Indennità di maternità, paghi direttamente l'Inps

  • Lunedì, 19 Gennaio 2015 12:48 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere
19 01 2015

La legge prevede che il datore di lavoro anticipi, per conto dell'Inps, il trattamento economico riservato alle donne in maternità. Ma molti versano il dovuto con parecchio ritardo, trattengono una parte o addirittura si rifiutano di pagare. Eppure per mettere fine ai soprusi basterebbe che a occuparsene fosse direttamente l'istituto di previdenza, eliminando un inutile passaggio

Oggi più che mai cresce il numero delle donne che preferisce rimandare la gravidanza. Oltre ai problemi imposti dalla crisi, le lavoratrici sono consapevoli che una volta diventate madri, le probabilità di mantenere il proprio posto di lavoro o trovarne un altro si riducono notevolmente. Intanto, continua l’allarme sulla contrazione dei tassi di natalità, enorme problema per le civiltà occidentali. L’Italia, assieme alla Germania, alla Grecia e al Portogallo è il paese dell'UE dove si fanno meno figli (8,5 figli ogni mille abitanti) (1). Il rapporto annuale Istat del 2014 conferma che le criticità rispetto al mercato del lavoro legate alla nascita di un figlio si sono accentuate nel corso degli ultimi nove anni. Nel 2012, il 22,3% delle donne che lavoravano al momento della gravidanza non lavoravano più a due anni dalla nascita del figlio, fenomeno in peggioramento rispetto al 2005 quando lo stesso valore era pari al 18,4 per cento.

Purtroppo le paure delle lavoratrici sono fondate, come dimostra un fenomeno alquanto diffuso nel nostro paese. Molte neo-mamme in seguito alla nascita del figlio non si sono viste riconoscere il diritto all’indennità economica di maternità previsto dal decreto legislativo sui congedi di maternità e paternità n. 151 del 2001 e sue modifiche. Nei cinque mesi di astensione obbligatoria dal lavoro (due prima del parto e tre dopo, o nel caso si ricorra al congedo flessibile, un mese prima della nascita e quattro dopo), alla lavoratrice spetta un’indennità di maternità pari all’80% della retribuzione giornaliera calcolata sulla base della paga dell’ultimo mese di lavoro precedente l'inizio del congedo. La Tabella 1 fornisce un quadro sintetico dei casi previsti dalla legge.

Il problema sorge per le lavoratrici dipendenti del settore privato per le quali la legge prevede che il pagamento venga anticipato per conto dell’Inps in busta paga dal datore di lavoro, salvo successivo conguaglio con i contributi che lo stesso è tenuto a versare all’ente previdenziale. Questo meccanismo spesso finisce per mettere in discussione la certezza del diritto all’indennità di maternità, trasformandolo in un “atto di favore” che il datore di lavoro fa alle proprie dipendenti. Il fenomeno è andato accentuandosi in questi anni di crisi, soprattutto nel Mezzogiorno. Molti sono i casi denunciati presso le sedi sindacali, dagli ispettorati del lavoro territoriali e dalla giurisprudenza. Se è vero che tale mal costume è molto diffuso (2), sarebbe necessario lanciare l’allarme e far sì che lo stato cambi le regole del gioco e faccia in modo che chi specula su certe situazioni non venga più messo nelle condizioni di farlo.

Indicativo è stato il caso di qualche anno fa, denunciato su alcuni quotidiani, che vide coinvolto un noto imprenditore del settore moda donna (che paradosso!). Secondo le denunce, al momento in cui una sua dipendente gli comunicava di dover andare in maternità anticipata per rischio d’aborto, questo avrebbe prima alzato la voce e rimproverato la sua dipendente e poi non le avrebbe versato gli stipendi comprensivi delle somme per l'indennità di maternità, nonostante le altre colleghe fossero pagate regolarmente. La storia è terminata con l’accordo tra le parti dal quale si evinceva il pagamento di tutto quanto era dovuto alla dipendente, ma intanto questa perdeva il suo posto di lavoro (3).

