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l'Espresso
26 02 2015

Quattro agenti indagati e un medico nei guai. Sta dando i primi frutti la complicata inchiesta sui pestaggi avvenuti nella “cella zero” del carcere di Poggioreale, nata dalla denuncia di alcuni detenuti ed ex detenuti, che hanno raccontato ai magistrati di essere stati picchiati a sangue da una squadra di agenti della polizia penitenziaria, nel buio di una cella al piano terra del penitenziario napoletano.

I procuratori aggiunti Valentina Rametta e Giuseppe Loreto e il pm Alfonso D’Avino hanno iscritto nel registro degli indagati quattro agenti della polizia penitenziaria, che ora non sono più in servizio a Poggioreale. Mentre rimane pendente una denuncia nei confronti di un medico del carcere, accusato da uno dei detenuti di non averlo neppure visitato, facendo finta di nulla quando lui si è presentato in infermeria con lesioni tipiche da pestaggio.

Le indagini stanno andando avanti in silenzio e non senza difficoltà, tanto che i magistrati napoletani hanno dovuto chiedere una proroga di sei mesi, in modo da rintracciare testimoni e altre probabili vittime che, nel frattempo, sono stati trasferiti in altri istituti di pena. Intanto, le denunce dei detenuti sono arrivate a quota 150.

Sospetti abusi di potere che anche l’Espresso aveva denunciato, raccogliendo le testimonianze dei detenuti.

Secondo i loro racconti, nell’istituto partenopeo che all’epoca dei fatti - nel gennaio 2014 - era il penitenziario più sovraffollato d’Europa, un manipolo di agenti della polizia penitenziaria, che si faceva chiamare “la squadretta della Uno Bianca”, commetteva abusi di potere e feroci pestaggi nei confronti dei detenuti (soprattutto stranieri o in attesa di giudizio) che venivano portati in una cella vuota e priva di telecamere, denudati, picchiati e infine minacciati perché non rivelassero a nessuno quello che era successo.

Qualcuno, però, ha trovato il coraggio di parlare. Prima con il garante dei detenuti della Campania, Adriana Tocco, che ha inoltrato un dossier alla Procura. E poi con gli stessi magistrati, che ancora in questi giorni stanno incrociando testimonianze e ricordi, andando a ritroso nel tempo e cercando di rintracciare anche detenuti che nel frattempo hanno lasciato il carcere o sono stati trasferiti in altri istituti, cercando di abbattere quel muro di paura e omertà che si sarebbe creato a Poggioreale.

I ricordi di quelle violenze sono ancora ben impressi nella mente di uno dei detenuti, R.L., uno dei primi ad aver sporto denuncia in Procura, che oggi racconta a l’Espresso: “Mi ricordo ancora come fosse ieri, era il luglio del 2013. Mentre mi portavano in quella cella uno degli agenti si sfregava le mani e si toglieva gli anelli, poi continuava a ripetermi: 'Tu sei una brava persona'. E più me lo diceva più io tremavo, perché capivo che stava per succedermi qualcosa”. I dettagli, agghiaccianti, concordano con quelli degli altri detenuti: “Una volta arrivato nella cella, gli altri agenti quando mi hanno visto hanno detto: “E chi è ‘sta munnezza?” Poi mi hanno fatto spogliare completamente nudo. E sono iniziate le botte”.

L’uomo - che era finito in carcere per una vicenda di ricettazione e che oggi ha scontato la sua pena - elenca anche altri dettagli, pure questi finiti sul tavolo del magistrati: “Le vittime di questi pestaggi erano soprattutto stranieri, o comunque persone normali, senza grossi curriculum criminali. Prima di pestare un detenuto, andavano a vedere nei registri chi era e cosa aveva fatto. Non si azzardavano a picchiare i camorristi, per paura di vendette e ritorsioni”.

Nel mirino dei magistrati però non sono finiti solo gli agenti della penitenziaria ma anche un medico, che avrebbe dovuto denunciare d’ufficio le botte subite dai carcerari, e invece non lo avrebbe fatto. “Quando mi sono fatto visitare in infermeria avevo paura a raccontare di essere stato vittima di un pestaggio, però le botte sul mio viso e sul corpo erano inequivocabili - racconta oggi a l’Espresso l’ex detenuto - Ma lui senza neppure visitarmi ha detto: “Torni pure in cella, è tutto a posto”. “In quella cella mi hanno umiliato, mi hanno ferito. Mi hanno annullato come essere umano”.

