Se ti chiederanno a chi assomiglia


Tutti gli incubi che tormentano le madri che dai secoli dei secoli hanno percorso corridoi in punta di piedi, al buio per non svegliare nessuno, fino a posare la mano sulla schiena del figlio che dorme per essere sicura che respira. [...] Il dopo, nel mondo delle mamme che contano tantissimo per le marche che producono biberon e passeggini e biscottini per lo svezzamento, quelle che ci dicono care, ecco il vostro spazio, parlate pure, il dopo, nel mondo dei forum sponsorizzati o no, ha un aspetto uguale per tutte, che forse un tempo si svolgeva nei giardini pubblici o all'ingresso delle scuole.
Loredana Lipperini, Il Fatto Quotidiano ...

Il Fatto Quotidiano
04 02 2015

Meno vergogna e più prevenzione. Così la depressione in gravidanza e post partum (tema affrontato anche nel progetto de ilfattoquotidiano.it Tutto parla di voi) esce allo scoperto. In Italia delle 550mila che partoriscono ogni anno, 80mila (cioè una su sette) accusano i sintomi. Ma solo una su quattro riceve un trattamento adeguato. Nella maggioranza dei casi (66mila) il disturbo viene trascurato, a volte neppure riconosciuto. Che l’istinto materno prevalga su qualsiasi altro stato mentale è una convinzione errata ancora molto diffusa. All’origine c’è un senso di frustrazione e di insicurezza di lunga data che la maternità porta a galla e peggiora, compromettendo la relazione tra madre e figlio.

In prima linea nell’aiuto delle madri più in difficoltà è la Regione Lombardia, che due anni fa ha lanciato un progetto pilota di assistenza a domicilio. Un team di professioniste del Centro psiche donna dell’ospedale Fatebenefratelli di Milano, composto da una pediatria neonatologa, una psichiatra, una psicologa cognitiva, e i volontari dell’associazione per la salute mentale Itaca si sono presi cura di 20 nuclei familiari. Soprattutto stranieri, poco integrati e in condizioni economiche disagiate.

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“Abbiamo garantito visite mensili e sono stati creati dei gruppi di terapia anche per i padri – spiega Claudio Mencacci, direttore del progetto e del dipartimento di Neuroscienze del Fatebenefratelli -. L’intervento ha funzionato, per questo abbiamo chiesto alla Regione di farlo durare fino a ottobre (la scadenza era fissata a febbraio, ndr). Ci auguriamo che poi diventi un modello di cura definitivo. Che magari coinvolga anche gli altri centri d’eccellenza, sparsi nelle varie regioni, che nel 2010 hanno aderito al progetto ‘Depressione in gravidanza e nel post partum’ promosso da Onda, l’Osservatorio nazionale per la salute della donna, con il patrocinio della presidenza del Consiglio e il ministero della Salute”. Da cui è nato il portale Depressionepostpartum.it, punto d’appoggio per le neomamme in crisi, che offre un’analisi del problema e previa registrazione consente all’utente di rivolgere domande a degli specialisti in forma anonima.

Il Centro psiche donna, undici anni fa, è stato uno dei primi in Italia ad attivarsi. “Abbiamo dato legittimità alla patologia – sottolinea Roberta Anniverno, psichiatra e psicoterapeuta del laboratorio -. Dopo le campagne di sensibilizzazione, il trend delle pazienti è in crescita. In media ne assistiamo 100/150 all’anno”. Il target? “Donne di medio e alta estrazione sociale, con ruoli dirigenziali, coniugate, età compresa tra i 35 e 40 anni, molte alla prima gravidanza. Gli appuntamenti sono settimanali o una volta ogni 15 giorni – aggiunge -. La psicoterapia spesso è affiancata alla cura farmacologica e dura fino ai due anni di vita del bambino”. Quali sono i sintomi più comuni? “Lo stato depressivo si manifesta gradualmente, con crisi di pianto, la percezione di non essere adeguata a fare la mamma, l’umore cattivo, insonnia, inappetenza, igiene e look trascurato, disinteresse nei confronti del bambino, magari si dimenticano di cambiarlo, lavarlo, portarlo dal pediatra”.

Le cause sono molteplici. Tra queste Anniverno individua una predisposizione genetica, condizioni familiari di disagio, la solitudine. “Magari hanno già espresso il loro malessere al medico o al marito ma sono state ignorate”. I rischi per la donna che trascura la depressione “è l’incapacità di costruire attaccamento affettivo con il bambino e di trasmettergli stabilità emotiva”. Nei casi più estremi, “sorgono pensieri autolesivi per sé”.