Casi di questo tipo sono diffusissimi. Basta andare sui numerosi forum della rete dedicati alle mamme per conoscere tante simili storie, in cui ogni volta le mamme lamentano la difficoltà di recuperare le somme a titolo d’indennità di maternità dal proprio datore di lavoro.

C’è chi denuncia ritardi nei pagamenti anche di 18 mesi e a seconda delle esigenze finanziarie del proprio datore di lavoro. Chi, invece, nel rivendicare le somme spettanti per legge, non è riuscita ad evitare situazioni di conflitto con l'impresa e ha dovuto subire le dimissioni o il licenziamento.

C’è chi il proprio diritto l’ha dovuto barattare con un altro diritto, per evitare di cadere in conflitto con il proprio datore di lavoro e ritrovarsi disoccupata, situazione particolarmente problematica in questo periodo di crisi economica, quindi di carenza di posti di lavoro vacanti. In molti casi, la lavoratrice è scesa a compromessi accettando di lasciare parte delle somme che le erano dovute al proprio datore di lavoro.

In particolari territori, poi, dove c’è un elevato grado di criminalità organizzata, si sono verificati anche episodi estremi. In una comunicazione personale agli autori, una neo mamma ha denunciato che dopo aver intrapreso una procedura legale per ovviare al mancato pagamento da parte del suo datore di lavoro delle somme che le spettavano a titolo d’indennità di maternità per astensione obbligatoria dal posto di lavoro è stata avvicinata da persone poco raccomandabili che l’hanno minacciata e spinta a ritirare la procedura e a trovare un accordo con il proprio datore di lavoro.

L’esistenza di questo problema è stata confermata nelle nostre indagini presso i responsabili degli uffici vertenza legale presso le varie sedi sindacali provinciali e regionali della Campania. Tutti hanno affermato che ogni anno arrivano numerosissime denunce agli uffici vertenze in cui la neo-mamma lavoratrice dichiara di non avere ricevuto totalmente o parzialmente dal proprio datore di lavoro le somme dovute a titolo d’indennità di maternità e nella maggior parte dei casi la denuncia arriva quando la donna è stata già costretta a dare le dimissioni per mancato pagamento. Qualcuno ha affermato, inoltre, che queste difficoltà non riguardano solo le mamme, ma sono diffuse anche tra gli altri lavoratori che spesse volte non riescono ad ottenere dai propri datori di lavoro i pagamenti di malattie, assegni familiari o addirittura rimborsi Irpef in sede di conguaglio fiscale.

A causa del meccanismo di rimborso anticipato dal datore di lavoro, quest’ultimo può ritrattare diritti sociali che lo stato garantisce ai suoi lavoratori. Questo meccanismo è già di per sé ingiustificabile, e lo è ancor di più per l’indennità di maternità, poiché riguarda una retribuzione che si espleta al di fuori dell’attività lavorativa. La neo-mamma, infatti, non dovrebbe rivolgersi al datore di lavoro per il pagamento delle somme che lo stato le riconosce e le paga durante il periodo di astensione obbligatoria dal lavoro. La maternità è un diritto che la legge assicura al di fuori del rapporto lavorativo. Tanto da essere riconosciuta anche alle disoccupate.

Eliminare il passaggio del pagamento da parte del datore di lavoro sarebbe una vittoria per tutte le mamme. Mentre al legislatore, per tutelare le lavoratrici, basterebbe una legge estremamente semplice che affidi il pagamento dell’indennizzo economico all’Inps direttamente alla donna beneficiaria, come succede già per le lavoratrici stagionali, lavoratrici dello spettacolo con occupazione saltuaria, del settore agricolo, colf, badanti e disoccupate e così come previsto dal Testo Unico Maternità-Paternità. In tutti questi casi, esercitare un diritto sacrosanto come quello della maternità non significherebbe piegarsi alla volontà e alle esigenze del proprio datore di lavoro.

