenziale del sentimento anti-tedesco . Da quando viviamo la crisi e da quando stiamo osservando la politica del governo tedesco e i mass- media in questo paese, stanno rinascendo sentimenti di rabbia contro la Germania in generale dentro il movimento. “Germany you are a piece of shit” era scritto su uno striscione il corteo del 03.07.2015, striscione prontamente confiscato dalla Polizia.

Si può riflettere sulla dubbia utilità di questo slogan per allargare la base dei manifestanti, ma allo stesso tempo esprime un sentimento forte che hanno tanti compagn* in questo periodo. Le lotte antifasciste qua sono sempre molto connesse con un certo lavoro di memoria spinto dal movimento. Nella conferenza di Londra sui debiti della seconda guerra mondiale (1953) la Grecia dava più tempo alla Germania Ovest (BRD) per pagare il suo debito del Nazi- Terrore. Questo debito non è mai stato pagato. I colpevoli dei massacri di Cervarolo, St. Anna, Mazzabotto in Italia o Distomo in Grecia, vivono ancora tranquillamente in Germania anche se sono condannati in altri paesi. Il dibattito sui debiti è ampio e per i movimenti è importante insistere sul fatto che questi debiti non sono i debiti di una società civile ma debiti fatti da un sistema di banche, di usura e sfruttamento. Adesso che la Germania che porta il più grande debito storico nel terreno Europeo (cosi grande da non potersi neanche valutare in moneta) va a ricattare la Grecia in un modo aggressivo e autoritario, rinasce il vecchio slogan “Mai più la Germania” (“Nie wieder Deutschland”). Le forze extraparlamentari anticapitaliste cercano di riunire coloro che sono contro e parallelamente devono mantenere le pratiche consolidate nel movimento antifa, ad esempio per rispondere alle aggressioni nazifasciste in confronto agli rifugiati. Di sicuro dopo l’estate i movimenti non solo tedeschi devono decidere insieme come continuare. Il dibattito dei giorni di resistenza contro L'Europa di Austerity e per la solidarietà e verso il 1.maggio a Berlino 2016 possono essere luoghi di questa discussione.

Il nuovo nazionalismo tedesco. Note dal cuore della bestia

  • Giovedì, 30 Luglio 2015 11:44 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
30 07 2015

Dopo il braccio di ferro tra Eurogruppo e il governo di Syriza sul salvataggio del paese ellenico, una riflessione sul ruolo della Germania all'interno dell'Unione Europea.

“I don t see a critical popular mass there for anti-austerity struggles, but only passivity and racism out of fear”
(Margarita Tsomou)

Molte sono le domande sul ruolo che la Germania ha assunto in Europa, e non solo, in questa precisa congiuntura storica; tante le analogie, le allusioni e i paragoni storici, più o meno avventati, più o meno fondati, che circolano.

Un giornalista dello Spiegel, Augstein, qualche tempo fa ha scritto su Twitter: “Wir sind wieder die Deutschen, vor denen man uns immer gewarnt hat”, ossia “Siamo di nuovo i tedeschi, da cui ci hanno sempre messo in guardia”.

Dopo un rapida occhiata al presente non si può che dar ragione al giornalista liberale dello Spiegel. Peccato, però, che solo una parte assolutamente minoritaria della popolazione tedesca la pensi così. Men che mai – e ben lo hanno dimostrnti anticapitalisti e solidali con la Grecia da che parte sta la forza (del male, of course!).

Tirapiedi dello Stato tornano sempre alla ribalta, con una puntualità inquietante, a digrignare i denti: a Berlino in particolar modo hanno fatto di tutto per criminalizzare le proteste, per censurare le immagini di centinaia e centinaia di “OXI” sotto la porta di Brandenburgo, nel “cuore della Bestia”. Persino il partito dei Verdi (Bündnis 90/die Grünen) nei giorni del referendum greco invitava a votare “SI”. Siamo di fronte a una vera e propria guerra ideologica; questo vediamo ogni giorno e di questo saremo testimoni. Un intero sistema ha costruito una macchina di propaganda di massa per il “SI”, non c'è stato un giornale tra tutta la stampa tedesca – tolte forse le testate di sinistra NeuesDeutschland e JungeWelt – che ha riportato, anche solo per amor di cronaca, un punto di vista critico, che ha raccontato, per esempio, delle proteste che ci sono state in oltre 100 città tedesche.

