Letteraria. Festival di letteratura sociale

  • Martedì, 09 Giugno 2015 13:22 ,
  • Pubblicato in L'Iniziativa
Letteraria. Letteratura sociale

12-14 giugno
Communia
Via dello scalo S. Lorenzo, 33- Roma

Letteraria. Festival di letteratura socialeWu Ming 1, Edizioni Alegre
30 maggio 2015

Il nuovo numero, il numero 1 della nuova serie di "Letteraria" è in libreria. Ci trasformiamo, per esprimere ancor meglio lo spirito della nostra parola d'ordine: letteratura sociale. Ecco l'editoriale della rivista "Letteraria va avanti con l'amore degli insorti".
Lo dicemmo nel maggio 2012, subito dopo la morte del nostro fondatore e direttore Stefano Tassinari.
RepressioneMichele Smargiassi, Giap/Repubblica
27 maggio 2015

"Colpisci duro e poi corri a rinchiuderti in casa per la paura. È un'immagine emblematica". Wu Ming 4, uno degli scrittori "senza nome" del collettivo di scrittura bolognese da sempre vicino alla protesta sociale (due giorni fa il loro reading pubblico sotto i portici, in solidarietà con gli sgomberati di Eat the Rich) osserva la fotografia del cordone di polizia schierato in tenuta antisommossa davanti a Palazzo d'Accursio.

Il Corriere Della Sera
22 04 2015

Il primo boato è improvviso, quasi inaspettato, perché squarcia la quiete delle ultime ore della giornata. È un rumore secco, senza eco, simile a un grosso fuoco d’artificio che non porta luci e colori, ma morte e distruzione. Esplode quando il sole è quasi nascosto dietro i palazzi della città di Sinjar, in Iraq. Gli ultimi raggi colorano di rosso fuoco le montagne da sempre brulle e oggi disabitate:gli oltre 500.000 Yazidi che abitavano la zona sono scappati a inizio agosto 2014. Gli unici rimasti, da questa parte del fronte, sono i soldati curdi, uomini e donne con le armi in pugno per resistere all’avanzata dello Stato Islamico. I curdi sono arroccati nei sobborghi e sulle alture intorno alla città. Le loro sagome si scorgono in lontananza e quando sentono il primo botto si rifugiano nelle trincee scavate proprio davanti alle case da dove i cecchini vestiti di nero prendono la mira. Le due fazioni sono divise da non più di cinque metri e combattono per ogni centimetro di terra.

Sono le 5.45 e la battaglia, l’ennesima per Sinjar, è appena iniziata e durerà per tutta la notte. I jihadisti vogliono spingere i curdi su per la montagna alta 1460 metri, per cercare di riconquistare quella manciata di case nell’unica conca che porta alla città. Gli uomini di Isis sanno che finché quelle postazioni rimangono in mano curda, il loro controllo di Sinjar è in pericolo. Questo significa mettere a repentaglio le linee tra la Siria e l’altro centro jihadista in Iraq, Mosul. Secondo il Pentagono, nell’ultimo mese, gli uomini del Califfato hanno perso «tra il 25 e il 30 per cento delle zone conquistate in Iraq». Così la montagna è diventata centro nevralgico delle operazioni nel nord del Paese. Gli americani, con i partner della coalizione anti-Isis, bombardano quotidianamente le postazioni nemiche. Mentre i Peshmerga, soldati del Kurdistan iracheno, con le milizie legate al Pkk, il partito dei lavoratori turco, cercano di avanzare via terra.

Quando gli attacchi si intensificano i colpi di mortaio e l’artiglieria pesante esplodono a ripetizione quasi ritmica. Da una parte e dall’altra, senza tregua. Nei pochi momenti di silenzio si sentono colpi di Kalashnikov sulle alture. Spesso Isis non riesce a colpire le case dei curdi, diventate centri logistici . Nella stanza adibita a ufficio il generale Hashem Sitay, a capo dell’Ottava Brigata dei Peshmerga, coordina le offensive via radio o telefono. Il vano dell’unica finestra è senza vetri ed è stato riempito con sacchi di terra per attutire i colpi. La luce si insinua tra le fessure creando un’atmosfera quasi irreale. Ad ogni esplosione il telo di plastica che sigilla il tutto, si riempie di aria come un palloncino per poi tornare leggero pochi secondi dopo.

