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la Repubblica
23 07 2015

Le Unioni civili costano poco: "3,5 mln nel 2016 e 6 mln nel 2017"ROMA - Le Unioni civili costano meno di quanto ipotizzato fino ad ora. A sciogliere i dubbi ci ha pensato direttamente il Ministero dell'Economia e delle Finanze che in un tweet ha reso noto che gli oneri delle unioni civili per le finanze pubbliche sono di "3,5 milioni in 2016 e 6,0 milioni in 2017".

"Il Mef certifica, a differenza dei costi esorbitanti paventati dal ministro Alfano, che l'incidenza, a regime, non sarebbe superiore ai 6 milioni di euro" ha sottolineato il sottosegretario alle Riforme e ai Rapporti con il Parlamento Ivan Scalfarotto, da giorni in sciopero della fame per chiedere che il Parlamento approvi una legge in materia.

I dati diffusi dal Mef sono contestati dall'Ncd. Il senatore Maurizio Sacconi contesta la diffusione dei dati "via Twitter" e sottolinea: "La spesa previdenziale deve essere calcolata per almeno dieci anni in quanto deve stimare la piena espressione degli effetti a regime delle nuove norme. Leggeremo la relazione tecnica per capire la base di calcolo e la proiezione temporale rispetto ad un volume di spesa su reversibilità e familiari a carico che è di circa 50 miliardi".

Resta bloccato però l'esame del ddl Cirinnà in Commissione Giustizia al Senato fermo in attesa della relazione del Tesoro. La seduta della commissione che si sarebbe dovuta occupare delle Unioni civili è stata sconvocata perché "non è ancora arrivata dal Mef la relazione tecnica". Al momento, infatti, secondo quanto risulta ai commissari di Palazzo Madama, "l'unica notizia dal Mef ci è arrivata via Twitter, ma non è sufficiente per andare avanti con l'esame del provvedimento" e per ricevere i conseguenti pareri dalla commissione Bilancio. Il provvedimento dovrebbe arrivare in aula a Palazzo Madama nella prima settimana di agosto ma il rischio slittamento è concreto.

Dopo la sentenza della Corte dei Diritti dell'uomo di Strasburgo, che ha condannato l'Italia per la mancata approvazione di una legge che istituisce le Unioni civili, nella maggioranza il Nuovo centrodestra continua a frenare ed è contrario al ddl che vede come relatrice Monica Cirinnà (Pd). "Sulle Unioni civili - ha affermato il ministro dell'Interno Angelino Alfano - abbiamo una posizione molto chiara: diciamo sì al rafforzamento dei diritti individuali, sul ddl Cirinnà temiamo che si possa arrivare all'adozione dei figli a cui siamo contrari. Abbiamo anche il dubbio che si arrivi all'equiparazione del matrimonio: se delle persone che vivono la loro affettività in una coppia vogliono voler avere rafforzati i loro diritti diciamo di sì, ma diciamo di no all'equiparazione del matrimonio e all'adozione dei figli".

LinKiesta
23 07 2015

Un piano contro la povertà, per aiutare le persone più martoriate dalla crisi. Di questo si sarebbe parlato, secondo La Repubblica, in un recente incontro tra il presidente del consiglio Matteo Renzi e il ministro dell'economia Pier Carlo Padoan. I contorni di questo piano non sono ancora stati definiti. E si parla, in ogni caso, di un provvedimento «comunque legato al via libera da Bruxelles».

Se la politica fosse una scienza esatta, ci si aspetterebbe che un governo in carica dal febbraio del 2014 guidato dal segretario del principale partito di centro-sinistra italiano, il Partito Democratico, peraltro aderente al Partito Socialista Europeo, avesse la sensibilità di mettere in cima alla propria agenda politica la questione della povertà sin dal giorno dell'insediamento. O se non in cima, perlomeno nella parte alta della propria agenda politica.

Meno ci si sarebbe aspettati invece, un’indiscrezione generica, uscita dalle segrete stanze dei palazzi romani, a un anno e mezzo dall'insediamento del governo e a meno di una settimana di distanza da un'assemblea del partito in cui, di tale piano, non è stata fatta minimamente menzione. Se non una excusatio non petita, poco ci manca.

