"Parità impossibile per gli asili nido"

  • Lunedì, 04 Agosto 2014 08:51 ,
  • Pubblicato in Dossier
Valentina Santarpia, Corriere della Sera
2 agosto 2014

Più che un gap, sembra una voragine: i bambini tra zero e due anni che frequentano asili nido comunali o finanziati da Comuni sono il 17,5% nelle regioni del Centro Italia, il 17,3% al Nordest, ma solo il 3,6% al Sud.

Maternità: è tutto talmente obbligatorio.

  • Martedì, 20 Maggio 2014 10:12 ,
  • Pubblicato in Flash news

Femminile plurale
20 05 2014

La prima assemblea aveva come titolo “Dei legami e dei conflitti” ed era organizzato dal Gruppo del Mercoledì. L’invito all’incontro partiva da un documento [qui il testo in pdf] che proponeva la cura come «nuovo paradigma della convivenza» in Europa, liberandone la pratica dalla “gabbia” del privato e facendone emergere le potenzialità politiche e di contrasto. Non a caso, durante l’incontro si è parlato poco di Europa (c’è una difficoltà crescente nel dialogare con gli appuntamenti elettorali) e molto di cura: specificamente, quanto essa possa risultare controproducente rispetto allo stesso patto sociale che pure con essa si vorrebbe non solo proteggere ma rinnovare; quanto essa possa risultare – contro e nonostante le intenzioni di chi la pratica – uno strumento del potere al quale invece ci si vorrebbe opporre. Riporto, tra tutte, due testimonianze che hanno esemplificato questo paradosso.


La prima riguarda un gruppo di fisioterapiste che avevano in cura dei bambini. Nonostante non siano state pagate, per cura del rapporto con i piccoli pazienti e del proprio lavoro, hanno continuato ad operare. Questo sicuramente ha favorito i bambini, ma anche il sistema economico-sanitario che aveva creato questa situazione. La cura, benevolmente rivolta ai pazienti, è stata irreparabilmente altrettanto benevola verso coloro che proprio quei pazienti mettevano deliberatamente a rischio.

La seconda testimonianza veniva da una ricercatrice universitaria, concorde con altre colleghe presenti nell’attaccare l’opinione per la quale in università non ci sarebbe lavoro. «Ce n’è moltissimo – diceva, – ma non si vuole pagarlo». Il suo rendersi disponibile a un sistematico carico di lavoro extra e non retribuito andava ancora una volta a favore delle sue studentesse e studenti, ma avvallava l’organizzazione che rendeva quel suo stesso lavoro ingiustamente necessario (lasciando magari fuori dall’università persone qualificate che quel lavoro avrebbero potuto svolgere). Il derby non è dunque tra una “bontà oblativa” e un atteggiamento da tanto-peggio-tanto-meglio, bensì riguarda le conseguenze previste, ma contrarie, di un atteggiamento che invece di produrre attriti crea paradossali connivenze. Complicità. In entrambi i casi la “cura pubblica” spesa da queste donne diventa contemporaneamente sconsigliabile e obbligatoria. Obbligatoria perché, nonostante se ne tenga aperta e presente la problematicità, semplicemente non è possibile sottrarvisi rimanendo sé stesse.

Aggiungo a questi esempi un’altra fattispecie della cura, che è quella che deriva dalla precarietà: specie per le donne, ma non solo per loro, l’infinita sostituibilità nelle mansioni lavorative prodotta dai rapporti di lavoro precari induce a spremere da sé stesse un surplus non pagato di performatività, che traduce lo sforzo di aggiungere all’anonimato del precariato un poco di insostituibilità. Anche in questo caso si configura un lavoro di cura – in questo caso rivolta al lavoro stesso – sistematico e gratuito, e non raramente in chiave competitiva. Questo atteggiamento di cura del lavoro come auto-sfruttamento della lavoratrice ha in comune con la cura pubblica di cui sopra il fatto di essere percepito da chi lo traduce in pratica come obbligatorio. Non si può fare altrimenti (per non farsi rubare la propria deontologia e sensibilità professionale da un sistema che penalizzerebbe i bambini, per resistere a un sistema universitario che metterebbe studenti e studentesse sempre all’ultimo posto della gerarchia di priorità, per non perdere, o perdere il più tardi possibile, il posto di lavoro che ci è necessario per vivere – eccetera).

