Le madri potranno mai essere viste come persone?

  • Lunedì, 06 Luglio 2015 08:33 ,
  • Pubblicato in Flash news

Abbatto i Muri
06 07 2015

Questa non è una storia, ma solo una mia opinione sulla tipologia di commenti che arrivano ogni volta che pubblico una storia che racconta i disagi di una madre che non voleva essere tale, o che non riconosce il proprio figlio in senso pieno, o che non ha voglia di crescerlo perché vive moltissimo problemi. Quando la prima storia è arrivata capii subito che l’impatto sarebbe stato fortissimo. Lo so perché anch’io ho vissuto, sulla mia pelle, una serie di pregiudizi e di censure circa il malessere provato in conseguenza all’essere madre. So, in parte, come ci si sente, quanta solitudine si può provare, in special modo se non hai un grande supporto da parte di nessuno o se sei costretta a interpretare in ruolo che ti obbliga ad essere madre nell’unico modo possibile in cui la società ti riconosce in quanto tale.

Non ho vissuto esattamente quello che leggo in altre ma capisco perfettamente quanto sia forte il disagio se quel che devono fare è interpretare il ruolo della beddamatresantissima a tutti i costi. Parlo della madre che piace all’italietta nazional/popolare, quella che va in onda nei programmi trash della tv in cui sarebbe impossibile raccontare un altro modo di essere madre o il rifiuto a esserlo, giacché noi non siamo, e questo deve essere accettato, quel che ci viene assegnato di fare secondo la nostra caratteristica biologica. Provate a immaginare cosa accadrebbe se una donna provasse a dire in tv che non vuole fare la madre e vuole lasciare il proprio figlio perché non ce la fa più e vuole fare altro.

Ecco, quel che avverrebbe in alcune trasmissioni è esattamente quello che avviene sui social a meno che alcune storie non siano raccontate in uno spazio come Abbatto i Muri in cui queste donne sono libere di esprimersi senza che nessun@ (o quasi) le giudichi con cattiveria.
creepy-kids-ads-2La pagina è ormai un posto che vive delle regole date, per cui chi arriva già sa, voglio sperare, che bisogna avere rispetto della vita di ciascuna, a prescindere dal fatto che tu sia d’accordo o meno. Su questo blog a volte arrivano commenti veramente orribili. I più atroci non li pubblico, perché non permetto a nessuno di ferire chi si confida e condivide il proprio dolore sul mio blog, ma questo non mi impedisce di analizzarli, ora, qui, assieme a voi, per raccontarvi quante e quali reazioni ho visto e ricevuto in questi mesi.

Le più accanite sono le donne, non si capisce perché, e parlo di una categoria di donna che ama primeggiare dimostrando di essere superiore alla esperienza altrui. Perfide, incattivite, tirano fuori il peggio di sé definendo le madri che si raccontano sulle pagine del blog come malate, pazze, prive di empatia, di capacità d’amare e di comprensione. Le parole usate, ovviamente, sono anche peggio di così. E io mi chiedo di quale empatia vanno parlando costoro se in effetti quel che loro scrivono fa intendere che il loro grado di empatia è pari a zero. Ci sono quelle che giustamente rivendicano il diritto a raccontare un altro punto di vista, ovvero dicono di avere figli, di averli cresciuti volentieri ma mai hanno scritto di sentirsi perciò superiori alle altre che hanno vissute esperienze diverse.

offensive-ads-that-should-be-banned-2Poi ci sono invece queste donne che non capisco dove custodiscano tanta cattiveria. Probabilmente fanno parte dell’esercito di persone che sui social cerca di individuare un capro espiatorio per sfogare i due minuti d’odio, ma io mi chiedo, comunque, come si possa lanciare un sasso così appuntito su una persona che ti sta dicendo che a momenti finirà con l’annegare. Piuttosto sarebbe utile offrire un’ancora di salvezza. Un punto di riferimento, qualunque cosa possa farla sentire compresa, amata, mai giudicata. A cosa serve se tu, donna qualunque, in primo luogo se non hai dei figli, vai cianciando, immedesimandoti in ruoli da bulla adolescente, di traumi infiniti che la madre causerebbe al figlio? Perché mai in questa società, a partire da quando l’embrione viene concepito, non si pensa mai alla madre? Chissenefrega se lei un bel giorno piglia e si suicida o se in ogni caso si deprime, perde la speranza, il senso di una prospettiva. Perché lei è una persona, un essere umano, lo capite? E invece qui pare che lei non sia altro che un’interprete del volere di chi l’ha abilitata a fare la madre per conto di Dio/Stato/Famiglia.