 

 

Note
(1) I tassi di natalità più elevati si registrano, invece, in Irlanda (15 su mille), Francia (12,3 per mille), Regno Unito (12,2), Svezia (11,8) e Lussemburgo (11,3).

(2) È in corso una raccolta e un’elaborazione di dati richiesti a vari enti ed istituti al fine di quantificare il fenomeno del mancato pagamento delle varie indennità dai datori di lavoro del settore privato (malattie, assegni familiari, bonus, rimborsi Irpef) ma soprattutto quella prevista in caso di maternità per la lavoratrice. L’obiettivo della ricerca è capire quanto sia diffuso il fenomeno, se riguarda solamente le piccole imprese oppure anche le medie e grandi imprese e se è localizzato nel Mezzogiorno ovvero riguarda l’intero paese.

(3) Altro caso clamoroso e denunciato dal segretario provinciale della UIL Funzione Pubblica di Teramo, Alfiero di Giammartino, è quello della Nike Srl di Teramo, società a cui era affidato il servizio cup dell’Asl di Teramo. La cosa grave è che si tratta del settore di appalti e servizi pubblici dove la disciplina sulla trasparenza, correttezza e buona fede dovrebbero escludere assolutamente il verificarsi di certi episodi: http://www.iltempo.it/abruzzo/2014/10/12/l-azienda-trattiene-i-soldi-del...

 

Bimbo nato da due mamme, legale anche in Italia

  • Mercoledì, 07 Gennaio 2015 14:20 ,
  • Pubblicato in Flash news

UNAR
07 01 2015

La Corte d’Appello di Torino ha ordinato la trascrizione del certificato di nascita di un bambino nato da due donne in Spagna. Una “storica decisione” la definisce il portale di studi giuridicisulla famiglia e l’identità di genere Articolo29.it che commenta oggi la notizia: “Nella specie una donna italiana ed una spagnola avevano avuto un bambino a Barcellona: la donna italiana aveva trasferito il proprio ovulo alla spagnola che, dopo fecondazione con seme proveniente da un donatore, aveva portato a termine la gravidanza. La Corte ha sancito che il bambino, dunque, è figlio di due madri anche per la legge italiana.

Si tratta del primo caso per il nostro Paese: in agosto il Tribunale per i minori di Roma aveva consentito ad una co-madre di adottare il figlio della compagna, oggi vi è un passo avanti col riconoscimento della doppia maternità sin dalla nascita. La Corte ha ribaltato la decisione del tribunale di primo grado che aveva ritenuto la contrarietà della trascrizione all’ordine pubblico, poiché ha ritenuto che nella specie vi è il preminente interesse del minore a mantenere uno stabile rapporto con entrambe le madri. L’interesse del bambino deve essere riconosciuto a maggior ragione tenuto conto che le due donne, sposate in Spagna, sono attualmente divorziate e che senza la trascrizione dell’atto di nascita il bambino, affidato dal Tribunale di Barcellona ad entrambe le madri,non sarebbe italiano e non potrebbe venire in Italia con la mamma italiana”.

La guerra di tutti i giorni. Maternità e lavoro in Italia

  • Mercoledì, 31 Dicembre 2014 12:53 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere.it
31 12 2014

Non è vero che di mamma ce n’è una sola, almeno se si parla delle mamme in lotta: con il mercato del lavoro, con i servizi e l’organizzazione che mancano, con il welfare praticamente inesistente, specie in certe zone del paese. Sono tante le Guerriere, titolo di un volume edito da Chiarelettere, a firma della giornalista Elisabetta Ambrosi. Sono di tanti tipi diversi quanti sono i contratti e le situazioni spiacevoli che l’attuale mercato del lavoro riesce a creare per le mamme, come emerge nelle tante storie riunite nel libro, raccolta di voci e testimonianze, quasi racconto corale di quali e quante campali battaglie comporti, in Italia, lavorare e essere madri. Ne parliamo con l’autrice

- Delle tante storie che hai raccolto, quale ti sembra la più emblematica della guerra tra maternità, lavoro e ‘sabotatori' vari?

