Perché questo ha il significato di aggiungere una uccisione simbolica a quella reale; la prima, quella vera, era accaduta il 25 settembre 2005, quando col figlio era morta la speranza e si era cancellato il futuro della madre. Ora quella madre la si voleva uccidere una seconda volta. Chi dice viva all'assassino, dice morte alla vittima. ...

Corriere della Sera
01 03 2013

Stavolta è un caso di giustizia davvero rapida ed efficiente: ad appena 5 mesi dalla violenza sessuale subìta il 12 luglio scorso, una 40 enne brasiliana ha visto ieri la nona sezione penale del Tribunale (presidente Fabio Roia, a latere Elisabetta Canevini e Bruno Giordano) condannare in primo grado due italiani di 51 e di 37 anni a ben 9 anni di carcere. La donna era stata avvicinata all’interno della sala bingo di via Washington dai due uomini, poi aveva seguito a casa di uno di essi, trascorrendovi la notte bevendo e consumando droga.

Alla mattina, però, al momento di andar via, i due uomini invece di riaccompagnare a casa la donna avevano cominciato a chiederle prestazioni sessuali. E, al suo rifiuto, l’avevano aggredita, presa a schiaffi e pugni, minacciata con un coltello alla gola e violentata. Solo verso mezzogiorno la donna, nuda e sotto choc, con il naso rotto, aveva chiamato aiuto nell’androne di una casa di via Giambellino, consentendo di far arrestare quasi subito i suoi violentatori.

Il Fatto Quotidiano
13 02 2013


Aldrovandi, grazie al “salva carceri” i poliziotti condannati chiedono i domiciliari.

Dopo la sentenza definitiva del Tribunale di Sorveglianza, i legali di Monica Segatto, Paolo Forlani e Luca Pollastri hanno depositato nei giorni scorsi una seconda istanza di scarcerazione sulla base del decreto che prevede di scontare al proprio domicilio le pene residue inferiori ai diciotto mesi.

I poliziotti condannati per l’omicidio colposo di Federico Aldrovandi potrebbero uscire di prigione grazie al ‘salva carceri’. I legali di Monica Segatto (reclusa a Rovigo), Paolo Forlani e Luca Pollastri (rinchiusi nell’Arginone di Ferrara) hanno depositato nei giorni scorsi una seconda istanza di scarcerazione. Questa volta sulla base del decreto che prevede i domiciliari per le pene residue inferiori ai diciotto mesi.

Tre dei quattro agenti condannati in via definitiva a tre anni e mezzo (ridotti a sei mesi grazie all’indulto) per la morte del ragazzo avvenuta a Ferrara il 25 settembre 2005, hanno visto lo scorso 29 gennaio rigettare dal tribunale di sorveglianza le rispettiva richieste di affidamento ai servizi sociali o, in subordine, ai domiciliari. I loro avvocati tentano ora la carta del salva carceri. Due le condizioni da assolvere. “Un luogo di domicilio idoneo e il fatto che la persona non sia socialmente pericolosa” spiega l’avvocato Gabriele Bordoni, difensore di Forlani, che ha depositato gli atti lo scorso 4 febbraio. Il primo requisito non comporta grossi problemi. Quanto al secondo, “il fatto stesso che gli agenti siano stati raggiunti dai provvedimenti disciplinari (sospensione dal Corpo della Polizia di Stato per la durata di sei mesi), “esclude ipso facto la possibilità di reiterazione del reato colposo in servizio”.

A decidere su questa ulteriore istanza sarà il magistrato di sorveglianza dei due distretti interessati, quello di Bologna, per Forlani e Pollastri, e quello di Padova, per la Segatto. a decidere. La posizione del quarto poliziotto condannato, Enzo Pontani, la cui udienza era stata rinviata per difetto di notifica, verrà esaminata il prossimo 26 febbraio.

Tre errori giudiziari, tre storie di ordinaria ingiustizia

  • Lunedì, 17 Dicembre 2012 09:42 ,
  • Pubblicato in IL POST
Osservatorio Repressione
17 12 2012

Pasquale, 46 anni, incensurato. All’alba del 26 maggio del 2010, viene arrestato perché accusato di violenza sessuale e riduzione in schiavitù.
Per otto giorni sarà detenuto nel carcere di Cassino, poi passerà il resto della sua misura cautelare chiuso in una cella del carcere Rebibbia di Roma con altre sei persone. Il 14 marzo del 2011, dopo circa un anno, il Gup del Tribunale di Roma lo assolve per il reato di riduzione in schiavitù, ma lo condanna a 5 anni e 4 mesi per il reato di violenza sessuale. Il 17 gennaio del 2012, la Corte d’Assise d’Appello di Roma assolve Pasquale “per non aver commesso il fatto”. Pasquale viene liberato dopo un anno e 4 mesi di misura cautelare in carcere.

