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Il Fatto Quotidiano
06 12 2013

Dove la linea 1 della metro di Napoli termina la sua corsa, se esci dalla parte giusta ti ritrovi a Scampia. La prima cosa che noti sono i due manifesti affissi sui due palazzi che sorgono nella piazza antistante la stazione. Sui due manifesti c’è una scritta, in uno in italiano, nell’altro in inglese, che recita così: “Benvenuti a Scampia. Basta crederci e trovi un mare di bene a Scampia”. I manifesti, che rappresentano appunto il mare e l’orizzonte, sono opera di un’artista napoletana, Rosaria Iazzetta.

Dalla piazza della stazione alle Vele ci saranno duecento metri, di una via larga, di una via colorata di bianco e di azzurro, di una via che a dispetto della storia mi trasmette tranquillità.

E’ il giorno in cui inizia ufficialmente il “Laboratorio Mina”, dopo mesi di lavoro con alcune associazioni dell’area nord e del centro storico di Napoli: Comitato delle Vele, (R)esistenza Anticamorra, Insurgenzia, Figli del Bronx, Socialmente Pericolosi. Ma anche con Sky, con Cattleya, con il Comune di Napoli, con l’ottavo Municipio, con la Film Commission campana.

E con il fratello di Gelsomina Verde, una delle tante vittime innocenti della camorra, a cui si è deciso di intitolare il Laboratorio. Ho fortemente voluto che questo Laboratorio si tenesse dentro le Vele, nella sede del Comitato di lotta. E tutti mi hanno appoggiato in questa idea. Cercheremo, nei prossimi quattro mesi, di avviare una trentina di ragazzi napoletani alla conoscenza teorica e pratica di un cinema di finzione e documentario che tenti di indagare la realtà, in contrapposizione all’idea di spettacolarizzarla. E realizzeremo cinque cortometraggi che Sky manderà in onda contemporaneamente alla serie Gomorra.

E’ il giorno in cui se qualcuno mi chiedesse perché continui a fare il lavoro che faccio nel modo in cui lo faccio, risponderei: anche perché oggi posso contribuire a far nascere e crescere questo Laboratorio. Che per me significa trasmettere la voglia di sognare, gettare uno sguardo verso il futuro, fare politica. Ed essere in un territorio per me naturale. Perché tanti anni fa, quando il cinema era ancora un sogno, mi ritrovai in una salotto romano, con ragazzi che ora sono diventati chi critico, chi scrittore, chi regista, a sentire parlare di cinema. E a capire che il mio mondo non era quello, pur volendo io continuare a sognare di fare il cinema. Quella sera coniai una delle mie frasi ricorrenti: in più di due è una festa, ed io alle feste non vado. E in quel salotto, che pur era di un mio amico, non ci misi mai più piede. E ho cercato, e forse ci sono riuscito, di fare un cinema che mi portasse lontano da lì. Che mi portasse oggi a Scampia. Con il sogno e l’utopia di riuscire a ripartire da qui con qualche nuovo compagno di viaggio.

E’ il giorno in cui Pit, uno dei partecipanti al Laboratorio, mi viene a prendere alla stazione della metro e vuole accompagnarmi a piedi al Comitato, alla sede del nostro Laboratorio. “Sai, è meglio che vieni con me. Perché qui se qualcuno non ti conosce con quella faccia ti può scambiare per un poliziotto”, detto nella lingua più bella del mondo. Rido. Guardo Pit. “Tu dici?”. Pit mi fa segno di sì con una quasi rassegnata convinzione negli occhi. E allora sorrido. E mi avvio a fianco di Pit verso le Vele, verso il nostro Laboratorio.

Gianluca Arcopinto

Il Fatto Quotidiano
05 12 2013

Giovanni Balestri è il geologo consulente tecnico delle principali inchieste giudiziarie sullo scempio ecologico campano. A cominciare dalla vicenda della Resit di Giugliano (Napoli), discarica autorizzata che ha finito per ingoiare ogni genere di veleno, oggetto di un processo concluso poche settimane fa con la condanna in primo grado del boss dei Casalesi, Francesco Bidognetti, a 20 anni per disastro ambientale. Ilfattoquotidiano.it lo ha intervistato, a pochi giorni dall’approvazione del decreto per intervenire nella Terra dei Fuochi.

