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Libri"La mia prima scultura, un piccolo albero per la Scottish Poetry Library, è stata una risposta alla chiusura e ai tagli delle biblioteche. Era un piccolo regalo per i bibliotecari che in Scozia, nel Regno Unito e molto più lontano forniscono un servizio in tempo di ristrettezze economiche. Era un tentativo di illustrare l'idea che un libro è più di un semplice libro". 
Stefania Parmeggiani, la Repubblica ...

C'è del sesso a Euston Rd

  • Venerdì, 09 Gennaio 2015 15:16 ,
  • Pubblicato in Flash news
l'Espresso
09 01 2015

Fuori da un imponente edificio si Euston Road, un cartello verde e ammiccante invita ad entrare alla Wellcome Collection: "Undress your mind", recita, spogliatevi la mente.

Nessuno slogan più appropriato per accogliere i visitatori in questa mostra allestita Istituto di Sessuologia con l'ambizioso scopo di mettere "a nudo le grosse domande sulla sessualità umana". ...

Facebook, cosa succede se Zuckerberg scopre i libri

  • Giovedì, 08 Gennaio 2015 10:29 ,
  • Pubblicato in Flash news
Pagina 99
08 01 2015

Forse non lo ha scoperto in questi giorni, ma Mark Zuckerberg ha inaugurato il nuovo anno dichiarando pubblicamente (chiaro, su Facebook) che per lui leggere libri “è un'attività intellettualmente gratificante”, dal momento che “i libri ti consentono di esplorare a fondo un tema e di immergerti in esso in un modo molto più completo di quanto oggi faccia la maggior parte dei media”. La conseguenza di questa folgorazione è che Zuckerberg si ripromette di modificare la sua “dieta mediatica” dando maggiore peso alla lettura. E nell'immediato, come grande proposito per il 2015, ha annunciato che nei prossimi mesi leggerà un libro ogni due settimane.  

Non solo: per evitare che qualcuno pensi a una furbesca vanteria e per contagiare il maggior numero possibile di persone della sua passione per i libri, Zuckerberg ha inaugurato un gruppo di lettura, quasi inutile dirlo di nuovo, su Facebook, intitolato A Year Of Books, a cui chiunque può partecipare, a patto naturalmente “di avere letto il libro scelto di volta in volta e di avere qualcosa di significativo da dire”.  

In un baleno il primo titolo selezionato, The End Of Power dell'economista/politologo/giornalista Moisés Naím (un'indagine “su come il mondo stia cambiando per dare agli individui un potere in precedenza detenuto dai governi e dai militari”), si è ritrovato catapultato ai primi posti delle classifiche di vendite. E i commenti postati sulla pagina in cui Zuckerberg ha svelato il suo “challenge 2015” sono quasi unanimemente entusiasti, anche se bisognerà vedere come il fondatore di Facebook se la caverà con le centinaia di “amici” che gli chiedono di inserire fra le sue letture il Corano.  

Qualcuno che critica il buon proposito di Zuckerberg tuttavia c'è. Tra gli altri, Jeremy Sidabras di Chicago, che scrive: “Con il dovuto rispetto, cosa rende questa sfida tanto speciale? Tu sei un imprenditore, amministratore delegato di un'azienda che si espande a livello globale. Penso che di cultura tu ne sappia già a quintali. Sei anche andato a Harvard, il che vuol dire che devi essere parecchio bravo nel leggere e nello studiare”.

Secondo Sidabras, Zuckerberg avrebbe dovuto “fare qualcosa al di fuori della sua zona di sicurezza”, aiutando i milioni di persone normali che seguono Facebook, ma non sono pronte a seguire i percorsi di lettura del suo capo: “Spero tu sappia – è infatti la conclusione – che le decine di migliaia di like che hai avuto per questa iniziativa, le hai avute perché ti chiami Mark Zuckerberg e non perché quelle persone leggeranno i libri del tuo gruppo di lettura”.  