Prantl un giornalista del giornale Süddeutsche Zeitung criticava qualche giorno fa l’operato poco professionale del mass- media in Germania facendo notare che quasi tutti ripetevano la linea del governo o anticipavano una certa linea politica poi rappresentata da Schäuble, addirittura prima che lui o il governo comunicassero l’opzione Grexit.

Dati statistici anteriori al referendum parlavano di un 75 % circa della popolazione d'accordo con la politica di Schäuble. Dopo la sua proposta di una Grexit temporanea, però, il clima in Germania sembrava leggermente mutato. Le critiche contro il Ministro dell'Economia si sono levate da più parti anche all'interno del Bundestag, dall'opposizione all'SPD, fino a Frau Merkel, a tal punto che, per un attimo, sono spuntati titoli di giornali che vociferavano di una possibile dimissione di Schäuble. Ma, il 17 luglio, come è noto, con una seduta straordinaria, il Parlamento ha votato a grande maggioranza il procedimento ricattatorio nei confronti della Grecia: di 598 deputati presenti 439 hanno votato 'Si', 119 'No', 40 si sono astenuti. Qualche 'No' nel Bundestag veniva anche dal partito della Merkel & Schäuble, la CD, a indicare qualche minimo segno di rottura nella classe dirigente tedesca.

Intanto i manifestanti sotto il Bundestag venivano arrestati e trascinati via, pato nelle ultime settimane - il governo di Angela Merkel e Schäuble, le grandi imprese, il grosso del conservatorismo liberale tedesco, insieme ai cosiddetti socialdemocratici dell'SPD sembrano avere l'interesse o l'intenzione di riflettere sul proprio (recentissimo) passato storico e sulla responsabilità politica che in questo momento investe la Germania. Tralasciando poi i dettagli sull'apparato repressivo e poliziesco, rimesso a lucido per l'occasione, al fine di ricordare ai movimeerché si erano permessi di portare uno striscione con su scritto “NO” nella zona rossa del Parlamento, dove non si può neanche richiedere l'autorizzazione a manifestare durante le sedute. Di questo, ovviamente, tutti i media mainstream tedeschi non hanno parlato. Solo qualche testata straniera, tra cui la stessa BBC, si è mostrata interessata a raccontare quello che stava accadendo non solo dentro il Bundestag, ma anche fuori.

Tutto ciò in un contesto in cui, in particolar modo nell'Est, ma anche a Ovest, crescono sentimenti xenofobi e razzisti, in cui nuove destre e neonazisti stanno trovando terreno fertile per ingrossare le proprie fila: si ripetono ormai quasi ogni giorno in tutto il paese aggressioni violente nei confronti dei rifugiati, incendi delle loro abitazioni o delle strutture che li accolgono. Anche questa è la Germania oggi, questi i fatti materiali accaduti e che accadono ogni giorno. Per analizzare il razzismo nel paese e un 'nuovo' nazionalismo tedesco serve analizzare bene le radici di queste pulsioni nella popolazione. Non è un caso, ad esempio, che la maggioranza tedesca sia contraria ad un Grexit. Anzi grande parte dei tedesch* vuole dare altro sostegno alla Grecia purché l’intero processo rimanga sotto un certo comando tedesco. I tedeschi si presentano come grandi donatori per la Grecia e vogliono che rimanga nell’Unione Europea. Però non si fidano della Grecia, non si fidano di Tsipras e sopratutto non si fidano della popolazione che votava 'OXI – No' al Referendum. Nasce qua un nuovo punto di nazionalismo, che non è esplicitamente aggressivo. La maggioranza dei tedeschi vuole aiutare la Grecia ma sotto il controllo tedesco che può essere in grado di risolvere la situazione. Più di 5 anni di propaganda sporca contro i 'greci che non lavorano' 'il Greco fallito' ('Pleitegriechen') hanno lasciato delle tracce profonde nell’immaginario collettivo, creando l’idea che solo a partire dall’egemonia tedesca l’Europa possa funzionare.

Gli ultimi sondaggi danno Schäuble al secondo o terzo posto nel essere il politico preferito della popolazione con ~ 70 % (una buona base per i/le compagn@ per essere disperati/e). La maggior parte della popolazione tedesca sta dietro la politica del governo.