Poi ci sono alcuni uomini particolarmente perfidi: quelli che non riescono a evitare di vittimizzare se stessi per ogni storia che si racconta, perciò se raccontiamo di una mamma con problemi spunta fuori che lui dirà che è per via di donne come quelle che la sua vita è andata distrutta. Poi ci sono quelli che da un lato rivendicano la paternità dei propri figli e dall’altro però vorrebbero che la madre si comportasse ancora come la chioccia d’un tempo. Delle due l’una: o chiedi che i tuoi figli, in special modo se sei separato, stiano un po’ di più con te oppure non ti lamentare poi se la cultura dominante dice che i figli devono stare per forza con le madri. Poi ci sono quelli che di bambini neanche l’ombra, eppure si identificano nelle eventuali sofferenze dei figli altrui e immaginando di essere dalla parte delle vittime, come succede sempre, partono in squadre, come una delle tante armate del bene, per ricordare a me, a voi, al mondo, che ci sono donne molto cattive che fanno tanto male ai figli.
So che è così. Non serve dirlo, ma quello di cui stiamo parlando ora è assolutamente altro.

Concentratevi un pochino e forse riuscirete a capire che in una società dove una donna è accettata, in uno dei ruoli più convenzionali esistenti, quasi sempre e solo in quanto madre, quel che ne viene fuori non è una cosa buona. Parlare di maternità responsabile è un dato preciso. Parlare di figli solo quando li vuoi e non perché subisci una pressione psicologica o perché, se li hai fatti e ti sei pentita, il mondo si scaglierà contro di te se non li vuoi crescere. C’è uno stigma feroce contro le madri che non vivono la maternità secondo un ruolo imposto, e dire che, invece, di madri piene di problemi ce ne sono tantissime. Allora, se i commenti di cui parlo sono lo specchio, piccolo, di quel che pensa la gente sorda e cieca, penso che ci sia tanto da fare e che serve parlarne, ancora, perché ciascuna libera l’altra e così via, come se foste legate da una catena con un grande lucchetto del quale ciascuna di voi conosce solo una cifra per sciogliere la combinazione. Ecco tutto. Spero che altre persone vorranno contribuire a questa riflessione perché credo che ce ne sia bisogno.

In ogni caso scrivete, per raccontare anonimamente la vostra storia: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Quanto vale il bonus mamma

  • Lunedì, 29 Giugno 2015 08:32 ,
  • Pubblicato in L'Articolo
Matisse-Odalisque-in-Red Vera Schiavazzi, La Repubblica
29 giugno 2015

Più prestigio e potere sociale. Non solo diritti ma il riconoscimento di un ruolo: fare figli non conta meno che governare un'azienda. L'importanza della maternità deve stare a cuore a tutti. [...] Anche la genitorialità, estesa ai maschi, non è un valore riconosciuto.  ...

L'embrione non è una persona umana

  • Mercoledì, 10 Giugno 2015 17:55 ,
  • Pubblicato in ZeroViolenza
Sole sul CavallettoGladio Gemma, Zeroviolenza
11 maggio 2015

Una tesi avanzata dagli antiabortisti (clericali) è costituita dalla equiparazione di embrione (e poi feto) e individuo nato ed avente piena natura di persona umana.

Scuole chiuse. Quei tre mesi inconciliabili

  • Mercoledì, 10 Giugno 2015 12:30 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere.it
10 06 2015

Ieri a Roma è stato l’ultimo giorno di scuola per i ragazzi e le ragazze della primaria e delle medie inferiori. Saranno in vacanza da oggi fino al 15 settembre.

Messe in fila, le ho contate sul calendario, sono circa 16 settimane.