Un'obiezione sensata, a cui si può ribattere che molti fra quelli che hanno messo automaticamente il loro “mi piace” potrebbero poi incuriosirsi e decidere di dedicare parte del loro tempo a quegli strani oggetti desueti che sono i libri.  

Sono interrogativi che ci si potrebbe, e dovrebbe, porre anche in Italia, dove la lettura è una pratica sempre meno frequentata e dove, a dispetto delle periodiche grida d'allarme, poco si fa per promuoverla. Il piano nazionale per la lettura, promesso dal precedente governo, è in fase di stallo. E da parte sua Romano Montroni, attuale presidente del Cepell, il Centro nazionale per il libro e la lettura, nell'ambito della recente fiera della piccola e media editoria “Più libri più liberi”, ha dichiarato di fronte a una platea stupefatta che per stimolare i ragazzi alla lettura bisogna puntare su volontari che vadano nelle scuole a leggere ad alta voce. (A chi gli ha fatto notare che una pagina letta malamente non rappresenta un grande incentivo, Montroni ha risposto: “Siamo in una fase di emergenza e come nelle alluvioni chiunque prenda la pala in mano è benemerito”). Quanto agli adulti, sono abbandonati a loro stessi.  

Per compiere il miracolo, si potrebbero fare avanti – sull'esempio dell'ad di Facebook – dei “testimoni della lettura”, disposti non solo a dire sorridendo che “leggere è bello”, ma anche a confrontarsi, come Zuckerberg, su libri ai quali si sono consacrati tempo e attenzione. Uno sforzo troppo grande?

Maria Teresa Carbone

2014, l'anno della scomparsa del lettore maschio

  • Lunedì, 22 Dicembre 2014 11:50 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina 99
22 12 2014

GIOVANNI PREVIDI

Sotto l'alberoFenomenologia dell'acquirente di libri, personaggio sempre più raro nelle librerie italiane. Un'annata difficile raccontata da un libraio. E alcuni consigli per gli acquisti per uomini spaesati in vista del Natale

L'autore è un libraio di Bologna.

Mettiamo che un sondaggista telefoni in una libreria e inviti a riferire che anno sia stato il 2014. Risposta: l’anno della misteriosa scomparsa del lettore maschio.

Per verificare che non si trattasse di un’impressione personale, ho tentato un micro-sondaggio con due colleghi (un uomo e una donna). Replica unanime: settanta per cento donne, trenta per cento uomini. Cinque metri più in là, al civico 15, ho notato invece moltiplicarsi l’affluenza maschile nell’ex-tabaccheria storica Otello diventata, da qualche mese, Bet Otello: una sala gioco e di scommesse sportive con la vetrina oscurata per tre quarti.

Nell’ultimo quarto di vetro libero, in alto, vedo sempre agitarsi creste ingellate, ciuffi brizzolati e pelate tirate a lucido, in un frenetico andirivieni tra i maxischermi con le quote, le dirette dagli ippodromi e il banco per la puntata. Fuori dal locale un cartello ricorda, con pennarelli colorati, le partite del giorno come il menù di una trattoria. Eccolo lì, dov’è finito, il nostro lettore.

Può anche darsi che si sia infilato nella porta sbagliata, che abbia confuso il civico 15 con il 19 e, ormai dentro, sia stato ipnotizzato dalle lucine delle slot-machine e ammaliato dal canto soave «1X! Under! Goal! No goal!» di lettori altrettanto sbadati. Addio libreria.
Solo in un paio di mesi l’anno regge l’equilibrio fra lettori e lettrici.

A luglio, quando il maschio, due passi più indietro, segue la scia della compagna che punta dritto le guide turistiche e le mappe. E in questo periodo di regali, quando si palesa solo, smarrito e appesantito dai primi assaggi di cotechino e Toblerone, alla disperata ricerca di un libro da affiancare al regalo vero comprato per la sua compagna. Probabilmente il fatto di entrare per la seconda volta in tutto l’anno in una libreria comincia a mordergli la coscienza, e prova a rimediare. Qui arriva il bello.