L’infanticidio, invece, dipende da cause diverse. “Non c’entra con la depressione, ha a che fare con disturbi deliranti o altre psicopatologie più gravi”. Il pericolo per il bambino è quello “di sviluppare una personalità ansiosa e che sia capriccioso, un modo per attirare l’attenzione della madre assente”. Perché della depressione post partum se ne parla solo adesso? “Perché si è infranto lo stereotipo secondo cui la nascita di un figlio rappresenta per forza lo scopo della vita di una donna. Non è così per tutte infatti. E non è vero che aumentando il progesterone nel sangue la donna è per forza più felice. Francia, Inghilterra, Germania e altri Paesi del nord Europa ci sono arrivati prima di noi. Là da 30 anni esistono delle unità di ricovero per mamma e bimbo, private e pubbliche, di una decina di letti”.

Silvia, 48 anni, di Viterbo racconta: “Sono rimasta incinta nel 2002. Soffrivo già di depressione, l’attesa di mia figlia l’ha esasperata. Ero convinta che diventare madre fosse la soluzione, mi ero sbagliata”. Silvia era entrata in uno stato di apatia, “di morte cosciente”, lo definisce lei. “Quando è nata la bambina non riuscivo a prenderla in braccio, non la stimolavo, non le trasmettevo amore, avevo paura di tutto”. Allora si è trasferita a casa dei genitori per essere aiutata. “Per i primi due anni non mi sono sentita una madre. A un certo punto ho capito che dovevo prendere in mano la situazione. Sono andata da uno psichiatra, ho fatto un anno di sedute e due mesi di terapia con gli psicofarmaci. Poi sono rinata, oggi il rapporto con mia figlia è ottimo”.

A segnare il cambio di rotta è un’altra iniziativa: Rebecca blues, il primo social network per la cura e la prevenzione della depressione in gravidanza e perinatale, pensato da Strade onlus e Rebecca fondazione e presentato a Roma lo scorso ottobre. Si tratta di una app per smartphone e tablet, che è già stata scaricata da oltre 200 utenti e con cui le mamme possono iniziare un percorso di formazione, monitoraggio e autodiagnosi con il supporto di un medico. Partirà presto un progetto di screening nazionale che vede come capofila l’ospedale San Camillo di Roma. “È uno strumento che rispetta l’intimità della donna – dichiara Antonio Picano, dirigente psichiatra del San Camillo – e al contempo valorizza il legame con il suo medico di fiducia, a scelta tra quello di base, il ginecologo, lo psichiatra e il pediatra”.

27Ora
02 02 2015

«Il più grande desiderio è avere un secondo bambino. Non per me ma per dare un fratello a mia figlia Ilaria, gravemente ammalata di fibrosi cistica. E lo vorrei in salute, questo bambino. Le sembra una grande pretesa, la mia?».

No, non lo è. Rosita è sposata con Walter, portatore sano, come lei, della terribile malattia genetica trasmessa inconsapevolmente alla primogenita che ora ha otto anni e vive tra casa e ricoveri. L’unico modo per non rischiare di mettere al mondo una seconda creatura sofferente è la diagnosi preimpianto degli embrioni, vietata in Italia alle coppie fertili. Però Rosita e il marito non si sono arresi. Dopo una lunga battaglia giudiziaria condotta anche in Europa, con un ricorso alla Corte per i diritti dell’uomo di Strasburgo vinto nel 2012, hanno ottenuto a settembre 2013 dal Tribunale civile di Roma una sentenza che ordina alla Asl Rm A di eseguire l’esame. L’ospedale S. Anna cui i genitori si sono rivolti ha però risposto solo in parte alle richieste dei giudici.

Rosita ha la voce stanca mentre racconta le mortificazioni, il dolore e le rinunce di questi anni. Le parliamo in un giorno particolare. Ha appena saputo che Ilaria dovrà di nuovo essere ricoverata al Bambin Gesù per un problema ai polmoni, l’organo più martoriato dalla fibrosi cistica. È diventato una spugna che trattiene batteri insidiosi.

Cosa è successo da quando due anni fa il Tribunale ha dichiarato il vostro diritto alla procreazione medicalmente assistita e alla selezione degli embrioni con diagnosi preimpianto?
«A maggio dello scorso anno in effetti ho fatto un primo tentativo al S.Anna. È andata male. Su tre embrioni solo uno non aveva difetti ed è stato trasferito. La gravidanza però non è cominciata. A novembre abbiamo chiesto di provare con un secondo ciclo, come ci autorizza il Tribunale. Nessuno ci dà ascolto tranne il direttore del centro, il dottor Antonio Colicchia che cerca di aiutarci. Inventano scuse, ci illudono dicendoci che è tutto a posto. E noi continuiamo ad aspettare. Credo sia una questione di soldi. La diagnosi sull’embrione viene eseguita in un laboratorio privato a spese della Asl».

Aspetterete ancora?
«Ho 38 anni, un’età in cui la donna diventa mamma difficilmente. La fecondazione artificiale è l’unica speranza. Ho abortito già una volta dopo essere rimasta incinta in modo naturale e aver scoperto che il bambino aveva la fibrosi. Non me la sono sentita di far nascere un’altra creatura destinata a sofferenze e strazio. Ilaria ha una forma gravissima, la più aggressiva, devastante, si nutre di antibiotici. Ecco, se non mi fermo qui è per farla felice. Voglio regalarle gioia in ogni modo. Abbiamo avuto il permesso di ricoverarla due giorni più tardi per non farle saltare una festa mascherata».