Più complessivamente, sul piano della costruzione di discorso, la retorica dell'ordoliberalismo sembra essere quella di provare a “normalizzare” la pratica di estorsione e strozzinaggio, come pratica di gestione della crisi, una crisi che ormai si mostra nella veste di una lotta all'ultimo sangue per salvare un sistema che, palesemente, non funziona più. Il discorso mediatico vigente cerca di presentare tutto ciò come business as usual. Dall’altra parte c'è chi pensa che questi ultimi giorni entreranno nei libri di storia: come giorni di un nuovo inizio o della definitiva catastrofe.

Ma come saranno raccontati dipende anche dalla capacità dei movimenti di lavorare per costruire un'opposizione radicale e di massa, in Germania così come negli altri paesi della maledetta Unione Europea e non solo. Cosa questa assolutamente non facile e scontata, visto l'isolamento politico-istituzionale e mediatico: basti pensare al silenzio triste e umiliante che impera nel partito della Die.Linke, da cui ci si aspettava almeno una presa di parola chiara. C'è chi all'interno prova a smuovere e dire qualcosa, ma l'incapacità generale di mobilitare la base del partito lascia sgomenti. L'argomento è troppo distante dai loro elettori (...), dicono.

Così mantengono i propri discorsi sul piano delle lotte da scrivania o di salotti/assemblee per soli „intellettuali“ di partito. Con questa attitudine, neanche riescono ad avvicinarsi allo “Standort Deutschland”, alla fortezza nazionale tedesca. Non meno assordante è stato il silenzio dei sindacati. In altre parole, le manifestazioni, i presidi, le assemblee pubbliche che abbiamo visto in questi giorni non ci sarebbero stati senza i movimenti anticapitalisti ed extraparlamentari.

E fa ridere (una risata molto amara, s'intende) chi si pone da qui – luogo d'osservazione privilegiato in tutti i sensi - come unico problema e dall'alto della propria purezza antagonista, quello di giudicare Tsipras e Syriza, di decidere se siano dei traditori del popolo o meno. Se pollice in su o in giù deve essere, allora deve esserlo per tutti noi anche (tralasciando per un secondo la gogna che andrebbe riservata – privilegium! - alla sola socialdemocrazia europea): per tutti i movimenti e le voci critiche che, oltre la Grecia, non sono stati capaci di imporsi come senso comune, di fare breccia nella società e di costruire forme di resistenza, tanto radicali quanto maggioritarie, al livello internazionale contro questa Europa. Insieme a piazza Syntagma, in questo momento, mille altre piazze europee dovrebbero bruciare. È evidente che la Grecia da sola, totalmente isolata sul tavolo delle “trattative”, non poteva e non può rovesciare i rapporti di forza. Poi certo si potrebbe continuare a discutere della tattica-Tsipras e di quella-Varoufakis, di quale gioco delle carte sarebbe stato migliore, se Tsipras non avrebbe fatto meglio a dimettersi piuttosto che approvare lui un terzo memorandum... Tutto vero, ma al momento ci sembra di sottovalutarci troppo se ci attribuiamo il mero un ruolo di giudici, che seduti dietro al tavolo alzano le palette coi voti sulle vicende e sui loro protagonisti.

È forse più interessante e politicamente urgente riflettere sul conflitto che, grazie non solo a Syriza, ma a un movimento di massa che da almeno sette anni è nelle strade, si è riaperto a livello istituzionale europeo, svelando la vera natura di questa guerra: una guerra agita non solo contro la Grecia, ma contro tutti noi, contro le nostre vite e i nostri modi di esistere, contro l'idea che a tutto ciò possa esserci un'alternativa. In altre parole, siamo di fronte a una vera e propria guerra di classe. Schiacciare e umiliare l'“OXI” alle politiche di austerità espresso da una società intera, vuol dire soffocare e dare una “lezione esemplare” a tutti coloro che non accettano questo stato di cose. La questione dirimente diviene allora capire non solo, o non tanto, come si possa esprimere un livello di solidarietà forte nei confronti della Grecia, ma come, all'interno dell'Europa tutta, i rapporti di forza possano essere rovesciati, come la lotta di classe possa essere nuovamente agita non solo “dall'alto”, ma anche “dal basso”. Come si torna, cioè, ad avere nuovamente un “potere di minaccia” nei confronti dei padroni, delle istituzioni finanziarie, della Troika e dei “falchi tedeschi”? A maggior ragione di fronte ai nuovi nazionalismi e alle nuove destre che avanzano.