Il mio contratto di lavoro, io che un contratto di lavoro ce l’ho, prevede 26 giorni di ferie l’anno. Se fossi brava e riuscissi a concentrare le vacanze tutte insieme – cioè se ipotizzassi di non prendere alcun giorno di ferie a Natale e per nessun’altro motivo durante l’anno – arriverei a 5 settimane. Ne rimarrebbero 13.

Il mio compagno, che è un padre molto presente, disponibile a condividere con me le responsabilità di cura dei nostri figli, ha anche lui 26 giorni di ferie l’anno.

Ipotizzando di fare vacanze separate (perché, in fondo, se sei genitore sei genitore, mica vorrai continuare ad esistere come coppia, e soprattutto come coppia in vacanza) arriveremmo a coprire altre 5 settimane, per un totale di 10. Ne rimarrebbero comunque fuori 6.

Ammesso e non concesso che i nostri rispettivi datori di lavoro, che per legge hanno diritto a decidere la metà delle ferie dei dipendenti, fossero d’accordo a riconoscerci 5 settimane di vacanze consecutive.

In effetti, forse potremmo alternarci, una settimana io e una lui, modello scacchiera.

Quando lavoro io, sta lui con i bambini e viceversa.

In fondo le relazioni a distanza sembra funzionino parecchio, potrebbe essere un modo originale per metter pepe alla routine.

Tuttavia rimarrebbe comunque il problema di quelle 6 settimane, un mese e mezzo circa. Potremmo decidere di investire in campi estivi privati, che con una copertura dalle 8,30 alle 16,30 lasciano aperto il problema di come conciliare un lavoro non part-time.

Avendo due figli e stimando un costo medio di 100 euro a settimana (medio, perché ci sono soluzioni a 140-150 e centri parrocchiali a 60-70, più qualche eccezione super-economica che ovviamente va esaurita nel giro di 24 ore) l’operazione ci costerebbe 1200 euro, quanto un viaggio in crociera.

Viaggio in crociera che potrei anche pensare di fare, magari a settembre e da sola, se avessi ancora giornate di ferie e se non avessi già ampiamente esaurito nelle 10 settimane di vacanze a scacchiera il budget per la villeggiatura (perché ovviamente vacanze separate significherebbe duplicare i costi, perché quello/a che lavora comunque ha bisogno di mangiare, dormire, vestirsi, mentre l’altro/a se la spassa con due ragazzini da spupazzare al mare, in montagna o in città).

Purtroppo questa soluzione a noi sembra impraticabile e così, anche quest’anno, faremo diversamente.

Anche quest’anno, visto che siamo fortunati, sfrutteremo i nonni: conteremo su quella santa donna di mia madre che porterà i cuccioli per tre settimane in un monolocale sulle Alpi, insieme a mio padre, e su quell’altra santa di mia suocera, che se li porterà dieci giorni al mare. Tre settimane le faremo di vacanze insieme (ebbene sì, quest’anno siamo riusciti a mettere in fila tutti e due tre settimane) e le restanti, che sono più o meno 8, saranno il trionfo della creatività: un mix di campi estivi, giornate extra con i nonni, giorni infrasettimanali di ferie prese per alleviare il carico dei nonni, scambio favori con le amiche, pigiama party lunghi, scampagnate estemporanee dei pargoli, rigorosamente divisi, nei nostri rispettivi luoghi di lavoro, che per un giorno non si nota e fa pure festa, coinvolgimento a sorpresa di zii, cugini e affini fino al sesto grado di parentela.

Ci sarebbe piaciuto inserire nella lista delle soluzioni creative anche i campi scuola del Comune, ma quest’anno, nonostante il successo dell’anno precedente, il Comune non li finanzia, e allora nisba.

Insomma, rischiamo di arrivare a settembre stremati, non solo noi, i genitori, ma anche i pargoli, sottoposti a vacanze a mosaico di cui rischiano di perdere il senso (perché un senso non ce l’ha, come direbbe Vasco Rossi).