Quella di Maria, cui dopo la gravidanza non hanno rinnovato il contratto e che, pur in cerca di lavoro, si vede rifiutare un posto al nido per il bambino perché disoccupate, casalinghe e in cerca di lavoro sono messe sulle stesso piano dal suo comune di residenza. Come se una che cerca lavoro potesse tenere il bimbo tutto il giorno! E come se il nido non fosse uno strumento formidabile per i bambini, invece di un posto dove tenerli e basta.

- Perché un paragrafo è intitolato "dimmi che contratto hai e ti dirò che gravidanza avrai"?

Perché oggi le donne pianificano i figli in base ai contratti. Perché le lavoratrici dipendenti, che pure hanno problemi enormi di conciliazione di tempi e cura, statisticamente oggi fanno più figli, mentre le lavoratrici autonome ricevono rimborsi ridicoli per i mesi di gravidanza. E ci sono donne che addirittura cercando di pianificare una gravidanza in modo che non coincida con la fine del contratto.

- Come se non bastasse la disparità determinata dai contratti e dalle condizioni lavorative, c'è anche una cospicua differenza territoriale: dimmi in che città vivi…

Questo dato ormai è tanto incontrovertibile quanto assurdo. Il federalismo all'italiana si è tradotto in una giungla di diversità tra regione e regione, città e città, per cui è diversissimo, in termini di qualità della vita, essere madri a Bolzano o a Napoli. Bisognerebbe forse tornare indietro, perché se un diritto è un diritto, dovrebbe essere tale su tutto il territorio nazionale, no?

- Quali nuove strategie di sopravvivenza hai registrato nelle tue indagini?

Le donne, e mamme, italiane sono vitali, creative, resistenti e abbastanza allegre, nonostante la condizione femminile in Italia non sia bella, tra stereotipi che resistono, lavoro frammentato, stipendi impari e servizi assenti. La principale strategia è, ovviamente, ricorrere al welfare familiare, cioè all'aiuto di nonni e suoceri. Non sempre è facile, comunque ci vuole umiltà e molta capacità di comunicazione e di relazione, nelle quali le donne eccellono. Poi c'è anche la capacità di organizzarsi tra madri, ad esempio a scuola, magari alternandosi nel prendere i figli a scuola. Gli esperimenti più nuovi e creativi sono quelli che riguardano il cohousing, famiglie che ristrutturano una casa grande e vivono insieme, o forme di welfare inter-familiare e gruppi di autoaiuto materiale che cominciano a diffondersi sempre di più.

- Si può sopravvivere senza nonni a portata di mano o e una specie di utopia?

Beh, dal mio punto di vista di mamma fortunata, è dura, a meno che non si abbia davvero una grande disponibilità di risorse, perché sempre di più i servizi si comprano sul mercato privato, e costano molto, visto che le deduzioni - ad esempio per asili e baby sitter - sono ridicole. L'alternativa spesso è che la mamma lascia il lavoro o non lavora, per dedicarsi totalmente ai bambini. Ma questo, anche se soggettivamente può portare una relativa serenità, è un impoverimento sociale complessivo.

- Il bebè è un salasso, e nei gracili bilanci di coppie con lavori sempre più precari e mal pagati il figlio non ci sta materialmente. Tant'è che la statistica ha registrato un crollo delle nascite acutizzato dalla crisi. Come si barcamenano invece quelli che il bambino lo fanno nonostante il maggiore rischio di povertà?

Direi che il principale mezzo per difendersi dalla povertà oggi è…non fare figli! La paura di non farcela materialmente spinge tantissimi uomini e donne a restare senza. Anche da questo punto di vista, quando il figlio c'è, le strategie sono molte - vestiti usati, frutta e verdura comprata all'ingrosso, utilizzo condiviso della macchina e tante altre cose ancora - ma il problema non sono solo le difficoltà materiali, ma soprattutto l'orizzonte, la prospettiva, che non è una prospettiva di fiducia e di speranza. Il lessico della crisi, fatto di tagli e tagli, spending review, risorse che mancano, fa peggio di cento euro in più al mese.