Se non ci fosse Ilaria lei si sarebbe già arresa?
«Ne abbiamo passate troppe fra promesse e rinvii. Siamo allo stremo. Dopo il primo tentativo andato male hanno avuto perfino il coraggio di dirci che avremmo dovuto metterci in lista di attesa per il secondo trattamento, ricominciare da capo».

Dal tono lei sembra rassegnata. Ha perso mordente?
«Assolutamente no. Con Walter abbiamo deciso di non rinunciare, di non arrenderci alla burocrazia. Siamo vittime di una profonda ingiustizia. Non chiediamo un bambino con gli occhi azzurri e i capelli biondi. Desideriamo semplicemente che non sia così malato. Perché devono impedirlo?».

Avete mai pensato di andare in una clinica privata?
«Mio marito ha uno stipendio di 1600 euro al mese e fa il turno di notte per accompagnare me e la bimba in ospedale. Io ho smesso di lavorare per stare con Ilaria. Non possiamo permetterci altri sacrifici economici e neppure di andare all’estero dove si pagano prezzi bassi. Ci stanno prendendo in giro. È una crudeltà».

La Asl romana attraversa una fase a dir poco caotica, come tutta la boccheggiante sanità laziale. Al posto del direttore generale Camillo Riccioni è arrivato un commissario straordinario, Ernesto Petti. Per Rosita e Walter nulla è cambiato. Ancora rinvii e finte rassicurazioni. Colicchia il 1 marzo lascerà il centro, depauperato di personale, risorse e attrezzature. Le coppie che si mettono in lista adesso per un trattamento aspettano due anni.

 

Il paese dei cesarei

  • Giovedì, 29 Gennaio 2015 17:08 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Gina Pavone, Ingenere.it
28 gennaio 2015

Si nasce grazie al bisturi, da noi molto più che altrove, e in particolare al sud. L'Italia continua a essere il paese dei parti cesarei, con una percentuale che supera di gran lunga la media europea, ma anche quella di Usa e Canada. Secondo i dati appena pubblicati dall'Istat nel report "Gravidanza, parto e allattamento al seno", la percentuale italiana dei cesarei è pari al 36,3% nel 2013,

Il paese dei cesarei

  • Mercoledì, 28 Gennaio 2015 13:05 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere.it
28 01 2015

Si nasce grazie al bisturi, da noi molto più che altrove, e in particolare al sud. L’Italia continua a essere il paese dei parti cesarei, con una percentuale che supera di gran lunga la media europea, ma anche quella di Usa e Canada. Secondo i dati appena pubblicati dall’Istat nel report “Gravidanza, parto e allattamento al seno”, la percentuale italiana dei cesarei è pari al 36,3% nel 2013, oltre il doppio di quella raccomandata dall’Organizzazione mondiale della sanità, e superiore di quasi 10 punti percentuali rispetto alla media Ue (26,7% nel 2011).


In parte, ma solo in parte, le ragioni vanno cercate nell’aumento dell’età media al parto, passata da 30,6 anni nel 2000 a 32 nell’anno scorso. Tant’è che la quota massima di parti chirurgici avviene tra le over 40, con il 47,2%. Ma la percentuale è decisamente alta, 30,1%, anche tra le venticinquenni. E comunque si ricorre alla chirurgia di più al sud (45,2%), dove l’età media al parto è un po’ più bassa che al nord (31,3 rispetto ai 32,2 anni al nord).


Sarà allora che le italiane soffrono di più di patologie legate alla gestazione, per le quali si raccomanda di procedere al taglio cesareo? Non proprio, vista la “bassa diffusione di queste patologie”, si legge nel report. La percentuale di cesarei è particolarmente alta nelle strutture private: 64,6% contro 33,4% delle strutture pubbliche.

Come mai allora la forte tendenza italiana? Molto ci sarà di “medicina cautelativa”, cioè di scelte fatte dai medici per tutelare innanzi tutto loro stessi e la loro reputazione, e difendersi da cause e richieste di risarcimenti. Ma ancor più c’è di economico, considerando che non si sta parlando solo di salute ma anche di soldi. In più occasioni è stata denunciata la tendenza delle strutture sanitarie a passare per la via più “complessa”, come quella chirurgica, non per ragioni cliniche ma solo per avere rimborsi maggiori. Scelta che sembra in voga in particolare con le nascite, tanto che la modalità con cui si partorisce è considerata un indice di appropriatezza sanitaria. I dati dei casarei italiani sono talmente alti da lasciar temere una precisa strategia adottata dai dirigenti sanitari per ottenere rimborsi più elevati da parte del sistema sanitario nazionale. Una tendenza in atto in tutta Europa e non solo per i parti, ma particolarmente eclatante in Italia. (gina pavone)

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