Insomma i tempi in cui vacanza faceva rima con villeggiatura, tempi lunghi di ozio e noia, a sudare in canotta con un chinotto ghiacciato sotto la pergola di uva fragola, da questa prospettiva sembrano andati per sempre.

Quei lunghi mesi fatti di pomeriggi torridi che sembrava che il tempo non passasse mai, lenti come l’aria smossa da un ventilatore a pala, carichi di pensieri densi, al limite tra il sogno e la veglia, la realtà e la fantasia sono incompatibili con il sistema economico in cui viviamo: con questo mercato del lavoro, in cui chi lavora è sottoposto a ritmi frenetici e pressioni costanti, con questi stipendi, di media tra i più bassi d’Europa, e con questo costo della vita, che invece è in linea con la media europea, è molto difficile che in una famiglia uno dei due genitori possa fermarsi 16 settimane e assecondare la tradizione di partire armi e bagagli con la 500 familiare verso un lido di villeggiatura, lasciando l’altro in città a lavorare, pronto a fare la spola nei fine settimana.

Tempi e modi irrimediabilmente andati, che resistono solo per quei pochi, privilegiati o esclusi dal mondo del lavoro, che hanno ancora a disposizione 3 mesi di ferie. Insegnanti? Lavoratori stagionali in controtendenza? Calciatori (ma sì, lo so anche io che per loro non vale perché ad agosto iniziano la preparazione)? Musicisti, cantanti, artisti, attori e attrici senza tournée estiva? Ricchi senza tate? Avventurieri? Disoccupati? Lavoratori e lavoratrici precarie che si barcamenano lavorando da casa e riuscendo ad incastrare, nelle loro modalità liquide di lavoro, l’attenzione alla cura dei figli (ma quanto è difficile lavorare così?). Personaggi dei fumetti non coinvolti negli speciali da ombrellone?

E poi certo, i genitori, spesso le madri, a tempo pieno o che possono permettersi un congedo parentale non retribuito di tre mesi, quelle che per scelta o per destino possono dedicarsi totalmente alla cura dei figli e che sono lasciate spesso sole a riempire di idee, attività, giochi e anche noia un tempo lungo e denso.

Eppure è questa tipologia di genitori (non)lavoratori/trici che deve avere in mente chi pensa di far durare le vacanze estive 16 settimane. Senza neppure prevedere un’offerta di servizi pubblici integrativi.

Anzi, e paradossalmente, più la realtà delle famiglie medie si allontana dalla possibilità di aderire al modello 'villeggiatura di tre mesi' più, per mancanza di risorse, i servizi integrativi di comuni e municipi diminuiscono.

E così, chi non ha il privilegio del tempo, della rete (nonne e nonni, zii, vicini) o delle risorse economiche per pagare la retta di un centro estivo privato tiene i figli nelle case di città per le 16 settimane, qualche volta anche lasciandoli da soli ad aspettare che uno dei due genitori rientri dal lavoro.

Mentre le nostre scuole pubbliche nei quartieri rimangono abbandonate per 3 mesi, con i cortili chiusi dai cancelli, le biblioteche interne inaccessibili e gli spazi che i nostri figli e le nostre figlie potrebbero utilizzare per studiare ma anche per proseguire alcune delle attività iniziate durante l’anno (teatro, musica, sport, giardinaggio) separati da loro e dal quartiere e loro stessi, senza la scuola come centro di aggregazione, separati per tre mesi dai loro compagni e dalle loro amichette con cui riescono ad incontrarsi qualche volta di sfuggita al parco.

Sarò un’inguaribile romantica, colpa forse dei troppi libri letti nelle noiose estati calde della mia infanzia, ma non mi dispiacerebbe se nel momento in cui si parla di ripensare la scuola si pensasse anche a prolungarne l’apertura, non soltanto per la didattica (che magari con un mese in più di tempo potrebbe svolgersi dando a tutti/e il tempo necessario per imparare), ma anche per far diventare le scuole centri di aggregazione dei quartieri, spazi in cui svolgere attività che favoriscano la partecipazione, l’incontro e l’integrazione.

E magari tutte queste risorse, che disperdiamo in centri estivi non sempre di qualità, potremmo utilizzarle per coprire, in compartecipazione con i comuni, servizi ed iniziative da realizzarsi all’interno delle scuole.