- Dunque per fare un figlio oggi ci vuole una buona dose di coraggio, mischiato forse a incoscienza. Si più passare dal diffuso “ma chi me lo fa fare”, al “ce la posso fare”? E come?

Facendo prevalere il sentimento e il desiderio sulla ragione e sull'analisi razionale della situazione. Il problema è sempre questo, trovare un compromesso tra principio del piacere, fare un figlio, e principio di realtà. Molti dicono che per fare un figlio basta volerlo, ma solo in parte è vero. Riconoscere le difficoltà reali aiuta uomini e donne anche a non sentirsi colpevoli e sbagliati. Diciamo che la fase del "ce la posso fare" si sposta sempre più avanti, alla soglia dei quarant’anni quasi, ma alla fine fare figli sempre più tardi produce un boomerang. Basti pensare spesso ai nonni, che sono molto vecchi, e quindi non solo non possono aiutare ma magari hanno loro stessi bisogno di aiuto.

Non è solo una questione di sussidi materiali, di soldi, ma di percezione della vicinanza o lontananza delle istituzioni, anche quelle più vicine. Insomma spesso basterebbero cose come un parco curato sotto casa per aiutare le famiglie. Un altro esempio è il car sharing. Nella mia città, Roma, ce n'era uno del comune, mal funzionante e poco pubblicizzato. Sono arrivate due aziende private che in pochi mesi hanno fatto più per le famiglie, guadagnando, di quanto non abbiano fatto tutti gli assessori alla mobilità. Un po' grottesco, no?

Sempre meno mamme, sempre meno bambini

  • Lunedì, 22 Dicembre 2014 15:19 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere.it
22 12 2014

Lo scorso anno in Italia sono nati 514.308 bambini. Un dato, quello delle nascite, in costante diminuzione dal 2008, associato a un tasso di fecondità totale (cioè il numero medio di figli per donna) è di 1,39, in lieve calo. Sono gli ultimi resi disponibili dall'Istat in un report da poco pubblicato sulla natalità in Italia. L’analisi più approfondita su chi fa figli (coppie italiane, miste e straniere; sposate o non) e in quali regioni arricchisce il quadro e ci racconta la storia di una fecondità ormai assestata su livelli bassissimi (sotto un figlio e mezzo in media dai primi anni ’80), ma all’interno di un sistema di “fare famiglia” in grande mutamento.

I fatti: meno nascite sia da genitori italiani che stranieri, meno da genitori coniugati ma più da genitori non coniugati

Il numero totale dei nati è calato di quasi 20mila unità rispetto all’anno precedente, confermando una progressiva riduzione della natalità (oltre 62 mila nascite in meno a partire dal 2008). Questo calo è generalizzato, nel senso che sono nati meno bambini rispetto all’anno precedente sia da genitori italiani, sia da coppie con un genitore straniero o entrambi i genitori stranieri. La diminuzione però è più marcata per le nascite da entrambi i genitori italiani (con un calo di oltre 16 mila nati rispetto al 2012 e di oltre 70 mila nell'ultimo quinquennio). Questo avviene in larga misura perché le donne italiane in età feconda sono sempre meno numerose, più che per il fatto che si fanno in media meno figli. La fecondità media delle italiane, infatti, è scesa a 1,39, ma era solo lievemente più alta negli anni precedenti (1,42 nel 2012 e 1,45 nel 2008). È il contingente stesso delle potenziali madri ad essere in calo: quasi definitivamente uscite dall’età riproduttiva le donne nate negli anni ’60 del baby boom (ormai in media cinquantenni), le donne che fanno figli oggi in Italia sono nate per la maggior parte negli anni ’80, quando la fecondità era già in forte calo. L’età media alla nascita dei figli (anche questa – tra l’altro – ancora in ulteriore aumento) è, infatti, di 32,1 anni.