Partiamo proprio dal decreto: altri 600 milioni di euro per bonificare questi territori gravemente compromessi sono sufficienti?

"Il problema non è avere soldi in abbondanza. Il problema è utilizzarli bene, ovvio. Un professionista oculato spende la metà per svolgere lo stesso lavoro di un professionista meno oculato o inesperto. In Italia i preventivi di spesa vengono sempre sforati, come se si fosse alle prese con un hard disk, lo si riempie fino in fondo sicuro che basti, ma poi se ne deve compra un altro. Io penso che 500 milioni di euro potrebbero essere sufficienti per bonificare tutti i siti campani che ho in mente. Ne arrivano 600? A maggior ragione dovrebbero bastare, purché ci sia in fondo una cultura di giudizio e di amor proprio per la cosa pubblica, che finora, purtroppo, non ho visto".

Marco De Marco, direttore del Corriere del Mezzogiorno, ha scritto che bisogna pensare all’ipotesi di interdire definitivamente al pubblico certe aree dove l’inquinamento è irrimediabile. Impedendo di viverci e di transitarci. Secondo lei potremmo essere già arrivati a questo punto?

"Le discariche nate autorizzate e morte in un certo qual modo abusive, hanno causato un danno, ma si sa dove stanno e possiamo pensare a un loro confinamento e risolvere il problema. Per quanto riguarda i posti dove hanno sversato di nascosto, si tratta di posti sub superficiali, dove il materiale è stato messo al massimo a cinque metri di profondità. Nella zona dell’agro-aversano, la falda è abbastanza lontana dalla superficie e interdire le aree potrebbe essere un provvedimento eccessivo. Basterebbe ripulirle dai rifiuti. Detto questo, basterebbe prendere le foto satellitari e aeree in archivio, effettuare anche nuovi voli, e vedere nel tempo le modifiche che non corrispondono a nessuna attività agricola, e in un mese la mappatura delle zone ipoteticamente contaminate è pronta per la verifica sul territorio, dopodiché la si interdice fino a quando non si bonifica".

Magari andava fatta prima.

"La proposi già nel 1998 alla Guardia di Finanza, che mi ha supportato in questi anni in tante attività di indagine e che ringrazio per l’ottimo lavoro. Però risposero che occorrevano 900.000 dollari per far tarare e aggiornare i sensori ormai obsoleti negli Stati Uniti. Ma quei soldi non c’erano e la faccenda fini lì. Nessuno poi ha fatto nulla. Direi che abbiamo perso 14 anni per soli 900.000 dollari. Sarebbero poi bastati quattro voli l’anno, uno a stagione. Pensi a quanto avremmo risparmiato adesso e quanti scempi avremmo evitato".

Nel suo ruolo di consulente della Procura ha ispezionato una dozzina tra le località più inquinate tra Napoli e Caserta. Quale sta messa peggio?

"Giugliano e le sue discariche. Ma anche la problematicità di Castelvolturno è molto grave: c’è il mare vicino, ci sono i cosiddetti laghetti e la falda si trova ad appena un metro sotto il piano di campagna. Lì, a parità di condizioni rispetto ad altre aree, la potenzialità della contaminazione è maggiore".

Eppure a Giugliano vorrebbero realizzare quello che la politica chiama termovalorizzatore e i comitati chiamano inceneritore. Quel territorio già così compromesso è in grado di assorbire il peso di questo impianto?

"Io sono solo un fornitore di dati scientifici, sono consulente della Procura ancora adesso e non esprimo giudizi. Dico però che la normativa prevede che i siti adibiti a discarica, una volta chiusi, non possono essere riavviati ulteriormente. Il legislatore intendeva così evitare di sovraccaricare lo stesso territorio di ulteriori problematicità ambientali: dunque penso che intendesse dire che se non si deve insistere con le discariche, non si dovrebbe insistere nemmeno con altro".