Secondi figli, il progetto difficile

  • Mercoledì, 03 Giugno 2015 12:50 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere.it
03 06 2015

In molte progettano di avere due figli. Eppure averne altri dopo il primo è diventato un passaggio sempre meno frequente. L'Istat spiega perché.

Sabrina PratiFrancesca Rinesi

In Italia da quarant'anni persiste un regime di fecondità bassa e tardiva. La lieve ripresa del livello di fecondità osservata nel periodo 1995-2010 non trova riscontro nei dati per generazione. La discendenza finale delle successive generazioni di donne che hanno concluso la loro storia riproduttiva decresce infatti senza soluzione di continuità: dai 2,5 figli delle nate nei primissimi anni ’20, ai 2 figli per donna delle generazioni dell’immediato secondo dopoguerra (anni 1945-49), fino a raggiungere il livello di 1,56 figli per le donne della generazione del 1965 (Istat, 2014a).

La diminuzione della fecondità nel nostro Paese è stata, in buona parte, il risultato della rarefazione dei figli di ordine successivo al secondo, almeno fino alle nate nella seconda metà degli anni ’60: circa 4 donne su 5 non hanno rinunciato ad avere almeno un figlio. Nonostante la crescita della quota di donne che non ha figli, dunque, sono ancora molto numerose quelle che ne hanno almeno uno. Secondo le stime più recenti, riferite alla generazione delle nate nel 1970, circa l’80 per cento delle donne avrà almeno un figlio. Al contrario, il passaggio dal primo al secondo figlio è divenuto, e tende ad essere, sempre meno frequente (Istat, 2014a).

Il grande divario tra aspettative e figli avuti

I progetti riproduttivi delle donne, tuttavia, continuano a prevedere in media almeno due figli, questo è vero anche per le madri, come confermano i dati dell’edizione 2012 dell’indagine campionaria sulle nascite e le madri. Ne deriva che i vincoli che limitano la fecondità italiana, e che hanno fatto conquistare all’Italia il primato di paese tra i meno prolifici, intervengono non solo sulla decisione di avere o meno un figlio, ma soprattutto su quella di averne più di uno.

Considerando che l’intervallo medio tra la nascita del primo e del secondo figlio è di due-tre anni, un target privilegiato di osservazione e di intervento per le politiche a sostegno della famiglia è costituito proprio dalle donne divenute madri da poco. Le neo-madri costituiscono l’universo di riferimento dell’indagine campionaria sulle nascite: le intervistate vengono contattate a circa due anni dalla nascita dei figli, ovvero nel momento in cui generalmente maturano le scelte in merito ai progetti riproduttivi futuri e in cui con maggior forza si avverte il peso dei vincoli che si frappongono alla loro realizzazione[1].

I progetti riproduttivi delle neo-madri

Nel 2012 oltre il 40 per cento delle neo-madri progettava la nascita di almeno un altro figlio nel corso della propria carriera riproduttiva (Istat, 2014b). Il progetto di avere altri figli è assai più frequente (ed è anche associato ad un grado di certezza più elevato) tra le donne che hanno un solo figlio, tra le più giovani e tra le madri che hanno un livello di istruzione medio-alto. I differenziali territoriali sono invece decisamente più contenuti, anche se vedono le donne che risiedono nel Mezzogiorno più inclini a progettare ulteriori nascite.

La proporzione di madri che progetta di avere almeno un altro figlio decresce sensibilmente, come ci si può attendere, all’aumentare del numero di figli che la donna ha già avuto. In particolare circa tre donne su quattro tra quelle che hanno un solo figlio pianificano di averne almeno un altro. Di queste, il 57 per cento mostra una netta preferenza per la famiglia con due figli, il 13 per cento pianifica la nascita di due ulteriori figli, mentre la propensione verso famiglie più numerose è assai contenuta (Figura 1).

Considerando le donne che hanno già due figli, il 20 per cento di queste intende avere altri bambini e – nella maggioranza dei casi – viene pianificata la nascita di un solo ulteriore figlio. Le intenzioni di fecondità positive sono ancora meno diffuse tra le donne con tre o più figli: meno del 9 per cento di queste progetta di averne altri.