Anche i nati con almeno un genitore straniero, che ammontano a poco più di 104 mila nel 2013, pari al 20,2% del totale dei nati a livello medio nazionale, mostrano segnali di cedimento (più di 3.200 in meno rispetto al 2012). Diminuiscono in particolare i nati con entrambi i genitori stranieri, scesi a poco più di 77.700 unità nel 2013, quasi 2.200 in meno rispetto al 2012. Il tasso di fecondità totale delle donne straniere ammonta nel 2013 a 2,1 figli per donna in media, in costante calo dai 2,6 figli in media del 2008. E l’età media delle straniere alla nascita dei figli cresce in un quinquennio di un anno, arrivando a 28,5 anni.

Solo i nati da genitori non coniugati non diminuiscono e si mantengono intorno a 133 mila nel 2013; inoltre, a causa della forte diminuzione dei nati da coppie coniugate il loro peso relativo è salito ancora e raggiunge il 25,9%.

Il commento: tra nascite fuori del matrimonio e differenze regionali... nessuna sorpresa!

Ormai non è più una sorpresa che oltre un bambino su quattro nasca in Italia da genitori non coniugati, ma certo il dato fa impressione nel paese prevalentemente cattolico della famiglia “forte” (Mencarini 2011). La progressione è stata rapidissima: da 2 nascite fuori dal matrimonio ogni cento nascite nel 1970, al 10% nel 2000, al 26% nel 2013. Tra l’altro sono più gli italiani che gli stranieri a cambiare il modo di “fare famiglia” e a trascinare l’aumento delle nascite fuori dal matrimonio.


Meno matrimoni, meno nascite all’interno del matrimonio. Si cominciano ad avvertire in modo evidente le conseguenze del forte calo del numero di matrimoni registrato negli ultimi anni. Nel 2013 sono stati infatti celebrati in Italia meno di duecentomila matrimoni (13 mila in meno rispetto al 2012, 53 mila in meno negli ultimi cinque anni). E i nati all'interno del matrimonio scendono per la prima volta sotto quota 400 mila: nel 2013 non arrivano a 381 mila, quasi 83 mila in meno in 5 anni.

Il declino del numero dei matrimoni inizia negli anni Settanta e prosegue poi sino ai bassi livelli attuali: si passa dagli oltre 300 mila matrimoni nel 1991 a quasi 250 mila nel 2008, fino a poco più di 194 mila nel 2013 (Istat, 12 novembre 2014).

La secolarizzazione dei costumi e quindi anche del modo di “fare famiglia” segue in Italia una tendenza che è già diffusa da qualche decennio nel resto dell’Europa, soprattutto continentale e nordica. Tuttavia, alle motivazioni “ideologiche”, se ne potrebbero essere aggiunte recentemente anche alcune per così dire “pratiche”, anche a seguito della crisi economica. Qualche anno fa il progressivo cambiamento nei progetti degli italiani in tema di formazione della famiglia a seguito della crisi economica fu etichettato come uno “sconvolgimento dei piani” (De Rose et al. 2011). Da questo punto di vista, un’ipotesi interessante è stata tracciata recentemente da un gruppo di giovani che hanno partecipato a una serie di focus group condotti a Firenze (Salvini e Vignoli 2014). Alcuni partecipanti (sia uomini che donne, sia laureati che diplomati) hanno accomunato la valutazione dei costi del matrimonio con quella di avere un figlio. L’idea che il matrimonio (soprattutto quello celebrato in chiesa) “costi molto” è largamente diffusa. Pertanto l’aspetto economico è decisivo nel momento in cui tutte le risorse vengono investite per un figlio e non è possibile affrontare altre spese. Nell’attuale fase di recessione economica, l’onere finanziario della celebrazione del matrimonio può quindi entrare in competizione con le spese della gravidanza e del figlio.