Andiamo con ordine, però. E partiamo dai dati. Nel 2014 in Italia si calcola vi siano circa 2,7 milioni di famiglie e 7,8 milioni di persone che vivono in condizioni di povertà relativa, rispetto a un livello medio di reddito identificato dall’Istat. Tra loro, 1,5 milioni di famiglie e 4,1 milioni di individui sono poveri in senso assoluto. Ossia, per essere didascalici, non sono in grado di spendere quanto necessario per comprare i beni e servizi considerati essenziali, dal cibo, al vestiario, alle medicine.

Volete le percentuali? Eccole: dieci famiglie e dodici persone su cento vivono in una condizione di povertà relativa, sei famiglie e sette persone ogni cento sono invece in un contesto di povertà assoluta. Sono numeri molto alti, anche in relazione agli altri stati europei. Solo Lituania, Grecia, Spagna, Romania e Bulgaria hanno una quota di persone a rischio povertà superiore a quella dell'Italia, che lambisce il 20%.

Per loro, finora, il governo non ha fatto nulla, o quasi. Per loro, perché in realtà ha fatto e promesso altro. Ad altri. Gli 80 euro, ad esempio. È una misura di cui hanno beneficiato 11 milioni di italiani circa. Più precisamente quelli con un lavoro, un contratto a tempo indeterminato e uno stipendio superiore a 26 mila euro all'anno. Non ne hanno beneficiato, al contrario, gli incapienti, coloro che hanno un reddito così basso da non pagare l'Irpef. O il Jobs Act, che non si occupa né di ricchi, né di poveri, ma nei cui decreti attuativi ci si è dimenticati di inserire la norma che definisce il salario minimo ai lavoratori non coperti da alcun contratto collettivo.

Torniamo agli 80 euro, però. Che sono costati circa 10 miliardi. Cui Renzi - in barba all'austerità e ai “compiti a casa” - ha aggiunto il carico di un taglio di tasse che lui stesso ha detto che «non ha paragoni nella storia di questo Paese». Oddio, l'aveva già detto lo scorso 15 ottobre parlando del Def - «il più grande taglio di tasse della storia repubblicana», lo definì -, ma probabilmente al premier piace abbattere i suoi record, tanto quanto gli piace autocelebrarsi.

Quest'ultimo taglio è quello che prevederebbe, nel giro di tre anni, l'eliminazione delle imposte sulla prima casa, cioè la Tasi, nel 2016, il taglio di parte dell'Ires e dell'Irap (2017) e gli interventi sugli scaglioni Irpef (2018). Grasso che cola per un corpo sociale che - per quanto in crisi, per quanto depresso, per quanto siano giuste le misure a loro favore - povero non è.

Forse è il caso di dircelo chiaramente: il ceto medio si sta impoverendo, e come abbiamo raccontato negli ultimi otto anni, sette milioni di persone non ne fanno più parte. Ma non è consolidando la ricchezza di quel che rimane del ceto medio che si combatte la povertà. Povero è chi non ha una casa, magari uno dei 77mila che nel 2014 ha ricevuto un'ingiunzione di sfratto, non i 19 milioni di individui che una casa ce l'hanno.

Ancora: povero è chi usufruisce dei servizi sociali erogati grazie a quel che i comuni raccolgono con la Tasi, non chi paga un'aliquota salata. Povero è l'incapiente che non paga l'Irpef perché prende troppi pochi soldi, non il lavoratore dipendente che dopo gli 80 euro in busta paga si ritroverà a pagare ancora meno se e quando saranno rimodellati gli scaglioni. E sebbene da queste parti si provi tutta la solidarietà e l'empatia del mondo per le piccole imprese strozzate dall'Ires e dall'Irap, se ne prova ancor di più per quelle partite Iva che pagano salatissima la loro iscrizione alla gestione separata dell'Inps e che, anche a questo giro, non riescono a raccogliere nemmeno le briciole di quei 45 miliardi in tre anni.

