Interazioni in sala parto. Le parole della medicalizzazione

  • Mercoledì, 22 Aprile 2015 13:27 ,
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Ingenere
22 04 2015

Come numerosi studi dimostrano, il linguaggio è molto più che uno scambio di informazioni. Esso compie un ‘lavoro’: due persone che parlano, inviano e ricevono messaggi e nello stesso tempo compiono un'azione sociale. Il risultato più importante di questi studi è che nel linguaggio permangono modelli ricorrenti di comportamento. L'analisi delle conversazioni della vita quotidiana ne evidenzia la somiglianza strutturale.

I contributi che hanno animato la sessione numero sei del convegno Genere e Linguaggio[1] hanno fatto riferimento a questa nozione, soffermandosi, in particolare, sul potere performativo del linguaggio riferito ai generi[2], sui processi di stigmatizzazione e di costruzione delle identità di genere, sulla costruzione del linguaggio di genere nei media[3] e nell’informazione on-line[4]. Un ulteriore contributo sottolinea gli aspetti linguistici che designano e categorizzano le identità di genere, all’interno dei processi di medicalizzazione.

Le riflessioni che seguono sintetizzano alcuni dei punti emersi nel dibattito, soffermandosi sul potere perfomativo del linguaggio medico rispetto alla rappresentazione e alla costruzione sociale e culturale dei generi, con riferimento a contesti medico-istituzionali con forte connotazione di genere, come le sale parto.

Linguaggio, potere e differenze di genere

Gli studi su genere e linguaggio sono ormai numerosi e diversi tra loro: si estendono dall'analisi dei turni di parola nelle interazioni uomo-donna, a ricerche di tipo etnometodologico in cui si analizza la costruzione sociale del genere femminile. Questo mostra come le differenze di linguaggio siano connesse alla realtà strutturale definita dal dominio maschile e costruita nelle strutture economiche, familiari, politiche e legislative della società.

All'interno di questi studi un filone di ricerca si è sviluppato nei contesti medico-clinici da parte di studiose femministe che hanno interpretato nella interazione uomo-medico/donna-paziente la rappresentazione del potere e dell'ordine sociale.

Dietro i giudizi sullo stato di salute dei pazienti e le prescrizioni che i medici danno loro, c'è un sistema di credenze, di valori, di conoscenze più ampio in cui i medici collocano le informazioni sanitarie. Se la paziente è donna questi aspetti sociali giocano nell'interazione almeno a due livelli: da una parte i giudizi del medico sono spesso determinati dalle definizioni dei ruoli 'appropriati' per le donne nella società; dall'altra parte le donne, abituate nella vita quotidiana a comportarsi in modo dipendente e subordinato, si trovano spesso a 'colludere' con l'autorità medica, assumendo una posizione di 'doppia subordinazione' (come donna e come paziente). Questo campo della pratica medica è rivelativo dei meccanismi di potere, impliciti nell'interazione medico-paziente, in cui s'incontrano due direttrici: una determinata dalla potenza simbolica e sociale del controllo della salute e del corpo femminile, l'altra influenzata dalla cultura delle pratiche mediche come insieme oggettivo, asettico e autofondante.

Pertanto, il contesto ostetrico-ginecologico è quello del potere-sapere entro cui donna e medico si confrontano e che non riguarda solo la loro interazione faccia a faccia, bensì lo sfondo storico e sociale che tale incontro possiede: si tratta di un potere-sapere che permette al medico di definire la situazione in cui avviene l'interazione della visita ostetrico-ginecologica.

Interazioni in sala parto

Il contesto di un 'ospedale di maternità' è certamente diverso da altri, ma stabilisce a priori la cornice dentro cui si svolge la relazione medico-paziente, sottolineando il comportamento di chi ha il potere di definirla[5]. La donna che partorisce in ospedale sta all'interno di una comunicazione di tipo disconfermante, e questo significa che:

lo scambio comunicativo (verbale e non verbale) avviene prevalentemente tra il personale, come se la partoriente non ci fosse: parlano di lei, in sua presenza, usando la terza persona e il verbo volto al passivo per indicare operazioni medico-cliniche che devono eseguire sul suo corpo. Abitualmente non si assumono le informazioni sull'andamento del parto dalla stessa donna ma dalla cartella clinica o da altri operatori;
alle donne vengono date informazioni, consigli e rassicurazioni sbrigative e falsamente tranquillizzanti che non le rendono partecipi di quanto accade. Questo tipo di comunicazione produce una infantilizzazione della donna, verso cui si adotta lo stesso meccanismo che, erroneamente, si adopera con i bambini, dei quali spesso si parla senza rivolgersi direttamente a loro e coniugando il verbo alla terza persona. Gli effetti di questo processo di infantilizzazione portano alla spersonalizzazione e oggettivazione della donna partoriente, il cui corpo può così essere considerato e manipolato come un 'oggetto di lavoro'.
L'ospedale è 'territorio' del personale sanitario e non della donna che partorisce, infatti lo scambio di parole, di sguardi e di gesti avviene in grande prevalenza tra gli operatori. Molto spesso le ostetriche, i medici o le infermiere discutono tra loro di turni e orari, di difficoltà organizzative e di relazioni tra colleghi. Questo tipo di conversazione è molto ricorrente, avviene ovunque nel reparto ma assume un significato specifico in 'sala parto' mentre la donna spinge, nella fase espulsiva del parto, o in 'sala travaglio' mentre si lamenta per il dolore.

Ecco un esempio di dialogo che avviene in un reparto di maternità intorno ad una partoriente per cui ancora gli operatori non sanno se procedere con un taglio cesareo:

Medico1. Anestesista, entrando rivolto all'ostetrica: "È questa da fare?"

Ostetrica. "Così hanno detto".

Medico2. "Ma perché è da fare?"

Medico3. "Ma forse vien giù da solo (il bambino), è quasi completa..."

Gli operatori, quindi, tra loro gli interventi da eseguire sul corpo della donna, senza mai coinvolgerla, come se il discorso riguardasse qualsiasi altro tipo di intervento su un corpo inanimato. Si arriva fino all'utilizzo di espressioni volgari o offensive.

Pertanto, l'utilizzo di un verbo di significato clinico e volto al passivo assume un doppio significato:

passivizzare la donna che non è il soggetto cui deve essere applicato un catetere o eseguito un taglio cesareo, ma l'oggetto che deve essere cateterizzato o cesarizzato[6];
prendere le distanze dal suo corpo, rendendolo un oggetto 'inanimato' di lavoro (come potrebbero esserlo un'automobile, un tavolo, una poltrona …). Così, anche le 'chiacchiere' degli operatori e delle operatrici in presenza della donna, senza coinvolgerla, fanno parte dei medesimi strumenti di difesa dal corpo partoriente.
Questi sono solo alcuni passaggi attraverso cui avviene la costruzione sociale del corpo femminile, gravido e partoriente, all'interno di una cornice istituzionale e medico-ospedaliera. Il linguaggio compie quindi un'azione sociale riproducendo le dinamiche di potere che nello specifico contesto riflettono tanto le relazioni asimmetriche legate al genere, quanto quelle legate al sapere, della medicina e del medico.

Il processo di medicalizzazione, tema centrale dell’analisi sociologica della salute e della medicina, radicalizza tali dinamiche, in cui Peter Conrad individua il potere e l’autorità della professione medica quale elemento propulsore dello stesso processo, sia come 'dominanza professionale' sia come colonizzazione medica, e questa spinta, sottolinea l'autore, è sicuramente vera se riferibile alla medicalizzazione dell’iperattività dei bambini, dell’abuso sui minori, del parto e della menopausa, quindi a fenomeni socio-comportamentali e a eventi fisiologici.

D'altra parte, la medicalizzazione della nascita e della riproduzione umana, segna la dicotomia natura/cultura e interpreta il corpo femminile come "La natura su cui la cultura (maschile) doveva esercitare il suo dominio. In questo senso, in quanto più naturale dei corpi maschili (…)" rappresenta - proprio per la sua capacità riproduttiva - ancora una minaccia e un pericolo e "non è per caso che il corpo femminile sia più medicalizzato di quello maschile, le pratiche di prevenzione più puntuali ed estese, l’autovigilanza che esso richiede più intensa"[7].

 

Riferimenti bibliografici

Cacciari C., Pizzini F., (a cura di), 1985, La donna paziente. Modelli d'interazione in ostetricia e ginecologia, Unicopli, Milano

Colombo G., Pizzini F., Regalia A., Mettere al mondo, FrancoAngeli, Milano, 1987

Conrad P., 2009, Le mutevoli spinte della medicalizzazione, in Maturo A., Conrad P. (a cura di), La medicalizzazione della vita, Salute e Società, anno VIII, n. 2/2009, pp. 36-55

Ehrenreich B., English, D., 1978, For her own good, Anchor Doubleday, Garden City, N.Y.