Nella stanza c’è un via vai senza sosta. Alcuni soldati sono andati in ricognizione, si sono spinti oltre il fronte per capire dove sono posizionati i jihadisti. «I cecchini cambiano continuamente postazione», spiega Rafat Salim Raykoni, a capo dell’Intelligence militare. La situazione è frenetica. Qualcuno cerca di scherzare, altri stanno in silenzio, seduti in un angolo pronti per uscire con il giubbotto antiproiettile e il fucile in mano.
Mohammed Tarek fissa lo schermo del suo telefonino. C’è la fotografia di una donna che sorride. Ha i capelli lunghi neri e una maglietta blu. «Ogni volta prima di andare in battaglia guardo la foto di mia moglie. Così, se muoio, lei sarà l’ultima cosa che ho visto», spiega abbozzando un sorriso. Pochi minuti dopo esce con la sua squadra è il suo turno per combattere. Solo quando un colpo esplode sul generatore a due metri dalla casa, le conversazioni si fermano. Tutti posano i piccoli bicchieri del tè piattino e corrono a esaminare i danni. Il generatore è distrutto, ma nessuno è stato ferito. «Questo è l’importante», sorride il generale.

«La tattica usata dai terroristi è sempre la stessa», spiega il capitano Kowa Spindari. Ogni due o tre giorni da Raqqa, la capitale dello Stato Islamico in Siria, arriva una ventina di persone, per lo più straniere, pronte a farsi esplodere. Non appena cala la notte, vanno al martirio. I kamikaze cercano di attivare il detonatore il più vicino possibile alle linee curde. Spesso sono così imbottiti di droga, per prevenire ripensamenti all’ultimo minuto, che non si fermano nemmeno se feriti. E subito dopo le esplosioni partono dalle retrovie i bombardamenti con l’artiglieria pesante.

«Questa è una guerra sporca», ripete Beritan, scuotendo la testa dai lunghi capelli ricci corvini in una casa semi distrutta e base per le guerrigliere curde a pochi metri dai Peshmerga. La donna, 30 anni, è il secondo comandante dell’Unità di sole donne Yja Star e Ypj. Sotto di lei una sessantina di soldatesse. Oggi è a Sinjar per sconfiggere quello che lei chiama semplicemente il “male”. Negli ultimi otto mesi Beritan e la sua squadra hanno cercato di liberare tutti i civili rimasti intrappolati nella città. «Siamo riuscite a salvare anche alcune ragazze yazide usate come schiave del sesso» aggiunge. Qualcuno è ancora intrappolato ma lei rassicura. «Non ce ne andremo fino a quando non avremmo messo in salvo tutte le famiglie e liberato tutte le donne. Li sconfiggeremo». 

Ma per il momento i curdi hanno l’ordine di tenere le postazioni. «Secondo le nostre stime in città ci sono al massimo 150 jihadisti», spiega ancora il generale Satay. Il problema, dice, non è entrare a Sinjar ma tenerla. «Noi in totale siamo quasi 3mila. Per tenere tutta l’area ci vogliono almeno 10mila soldati», aggiunge. Nel frattempo non mollano quella manciata di case che controlla l’unico accesso da nord alla città. «Ci attaccano ogni giorno con tutto quello che hanno, ma noi riusciamo sempre a respingerli».
All’alba i suoni dei colpi di mortaio si fanno meno frequenti, la battaglia sta finendo. E inizia la conta dei feriti. Un peshmerga è stato colpito, «non è grave», spiegano. Mentre almeno dieci jihadisti sono stati uccisi. Ora è il momento di riposare, perché nel pomeriggio si ricomincerà a combattere.