Fa specie soprattutto questo: che a garanzie e contributi per i free lance o a forme di welfare universalistico non si sia nemmeno lontanamente pensato. Vale la pena di ricordare che siamo insieme alla Grecia l'unico paese che non ha il reddito minimo garantito, o comunque uno strumento per garantire «il diritto fondamentale della persona a risorse e a prestazioni sufficienti per vivere conformemente alla dignità umana», cosa che l'Europa ci chiede dal 1992, con la Direttiva 441.

Il governo rivolge le sue attenzioni altrove è tempo di pensare alla crescita, non alla redistribuzione, diranno gli esegeti del pensiero renziano. Errore: perché un sostegno alle fasce di reddito più basse avrebbe un effetto leva più consistente sui consumi.

Del resto, chi non ha accesso ai beni essenziali, se riceve dei soldi li compra. Gli 80 euro hanno dimostrato che non funziona allo stesso modo con chi invece ha un reddito sopra la soglia di sussistenza. Particolare non del tutto irrilevante: il reddito minimo garantito costa 10 miliardi circa all'anno, contro i 35 l'anno della rivoluzione copernicana di Renzi - 80 euro inclusi - una volta a regime. Un paese che ha votato e sottoscritto trattati che impongono la riduzione progressiva del deficit e del debito pubblico nei prossimi anni dovrebbe tenere a mente pure questo.

Francesco Cancellato

Cittadinanza, la legge slitta in autunno tra le polemiche

  • Venerdì, 17 Luglio 2015 12:46 ,
  • Pubblicato in Flash news

Globalist
17 07 2015

Una legge "vera e seria entro l'estate", come promesso dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Del Rio, non ci sarà. La riforma della legge sulla cittadinanza slitta ancora: ora si parla di arrivare con un testo, già approvato in commissione Affari costituzionali, in aula in autunno, entro settembre o più probabilmente ottobre. L'ennesimo rinvio per la riforma della legge 91 del 1992, che si attende ormai da anni, non piace però alle associazioni, che ora temono una legge "contentino" anziché una riforma seria.

In aula a settembre: "Ce la faremo"
L'iter in commissione è ripreso proprio in questi giorni, con le ultime audizioni. Tra i sentiti anche il prefetto Mario Morcone. La discussione riprenderà poi martedì prossimo, quando si comincerà ad esaminare il testo, che contiene la sintesi delle 22 proposte di legge di riforma depositate alla Camera. "Si procederà poi con gli emendamenti, che saranno discussi per arrivare entro la fine dell'estate con un testo unificato approvato in commissione Affari istituzionali, in modo che a settembre, il provvedimento pronto possa approdare in aula", spiega Marilena Fabbri, deputata Pd e relatrice di maggioranza delle legge, insieme ad Annagrazia Catania di Forza Italia. "Il nostro obiettivo è concludere la discussione nel più breve tempo possibile per arrivare ad avere una nuova norma di legge. Siamo ottimisti, ce la faremo". Teme invece l'ennesima delusione Mohamed Tailmoun, portavoce della Rete G2 (l'associazione che riunisce i figli degli immigrati). "Siamo preoccupati del fatto che si stanno sommando ritardi su ritardi - spiega -. E non ci piace che si riparta con la discussione a pochi giorni dalla chiusura delle Camere per il periodo estivo: è il segno della poca attenzione che si dà a questo tema. Ci aspettiamo quantomeno che ne esca fuori una legge più aperta possibile, e che permetta ai figli di immigrati, nati in Italia o arrivati in tenera età, di poter finalmente essere riconosciuti cittadini italiani". Sulla stessa scia anche Filippo Miraglia, vicepresidente di Arci nazionale (l'associazione è tra i promotori della campagna L'Italia sono anch'io, iniziativa di legge popolare per l'introduzione dello ius soli, che ha raccolto oltre centomila di firme): "A dicembre ci è stato detto che la legge sarebbe andata in aula a febbraio, poi da febbraio è slittata a marzo, poi si è parlato dell'estate e ora dell'autunno - afferma -. Quello che è chiaro è che questo tema non è una priorità del governo, nonostante si tratti del riconoscimento di diritti fondamentali".

