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ViolenzaEretica, Il Fatto Quotidiano
18 luglio 2015

Per i ragazzi accusati di stupro di gruppo, che sarebbe avvenuto a Firenze, la sentenza di secondo grado ha deciso l'assoluzione. Prima che parta lo scontro tra innocentisti e colpevolisti, roba da tifoserie in cui si fa a gara a chi è più giustizialista, con castrazioni e cose del genere per gli accusati e campi di concentramento per chi accusa,

Touil: "Io innocente, mai lasciato l'Italia"

È stanco e provato. In cella ci sta da quattro giorni senza conoscerne precisamente il motivo. Tanto che solo ieri Abdel Majid Touil ha saputo di essere accusato di terrorismo internazionale per aver partecipato quantomeno alla pianificazione della strage al museo del Bardo di Tunisi il 18 marzo scorso, come ribadito ancora ieri da fonti investigative tunisine. Davanti a Pietro Caccialanza, giudice della quinta Corte d'appello del tribunale di Milano, si è difeso in modo deciso: "Ma quale terrorista, io sono innocente".
Davide Milosa, Il Fatto Quotidiano ...
"Quello che chiede la gente di Baltimora, è la verità". Barack Obama aveva appena pronunciato queste parole venerdì; non poteva sapere che il suo desiderio sarebbe stato esaudito così presto. Poche ore dopo, una prima verità è arrivata. Esemplare e rapida, è stata la decisione della procura di Baltimora sulla morte di Freddie Gray. Sei poliziotti sono stati incriminati per omicidio.
Federico Rampini, La Repubblica ...

Cronache del Garantista
03 02 2015

by Maria Brucale in Lettere dal carcere 

Era il 30 marzo del 2011, quattro anni fa. Dopo uno scontro fisico con un agente di polizia penitenziaria, alla presenza di altri agenti e di detenuti, Carlo Saturno, un ragazzo di soli 23 anni, veniva rinchiuso in una cella di contenimento del carcere di Bari e, dopo poco meno di un’ora, veniva ritrovato soffocato con un lenzuolo legato al collo e già in condizioni disperate. Il 7 aprile Carlo moriva.

Nel 2010, era stato testimone in un processo penale a carico di agenti di polizia penitenziaria minorile imputati per lesioni, abuso dei mezzi di correzione, lesioni gravi ed altri reati.

Carlo, come altri ragazzi, detenuti in quell’istituto minorile, veniva pestato, vilipeso, sbeffeggiato, costretto al silenzio, messo in celle di isolamento, legato nudo alle reti metalliche dei letti. Allora Carlo, come i suoi compagni di sventura, aveva appena 14, 15 anni.

Con enorme coraggio, si era fidato della Giustizia ed aveva denunciato quei fatti. Con altrettanto coraggio, poi, si era presentato in aula ed aveva testimoniato tutto ciò che aveva subito. Ma la denuncia, sofferta, rabbiosa e solitaria di Carlo non avrebbe prodotto alcun risultato. Si sa, a volte, la giustizia si fa ancora più lenta e il processo penale, scaturito dal dolore di Carlo, nel giugno del 2011 si è prescritto.

Dal 7 aprile 2011 ad oggi la Procura di Bari ha richiesto ben due volte l’archiviazione e ben due volte è stata rigettata dal gip dietro opposizione dell’avv. Tania Rizzo, difensore dei due fratelli, Ottavio ed Anna. Necessarie nuove indagini. Imprescindibile ascoltare i testimoni, scrive il giudice nell’ordinanza con cui rigetta la seconda richiesta di archiviazione del pm Isabella Ginefra. «Le indagini non risultano complete» afferma il gip.

Tra le anomalie del tutto senza spiegazione, rileva anche la circostanza che incredibilmente un soggetto che era considerato fragile e assumeva psicofarmaci, dopo uno scontro fisico con alcuni agenti di polizia penitenziaria, era stato lasciato solo, in una cella asfittica dove, forse da solo, aveva avuto la possibilità di stringersi una corda al collo.

Agli atti del pm che chiedeva l’archiviazione, non c’erano i verbali delle sommarie informazioni rese dagli altri detenuti presenti quel giorno nel carcere di Bari, né le cartelle mediche e psichiatriche del ragazzo che ne attestavano la condizione psicologica determinata dalle violenze in passato subite, né erano state raccolte le dichiarazioni dei medici che lo avevano visitato dopo il pestaggio, né di quelli che lo avevano accompagnato in ospedale dopo il tentativo di suicidio, né della sua educatrice cui, a quanto pare, non era stato consentito di incontrarlo sebbene Carlo, dopo quanto accaduto, ne avesse chiesto la presenza perché era in stato di grande agitazione emotiva.

Una inspiegabile voragine investigativa a fronte della notizia di reato elaborata: istigazione al suicidio. Un’ipotesi, in realtà, già oltremodo circoscritta che esclude l’accertamento sulla dinamica del suicidio ed allontana il sospetto sulla eventuale responsabilità di terzi nella drammatica morte del giovane sebbene una perizia disposta dalla Procura ed eseguita dal medico legale Francesco Introna, abbia stabilito che i segni intorno al collo sarebbero compatibili sia con un salto nel vuoto che con un eventuale strangolamento da parte di altri.

Quattro anni di indagini, dunque, all’esito dei quali, tuttavia, non c’è ancora un’iscrizione nel registro degli indagati presso la Procura di Bari. Non si conoscono i nomi di coloro che picchiarono Carlo, che lo condussero a forza nella cella di isolamento, che lo lasciarono morire. È un procedimento a carico di ignoti ed ancora giace sulla scrivania del pubblico ministero.

