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Ma qual è oggi l'accesso alla giustizia delle donne? L'Onu dice che nel mondo "in media, una donna su tre è stata picchiata, abusata sessualmente o aggredita dal partner durante la sua vita", e l'Unicef conta che in molti paesi una ragazza su cinque è sposata o convivente: una prassi che in Africa, Medio Oriente e sud-est asiatico, è spesso preceduta da uno stupro. ...
La terza sezione penale della Corte di Cassazione, il 15 ottobre 2013, ha annullato la sentenza con la quale la Corte d'Appello di Catanzaro, nel 2011, condannava un sessantenne, addetto ai servizi sociali del comune di Catanzaro, per aver abusato di una bambina di undici anni che gli era stata affidata. ...

Dino Budroni, simbolo di una giustizia malata

Huffingtonpost
16 12 2013

 
Amo mio fratello, amo il suo ricordo, amo ciò che era, nel bene e nel male. Lo amo. Punto e basta.

Il suo sacrificio mi ha lasciato un vuoto enorme. L'ho riempito imparando ad amare tutti coloro che sono i cosiddetti ultimi. Ho imparato ad amare le persone per ciò che sono. Persone, sempre e comunque. Persone al di sopra di tutto, di ogni pregiudizio, di ogni catalogazione. Persone.
Sogno una legge sulla tortura vera e senza compromessi come ce la chiede l'ONU. Senza se è senza ma. Sogno luoghi di detenzione a misura e rispetto dell'uomo, senza dover invocare amnistia ed indulto per evitare le sanzioni europee. Sogno la fine di questa vergogna. Sogno una politica vera, sincera, che rimetta l'uomo al centro, sempre e comunque, senza se e senza ma. Senza distinguo ipocriti e subdoli.

Non ho paura della verità. Non ho paura della violenza della mistificazione, della minaccia, dell'insulto. Non avrò pace fino a che mio fratello non avrà avuto giustizia. Non avrò pace fino a che violenze depistaggi e mistificazioni continueranno a colpire cittadini indifesi: oggi voglio ricordare Dino Budroni. Ucciso da un colpo di pistola al cuore. Senza motivo e processato dalla nostra giustizia dopo la sua morte. Condannato un anno dopo la sua uccisione affinché si potesse classificarlo come stalker.

Non ho paura di dire che la nostra giustizia è malata. Non ho paura di puntare il dito contro quei magistrati che si sottraggono al principio che la legge debba essere uguale per tutti. Che se ne sentono al di sopra o che si voltano dall'altra parte. Che senso ha processare un morto se non quello di gettare fango gratuito sulla sua memoria?

Che senso ha consentire al PM di Varese di personalizzare il caso Uva lasciandolo raggiungere la prescrizione che manderebbe impuniti coloro che ne hanno provocato la morte?

Che senso ha portare gli arrestati di fronte a magistrati che non si accorgono del loro stato di salute e che non li guardano nemmeno in faccia, sbattendoli poi in galera confondendoli con altri e sbagliando persino la loro nazionalità ed identità?

Autonomia indipendenza non vuol dire arbitrio, non vuol dire totale deresponsabilizzazione.
Se processiamo un ministro per le sue telefonate, per favore processiamo prima questi magistrati che nuocciono anche all'immagine della stessa istituzione cui essi appartengono.

Non ho paura di puntare il dito contro di loro. La legge è uguale per tutti. Chi sbaglia deve assumersi le proprie responsabilità. Tutto questo in memoria di Stefano.
 

Lo chiamano amore (e invece è…)

  • Martedì, 10 Dicembre 2013 10:12 ,
  • Pubblicato in La Denuncia
7 dicembre 2013

Me la ricordo molto bene questa storia. Lui un impiegato dei servizi sociali, cui era stata affidata una bambina di undici anni, con famiglia disagiata. Le indagini erano state avviate perché la bambina aveva raccontato alla mamma di quegli incontri che avvenivano in una villetta al mare,

Budroni, al via il processo. Parlano gli agenti testimoni

  • Martedì, 19 Novembre 2013 14:09 ,
  • Pubblicato in Flash news

Globalist
19 11 2013

E' iniziato ieri, dopo due rinvii, con la notizia dell'ammissione dell'associazione "A buon diritto" tra le parti civili il processo per l'omicidio di Dino Budroni. Nell'aula 22 di Piazzale Clodio, a Roma, sono sfilati i poliziotti dell'equipaggio della Volante Beta Como e l'assistente capo che comandava l'altra volante, la 10, a bordo della quale c'era l'agente che ha sparato due colpi in rapida successione su un'automobile che viaggiava ormai a velocità ridotta, «quasi ferma» secondo i familiari dell'uomo.