Luca, 20 anni, incensurato. La mattina del 26 giugno del 2008 viene arrestato perché accusato di concorso in omicidio. Sarà prima detenuto nel carcere Marassi di Genova, poi nel carcere di San Remo ed infine del carcere San Vittore di Milano. Il 23 giugno del 2009, il Gup del tribunale di Genova lo condanna a 10 anni di reclusione. Condanna confermata, il 18 giugno del 2010, dalla Corte d’Assise d’Appello di Genova. Il 5 luglio del 2011 la Corte di Cassazione annulla la sentenza di condanna, rilevando gravi vizi della motivazione. Il 16 ottobre del 2012, la Corte d’Assise d’Appello di Genova assolve Luca “per non aver commesso il fatto”. Luca torna in libertà dopo 4 anni e 4 mesi di misura cautelare in carcere.

Roberto, 65 anni, incensurato. Il 27 settembre del 2007, alle prime luci del mattino, viene arrestato perché accusato di associazione mafiosa finalizzata all’insider traiding. Verrà portato nel carcere Regina Coeli di Roma, poi nel carcere di Lanciano ed infine nel carcere Rebibbia di Roma. Nel luglio del 2008, la VI sezione della Corte di Cassazione annulla l’ordinanza di misura cautelare in quanto dalle intercettazioni effettuate non emergono gravi indizi di colpevolezza. Decisione che viene disattesa sia dal Tribunale della libertà che dalla II sezione della Corte di Cassazione che invece confermano la misura. Il 14 gennaio 2009 inizia il processo di primo grado. Processo che durerà 4 anni. Il 23 novembre 2012, il Tribunale di Roma assolve Roberto “perché il fatto non sussiste”. Roberto viene scarcerato dopo 2 anni e 8 mesi di misura cautelare in carcere.

Ecco tre errori giudiziari ignoti. Tre storie di ordinaria ingiustizia che hanno coinvolto comuni cittadini. Cittadini che prima sono stati messi in carcere e che dopo anni sono tornati in libertà perché riconosciuti innocenti. Tre fra tanti errori giudiziari ignorati, che sono la dimostrazione del collasso in cui versa il processo penale. Un processo dove la carcerazione preventiva è prassi, e dove la valutazione della prova è spesso accadimento secondario e non centrale del dibattimento. Insomma, le due premesse essenziali perché il processo produca ingiustizia e non giustizia: il carcere per l’innocente. Esattamente ciò che accade oggi.

E infatti queste tre storie sono la realtà della nostra Giustizia penale (se ancora si può chiamare così). Una Giustizia che si manifesta oggi solo attraverso l’applicazione della misura cautelare: la detenzione prima del giudizio. Misura cautelare, e non il processo, che è diventata indebitamente la fase centrale di questo cosiddetto giudizio penale. Misura cautelare, basata sui gravi indizi e non sulla colpevolezza accertata dopo un dibattimento processuale, che viene fatta scontare in carceri a dir poco vergognose e che è peggiore della tortura.

Sì peggiore della tortura. E non solo per il degrado delle galere, ma anche per l’incertezza, e non la certezza, che contraddistingue la fase del dibattimento, del processo. Processo che sostanzialmente non esiste più a causa dei tempi interminabili, quindi ingiusti, e a causa dell’epilogo imprevedibile, quindi evanescente. Ai limiti della casualità. È il caso, e non l’applicazione ferrea del diritto o la valutazione rigorosa della prova, che fornisce una risposta di giustizia ai tanti cittadini in attesa di giudizio. È il caso, e non la regola generalmente applicata, che, pur tardivamente, svela l’errore. Già il caso. Il caso di imbattersi in un giudice capace di affermare la verità dopo anni di misura cautelare, certificando così un errore che si poteva e che si doveva evitare prima. Questa è la Giustizia di oggi. Auguri.

Riccardo Arena da www.ilpost.it

Furono 2.605, secondo l'Associazione Politrasfusi, dei quali circa 550 emofilici, gli italiani deceduti tra il 1985 e il 2008 in seguito a una trasfusione con plasma infetto.
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