C'è accordo sui minori, ma è scontro sulla naturalizzazione degli adulti in questi anni sono state depositate oltre venti proposte di legge per la riforma della 91/92. Si va dalla richiesta di uno ius soli temperato a quella dello ius culturae (mentre nessuna proposta parla di uno ius soli puro, cioè la possibilità di essere riconosciuti cittadini del paese dove si nasce a prescindere dal tempo di permanenza sul suolo dei genitori). Quello che è certo è che la riforma riguarderà i minori, nati in Italia da cittadini stranieri o arrivati da piccoli. Su questo aspetto c'è l'accordo unanime di tutte le forze politiche: la discussione in questo caso si concentrerà su come "temperare" lo ius soli (diritto del suolo che si contrappone allo ius sanguinis, diritto di discendenza) cioè in che modo permettere ai bambini nati in Italia di diventare italiani, se legarlo al tempo di permanenza legale sul suolo italiano dei genitori, o alla frequenza da parte dei bambini della scuola in Italia. Più difficile sarà, invece, riformare la parte della legge che riguarda la naturalizzazione: cioè la possibilità per gli adulti legalmente residenti in Italia di diventare cittadini. Secondo la legge attuale servono dieci anni di residenza stabile ( quattro per i cittadini di uno stato membro dell'Unione europea), ma le lungaggini burocratiche fanno in modo che dal momento della richiesta al riconoscimento effettivo ne passino ancora di più. Alcune delle proposte depositate, chiedono dunque di semplificare le procedure e di accorciare i tempi di permanenza legale. Secondo altri (il centrodestra in particolare) questa parte del testo non va assolutamente toccata. Su questo aspetto è in atto un vero e proprio braccio di ferro, che molto probabilmente porterà a sacrificare questa parte della riforma per arrivare a un accordo più rapido per quanto riguarda, invece, i minorenni.

Ius soli temperato o ius culturae?
Sono due le ipotesi prioritarie su cui si lavorerà. La proposta ufficiale del Pd è quella dello ius soli temperato, e cioè di una cittadinanza alla nascita da legare al soggiorno legale di almeno cinque anni dei genitori sul territorio italiano. Tra le forze politiche di centrodestra continua a prevalere, invece, l'idea di uno ius culturae. In questo caso si diventa italiani non alla nascita ma solo dopo aver frequentato un corso di studi nel nostro paese. Qui, però, le possibilità sono tante e differenti: si va da chi chiede la frequenza di un solo corso (i cinque anni delle elementari, per chi nasce in Italia e di elementari e medie per chi arriva da piccolo) a chi parla dell'intero ciclo della scuola dell'obbligo (5 anni delle elementari + 3 anni delle medie) fino a chi propone, oltre a tutto il ciclo di scuola, anche il superamento con successo dell'esame di terza media. Il confine su cui ci si muove dunque è molto ampio: e va da 0 (ius soli temperato) a sedici anni (ius culturae con frequenza di tutto il ciclo scolastico). Una terza via potrebbe essere rappresentata, infine, dalla possibilità di legare la cittadinanza all'inizio del ciclo scolastico, dunque a 5 anni per i bambini (nati in Italia da genitori legalmente residenti) che si iscrivono alla prima elementare, e tenere viva l'idea dello ius culturae solo per chi arriva in tenera età ma non è nato qui.

Le associazioni: "Non vogliamo un contentino, ma una legge seria"
"Sono vent'anni che aspettiamo, e dopo tutta questa attesa non vogliamo ritrovarci con un contentino, con una legge che rappresenti solo uno sconto sugli anni che dobbiamo aspettare per vedere riconosciuti i nostri diritti - sottolinea Tailmoun. La rete G2 contrasta con forza l'ipotesi dello ius culturae: "si tratterebbe solo di una riduzione della pena di due anni se si considera l'intero ciclo scolastico: anziché a 18, come è oggi, si diventerebbe cittadini a 16 - spiega- è inaccettabile. Per noi il punto fermo resta il fatto che i bambini possano entrare a scuola da cittadini italiani". Per Miraglia legare la cittadinanza alla frequenza della scuola è come chiedere "un esame di italianità ai bambini. Una cosa insopportabile - afferma - Questi minori continueranno a nascere da stranieri in patria. Non è tollerabile". Per l'Arci, non basta inoltre intervenire solo sui minorenni, ma bisogna rendere più agevole la possibilità di diventare cittadini per gli adulti: "altrimenti continueremo a produrre stranieri a causa di una burocrazia inadeguata. Vogliamo una riforma che tenga conto dei diritti, non delle spinte razziste che ci sono nel paese".