E ci si pone queste domande da un punto di vista affatto particolare: dalla capitale tedesca, un tempo nota come “isola” all'interno della DDR, dove Berlino-ovest era il centro dell'opposizione e della dissidenza politica. Quella storia è andata ormai avanti e si è trasformata con tutte le sue contraddizioni: capitale “multikulti”, attraversata, se non dominata, da forme di vita alternative, messe esse stesse a valore dal capitalismo. Babele linguistica dove spesso il posizionamento politico diventa solo un “brand”, una moda, che il più delle volte rifugge l'organizzazione politica. Capitale, forse tra le ultime in tutta Europa, dove la qualità della vita, nonostante i meccanismi perversi del Welfarestate (o Workfare che dir si voglia), è ancora molto alta.

Eppure nei bar, nei caffè, nei posti di lavoro, nelle università si parla della Grecia, in maniera più o meno approfondita, ma se ne parla. E iniziano a circolare forme di rabbia diffusa nei confronti dell'attuale governo tedesco, così come nei confronti dell'SPD e dei GRÜNE. Non casualmente, proprio in questo momento, l'aggettivo “antideutsch”, “antitedesco”, aggettivo carico di storia per i movimenti tedeschi, sta trovando una nuova rinascita. Osservando bene la storia recente di questo paese vediamo che dopo la caduta del muro e la 'Riunificazione' della Germania, il paese è stato un laboratorio speciale per ricostruire un certo potere neoliberale sulla scala europea e globale con nuove strategie di bio- poitica per incentivare un forte individualismo. Lo stesso sistema di 'Treuhand' che era usato per organizzare la liquidazione della Germania Est viene usato per svendere adesso terreni e forze di lavoro greci. Dopo 1989/90 molte battaglie politiche, antifasciste e antirazziste finivano in discorsi paralizzanti.

I cosidetti 'antideutsch' rifiutavano ogni espressione di movimento dicendo che in questo paese ogni movimento di massa ha un potenziale autoritario perché nella storia tedesca è iscritto un autoritarismo e un attitudine imperialista. Negli anni 2000' si sono dati conflitti sporchi e faticosi dentro il movimento, per provare a rompere la gabbia auto-referenziale del sentimento anti-tedesco . Da quando viviamo la crisi e da quando stiamo osservando la politica del governo tedesco e i mass- media in questo paese, stanno rinascendo sentimenti di rabbia contro la Germania in generale dentro il movimento. “Germany you are a piece of shit” era scritto su uno striscione il corteo del 03.07.2015, striscione prontamente confiscato dalla Polizia. Si può riflettere sulla dubbia utilità di questo slogan per allargare la base dei manifestanti, ma allo stesso tempo esprime un sentimento forte che hanno tanti compagn* in questo periodo. Le lotte antifasciste qua sono sempre molto connesse con un certo lavoro di memoria spinto dal movimento. Nella conferenza di Londra sui debiti della seconda guerra mondiale (1953) la Grecia dava più tempo alla Germania Ovest (BRD) per pagare il suo debito del Nazi- Terrore. Questo debito non è mai stato pagato. I colpevoli dei massacri di Cervarolo, St. Anna, Mazzabotto in Italia o Distomo in Grecia, vivono ancora tranquillamente in Germania anche se sono condannati in altri paesi.

Il dibattito sui debiti è ampio e per i movimenti è importante insistere sul fatto che questi debiti non sono i debiti di una società civile ma debiti fatti da un sistema di banche, di usura e sfruttamento. Adesso che la Germania che porta il più grande debito storico nel terreno Europeo (cosi grande da non potersi neanche valutare in moneta) va a ricattare la Grecia in un modo aggressivo e autoritario, rinasce il vecchio slogan “Mai più la Germania” (“Nie wieder Deutschland”). Le forze extraparlamentari anticapitaliste cercano di riunire coloro che sono contro e parallelamente devono mantenere le pratiche consolidate nel movimento antifa, ad esempio per rispondere alle aggressioni nazifasciste in confronto agli rifugiati. Di sicuro dopo l’estate i movimenti non solo tedeschi devono decidere insieme come continuare. Il dibattito dei giorni di resistenza contro L'Europa di Austerity e per la solidarietà e verso il 1.maggio a Berlino 2016 possono essere luoghi di questa discussione.

Anna Dohm

La Germania non è un modello da seguire

Internazionale
27 07 2015

“Il sud Europa deve essere più tedesco?”. La domanda, posta dallo Spiegel nel 2012, ritorna oggi, dopo che la chiusura delle trattative greche ha restituito un mix di riforme e austerità ispirato al cosiddetto consenso Berlino-Washington e un piano di privatizzazioni ritagliato sull’esperienza della riunificazione tedesca. Guidata, alla fine degli anni ottanta, dall’attuale ministro delle finanze di Berlino e dominus delle trattative europee, Wolfgang Schäuble.