Il libraio è costretto a vestire i panni di Tiresia e a indovinare i gusti letterari dell’amata altrui a cominciare dalla lingua monosillabica dell’amato il quale, alla domanda generica «Cosa legge di solito sua moglie?», viene assalito dai sudori freddi e risponde «Eh!», poi lascia cadere le braccia lungo i fianchi e gli cadono le palpebre.

Ovviamente ci sono le eccezioni, qui tralasciate, di quei mammiferi occhialuti e silenziosi (due o tre a settimana?) che conoscono titolo, autore, editore a menadito, codice Isbn se necessario, e strisciano il bancomat di gusto uscendo con una borsa piena zeppa di libri. Gli altri, sono poca cosa.

Mai come quest’anno la libreria è sembrata così a misura di lettrice e per la lettrice. Se ne sono accorti molti potenti editori che da qualche tempo, però, hanno rincarato la dose imponendo sui banchi quintali di narrativa al profumo di coriandolo, zenzero, cannella e rosa di mezzanotte. Ai librai comincia a venire il mal di testa, come in profumeria, e forse anche al lettore.

Il 2014 è stato l’anno con il maggior numero di figure femminili in copertina: primi piani e mezzi busti ammiccanti, labbra che si mordicchiano, chiome fluenti scompigliate dal vento e via dicendo. Ambientazione prediletta: da Tiffany oppure, nuova moda, in una piccola libreria di Parigi, chiaro, a due passi dalla tour Eiffel. Non tutte le lettrici abboccano, questo è vero, figuriamoci però che voglia di leggere possa venire ai nostri amici di Bet Otello.
«Che esagerazione!» potrebbe dire qualcuno. Un po’ sì, ma venite in libreria e verificate.

Allora, dov’è finito il signor lettore? Dove va durante la pausa pranzo, il fine turno, il sabato pomeriggio, la domenica o quando è sorpreso dall’acquazzone?

Mosso da compassione per tale moria, ho chiesto a dieci lettrici di indicarmi il romanzo (i saggi dopo l’Epifania) che più le ha colpite quest’anno e che si sentirebbero di consigliare al loro uomo ideale. Infine, di affiancare al titolo un aggettivo che le descriva a bruciapelo, vista la naturale relazione tra chi si è e cosa si legge. Ne è uscita una piccola guida per i signori mariti, fidanzati, amanti e scapoli perché tornino a frequentare gli scaffali. Magari, anche solo per un flirt, tornerà loro la voglia di leggere.

Il catalogo è questo, dongiovanni: Viviane Élisabeth Fauville di Julia Deck (Adelphi) / pericolosa. Stoner di John Williams (Fazi) / intellettuale. Il cardellino di Donna Tartt (Rizzoli) / misteriosa. Open di Agassi (Einaudi) / istintiva. Una terra senza fine di Jo Lendle (Keller) / avventurosa. Il bambino che rubò il cavallo di Attila di Ivàn Repila (Sellerio) / viscerale. Lizzie di Shirley Jackson (Adelphi) / imprevedibile. L’amica geniale di Elena Ferrante (e/o) / fedele. La planata di Anne-Gine Goemans (Iperborea) / fantasiosa. La mia maledizione di Alessandro De Roma (Einaudi) / indipendente.
Forza, da bravi, scegliete un titolo in base all’aggettivo riferito alla donna che più amate, leggetelo e rendetevi presentabili. Il civico 19 è a due passi.