Accuse pesantissime che devono ancora essere dimostrate. Certo è che la notizia di questa svolta nell’inchiesta sembrerebbe aver dato ragione all’ex detenuto Pietro Ioia, uno dei primi a parlare dell’esistenza della “cella zero”, che oggi fa parte dell’associazione ex detenuti napoletani: “Qualcosa si sta muovendo, dopo anni di silenzio su quello che succedeva in quel carcere. Ora chi ha sbagliato deve pagare. Non dimentichiamoci mai che il carcere deve essere un luogo di recupero per chi sbaglia, non di tortura”.

E qualche effetto positivo, questa inchiesta, l’ha avuto: dopo un’ispezione, sono cambiati i vertici dell’istituto e della polizia penitenziaria e il clima a Poggioreale è decisamente migliore. “Con l’apertura delle celle e l'aumento di varie attività nel carcere - conferma il garante dei detenuti Adriana Tocco - non sto ricevendo più denunce, né verbali, né scritte per abusi e violenze”.

Arianna Giunti

la Repubblica
19 12 2014

Una immigrata, trentenne. Le guardie giurate del pronto soccorso l’avrebbero cacciata via. E lei è morta dopo cinque ore in un altro ospedale. I medici hanno chiesto l’autopsia e l’intervento della Procura.

È accaduto a una giovane originaria dello Zimbawe e residente a Castel Volturno. Vittima di un probabile infarto, la donna giunge ieri sera al San Paolo di Fuorigrotta accompagnata da amici e parenti. È gravissima. Ha difficoltà respiratorie, dolore al torace e parametri vitali in declino. Chi la accompagna racconta una storia allucinante, se fosse confermata dalle indagini. Uno del gruppo ricostruisce le ultime ore di vita di Mary Jacob. Parla male italiano, ma si fa capire. Urla, gesticola, piange. E soprattutto dice che Mary era stata all’ospedale Santa Maria delle Grazie, a Pozzuoli, da dove però le “guardie” l’hanno subito mandata via.

Cacciata? «Sì, non le hanno permesso neanche di entrare in pronto soccorso», risponde un ragazzo, «Lei aveva solo bisogno di essere visitata». A questo punto, la donna viene riaccompagnata a casa. Passa il tempo, il dolore al petto aumenta. Il respiro si fa sempre più affannoso. Dopo tre ore, la decisione di correre a Napoli. Al San Paolo. Scatta il codice rosso.

Prelievo, elettrocardiogramma, flebo. Niente da fare. È troppo tardi, la paziente non risponde alla terapia. Una manciata di secondi e il cuore si ferma. Gli anestesisti tentano col massaggio cardiaco, poi si preparano a defibrillarla. Parte la scarica elettrica. La donna ha un sussulto, ma il cuore resta fermo. L’ago dell’elettroencefalografo traccia un’unica linea. Diritta. Mary è morta. I medici del San Paolo sono sconvolti.

«È una cosa ignobile, se sarà confermata», dice un camice bianco, «e non è la prima volta che al Santa Maria delle Grazie si verificano episodi di intolleranza verso gli extracomunitari. Questo è razzismo». Aggiunge un altro rianimatore: «Vogliamo l’autopsia e un’inchiesta. Bisogna sapere come è morta questa poverina che aveva anche un figlio nel suo Paese. Con un infarto, se preso in tempo, oggi si hanno molte possibilità di salvarsi».

Giuseppe Del Bello

Il tesoro nascosto di Napoli

  • Venerdì, 21 Novembre 2014 11:52 ,
  • Pubblicato in Flash news
Internazionale
21 11 2014

La prima cosa che noto è il teschio umano. Scintilla bianchissimo al sole accanto a due tibie incrociate.

E' finto, scolpito nella pietra. Una cosa che non ti aspetti di trovare sulla facciata di una chiesa. La parete è di mattoni rossi e al centro c'è una grande macchia verde: un fungo sta mangiando le tubature arrugginite nascoste sotto i mattoni. ...

Int. a L.De filippo/J.Turturro: Cercando Eduardo

Camminando sulle orme di Eduardo, trent'anni dopo la morte, ci si accorge che i suoi luoghi a Napoli sono quasi tutti in cima a una salita, involontaria metafora del rapporto con la città. Le tracce del suo passaggio sono nascoste, affidate più alla memoria popolare che alle istituzioni. Un impasto di leggenda e amore per l'uomo che si faceva chiamare solo con il nome, "come un re", diceva, "o come un parrucchiere".
Angelo Carotenuto, La Repubblica ...
La Stampa
17 10 2014

Il casermone di edilizia popolare a Parco Verde di Caivano non è unicamente teatro di potenziali stupratori e assassini.

A renderlo un palazzo degli orrori non ci sono solo la violenza sessuale e l'omicidio della piccola Fortuna Loffredo ("abusi sessuali cronici", recita l'autopsia), la morte misteriosa del piccolo Antonio Giglio e il terribile sospetto di almeno un'altra bambina abusata. ...

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