Gli Stati Generali
22 04 2015

Ci sono contadini che non dormono da giorni, presidiano i loro ulivi per impedirne l’eradicazione, seduti su quei tronchi combattono la loro battaglia. Ci sono occhi pieni di amarezza, parole delicate, urla di dolore e rabbia. La distruzione degli alberi d’ulivo messa in atto da lunedì 14 aprile, nelle campagne del Nord Salento, è il primo dei provvedimenti del Piano Silletti, un piano operativo che impone l’abbattimento di migliaia di ulivi e due interventi fitosanitari per combattere quello che nel Salento è diventato ormai un affare più che un’emergenza. La parole d’ordine è: xylella. Sì, perché in questa terra gli alberi d’ulivo sono stati colpiti dal Complesso del disseccamento rapido dell’olivo (Co.Di.Ro), ovvero un sistema di concause che attacca gli ulivi di questo territorio.

Tre gli elementi identificati: un fungo, il Phaeoacremonium, un lepidottero, la Zeuzera pyrina, e un batterio parassita, la Xylella fastidiosa. Ma trascorsi i primi mesi, l’attenzione si concentra solo su quest’ultimo. Di cosa si tratta? La X. fastidiosa è un batterio, nuovo per l’Europa, inoculato da una sorta di cicala (la Philaenus spumarius, nota come sputacchina) che si comporta da insetto vettore. Il batterio agisce sull’albero ostruendo i vasi xilematici e bloccando il passaggio della linfa che alimenta la pianta, causandone, forse, il disseccamento. Ma l’insetto ne è il vettore, non l’origine: questa, infatti, è da ricercare forse in un oleandro costaricano importato dall’Olanda in un vivaio del gallipolino. Su eventuali piste dolose, invece, sta indagando la magistratura.

Ma cosa è successo finora? Facciamo il punto: tutto inizia nel settembre del 2013 (N.B. questa è la versione ufficiale, dopo aver parlato con gli agricoltori della zona del focolaio emerge che le prime segnalazioni -ignorate- di disseccamento alla Regione partono dal 2007, sette anni prima). Le autorità competenti decidono, finalmente, di accogliere le segnalazioni, una in particolare, quella di un avvocato, che lamenta un disseccamento evidente nel suo uliveto in contrada La Castellane (Gallipoli). É a partire da quel momento che la faccenda diventa di dominio pubblico. Si riunisce, così, una task force di esperti, tecnici e politici per gestire il tutto. Dopo un mese di analisi, il responso: Co.di.Ro. Ma, stranamente, fin da subito, si decide di ignorare le altre due concause e si inizia ad imbastire sapientemente una sorta di strategia del terrore che ruota attorno a un’unica parola d’ordine: Xylella. Perché? Perché la Xylella è un patogeno da quarantena inserito nell’elenco A1 dell’Eppo (Organizzazione Intergovernativa responsabile della cooperazione europea per la salute delle piante), un elenco che comprende ben 383 organismi considerati patogeni. E un organismo patogeno che mette a rischio una superficie così grande e un comparto olivicolo come quello pugliese (poco più di 9 milioni sono gli ulivi presenti nella sola provincia di Lecce, la Puglia rappresenta il 30% della produzione olivicola italiana.

Il comparto regionale produce 522 milioni di euro l’anno, 270mila le imprese olivicole esistenti) significherebbe uno stato di calamità naturale, ovvero milioni di finanziamenti provenienti, in gran parte, dall’UE. Così, si mette in moto una macchina politico-speculativa non indifferente. Inizia una carrellata di dichiarazioni infondate accompagnate da numeri inverosimili. Siamo davanti a un 1984 di orwelliana memoria ambientato nel Salento. E allora via con “batterio killer”, “non ci sono vie di scampo”, “6mila ulivi da espiantare su un’area 8mila ettari”, “è un’epidemia”, “uliveti morti”, “fitofarmaci”, “eradicare”, un quadro apocalittico e poco confortante che nei primi mesi lascia i contadini allo sbaraglio. “Un panico generato volutamente per poi affidarsi ai salvatori della patria”, dichiara Luigi Russo, sociologo e giornalista che ha curato il capitolo relativo alla Xylella nell’ultimo rapporto Agromafie.