@giovprevidi


Il corpo dell'artificio

  • Giovedì, 18 Dicembre 2014 14:10 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO

Il Manifesto
18 12 2014

"Ber­lu­sconi non l’aveva por­tato la cico­gna», scrive Ida Domi­ni­janni in con­clu­sione del suo libro bello e com­plesso Il trucco. Ses­sua­lità e bio­po­li­tica nella fine di Ber­lu­sconi (Ediesse, pp. 251, 14 euro) che sarà pre­sen­tato domani 18 dicem­bre a Roma (con Maria Luisa Boc­cia, Laura Baz­zi­ca­lupo e Mario Tronti, ore 17.30, Fon­da­zione Basso via della Dogana Vec­chia 5). Insomma, Ber­lu­sconi non era ine­vi­ta­bile, si sareb­bero potute imboc­care altre strade. Una verità sem­plice, quasi ele­men­tare eppure dif­fi­cile da deci­frare, come si è visto nei vent’anni in cui il pro­prie­ta­rio di Media­set è stato al cen­tro della scena del nostro Paese. E come si ricava dalla let­tura di que­sto sag­gio avvin­cente e stra­ti­fi­cato, che fa della fine del lea­der che ha domi­nato la scena ita­liana un caso esem­plare di sto­ria poli­tica, ben oltre la dimen­sione della cro­naca e anche dei pun­tuali com­menti con cui l’autrice ne ha accom­pa­gnato la vicende sulle pagine di que­sto gior­nale, per non par­lare del regi­stro ammic­cante che ha imper­ver­sato per anni nei media italiani.

Ber­lu­sconi o della via ita­liana alla gover­nance neo­li­be­rale, que­sta l’ottica attra­verso la quale Domi­ni­janni invita a leg­gere i vent’anni appena pas­sati. Quindi non pura ano­ma­lia, non una demo­cra­zia malata nel con­te­sto delle vir­tuose e risolte demo­cra­zie euro­pee e in gene­rale occi­den­tali, secondo l’interpretazione cara a buona parte dell’opposizione all’ex-cavaliere, soprat­tutto alla sini­stra mode­rata e radicale.

All’opposto, il caso estremo di una tor­sione pos­si­bile e pra­ti­ca­bile della rap­pre­sen­tanza, della ride­fi­ni­zione del rap­porto tra chi elegge e chi viene eletto, devia­zione con­si­de­rata con grande pre­oc­cu­pa­zione nel con­te­sto inter­na­zio­nale, come risulta dalla ricca biblio­gra­fia che accom­pa­gna il testo, esem­pio per­verso di sosti­tu­zione della rap­pre­sen­tanza con la «pre­senza». Come se, nell’offrirsi in pasto in corpo e figura, per così dire, si met­tesse in scena un rap­porto diretto tra lea­der e rap­pre­sen­tati, senza media­zioni, can­cel­lando isti­tu­zioni, regole, corpi inter­medi. E non ci vuole molto a vedere che que­sto è esat­ta­mente ciò che avviene nelle demo­cra­zie, que­sto è quanto pro­se­gue del ber­lu­sco­ni­smo, in Ita­lia e in Europa, nelle nuove lea­der­ship populiste.
Per rico­struirne il qua­dro Ida Domi­ni­janni si avvale di chiavi di let­tura plu­rime. La più ori­gi­nale è, rispetto alla vul­gata, una perio­diz­za­zione della vicenda ita­liana diversa da quella con­sueta, «che fissa l’origine del ven­ten­nio ber­lu­sco­niano nel crollo del sistema poli­tico della cosi­detta Prima Repub­blica nel ’92–93», all’epoca di mani pulite.

Per effet­tuare que­sto spo­sta­mento Domi­ni­janni si rife­ri­sce con for­mula ori­gi­nale alla «con­giun­tura Sessantotto-femminismo», ovvero ai movi­menti a cui fin dagli anni Set­tanta la poli­tica uffi­ciale, e la sini­stra in par­ti­co­lare, non hanno dato rispo­sta, lasciando via libera all’instaurazione a par­tire dagli anni Ottanta dell’ideologia e delle pra­ti­che gover­na­men­tali neo-liberali. Ori­gi­nale in modo spe­ciale è l’associare Ses­san­totto con il fem­mi­ni­smo, movi­mento che è tut­tora tenuto fuori della rico­stru­zioni cor­renti della sto­ria italiana.