L'agente scelto è imputato dal 19 dicembre del 2012 per perché, secondo un pm, sparava a distanza ravvicinata quando ormai «l'utilizzo dell'arma, in quella fase dell'operazione, comportava un rischio non più proporzionato alla residua possibilità di azioni lesive e pericolose». Nessuno gli ordinò di sparare, nemmeno mirando alle ruote.

La presenza di "A buon diritto", animata da Luigi Manconi, e la presenza in aula di alcuni attivisti di Acad, l'associazione contro gli abusi in divisa, e, come sempre dall'inizio del caso di Lucia Uva, Ilaria Cucchi e della madre di Stefano Gugliotta (il ragazzo pestato senza alcuna ragione nei pressi dell'Olimpico), conferma l'impressione che sia un processo per l'ennesimo caso di "malapolizia". A rappresentare la famiglia Budroni, Fabio Anselmo e Alessandra Pisa, gli stessi legali dei casi Aldrovandi, Cucchi, Uva, Ferrulli, Diaz ecc...

In realtà il caso ha tardato a manifestarsi in tutta la sua evidenza per via di alcuni titoli di giornale, all'indomani dell'omicidio, che avevano bollato la vicenda come "sparatoria sul Gra" oppure come "uccisione di uno stalker violento durante un inseguimento". La lettura degli interrogatori ai poliziotti a ridosso della morte di Budroni fa pensare più a un nuovo "Caso Sandri avvenuto però sull'arteria stradale che circonda la Capitale. In aula, gli agenti hanno restituito il racconto di un inseguimento a velocità eccessiva tra le prime auto a partire per l'esodo estivo. Era il 30 luglio del 2011.

Volante 10 era stata allertata per la presenza di Budroni sotto casa della sua compagna o ex compagna, fino a due-tre giorni prima vivevano insieme. Budroni telefonava e mandava messaggi alla donna, poi è arrivato sotto l'abitazione arrivando a danneggiare il portone. Secondo gli agenti della Volante, sfuggì una prima volta al controllo di polizia, ripartendo di scatto dopo aver finto di fermarsi. Poi, in rapida successione, l'inseguimento sul raccordo con l'arrivo dell'altra volante e di una radiomobile dei carabinieri che, con una manovra a tenaglia, riuscirono a far fermare la vettura di Budroni, una Focus, senza nemmeno che si schiantasse sul guardrail o addosso alle vetture inseguitrici. Poi, nei secondi finali, i due spari senza che nessuno gli avesse dato ordine di impugnare l'arma e fare fuoco. Così è stato confermato in aula nei racconti degli agenti che ricordano di aver visto Budroni rantolare ma ancora vivo, di aver chiamato l'ambulanza e di aver trovato una pistola giocattolo e una piccozza nell'abitacolo e un coltello nei calzoni dell'uomo. Circostanze che dovranno essere incrociate con le registrazioni radio e con altre voci. Gli spari sarebbero stati esplosi mentre le due auto, Beta Como e la Focus, non erano perfettamente affiancate. Budroni s'è accasciato sul fianco destro.

Ma poco prima un impatto c'era stato. Gli agenti interrogati sostengono che Budroni procedesse a zig zag per aprirsi un varco e che tentasse di speronarli, secondo una perizia sarebbe invece la Focus ad essere stata speronata. Il 18 dicembre, oltre ai due carabinieri della radiomobile, inizierà l'ascolto dei consulenti perché saranno le perizie, quella balistica e quella sulle auto, a dare conto di quello che avvenne sul raccordo anulare quella notte di luglio. A sorpresa è spuntato il referto di un pronto soccorso per due degli agenti che nell'inseguimento si sarebbero procurati contusioni e piccole ferite. Uno di loro ammette che «Se potessimo riavvolgere il nastro lo faremmo molto volentieri», che «fu una manovra sbagliata da un punto di vista operativo».

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Zeroviolenza è un progetto di informazione indipendente che legge le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

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