Così, se l’unica voce dall’alto è “abbattere per non infettare”, i contadini, in un primo momento, seppur amareggiati e devastati, seguono i dettami della Regione. Ma, a dispetto dei danni paesaggistici ed economici, la strategia del terrore messa in atto inizia a dare i primi risultati, a metà novembre vengono sbloccate le prime risorse economiche: 2 milioni di euro da parte della Regione 5 milioni di euro da parte del Governo per far fronte all’emergenza fitosanitaria. Lo psicodramma, nei mesi successivi, continua. Ma a completare un quadro grottesco e per arginare l’epidemia messa in atto (quale epidemia? N.B. non si conoscono ancora i risultati dei test di patogenicità, ovvero potrebbe trattarsi di un batterio non patogeno per gli ulivi e non essere questo la causa del disseccamento) viene interpellato, nel dicembre 2013, Almeida, lo stesso ricercatore californiano che in un convegno profetico dedicato alla Xylella e organizzato dallo Iam di Bari nel 2010, dichiara: “il pericolo Xylella è alle porte”, associando per la prima volta il patogeno all’ulivo.

L’asse californiano-pugliese, Almeida-Nardoni, viene presto sciolto per via dei rapporti poco chiari.
Ma la polemica avanza e le cattive pratiche agricole continuano. Arrivano finalmente i numeri ufficiali e i risultati delle prime analisi. Dal novembre 2013 ad aprile 2014, su 13.250 campioni sottoposti ad analisi in laboratorio, solo 242 campioni sono risultati positivi a X.fastidiosa, con una percentuale del’1,8%. I dati aggiornati parlano di una percentuale intorno allo 2,3%. Numeri alla mano e patogenicità ancora da verificare (la stessa EFSA, European food safety authority, interviene in merito per sottolineare le gravi lacune) qualcosa inizia a cambiare, specie nella testa di cittadini e agricoltori che presentano i primi ricorsi. Ma nel frattempo, il 6 febbraio, la Regione vara un piano di lotta obbligatoria, imponendo potature, trinciature, arature e ben due interventi di fitofarmaci nella zona infetta. Un rischio per la salute già compromessa dei cittadini del territorio (nel Salento, i tassi di tumore, tra i più alti in Italia, hanno registrato un +38% negli ultimi 30 anni), una mazzata per il comparto dell’apicoltura (parliamo di insetticidi che avvelenano anche le api, un danno per le 40 aziende presenti sul territorio) e per quello biologico (700 le aziende biologiche che rischiano di perdere la certificazione con l’utilizzo obbligotario di fitofarmaci). Il 10 febbraio viene proclamato, così, lo stato di emergenza e nominato il Commissario Delegato Silletti, comandante del Corpo Forestale regionale.

L’intero territorio viene suddiviso in quattro zone: zona infetta (formata da quasi tutta l’intera provincia di Lecce e dal focolaio di Oria), zona di eradicazione (i 16 comuni più a nord della provincia di Lecce), zona cuscinetto (una fascia larga almeno 2 km a nord della zona di eradicazione) e cordone fitosanitario (ulteriore barriera di sicurezza). Il 19 marzo viene approvato il piano operativo Silletti, articolato in cinque interventi, differenziati e mirati per ogni singola area, per un totale di costi pari a 13.610.000 euro. Ad oggi, nel Salento, molti ulivi considerati infetti sono già stati estirpati (circa un milione sono quelli previsti), numerosi sono i ricorsi al Tar da parte di proprietari terrieri e di aziende agricole che rischiano di perdere tutto. In questi giorni, duramte i primi abbattimenti ad Oria, il tentativo di alcuni manifestanti di fermare le ruspe è stato vano: sono stati eradicati ulivi secolari, davanti agli occhi attoniti dei proprietari terrieri, che hanno ricevuto una notifica per mezzo di una lettera. “I nostri alberi muoiono ma non sappiamo perché, non c’è nessuna analisi notificata”, dicono. Nel frattempo, nessun intervento fitosanitario è stato ancora effettuato e i cittadini continuano a lottare, a interpellare esperti internazionali, a presidiare, a cercare e a diffondere le cure alternative.