Carlo era in carcere per furto, sottoposto a pena preventiva, detenuto in custodia cautelare. Non colpevole, fino alla sentenza definitiva di condanna. Così è morto in carcere. Non colpevole, non ancora!

Ristretto come “giovane adulto”, aveva avviato le richieste per essere assegnato ad una casa famiglia al nord nella quale avrebbe potuto imparare ad occuparsi dei più bisognosi e avrebbe potuto studiare. Ma i giudici della Corte di Appello avevano rigettato la richiesta pur corredata della disponibilità piena della casa famiglia ad accoglierlo anche in carcerazione preventiva. Extrema ratio, il carcere, quando ogni altra misura cautelare risulti inadeguata. Oggi Carlo sarebbe vivo. Ma tant’è!

Da quattro anni la vita di un giovane adulto è ferma su una scrivania. Inutili i solleciti del difensore dei due fratelli: ad oggi non è pervenuta nessuna novità dalla Procura di Bari. Sospese sono le lacrime dei familiari, la loro incredulità, la loro attesa di verità, la loro speranza di giustizia.

La libertà di movimento non si condanna

  • Mercoledì, 28 Gennaio 2015 14:14 ,
  • Pubblicato in Flash news

Global Project
28 01 2015

Ancora un volta si abbatte il peso del teorema giudiziario: 140 anni di carcere e 47 condanne per gli imputati del processo No Tav rispetto ai fatti del 27 giugno e del 3 luglio 2011. Un’altra sentenza spropositata come una scure calata sulla vita delle persone Le ipotesi, i teoremi, le letture che vanno avanti senza alcun tipo di confronto o di modificazione durante il dibattimento siamo abituati, in particolare quando si riferiscono ai movimenti che hanno messo in crisi interi sistemi di interessi mafiosi e di profitti, di devastazione ambientale e di eliminazione della sovranità territoriale. La sentenza di primo grado ha infatti registrato le condanne e l’impianto proposto dall’accusa, scartando qualsiasi tipo di messa in discussione delle istanze della difesa.
Abbiamo ripetuto più volte che quei giorni hanno dimostrato la loro forza non solo per la determinazione di una Valle di opporsi ad una grande opera inutile, ma anche per la capacità di parlare a tutti i movimenti sensibili alla tematica dei beni comuni, che ha caratterizzato gli studenti, i lavoratori e i comitati per l’acqua in mobilitazione per un anno intero. Il 3 luglio a Chiomonte non c’erano i cosiddetti “professionisti della rivolta”: è stata una giornata moltitudinaria dove si sono trovati per i boschi della Valle decine di migliaia di persone, unite nell’obiettivo di rompere con la logica della speculazione e della devastazione (quella vera!) ambientale.

Quello che il giudice Bosio ha sentenziato ieri pomeriggio di certo continua quel lungo filone di criminalizzazione del movimento No Tav; è però anche da inscrivere nella sempre più accurata tendenza repressiva della magistratura. Per quanto riguarda le lotte e i conflitti sociali assistiamo ad un uso strumentale della magistratura, a causa del quale le aule dei tribunali diventano la ratifica di interpretazioni ideologiche che nulla hanno a che fare con la certezza del diritto. Certezza in questi casi diventa pura efficacia, meccanismo automatico che applica a priori una regola ad un fatto evitando di interrogarsi sulle ragioni sociali che vi stanno dietro. Inoltre, la frequenza delle misure preventive e dei fogli di via inasprisce l’atteggiamento verso gli attivisti e i movimenti saltando addirittura il momento del dibattito e dell’espressione della difesa, dando già per scontato che gli imputati siano colpevoli fino a prova contraria, piuttosto che il contrario come vorrebbe il nostro ordinamento penale.

Lo vediamo troppo spesso in Italia e soprattutto nelle nostre città, in cui la marginalizzazione degli attivisti mira a stroncare di netto il dissenso praticato collettivamente cercando di identificare l’antagonista a capo delle rivolte, etichettato dalle varie denunce e provvedimenti fatti nei suoi confronti come un “problema sociale”. Qui vediamo quel filo rosso tra la sentenza di ieri e l’accanimento giudiziario che riguarda il piano locale. Non per niente ad aver subito la condanna del tribunale di Torino c’è anche un nostro compagno, Zeno, che ha partecipato alla grandissima manifestazione assieme a tanti altri il 3 luglio a Chiomonte. Subito viene operato il collegamento, dunque una giustificazione, tra il foglio di via emesso contro Zeno e il pesantissimo verdetto di ieri: la questura padovana, la cui voce è amplificata dai giornali, può trovare quindi legittimazione del divieto di presenza nel Comune della città facendo vedere che è un condannato, che effettivamente è un elemento dannoso per una comunità. Un’ulteriore operazione a favore delle restrizioni della libertà di movimento e del dissentire, che mai vengono interrogate in base alle rivendicazioni sollevate ma considerate come caotiche, un virus da estirpare dall’ordine quotidiano. Quello stesso ordine causa di ingiustizia sociale, povertà e limitazione della democrazia.

Di fronte a questo sopruso che si dichiara verità della legge oggettiva non possiamo che stringerci attorno a Zeno, Alvise, Gianluca e Fabiano e a tutti gli altri condannati No Tav. Come sempre non abbandoneremo mai la nostra volontà di esprimere le contraddizioni e le imposizioni di ciò che giudichiamo ingiusto. E la libertà di movimento, di farlo, è la forma che dobbiamo continuare a tutelare al di là di qualsiasi tribunale.
La libertà non si misura!

CSO PEDRO

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