Ciononostante, i dati delle nascite fuori dal matrimonio per regione, ci mostrano un quadro variegato. A fronte di una fecondità sostanzialmente omogenea in tutte le ripartizioni geografiche italiane, le nascite fuori dal matrimonio (si veda grafico 1) sono molto più frequenti nelle regioni del Centro-Nord Italia rispetto a quelle meridionali e insulari. Inoltre, il grafico ci mostra come in tutte le regioni del Centro-Nord siano gli italiani a trainare il fenomeno, tanto che la differenza tra la percentuale di nascite fuori dal matrimonio di tutti i residenti senza distinzione di cittadinanza e quelli invece italiani è positiva, a dimostrare una frequenza più alta del fenomeno tra gli italiani rispetto alle coppie miste o straniere. Mentre al Sud e nelle Isole non solo la frequenza è molto più bassa, con valori intorno ad una nascita su dieci fuori dal matrimonio in Basilicata e Calabria, ma la differenza tra nascite tra tutti i residenti e gli italiani è negativa, a testimonianza che il fenomeno è più diffuso tra le coppie straniere che tra quelle autoctone.

Quale futuro?

L’aumento delle convivenze e la diminuzione dei matrimoni in Italia sono fenomeni recenti, ma di portata eccezionale. Tali mutamenti si accompagnano anche all’aumento delle nascite fuori dal vincolo matrimoniale. In altri paesi europei il diffondersi di comportamenti meno tradizionali nella formazione delle coppie e nella nascita dei figli è stato il preludio di un aumento della fecondità (è avvenuto nei paesi nordici, ma anche nella vicina Francia, dove oltre la metà dei figli nasce oggi fuori dal matrimonio e la fecondità media è di due figli). Sarà così anche in Italia? Le nuove generazioni affrontano il fare famiglia e l’avere figli in modo meno rigido e preordinato, delineando un regime demografico nuovo, seppure ancora con marcate differenze regionali. In questo processo di mutamento, le famiglie italiane sono però più in affanno che negli altri paesi europei, dove sia la legislazione che i sistemi di welfare sono cambiati insieme alle famiglie. E il risultato di fondo in termini riproduttivi non sembra cambiare, con l’Italia ancora inchiodata nel 2013 a una media di 1,4 figli per donna. D’altro canto il futuro demografico dell’Italia è in parte già scritto perché le madri di domani (per lo meno quelle italiane) non potranno che continuare a diminuire, dato che a fare figli saranno le nate degli anni ’90, quando si è raggiunto un record negativo di nascite, con poco più di 300.000 bambini l’anno.

 


Per saperne di più

De Rose A., Castiglioni M. e Guarneri A. (2011). Comportamento riproduttivo. In Salvini S. e De Rose A. [a cura di] “Rapporto sulla popolazione. L’Italia a 150 anni dall’Unità”, Bologna: il Mulino, pp. 57-78.

Istat (2014). Anno 2013. Il matrimonio in Italia, http://www.istat.it/it/archivio/138266, pubblicato il 12 novembre 2014.

Istat (2014). Anno 2013. Natalità e fecondità della popolazione residente, http://www.istat.it/it/archivio/140132, pubblicato il 27 novembre 2014.

Mencarini L. (2011) Famiglia e fecondità in Italia: tutto cambia perché nulla cambi?, Neodemos, pubblicato il 22/09/2011, http://www.neodemos.it/index.php?file=onenews&form_id_notizia=525

Salvini, S. e Vignoli, D. (2014). Convivere o sposarsi? Bologna, il Mulino.

"Madri snaturate"?

  • Venerdì, 12 Dicembre 2014 08:18 ,
  • Pubblicato in Il Commento

Lea Melandri
10 dicembre 2014

E' fin troppo facile accanirsi contro la madre che uccide un figlio, finché si considera la donna spinta da un "naturale" istinto materno all'amorosa cura dell'essere che ha messo al mondo. Più difficile interrogarsi di quali cambiamenti, conflitti, sofferenze e sentimenti ambivalenti è fatta la maternità, vissuta spesso in solitudine anche nell'ambito famigliare.

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