Per molti, compreso il premier italiano Matteo Renzi, la risposta è sì. Considerata alla fine degli anni novanta “la malata d’Europa”, da quel momento la Germania non conosce crisi. La sua economia è cresciuta del 10 per cento tra il 2009 e il 2014. Il tasso di disoccupazione è al 4,7 per cento, quello giovanile al 7,1.

L’export supera l’import di circa 300 miliardi di euro all’anno, per un surplus commerciale pari al record dell’8,4 per cento del prodotto interno lordo (pil). Il governo ha ottenuto il pareggio assoluto di bilancio e prevede di abbattere il rapporto debito/pil al 60 per cento entro il 2020.

Un sistema dell’istruzione non competitivo

Eppure, da quindici anni l’economia tedesca ha smesso di investire a tassi accettabili, ipotecando negativamente il suo futuro. All’appello mancano 103 miliardi all’anno, necessari per mantenere stabile lo stock di capitale dell’industria.

Le imprese hanno 500 miliardi chiusi in cassaforte, così l’investimento privato è scesodal 21 per cento del 2000 al 17 per cento del 2013. I governi hanno la loro parte di responsabilità. Nonostante bassi tassi d’interesse sui titoli di stato, che rendono conveniente prendere a prestito, gli investimenti pubblici sono al 2 per cento del pil e servirebbero dieci miliardi in più all’anno per mantenere agibili le infrastrutture in futuro.

La Germania tra cinque anni avrà bisogno di 1,7 milioni di immigrati

Anche il sistema dell’istruzione è colpito dal “divario di investimento”. Le università tedesche non riescono a competere con i migliori atenei al livello globale e rimangono indietro nelle classifiche internazionali. Solo un terzo delle persone tra i 30 e i 34 anni è laureato, una quota inferiore alla media Ocse.

Tutto ciò contribuisce al ritardo del paese nella corsa all’innovazione. Decima nell’Unione europea per livello di digitalizzazione, nel settore la Germania non sforna concorrenti al livello globale dalla fondazione della Sap) nel 1972. Ora che l’information technology aumenta il suo peso nell’industria tradizionale, compresa quella automobilistica, il timore è che questo possa diventare il tallone d’Achille della competitività tedesca.

Ma, quando il governo ha tentato di incoraggiare le iscrizioni all’università, ha generato le resistenze delle imprese manifatturiere, preoccupate dal declino delle immatricolazioni al sistema apprendistato, che oggi rappresenta il principale canale di passaggio scuola-lavoro.

Un paese sempre più anziano

La coperta, d’altro canto, è corta: la fertilità tedesca è la più bassa del mondo, con otto neonati ogni mille abitanti. Nel 2035, le persone di più di 65 anni saranno 24 milioni, con un aumento del 50 per cento. Entro il 2100, ci saranno 25 milioni di tedeschi in meno e la Germania avràcessato di essere la superpotenza demografica d’Europa.

A Lohberg, periferia nord di Dinslaken, nella Renania Settentrionale-Vestfalia, il 28 gennaio 2015. - Dominik Asbach, Laif/Contrasto A Lohberg, periferia nord di Dinslaken, nella Renania Settentrionale-Vestfalia, il 28 gennaio 2015. (Dominik Asbach, Laif/Contrasto)
La soluzione, rappresentata fino a questo momento da un vero e proprio boom dell’immigrazione (400mila migranti netti nel solo 2012), è osteggiata in maniera crescente dalla politica, pronta ad alzare barriere anche per chi arriva dagli altri paesi dell’Unione. Eppure, la Germania nel 2020 avrà bisogno di 1,7 milioni di immigrati e, senza un mercato del lavoro in salute, non potrà mantenere a lungo la sua posizione di preminenza economica.

Aiutata dall’euro, Berlino ha potuto esportare verso il resto del mondo quando l’Europa è entrata in crisi

Le riforme Hartz, concluse dai socialdemocratici nel 2005, sono spesso indicate come la ragione del crollo della disoccupazione. In realtà, l’aumento della competitività tedesca è stato generato da una drastica “moderazione salariale”, interrotta solo negli ultimi anni: prima della grande recessione, gli stipendi sono cresciuti meno della produttività, abbassando i costi di produzione e i prezzi dei prodotti.