la Repubblica
16 07 2015

Il medico di Crocetta al telefono: la Borsellino va fatta fuori come suo padre. Renzi le telefona: "Solidale con lei"

Lucia Borsellino «va fatta fuori. Come suo padre». Ovvero come Paolo Borsellino, il giudice assassinato il 19 luglio 1992. Le parole, di impatto potentissimo, sarebbero state intercettate pochi mesi fa. A pronunciarle – secondo quanto rivela l’Espresso in un’anticipazione - non sarebbe stato un capomafia, ma il medico personale di medico di Crocetta: Matteo Tutino, primario dell’ospedale palermitano Villa Sofia, arrestato nei giorni scorsi per truffa, falso e peculato. All’altro capo del telefono c’è proprio il governatore della Sicilia Rosario Crocetta, che – a quanto riferisce l’Espresso - ascolta e tace. Nessuna reazione di fronte a quel commento macabro nei confronti dell’assessore della sua giunta, scelto come simbolo di legalità in un settore da sempre culla di interessi mafiosi. Nei giorni scorsi le voci di una intercettazione shock erano circolate con insistenza, giungendo all’orecchio della stessa Borsellino, che si è dimessa dal ruolo di assessore alla Salute all’indomani dell’arresto di Turino. Dicendo, in un'intervista a Repubblica, che in dissenso nei riguardi dell'antimafia di facciata non avrebbe partecipato alle cerimonie per la commemorazione della strage di via d'Amelio.

Crocetta nega di aver sentito. Ma Crocetta dice di non aver mai sentito quella frase: "Giuro di non averla mai udita, forse ero in viaggio, in autostrada, in una zona d'ombra. Ma se l'avessi sentita davvero avrei reagito come un dannato, avrei tolto la parola a Tutino. Lui parlava male della Borsellino, è vero, ma ripeto non l'ho sentito dire quella frase. Purtroppo - conclude il presidente - siamo tutti vittime delle telefonate altrui", Basterà questa precisazione a placare il ciclone in arrivo alla vigilia delle commemorazioni del 19 luglio?

Il commento gelido dell'ex assessore. Lucia Borsellino commenta la frase ai microfoni del Gr di Rai Sicilia: "Mi sento intimamente offesa e provo un senso di vergogna per loro". Sulla giustificazione data da Crocetta ha risposto glaciale: "Non spetta a me fare commenti al riguardo". Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo e punto di riferimento del movimento "Agende Rosse" attacca: "Quelle intercettazioni tra il medico di Crocetta e lo stesso Presidente in cui Matteo Tutino dice che bisognerebbe fare fuori mia nipote Lucia sono semplicemente gravissime, incredibili e vergognose". "Lui non dice che bisogna farla fuori dall'assessorato ma che bisogna farla fuori come suo padre - dice Salvatore Borsellino - e siccome mi risulta che suo padre è stato ucciso in maniera particolare, è gravissimo. E non perché l'abbia detto Tutino ma perché il presidente Crocetta non l'ha mai reso noto, né ha estromesso Tutino dal suo entourage. Io chiederò conto a Crocetta di questo". Quando viene a sapere che Crocetta sostiene di non avere mai sentito quella frase, replica: "Vuol dire che è stato colpito da una sordità improvvisa e temporanea...". "Fare fuori Lucia come suo padre significa solo una cosa- dice - e trovo assurdo che Crocetta non ne abbia tratto le necessarie conseguenze. Gliene chiederò conto".