Il secondo incontro si intitolava “Il grembo insostituibile. Nuove famiglie, cosa cambia nell’intreccio tra tecniche, fantasie e pratiche”, un invito al dialogo da parte di Maria Luisa Boccia e Manuela Fraire [qui il testo dell'invito e il calendario degli incontri, sono ancora in corso]. In questa assemblea si è affrontato il tema di come le nuove tecniche procreative abbiano reso superfluo l’incontro sessuale tra un corpo di uomo e un corpo di donna ma anche di come il potere (la potenza) del corpo femminile sia enfatizzato perché, appunto, al netto di tutte le tecniche, è inaggirabilmente un corpo di donna a dover portare avanti la gravidanza. Un senso del limite per la scienza, e di insostituibilità per le donne.

Cosa hanno in comune questi due filoni di discorso e di sapere, anche esperienziale, e come si arriva alla riflessione sulla maternità? Riflettendo in prima persona, li collego nella cifra della sottrazione. Premesso che se portassi avanti una gravidanza, allora sarei anche madre (avrei tutti gli strumenti culturali, sanitari ed economici per evitare scelte possibili ma estremamente traumatiche a parto avvenuto), sento che la maternità mi interroga profondamente, e raramente in positivo, proprio nella misura in cui l’insostituibilità delle cure materne per il bambino rendono di fatto queste cure obbligatorie. E obbligatorie in un contesto, come ho provato a spiegare, di obbligatorietà diffusa. Per la mia generazione di donne non sono solo obbligatori tutti i classici compiti femminili di cura nella sfera privata, quale quella per gli anziani, gli ammalati, la casa (salvo riversarli su altre donne, parenti o pagate) ma ad essi si sono aggiunti i lavori di cura della sfera pubblica, quali quelli che spendiamo nelle attività sociali, politiche e nel lavoro (precario, dunque “ad ogni costo”) alla cui incertezza, come provavo a illustrare, le donne reagiscono spesso mettendo in campo caratteristiche “rosa”, così apprezzate dai padroni, quali la responsabilità e la dedizione.

Dunque almeno la maternità – il lavoro di cura privata e pubblica per eccellenza – permette di fare esercizio di sottrazione. Essa, che non può fare a meno di me e del mio corpo di donna e di madre, può essere da me rifiutata non per l’effettiva assenza di un desiderio bensì perché questo desiderio non può nemmeno essere interrogato liberamente, dato che la libera scelta che mi porterebbe a intraprendere la strada della procreazione viene tradotta – in un contesto in cui l’obbligatorietà è diffusa in modo così capillare – in un obbligo ulteriore, difficilmente sostenibile, probabilmente sproporzionato rispetto alle mie forze in spasmo.

Nessuna di noi è infinita. La cura è quella pratica in cui è essenziale la libertà di chi cura e la felicità che prova mentre lo fa (questo anche per il bene del curato). Chiunque abbia ricevuto o elargito cure controvoglia sa quanto siano essenziali queste dimensioni, quanto, se assenti, possano stravolgere la situazione. Nella cura vive il paradosso di un contesto che rende necessaria la scelta di cura ma contemporaneamente permette che sia la libertà l’origine di quella scelta. Allora sarebbe essenziale interrogarci sulla natura delle innumerevoli cure obbligatorie che produciamo, sulla libertà che sperimentiamo dentro quelle trincee e sulle sottrazioni che, per antidoto e compensazione, operiamo.

 

Il Fatto Quotidiano
09 04 2014

Sono una vittima del badantaggio. A testimoniare questa triste condizione di sfruttamento potrei chiamare anche tante altre, incluse le migranti che arrivano qui grazie al decreto flussi, ovvero alla tratta delle addette ai cosiddetti “ruoli di cura”. Impieghi definiti “necessari” alla sostituzione dello Stato sociale che viene sempre più smantellato.

Il punto è che, dalle mie parti, se mai uno Stato sociale sia esistito non l’abbiamo proprio visto. Mi hanno detto: “Smantellano lo Stato sociale”. Io ho risposto: “Ah sì, e dove stava di preciso?”.
Tra meridionali e migranti si trova infatti un’immediata intesa perché in realtà sono viste più come colleghe e vittime dello stesso progetto di ingegneria sociale. Le donne, private della libertà di scelta, economicamente dipendenti, a fare le badanti e gli uomini nei cantieri.