Sì, perché le cure alternative ci sono, cure che danno risultati sorprendenti ed evidenti, ma che la task force decide di ignorare. Per capirne di più, vedere da vicino le zone del focolaio e parlare con i contadini, il passaggio a ovest è necessario. Da Otranto a Gallipoli, il paesaggio cambia, ma è la bellezza di questo territorio a lasciare a bocca aperta, gli scenari apocalittici presentati dalla stampa locale sono lontani. A Sannicola, un comune a pochi km da Gallipoli, incontriamo Tina Minerva (comitato Spazi Popolari) e due giovani agricoltori, Gianluca e Vincenzo. Mentre ci scortano per le campagne del territoorio, i tre raccontano un po’ di loro, della salute dei loro ulivi, delle battaglie che stanno portando avanti da più di un anno. Vincenzo Palmentola ha poco più di trent’anni, è un agricoltore, i suoi terreni in zona Galatone stanno bene, “i primi sintomi noi li stiamo avvertendo solo adesso, eppure siamo a 15 km dal focolaio. Per me l’ipotesi di funghi tracheomicotici è la più accreditata- e aggiunge- basta osservarne la propagazione, a mezzo vettore non avrebbe una diffusione a macchia di leopardo, ma a macchia d’olio, non colpirebbe prima Otranto e poi Galatone, il vettore ha una mobilità propria e limitata, non salta 50 km, è assurdo”.

Vincenzo un’idea su tutta questa vicenda se l’è fatta:
“Penso che dietro ci sia qualcosa di più grande di una semplice speculazione edilizia. Se il piano dovesse passare e se dovesse esser riconosciuta la calamità naturale si concederà l’appalto a qualche azienda per l’eradicazione, immagino, e forse non sarà vinto per merito. Si inviteranno gli agricoltori a eradicare, bene, tira gli alberi-diranno- ti diamo 70 euro ad albero, però devi presentare una domanda a un ente X che, a sua volta, prenderà dei soldi. Arriverà la multinazionale del caso che imporrà di piantare kiwi su quel terreno, ma la multinazionale del caso prima di arrivare dal contadino dovrà passare dal politico a lasciare l’obolo. Poi, imporrà un protocollo da seguire per le piantagioni di kiwi, un disciplinare che includerà magari l’utilizzo di fitofarmaci. Così ci guadagneranno anche le multinazionali degli agrofarmaci che, a loro volta, lasceranno l’obolo al politico. Entreranno in campo poteri forti, a pagare le spese sarà questa terra”

Si interrompe e spegne la macchina. Siamo sulla Alezio-Taviano, a pochi metri dall’epicentro e lo scenario è grottesco, davanti ai nostri occhi, due cartoline, che sembrano arrivare da due epoche diverse: quella a sinistra è un bianco e nero sbiadito, un po’ ingiallito, gli alberi non trattati biologicamente dai ragazzi sono fortemente colpiti dal disseccamento, in quella a destra, i colori sembrano quelli di un quadro, dal rosso della terra, al verde della chioma, il bianco della calce e il blu del ferro. Anche lo scenario per terra è completamente diverso, sulla mia sinistra il deserto, il terreno è privo di materia organica per il forte trattamento chimico che hanno subito negli ultimi anni (secondo i dati dell’Arpa la Puglia, dopo Veneto, Emilia Romagna e Sicilia, è al quarto posto per utilizzo di fitofarmaci). Può essere questo uno dei fattori da ricercare come causa del disseccamento, ipotesi confermata anche da Daniele Errico, agronomo e paesaggista, che spiega: “molto spesso l’espressione di una malattia non è collegata direttamente o esclusivamente alla presenza di uno o più patogeni, ma anche a una particolare condizione generata da fattori differenti come fattori climatici, stress o siccità estiva, o cattive pratiche agricole utilizzate, che possono ridurre fortemente la vitalità di una pianta”.