È que­sto l’asse che per­mette a Domi­ni­janni un’interpretazione chiara dei fatti di cui tutt* siamo stat* par­te­cipi, più o meno mor­bosi. È la con­giun­tura Sessantotto-femminismo che ha fatto sal­tare l’asse pubblico-privato, in una via che dal «vie­tato vie­tare» ha por­tato a «il pri­vato è poli­tico». Sono le donne che escono dal domi­nio patriar­cale a far sal­tare i con­fini, a uscire dalla zona d’ombra della vita fami­gliare in cui sono relegate.

L’effetto è dirom­pente. Sono tre figure fem­mi­nili a far sal­tare la costru­zione ber­lu­sco­niana. Rico­strui­sce Domi­ni­janni: l’intellettuale (la poli­to­loga Sofia Ven­tura), la moglie (Vero­nica Lario), la pro­sti­tuta (Patri­zia D’Addario). Tre donne che par­lano, che dicono in pub­blico quello di cui il sistema patriar­cale non si è mai curato, per­ché con­se­gnato al silen­zio del pri­vato. A que­ste donne, le prime, se ne son poi aggiunte altre, che abbiamo impa­rato a cono­scere per nome. Noemi Leti­zia, Ruby, quelle che tutti ormai chia­mano le Olgettine.

inu­tile rico­struirne la cro­naca, pro­cessi, con­danne e asso­lu­zioni dell’ex pre­mier ancora ci accom­pa­gnano, sono il pen­dant del suo declino poli­tico. Il punto dolente è che la sini­stra, quella sini­stra che ha tagliato con la «con­giun­tura Sessantotto-femminismo», insomma l’ampio fronte dell’opposizione a Ber­lu­sconi, ha rifiu­tato que­sta lettura.

Il pri­vato è pri­vato, è stato detto, quello che cia­scuno fa a casa sua sono affari suoi. Senza com­pren­dere che il cen­tro della gover­nance ber­lu­sco­niana, il «trucco» come lo defi­ni­sce Domi­ni­janni, era il «viri­li­smo vir­tuale», «rico­stru­zione arte­fatta di una potenza per­duta», punto nel quale ha preso corpo il primo impor­tante discorso pub­blico da parte di uomini sulle maschere della viri­lità. Un trucco che si per­pe­tua anche nel nuovo lea­der, Mat­teo Renzi, in altra forma, ovvero: non il noi pos­siamo, ma «tu sai fin­gere di potere quello che noi non possiamo».

Senza ascol­tare il fem­mi­ni­smo, sostiene Domi­ni­janni in pagine molto effi­caci, la sini­stra, o meglio gli uomini della sini­stra, si sono con­dan­nati all’autoreferenzialità, inca­paci di com­pren­dere quanto avviene, nell’impossibilità di tro­vare l’exit stra­tegy dalla crisi. Eppure le donne sono parte del gioco, argo­menta pun­tual­mente l’autrice del libro. Che sulla libertà delle donne, e l’esito della parola libertà diven­tata appan­nag­gio della destra, costrui­sce un’altra delle sue illu­mi­nanti chiavi inter­pre­ta­tive. Fare del pro­prio corpo e della bel­lezza una vera pro­pria arma della poli­tica e del potere è oggetto non solo di dibat­tito poli­tico tra donne, ma diventa uno stru­mento di poli­ti­che e di gover­nance, come mostra il governo Renzi. Che, come Ber­lu­sconi, le usa, ma in una forma deses­sua­liz­zata mode­rata e tran­quil­liz­zante, nota Domininjanni.

Per­ché anche il genere, nella pre­sunta libertà per­for­ma­tiva del neo­li­be­ra­li­smo, è un trucco. Da smascherare.

Bia Sarasini


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