Sono una vittima dello sfruttamento del badantaggio e delle sue strategie motivazionali (“sei tanto brava, empatica, migliore se ti prendi cura del mondo intero!”) e vorrei testimoniare che di questa triste condizione sono stata vittima fin da bambina. Perché vedete: in ogni famiglia c’è almeno una persona bisognosa, disabile o anziana della quale qualcuno all’interno del nucleo deve prendersi cura. Solitamente la parentela latita e i figli spariscono. Poi ci sono le ingenue, quelle che non solo devono badare al sangue del proprio sangue, ma anche alle suocere e ai parenti dei mariti.

In qualità di figlia femmina vieni addestrata già per questa evenienza perché ti tocca a prescindere da quello che vuoi fare nella vita. Fin da bambina devi aiutare la mamma - vittima a sua volta – a nutrire e cambiare persone anziane e tutta la tua vita può ruotare attorno a quel ruolo. Da noi, d’altronde, la tratta di colf e badanti è una questione abbastanza controversa. A volte sono vissute perfino come concorrenza sleale e non mancano pregiudizi e stigmi su quelle che arrivando dall’est vengono temute e viste come le “comari” vedevano “bocca di rosa” nella celebre canzone di Fabrizio De Andrè.

Se hai un lavoro o stai benino economicamente puoi permetterti di sgravarti dai compiti di assistenza e assegnarli a prezzi da fame a donne migranti che per dormire a casa dell’anzian@ devono mollare la propria vita, storia, figli, identità, privacy e intimità. Prendi un corpo e lo piazzi a fare raccolta di merda dei vecchi invece che di batuffoli di cotone e la storia pare sempre uguale. Ci sono quelle che vengono assunte da premurosi figli che dei genitori non vogliono saperne e vengono lasciate per anni a gestire la vita di questi anziani. Tuttavia, nel caso in cui il vecchio padre decida di risposarsi, lasciare beni e mostrare riconoscenza a questa donna che lo ha accudito, i discendenti non solo si sorprendono, ma si arrabbiano non poco.

Allora quaggiù nel meridione si diffonde la fobia della straniera che “se si piazza in casa poi se la fa intestare e con la crisi galoppante i figli si fanno furbi”. Per questo si torna al vecchio cliché della nuora disponibile, anche lei privata del diritto a scelte, figli, storie, identità e futuro, così da tenere occupato il fortino prima che una migrante prenda il malloppo e scappi. Quando il vecchio o la vecchia muore, la parentela torna, concede alla nuora/badante una pacca sulla spalla e poi si apre la guerra di successione per ottenere “la roba”.

Fosse ancora vivo Giovanni Verga su queste vicende scriverebbe tomi. A me tocca sintetizzare in un post l’oscenità di una condizione che non consente scelta e spazio alle donne, soprattutto, perché la società immagina di poter ipotecare le esistenze di ciascuno con l’obiettivo di far procedere senza intoppi la macchina capitalista. Ed è in quel caso che si scorgono le contraddizioni di un sistema in cui i paternalismi smettono di sentire l’urgenza di salvarti seppure tu chieda spazio per compiere altre scelte.

Che dite: si può parlare dell’abolizione del badantaggio o dobbiamo ancora tenere in vita questo mestiere – il più vecchio del mondo – che non ci lascia alcuna possibilità di scelta? E se le migranti volessero emanciparsi, essere libere di scegliere ed essere “salvate” dallo sfruttamento a cura del racket del badantaggio voi dite che avranno possibilità di fare un altro lavoro? Vedersi riconosciuto un titolo di studio? Poter chiedere il ricongiungimento con i figli per non farci perire di calo demografico e per la gioia della nostra ministra alla salute Lorenzin?

Yasmine Ergas, Ingenere.it
9 gennaio 2014

Sex worker o vittime? Nella discussione sulla prostituzione, si ripropongono in forma nuova domande cruciali: il sesso - ma anche la gravidanza, così come il lavoro di cura - si possono considerare lavori, e dunque trattare come oggetti di scambio? E le vecchie categorie di contratto e status sono sufficienti a regolare le enormi novità in fatto di famiglia, costume, società, stili di vita? Dove tracciare la riga tra lavoro ed essere?
Sabrina Marchetti, Zeroviolenzadonne
9 dicembre 2013

Sergio Pasquinelli e Giselda Rusmini ci offrono, in questo volume (Ediesse 2013, pp. 227, 13 Euro), una ricca analisi sul tema del lavoro di cura elaborata alla luce delle indagini che da anni porta avanti l'Istituto per la Ricerca Sociale (IRS) di Milano su questo argomento.

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