Gli alberi in salute, invece, sono trattati da più di un anno con una soluzione di solfato di ferro, zolfo e grassello di calce: “sono circa dieci gli alberi trattati da Ivano Gioffreda, quando hanno iniziato a star male, il proprietario ha mollato tutto, ha scelto di non passare per molto tempo da queste campagne perché troppo forte era il dolore nel vederli così. Così Ivano li ha adottati e ha iniziato i primi esperimenti, gli alberi ora stanno bene”. Ivano è il portavoce di Spazi Popolari, un contadino, non un santone come è stato definito da molti. Gli agricoltori del posto iniziano ad ascoltarlo e incuriositi chiedono consigli. “Noi non curiamo la xylella, aiutiamo l’albero a star meglio, con le buone pratiche che usavano i nostri avi”, spiega Tina. Ci lasciamo questo scenario alle spalle e ci spostiamo su un altro campo, grande 5 ettari, qui gli ulivi sono stati tutti trattati biologicamente e sembra non siano mai stati toccati dal disseccamento, eppure intorno è tutto morto. L’agricoltore ha seguito alla lettera i consigli. É un passaparola, arrivato persino a Bruxelles, “quando abbiamo portato su questo terreno i commissari dell’Ue sono rimasti a bocca aperta, fino a quel momento le notizie erano filtrate da Bari, è per questo che hanno voluto vederci più chiaro”, spiega Tina. Diversa, invece, la reazione degli organi locali. Il Comandante Silletti, spiegano, arrivato sul campo chiude la questione con un perentorio: “Bisogna seguire le linee guida regionali. E poi, chi mi dice che fra un anno staranno ancora bene?”.

Mentre il giro continua in contrada Li Foggi (Gallipoli), Gianluca racconta un po’ di lui. É un agricoltore e vive a Calimera, la sua è un’azienda famigliare e lì il disseccamento non è così forte, ma forti sono state le ricadute a livello turistico. “Nel nostro B&B sono arrivare le prime disdette, è assurdo, non è un’epidemia”. In quel momento, da lontano, un contadino si avvicina in auto. Avrà ottanta anni, i segni del sole sono evidenti sul suo viso, sui sedili posteriori, sporchi di terra, una zappa e qualche frutto appena raccolto. Si ferma, abbassa il finestrino e chiede “Cosa fate? Fotografie?”. Ci scusiamo per esserci introdotti nella sua campagna e spieghiamo che stiamo facendo qualche foto agli ulivi, “per la questione Xylella, sa?”. Il contadino sorride, quasi divertito, e con un’aria calma e un’espressione impassibile, dice: “Ricordate ‘na cosa, beddhra, gli ulivi su’ la pianta chiu miracolosa ca ha fatta Diu, si salveranno sempre, a dispetto de qualche parassita, no batteriu, ca vole cu mangia su stu territoriu. Iddhri su’ li parassiti!”. Poi rialza il finestrino e se ne va, un’incursione, la sua, che sembra essere la perfetta sintesi folkloristica di tutta questa strana storia. Salutato il contadino, l’ultima tappa: la campagna da cui tutto è nato, quella di un avvocato, Alessandro, il primo agricoltore che ha lanciato l’allarme nel 2013. Arriviamo così a Le castellane (Gallipoli), superato il cancello, i segni sono evidenti.

La campagna ora è abbandonata “è subentrato il rifiuto”, dice Tina, “lo hanno costretto a tagliare gli alberi in pieno luglio, anche un albero sano morirebbe sotto quel caldo”. I tronchi degli uliveti qui sono mozzati e portano segni evidenti, Vincenzo li osserva da vicino: “Si tratta di funghi palesemente visibili a occhio nudo”, dice e aggiunge “l’EFSA dice: per la xylella dalla fogliolina secca al ramo passano svariati mesi, dal ramo alla branca passano anche anni, la morte della pianta si ha in 7/8 anni, noi qui abbiamo visto in 15 giorni gli alberi crollare. Qual è la spiegazione dei loro tecnici?”.