Lei oltre alla Campania è stato consulente anche in Calabria e in Sicilia: qual è la mafia che ha fatto più danni all’ambiente?

"La malavita calabrese forse è la peggiore in assoluto, ma spesso ha realizzato discariche abusive in zone così lontane dalla civiltà che quasi quasi nessuno se ne accorge. In Sicilia ho riscontrato sì un forte degrado ambientale, ma forse il mafioso siciliano ama la propria terra più del camorrista campano e ha realizzato cose meno impattanti ed eclatanti. La camorra è stata invece capace di inquinare territori fertili invidiati ovunque".

In una perizia allegata agli atti di un paio di processi sulle vicende della Resit di Giugliano, lei ha definito le analisi della falda compiute dall’Arpa Campania dei primi anni 2000 "carenti, inutili, superficiali" e orientate a occultare i danni in corso. Oggi, a distanza di dieci anni, possiamo fidarci della qualità dei controlli svolti dalle autorità pubbliche?

"Penso di sì, grazie anche a una pressione mediatica molto forte, personale e laboratori si sono allineati su pratiche efficienti e scientificamente corrette. Però ci si disperde un pò, c’è una sovrabbondanza di dati. Un'ordinanza della presidenza del Consiglio dei Ministri riporta che tutto ciò che parte dai commissariati per le bonifiche debba essere fatto in sintonia con l’autorità giudiziaria. Cosa vuol dire? Significa che ad esempio il commissario De Biase, che lavora alla problematica della Resit e di altri siti vicini, sa che tutto ciò che fa, passa sulla scrivania del pm Milita, che a sua volta gira le carte a me per un giudizio sommario, quindi entro certi limiti. Quindi so per certo che si producono migliaia di dati, e quando me li vedo arrivare tutti insieme mi chiedo se addirittura non siano troppi. Tante cose si fanno per eccesso di scrupolo, e il risultato è che si allungano i tempi, forse anche si dilatano i costi, ma non entro in merito, e l’obiettivo magari si allontana. Ma questo è un tipico approccio all’italiana, viziato anche da prassi amministrative veramente contorte. E lo dico senza spirito polemico".

A proposito di costi, quante risorse necessitano per accertare i danni ambientali?

"Non ci vuole molto, basta fare le cose con buon senso, intelligenza e soprattutto con esperienza, spesso in questa materia complessa e multidisciplinare ci si improvvisa. Il costo enorme invece consiste nel ripararli. Con le bonifiche. Peraltro, le tabelle ministeriali dei compensi di qualunque consulente tecnico che opera nel mio campo, di qualunque procura italiana, hanno del ridicolo, prezzi che sono quasi un decimo del tariffario del mio ordine professionale".

Vincenzo Iurillo

Enza era una dei volti della Terra dei Fuochi. Poco prima di morire la ragazza si era fatta fotografare nel suo letto d'ospedale mentre reggeva un foglio con un messaggio: "Acerra non deve morire: salviamola". ...

Uomini, donne e moltissimi giovani; tutti lì, nonostante il freddo e la pioggia battente. "Tutti colpevoli" si legge sulle gigantografie strette tra le mani della gente; sopra ci sono stampati i volti degli uomini politici e dei commissari che negli anni si sono alternati per risolvere il problema, per mettere fine all'emergenza. L'ex governatore Bassolino e Guido Bertolaso, ma anche Umberto Improta e l'ex prefetto Corrado Catenacci. ...

Sud pattumiera del Nord (Francesca Pilla, Il Manifesto)

  • Sabato, 16 Novembre 2013 00:00 ,
  • Pubblicato in primopiano 2
Provate a contare fino a 410 mila e poi fatevi un'idea di quanti sono stati i camion che hanno viaggiato da Nord a Sud per arrivare a sversare, in 22 anni, 10 milioni di tonnellate di veleni nelle province di Napoli e Caserta. Sono questi i dati raccapriccianti che ieri Legambiente ha riproposto nel suo dossier sulla Terra dei Fuochi. ...

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