Freidson E., 2002, La dominanza medica, FrancoAngeli, Milano, (ed. or. 1970)

Lombardi L., 2005, Società, culture e differenze di genere. Percorsi migratori e stati di salute, FrancoAngeli, Milano

Lombardi L., 2013a, "Che 'genere' di riproduzione? Infertilità e relazioni di genere nell’epoca della PMA", in Lombardi L., De Zordo S., (a cura di), La procreazione medicalmente assistita e le sue sfide. Generi, tecnologie, disuguaglianze, FrancoAngeli, Milano

Lombardi L., 2013b, "Interazioni situate e contesti istituzionali", in Costantini W., Calistri D., (a cura di), Ostetrica, Libro III, pp. 1017-1024

Pitch T., 2006, La società della prevenzione, Carocci, Roma.

Pizzini F., 1990, "Introduzione: La prospettiva sociolinguistica", in Pizzini F., (a cura di), Asimmetrie comunicative. Differenze di genere nell’interazione medico-paziente, FrancoAngeli, Milano.

 

NOTE

[1] Il convegno si è tenuto nel dicembre 2014 presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università Federico II di Napoli. Il Convegno è stato promosso dalla Sezione “Studi di Genere” dell’AIS-Associazione Italiana di Sociologia, dall’Università degli Studi di Napoli “Federico II” e dal C.L.A (Centro linguistico di Ateneo) in collaborazione con l’Osservatorio Nazionale Lgbt, G.I.S.C.E.L (Gruppo di Intervento e Studio nel Campo dell’Educazione Linguistica), Arcigay “Antinoo” di Napoli. Preziosa è stata anche la collaborazione del Sindaco della città di Napoli e di alcuni assessori comunali e regionali impegnati, anche nella propria attività istituzionale, nella lotta contro le disuguaglianze basate sul genere e sull’orientamento sessuale.

[2] Contributo di Elisa Zanola

[3] Contributo di Irene Ranaldi

[4] Contributo di Dario Accolla

[5] Si veda: Colombo G., Pizzini F., Regalia A., Mettere al mondo, FrancoAngeli, Milano, 1987. Il volume riporta i risultati di un'ampia ricerca etnografica condotta in 5 ospedali di maternità della città di Milano.

[6] Cateterizzata, cesarizzata sono termini medico-clinici che stanno ad indicare una donna a cui viene applicato un catetere o che è stata sottoposta a un taglio cesareo.

[7] Pitch, 2006, p. 99

 

Cronache del garantista
13 04 2015

E’ arrivato in Gazzetta ufficiale “l’incentivo alla natalità”. 960 euro in un anno, pari a 80 euro al mese, per chi ha reddito inferiore ai 25 mila euro e cifra doppia per chi ha reddito inferiore ai 7 mila euro. Tutto ciò vale per ogni figlio nato tra il 1 gennaio 2015 e il 31 dicembre 2017. E questo è quanto. Qualche tempo fa era il bonus bebè e ora viene definito dall’Ansa il bonus per le “neomamme”. È così rispettata l’attesa di un compenso per gli uteri riproduttivi, com’era tipico ai tempi del fascismo, quando si attribuiva la medaglia d’onore alle madri di famiglie numerose.

Fare figli veniva considerato un atto dovuto, alla patria e allo Stato. La donna doveva partecipare al progetto fascista sfornando pargoli che il più delle volte si chiamavano “Italo” o “Italia”. Il premio agli uteri riproduttivi, come se non esistessero già figli che è impossibile sfamare, assume a mio avviso lo stesso, identico, significato.
Quel che si realizza è una linea politica democristiana, con le donne premiate perché si riproducono e svolgono ruoli di cura, perché quel che è utile al welfare patriottico è che le donne tornino a casa. Da poco le nuove cifre che parlano di disoccupazione delle donne svelano che il processo, lento e inesorabile, di perdita dell’autonomia economica delle donne, ci sta portando a molti anni indietro.

Non ci si preoccupa di restituire alle persone precarie le opportunità per essere indipendenti fuori casa, giacché la maternità dovrebbe essere una scelta responsabile e non un modo per percepire piccole elemosine da parte dello Stato. Non ci si preoccupa di inserire i figli dei e delle migranti in un processo di integrazione che servirebbe a tutti, perché è pur chiaro che le famiglie dei migranti di figli ne fanno ancora. E dunque qual è la paura? Quella di un superamento di una razza sull’altra? Quello della perdita della supremazia bianca e della religione cattolica? E come la mettiamo, appunto, con il fatto che le famiglie dei migranti fanno più figli? Diventerà anche questo un pretesto che crea conflitti sociali?