La telefonata di Matteo Renzi. La giunta Crocetta traballa come non mai. Anche il premier Matteo Renzi, stamattina, ha telefonato a Lucia Borsellino per esprimerle solidarietà. Un gesto che, com'è evidente, ha anche un valore politico, visto che uno dei due interlocutori della conversazione incriminata sarebbe stato Crocetta. Ovvero un presidente della Regione del Pd. Fonti di Palazzo Chigi sottolineano che la chiamata a Lucia Borsellino è stata "la prima telefonata della giornata del premier".
La chiama anche Alfano. Il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, ha chiamato Lucia Borsellino per esprimerle "sdegno, affettuosa vicinanza e solidarietà per quelle parole che pesano in modo gravissimo e incancellabile sulla coscienza di chi le ha pronunciate". Il ministro Alfano auspica che sia vero quanto affermato dal Presidente della Regione Siciliana, Rosario Crocetta, e cioè che non ha sentito la "irripetibile frase pronunciata dal suo medico" sull'ex assessore alla Sanità.

Il Pd chiede le dimissioni. Il sottosegretario Davide Faraone non ha dubbi: "Inevitabili dimissioni Crocetta e nuove elezioni. Quelle parole su Lucia Borsellino una vergogna inaccettabile". Nel Pd si apre il fronte che porta alle dimissioni del governatore.
Il nuovo assessore: "licenziare Tutino". Il neo assessore alla Salute Baldo Gucciardi, intanto, chiede il licenziamento di Tutino: "Pur nell'assoluto rispettodelle indagini dell'autorità giudiziaria, è di tutta evidenza che le parole pronunciate dal dottor Tutino e riportate oggi da organi di stampa lo rendono, fra l'altro, incompatibile con qualsiasi rapporto giuridico e professionale con un'Azienda sanitaria pubblica. Il direttore generale dell'Azienda Villa Sofia-Cervello svolga le tempestive verifiche del caso - dice Gucciardi - e ponga immediatamente in essere i provvedimenti consequenziali".

Emanuele Lauria

Giornalettismo
16 07 2015

Duecentodiciotto parlamentari hanno sottoscritto un disegno di legge per la legalizzazione della cannabis. È partito così il lungo iter per la regolarizzazione della vendita e del consumo delle cosiddette droghe leggere. A presentare la proposta un centinaio di grillini, l’intero gruppo Sel, sessantacinque dem, alcuni centristi e due berlusconiani. Inevitabili le polemiche del Nuovo centrodestra che ha definito «inaccettabile procedere con maggioranze trasversali».

LA LEGGE 
Come spiega Tommaso Ciriaco su La Repubblica, il disegno di legge prevede il possesso casalingo di 15 grammi di cannabis per uso ricreativo e solo cinque grammi al di fuori delle mura domestiche, ovviamente solo per i maggiorenni. Sarà possibile coltivare fino a cinque piante per uso personale previo comunicazione all’ufficio dei Monopoli. Via libera anche alla vendita al dettaglio e ai “Cannabis social club”, associazioni no profit sul modello spagnolo che potranno detenere duecentocinquanta piantine ogni 50 associati. Vietato il consumo in pubblico, l’import-export della sostanza e la guida in stato di alterazione. Un provvedimento che punta ad incentivare la prescrizione dei farmaci a base di cannabis e che vedrebbe il 5% dei proventi destinati a finanziare il Fondo nazionale per la lotta alla droga.

LE CRITICHE 
Di traverso il Nuovo centrodestra che fa sapere tramite Maurizio Lupi: «La legalizzazione? Per quanto mi riguarda se la possono scordare», il capogruppo Ncd continua poi con un vecchio clichè: «Nessuno ci assicura che l’accesso facile alle sostanze cosiddette “leggere” scongiurerebbe il salto verso le droghe più pesanti». No alle maggioranze trasversali quindi, perchè «Non è pensabile che su tematiche che hanno evidenti implicazioni sociali ed etiche si proceda a strappi, cercando maggioranze trasversali che non saranno mai quella che sostiene il governo». Contrari anche Fratelli d’Italia e Salvini che non perde occasione per ribadire: «Personalmente sono favorevole alla legalizzazione della prostituzione. Fino a prova contraria il sesso non fa male, la cannabis sì».

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