Questo è stato permesso dalla struttura di contrattazione tra imprese e sindacati più che dalle riforme, che pure hanno contribuito all’abbattimento del potere contrattuale dei lavoratori attraverso una diminuzione dei sussidi di disoccupazione e la creazione di una sacca da cinque milioni di “impiegati marginali” grazie ai cosiddetti minilavori.

L’effetto aggregato è stato l’abbattimento della “quota lavoro” sul reddito nazionale e un aumento della disuguaglianza nella ricchezza fino ai livelli più alti dell’area euro. Oggi, i poveri sono 12,5 milioni – la quota più elevata dalla riunificazione del paese.

Il sistema bancario peggiore del mondo

Aiutata dall’euro, che rende i suoi prodotti più convenienti, la Germania ha potuto esportare verso il resto del mondo (Asia in testa) quando l’Europa è entrata in crisi. Prima di quel momento, il boom dell’export verso i partner del vecchio continente era stato spinto da un intreccio di relazioni finanziarie che faceva perno sul sistema bancario tedesco.

“Uno dei peggiori al mondo”,secondo l’analista Paul Gambles. La scarsa capitalizzazione delle banche, compresa la Deutsche Bank, lascia il sistema vulnerabile a potenziali crolli.

Circa la metà delle piccole banche europee, lasciate fuori dalla supervisione della Bce, si trova proprioin Germania. Si tratta di banche regionali e municipali con un rapporto in molti casi di dipendenza dalla politica. Queste hanno in pancia debiti garantiti dallo stato pari al 145 per cento del pil tedesco, debiti che in futuro potrebbero finire per pesare sul bilancio pubblico.

Questa implicita garanzia di salvataggio ha spinto le banche a comportamenti azzardati per tutti gli anni 2000. Prestando denaro ai paesi periferici a rischio in cerca di facili ritorni, le banche hanno generato un flusso di capitali in grado di alimentare i deficit commerciali dei paesi del Mediterraneo, che riutilizzavano il denaro per comprare beni e servizi tedeschi, stimolando il boom della Germania mentre accumulavano squilibri insostenibili.

L’attacco dell’uomo Bce

Nel 2010, quando il castello di carte è crollato, l’Europa si è affrettata a salvare il sistema bancario trasferendo le potenziali perdite dal bilancio delle banche a quello dell’eurozona nel suo complesso attraverso il sistema Target2.

Beeck, nel distretto di Duisburg, nella Renania Settentrionale-Vestfalia, il 25 novembre 2014. - Oliver Tjaden, Laif/Contrasto Beeck, nel distretto di Duisburg, nella Renania Settentrionale-Vestfalia, il 25 novembre 2014. (Oliver Tjaden, Laif/Contrasto)
La stoccata più dura è arrivata nelle scorse settimane da Yves Mersch, uomo della Bce, durante l’assemblea annuale della DZ Bank, quarto gruppo bancario del paese.

Un’economia che non ha abbastanza lavoratori qualificati e che non ristruttura ponti e strade consuma la sua ricchezza e non è credibile quando afferma di voler crescere in maniera dinamica e sostenibile. Una società in cui gli ottantenni aumenteranno del 50 per cento nei prossimi quindici anni rischia di perdere la sua volontà di riformare e di integrare. Questo crea una tendenza a proteggere i diritti acquisiti e a sposare il conservatorismo di una società chiusa. Per questo i governi non dovrebbero solo richiedere riforme altrove ma innanzitutto attuarle nel proprio paese

A Berlino, che secondo le classifiche Ocse negli anni di Angela Merkel è caduta al 28º posto su 34 per propensione alle riforme, saranno fischiate molte orecchie.

I problemi sottolineati da Mersch non sono solamente tedeschi. Ma la soluzione del “consenso Berlino-Washington”, la medicina amara fatta trangugiare a Tsipras, equivale alla richiesta di barattare stabilità domestica con competitività estera.

Il modello è quello di un’eurozona con crescenti disuguaglianze, ampie sacche di disoccupazione soprattutto al sud e salari moderati con il solo scopo di aumentare l’export. Un’idea neomercantilista dell’economia che rischia di porre una pressione recessiva su tutta l’economia globale, dando nello stesso tempo fiato a elementi di destabilizzazione interna al continente.

Quello tedesco non è un modello da seguire.

Nicolò Cavalli, ricercatore e giornalista 


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