L’età massima per avere l’ultimo figlio

Un ulteriore indicatore di rilievo per l’analisi dei progetti riproduttivi è l’età massima entro la quale le neo-madri intendono concludere la loro esperienza riproduttiva. Nel 2012 essa è pari a 31 anni per le madri che all’intervista ne hanno meno di 25 fino ad arrivare a 44 per le madri che hanno più di 40 anni. Va sottolineato che l’età massima a cui avere l’ultimo figlio è aumentata nel tempo principalmente a causa dell’aumento di quella dichiarata dalle madri più giovani. Questo fenomeno merita di essere evidenziato, perché potrebbe contribuire ad una ulteriore contrazione della fecondità delle più giovani. Pensare di poter contare su un lasso temporale sempre più lungo per avere figli, infatti, significa esporsi a maggiori rischi di non riuscire poi a dar seguito ai propri progetti riproduttivi, per ragioni bio-fisiologiche (Associazione italiana per gli studi di popolazione, 2013), ma anche per il mutare di altre condizioni, come ad esempio l’interruzione della relazione affettiva, l’insorgere di problemi di salute, ecc.

I motivi per non volere altri figli

Le prime tre motivazioni per non progettare la nascita di altri figli sono le stesse a prescindere dal numero di figli della donna, ma la loro importanza varia considerevolmente al variare del numero di figli già avuti (Figura 2). L’aver raggiunto la dimensione familiare desiderata è il primo motivo per non progettare di avere altri figli riportato dalle neo-madri con 2 o più figli, anche se tale motivazione ha un peso notevolmente più basso tra le donne con due figli rispetto a quelle con tre o più figli.

Per le neo-madri con un solo figlio, al contrario, la prima motivazione per non averne altri è legata ai problemi di tipo economico, segnalati da più di una madre su quattro. Anche i motivi legati all’età troppo alta – pur se frequentemente riportati da tutte madri – sono in special modo evidenziati dalle donne con un solo figlio.

Si noti, infine, come quasi una donna su dieci tra quelle con un figlio non progetta di averne altri a causa di problemi legati al lavoro (delle donna o del partner) o perché ravvisano difficoltà nella conciliazione degli impegni familiari con quelli lavorativi. L’importanza di tale motivo decresce al crescere del numero dei figli della donna. Anche la preoccupazione e i problemi legati alla crescita dei figli e all’eccessivo peso della gravidanza, del parto e della cura della prole sono più spesso segnalati dalle donne con un solo figlio rispetto alle madri con famiglie più numerose.

Rispetto ai dati delle indagini 2002 e 2005 si registra una diminuzione nel tempo del numero di donne che adducono come motivo principale per non proseguire nella propria carriera riproduttiva quello di aver già raggiunto il numero desiderato di figli e contemporaneamente un aumento di quelle che vedono nei problemi di natura economica il principale ostacolo alla nascita di ulteriori figli. Questa dinamica è particolarmente accentuata per le neo-madri al primo figlio (Figura 3).

L’ottimismo delle neo-madri

La persistente bassa fecondità che caratterizza il nostro Paese, e la continua contrazione della discendenza finale delle donne che via via concludono la loro carriera riproduttiva, potrebbe indurre a ipotizzare che ci sia una crescente convergenza verso l’adozione del modello del figlio unico. Le aspettative di fecondità delle neo-madri suggeriscono che avere un solo figlio è molto spesso una condizione più subita che pianificata.

I risultati delle indagini sulle neo-madri condotte dall’Istat consentono infatti di aggiungere un nuovo tassello utile alla comprensione delle preferenze in materia di fecondità: nove neo-madri su dieci vorrebbero avere una famiglia con almeno due figli, ed in particolare spicca la preferenza verso la famiglia con esattamente due figli. La propensione verso la famiglia con il figlio unico è minoritaria tra le neo-madri (riguarda circa il 10 per cento), e più spesso è espressa da donne che hanno posticipato in modo consistente la nascita del primo figlio, arrivando a ridosso dei quarant'anni o anche oltre.