É tardi, fra poco farà buio, dopo aver salutato i ragazzi e il viaggio continua, qualche km più a sud. Il pomeriggio seguente, l’incontro con Stefania Stamerra, un architetto, poco più di trent’anni. Stefania ha un’azienda famigliare biologica a Parabita, pieno focolaio, produce olio da 15 anni, un prodotto pregiato che vende in Italia e all’estero. Sono 1400 gli alberi della sua famiglia, ma non hanno mai subito un vero e proprio attacco come gli uliveti intorno. Stefania racconta delle sue cure. Oltre alle buone pratiche di Ivano, ha provato a somministrare prodotti omeopatici in tracce: “uno è quello che si rivelato quasi miracoloso per gli ulivi, è un prodotto di una ditta tedesca, le gente piangeva quando ha visto i miei alberi rinascere. A distanza di una settimana è stato il sulfur a dare i risultati maggiori, è una soluzione che aiuta il terreno a liberarsi dall’inquinamento chimico e atmosferico”. “Quindi -chiedo- la cura che vogliono mettere in atto potrebbe essere la stessa causa del disseccamento?”. “Esattamente”. Stefania parla delle sue cure per la prima volta “non ho mai parlato con i giornali di questo, avevo quasi paura di esser presa per folle.

Ora, però, non mi sento più sola, sto cercando di coinvolgere altri agricoltori, si aprirà un tavolo tecnico per la sperimentazione”. Stefania sta lottando con altre 25 aziende biologiche della Provincia, “abbiamo deciso di fare ricorso al Tar, perché se dovesse veramente essere messo in atto il Piano Silletti, noi perderemmo la certificazione, e non si tratta solo del valore economico, ma del valore etico che l’essere biologico comporta. Con la pioggia di fitofarmaci previsti io stessa non vorrei più consumare il mio olio”. Stefania saluta così: “È una questione di appartenenza e solo chi è pugliese può capirlo. Ho studiato fuori e quando partivo, dai finestrini del treno, vedevo le distese di uliveti allontanarsi, ogni volta era uno strappo al cuore, lasciavo la terra rossa e quegli alberi per risvegliarmi coi pioppi-dice. Questi ulivi sono qui da 2000 anni, sarebbe triste se fosse proprio la nostra generazione a doverli distruggere”.

Il viaggio è finito, si torna verso casa. Fra le mani tutti i documenti e gli studi condotti finora, intanto la Francia decide di bloccare 102 specie di vegetali provenienti dalla Puglia. Le parole degli agricoltori incontrati fanno riflettere. Troppe le ombre in questa storia: l’emergenza prima dell’emergenza, la mancanza di tempestività nell’intervento, un convegno e delle relazioni su cui la magistratura sta indagando, le modalità di diffusione del disseccamento atipiche per un batterio, le cure alternative volutamente ignorate, la speculazione e la pista OGM che coinvolge la multinazionale Monsanto che dal 2008 si sta occupando attraverso la società partecipata “Allelyx” (sì, è l’anagramma di xylella) della selezione di specie resistenti al batterio. E, in ultimo, non meno importante, una letteratura e delle ricerche scientifiche ignorate. Come quella di Krugner, pubblicata nel 2014 per l’Università della California.

Secondo i suoi studi, infatti: non risulta una correlazione diretta tra batterio e malattia, su 200 piante con disseccamento solo sul 17% è stato riscontrato il batterio. Con l’isolamento del ceppo Xylella e le prove di patogenicità attraverso l’inoculazione del batterio in piante giovani di olivo si è rilevato che, dopo un anno, solo il 3% delle piante inoculate presentava ancora il batterio. La spiegazione? “Il batterio di X.fastidiosa sull’albero d’olivo risulta essere asintomatico, l’albero reagisce al batterio e lo combatte da sé”. E forse sì, forse è per tutto questo, per questi studi, per i giochi di potere in atto, per l’assalto a un territorio, che i cittadini salentini non si danno più pace. E i contadini con loro, seduti su quei tronchi combattono la loro battaglia.

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