E che vuol dire quello scarto di denaro tra i sotto reddito da 25mila euro e quelli da 7mila? Come sopravviverebbero quelli che guadagnano meno di 7mila euro con 160 euro al mese per figlio?

È pura follia, altro che “incentivo alla maternità”. Questo è un ulteriore incentivo alla povertà, alla precarietà, perché più bocche hai da sfamare e più tu sei ricattabile e se sei ricattabile accetterai qualunque condizione contrattuale e dunque eccoti a benedire il jobs act senza tentennamenti e critiche di alcun tipo.

Questa è l’Italia in cui si contesta la fecondazione eterologa, l’adozione per le coppie gay o lesbiche e la maternità surrogata. E’ l’Italia con un altissimo numero di obiettori di coscienza negli ospedali e perfino nelle farmacie. Niente contraccettivi, pillola del giorno dopo, ru486, aborto assistito senza che tu viva una via crucis senza fine. Ovvero: devi fare figlia quando non li vuoi e non te li fanno avere quando invece sei pront@ a fare da genitore.
Il bonus è un premio alla famiglia etero, quella che loro chiamano “tradizionale” ed è un insulto per tante donne precarie, me compresa, che non hanno alcuna voglia, tempo, bisogno, di fare figli e che vorrebbero realizzare la propria autonomia economica senza svendere l’utilità del proprio utero.
Vorrei sentire poi quelle donne o quegli uomini così immensamente critici rispetto alla maternità surrogata, perché dicono sia mercificazione, per dare in dote un figlio ad altre coppie, con queste donne che vogliono ottenere un guadagno per la propria capacità riproduttiva. E ditemi, allora, quello che fa questo governo non è perfino peggio? Per me che rispetto ogni libera scelta delle donne non c’è alcun problema. Ma deve essere chiaro che si tratta di mercificazione dell’utero per il bene dello Stato. E’ questa la vendita di un servizio e lo ricordo a chi fa l’espressione schifata quando si parla di vendita di servizi sessuali. Vendere i servizi riproduttivi va bene e quelli sessuali invece no?

E quel che non mi piace è proprio l’istituzionalizzazione della vendita dei servizi riproduttivi. Tanto casino per impedire che vi siano banche di ovuli e spermatozoi. Tanto casino per impedire che le donne decidano del proprio corpo affidando un utero o vendendo servizi sessuali e alla fine si inventa questa sorta di Casa Chiusa delle madri, pagate dallo Stato, per quanto si tratti di una miseria, con un premio alla nostra fragilità, all’essere donne con gli uteri funzionanti, a stabilire una priorità tra madri e non madri, come se i problemi di reddito fossero soltanto delle famiglie con figli.

Durerà due anni e vorrò vedere ministri e presidente del consiglio fare due conti su quanti figli in più ha reso questo “lauto” pagamento. E in ogni caso una domanda resta sospesa: quando saranno finiti i soldi e i figli resteranno sul groppone ai genitori, giacché il desiderio di genitorialità era tutto dello Stato, si piglierà quei bambini o li lascerà a patire in condizioni di estrema povertà?

 

Qual è il legame fra occupazione femminile e aumento delle nascite? In realtà è fondamentale perché più donne lavorano, più mettono al mondo figli. Lo ha capito bene la Francia che dal 2005 con il Piano Borloo è riuscita ad aumentare i posti di lavoro al femminile, ma anche ad aumentarli per tutti, specialmente per i giovani.
Claudia Galimberti, Il Sole 24 Ore ...

Figli, no grazie

Né madri né padri per scelta, non per necessità. E senza rimpianti. Soddisfatti, mentre il resto del mondo (occidentale), etero, single, gay, si affanna nella ricerca di maternità impossibili, tra bambini che non arrivano, bambini mai nati per mancanza di aiuti, prospettive, sostegni. "Il senso materno? Non l'ho mai sentito, perché dovrei vergognarmi ad ammetterlo?", si chiede Annarita, su Facebook, alla pagina "Non voglio avere figli".
Maria Novella De Luca, La Repubblica ...
Raccomandato a ogni neonato, salvavita per i prematuri, sempre più ambito: ormai la tariffa arriva a 100 euro al litro. Negli Usa è venduto sui siti mescolato a quello di mucca e spesso risulta contaminato. I timori anche in Italia di un mercato a rischio. [...] Il fenomeno della compravendita online è ancora prettamente anglosassone.
Elena Dusi, La Repubblica ...

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