Certo si potrebbe obiettare che le aspettative di fecondità delle neo-madri siano almeno in parte attribuibili ad un ottimismo poco realista sugli gli eventi futuri, che può spingere le donne, soprattutto le più giovani, a esprimere un ideale di fecondità piuttosto che un progetto riproduttivo reale.

Ma i figli non sono spesso il frutto dell’ottimismo? In un contesto di bassa fecondità come quello italiano, politiche volte alla 'riconciliazione' tra le aspettative di fecondità e la loro realizzazione, oltre a rappresentare una straordinaria opportunità di 'ringiovanimento' del Paese, consentirebbero ad una ampia fetta di popolazione di realizzare i propri progetti familiari.

Le analisi longitudinali condotte per seguire la realizzazione dei progetti riproduttivi delle neo-madri, intervistate nella indagine del 2005, ci dicono che circa il 50% delle donne con un figlio, che all’epoca dell’indagine avevano dichiarato di volerne almeno un altro, hanno realizzato il loro progetto negli oltre sei anni successivi all’intervista (Istat, 2014a). Data la lunghezza del tempo intercorso, è verosimile ipotizzare che per buona parte del restante 50% delle madri che avrebbero voluto avere un secondo figlio, la mancata realizzazione possa tradursi via via in una rinuncia definitiva.

La rimozione degli ostacoli che si frappongono alla realizzazione dei progetti riproduttivi appare, dunque, di primaria importanza non solo per comprendere le cause della bassa fecondità italiana, ma anche per le preziose indicazioni che da queste possono essere tratte in fase di elaborazione e valutazione di politiche a favore delle famiglie.

Tali politiche potrebbero rivelarsi tanto più efficaci quanto più mirate sulle donne che vogliono avere figli. In particolare, per le donne con un solo figlio emerge un ampio ventaglio di motivazioni tra le quali spiccano gli ostacoli di natura più strettamente economica, - il costo dei figli-, e le difficoltà di conciliazione del ruolo di madre e lavoratrice.

I dati dell’indagine ci dicono che oltre la metà delle neo-madri lavora e che le famiglie con due redditi riportano meno frequentemente problemi economici dopo la nascita del bambino. Nel 2012, tuttavia, oltre il 22 per cento delle madri occupate all’inizio della gravidanza, non lo è più al momento dell’intervista, ossia a circa due anni dalla nascita del bambino. Il 42,8 per cento di quelle che hanno continuato a lavorare dichiara di avere problemi nel conciliare l’attività lavorativa e gli impegni familiari.

E conciliare è l’aspirazione delle neo-madri intervistate che, nonostante tutto, mostrano di guardare con ottimismo al futuro, un ottimismo che meriterebbe di essere supportato da specifici interventi di policy[2].

NOTE

[1] L’Istat ha condotto tre edizioni dell’indagine campionaria sulle nascite e le madri, intervistando un campione di “neo-madri”, ovvero di donne che hanno avuto un figlio nel 2000/2001, nel 2003 e nel 2009/2010, a circa due anni di distanza dalla nascita. L’obiettivo è contribuire alla comprensione delle dinamiche più recenti dei comportamenti riproduttivi, anche in relazione con la crescente partecipazione femminile al mercato del lavoro registrata negli anni 2000. Un modulo di approfondimento è dedicato proprio all’interazione maternità-lavoro; nell’edizione 2012, i contenuti sono stati rivisitati e arricchiti grazie anche alla collaborazione con l’Isfol nell’ambito di una specifica convenzione tra i due Enti.

[2] Il presente contributo riflette le opinioni delle autrici e non quelle dell’Istat.

Riferimenti bibliografici

Associazione Italiana per gli studi di popolazione, Rapporto sulla popolazione. Sessualità e riproduzione nell’Italia contemporanea, Bologna, Il Mulino, 2013

Istat, Generazioni a confronto: come cambiano i percorsi verso la vita adulta, 2014a

Istat, Avere figli in Italia negli anni 2000. Approfondimenti dalle indagini campionarie sulle nascite e sulle madri, 2014b

facebook