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#fiumeinpiena, quattro piazze per i beni comuni

  • Giovedì, 14 Novembre 2013 16:30 ,
  • Pubblicato in Flash news

Globalist
14 11 2013

Il 16 novembre quattro luoghi simbolo della lotta per la difesa dei beni comuni e per i diritti di cittadinanza scendono in piazza: Val di Susa, Pisa, Napoli e Gradisca d'Isonzo.

La lotta NoTav in Val di Susa contro la devastazione ambientale e la cementificazione del territorio; Pisa, con il suo attacco frontale all'intoccabilità della proprietà privata e la tutela dei beni comuni; Gradisca d'Isonzo, per la chiusura del CIE simbolo di politiche securitarie e disumane, incapaci di accoglienza ma solo di repressione; Napoli, per denunciare ancora una volta l'avvelenamento del territorio, la distruzione di un'economia locale, il rischio sanitario a cui sono esposte milioni di persone, a causa di un'economia che si serve della mafia per diminuire i costi ed aumentare i profitti.

Quattro esempi del cortocircuito del potere si mobilitano e creano tra loro connessioni, per mostrare il filo che unisce vertenze complementari, con la certezza che è solo dalla coalizione delle lotte sociali che possiamo, dal basso, disarticolare politiche insostenibili e decostruire modelli asfissianti.

E' nelle comunità locali - attive, aperte ed inclusive - che prendono vita i semi di un'altra idea di società, ecologica, solidale, cooperativa, legata a esigenze concrete e a pratiche culturali vive e per questo vaccinate contro i populismi e il localismo reazionario.

Quelle che scenderanno nelle piazze il 16 novembre sono comunità resistenti che si ribellano. Ci ribelleremo per bloccare la privatizzazione dei beni comuni e la riduzione dei diritti, per realizzare trasformazioni radicali a partire dalla connessione tra persone e territorio, tra storie umane e relazioni ambientali. Invaderemo le strade forti della pluralità delle nostre storie e linguaggi, per valorizzare le esperienze di partecipazione e di attivismo sociale, per difendere l'autodeterminazione dei territori e rafforzare le reti dell'economia locale e solidale che si battono contro il sistema economico dominante e le élite che lo alimentano.

Le mobilitazioni di Val di Susa, Pisa, Napoli e Gradisca di Isonzo evidenziano qualcosa che va oltre le criticità locali. Nella maglia che unisce queste lotte intravediamo i punti cardinali attraverso cui riprendere parola e riappropriarci dei diritti negati.

Non è più tempo per opportunismi tattici, alchimie politiche e per strategie attendiste. La crisi - economica, sociale e culturale - che stiamo vivendo ci impone una reazione collettiva e uno scatto di dignità, per dare gambe ad un futuro nuovo, fatto di interessi comuni, proprietà collettive, giustizia sociale e ambientale.

Il 16 novembre migliaia di donne e di uomini scenderanno in piazza, saranno un fiume in piena impossibile da fermare, saranno l'espressione di comunità resistenti che non si rassegnano e che propongono modelli di lotta territoriale partecipata per fermare l'economia del debito e delle grandi opere, il diktat delle multinazionali, il primato della proprietà privata e delle lobby finanziarie, per ripristinare la cittadinanza negata.

Meglio tardi che mai, si sarebbe portati a dire dopo il voto alla Camera (quasi all'unanimità) di ben otto mozioni che impegnano il governo a mettere in atto, rapidamente, tutte le iniziative e gli interventi utili e necessari per risanare la "terra dei fuochi". ...

Il Mattino
01 11 2013

Il muro fra nord e sud - evocato nel folclore leghista - esiste. E l'hanno eretto, dagli anni '80, la camorra e chi, dal nord industrializzato d'Italia e d'Europa, "noleggiava" i camion della camorra per sversare veleni a costo ridotto. Sversamenti che avevano un confine. Non si sversava più a nord di Latina, disse nel remoto '97 Carmine Schiavone, ricostruendo in seduta segreta il patto della vergogna sulle spalle del futuro del Mezzogiorno.

Il muro non si vede. Ma c'è. Corre a nord di Latina e divide la pattumiera d'Europa dall'Italia del nord. Oltre quel confine 25 metri di scavo in profondità valevano (valgono?) lo smaltimento illecito e selvaggio di 250mila metri cubi di rifiuti. Solventi, scarti industriali, edili, ospedalieri, fusti tossici che valevano due milioni e mezzo di lire a pezzo, da spartire fra gentiluomini. Perfino "cassette di piombo" (ossia schermate) con "fanghi radioattivi", disse sotto segreto ai parlamentari della commissione rifiuti, Carmine Schiavone.

Se le inchieste hanno già percorso queste dichiarazioni è impressionante prendere diretta contezza che Schiavone descrive nel '97 il patto mafioso ("noi nasciamo mafiosi" dice dei Casalesi) per trasformare il Mezzogiorno - non solo la Campania - nella pattumiera d'Italia e d'Europa.

«L'affare valeva decine e decine di miliardi a libro mastro, interessava a tutti». Dove, per libro mastro, si intende quello mafioso. Così stabilire il prezzo e vendere l'innocente fu un tutt'uno. E distinguere acquirenti da venditori è arduo. Schiavone l'ha ripetuto di recente in una clamorosa intervista a Sky. Da oggi, però, siamo consapevoli, come pubblica opinione, che quella voce parlava, dettagliatamente, fin dal '93, anno del pentimento di Schiavone.

Ma qualche cosa di nuovo può arrivare anche dal già udito. Il corpo forestale dello Stato, in Campania ha fatto di recente grandi, e scioccanti, scoperte. Gli uomini del comando provinciale di Napoli, guidati dal comandante Sergio Costa, stanno strappando al sottosuolo le prove del patto vergognoso.

Eppure Schiavone parla dal '93. Sono cambiati, da allora, i metodi di accertamento, i laboratori hanno fatto progressi. E la forestale, sessanta uomini per proteggere tre milioni e mezzo di persone in provincia di Napoli, ha messo insieme tecnologie e strumenti in un unico metodo di investigazione che sta dando i suoi frutti. Quello che fu cercato nel '97, con qualche approssimazione, potrebbe essere più efficacemente cercato oggi. Chi conosce il metodo di lavoro di Costa sa che è fatto di tre fasi (step, qualcuno preferisce).

Le fotografie del territorio del sistema Sim, un fenomenale archivio di immagini aree raccolte negli anni. Le analisi del "suono" delle radiazioni che un territorio manda e quelle che dovrebbe mandare se non ci fossero corpi estranei sepolti. E poi ci sono «gli occhi del diavolo».

Il termine non è tecnico ma ha una sua agghiacciante aderenza alla verità. Uno strumento, il geomagnetometro, misura la situazione termica dei suoli che viene tradotta in una mappa colorata secondo i livelli riscontrati. Dove si apre un occhio rosso (l'occhio del diavolo, lo chiama Costa), là occorre andare a guardare. Quanti occhi del diavolo sono sparsi in Campania?

Chiara Graziani

Il Mattino
31 10 2013

Accade a Napoli: alle elementari non c'è la sedia per l'alunna disabile. Dovrebbe acquistarla il Comune, da due anni. E questo non è né un caso isolato né l'unico ostacolo che, ogni giorno, la piccola Gaia incontra nel percorso tra casa e scuola: sua madre per 30 lunghissimi minuti spinge la carrozzina con la bimba, in salita, per strada, schivando auto e scooter, fa slalom tra le buche e le vetture in sosta selvaggia. Sotto il sole come mostrano le immagini (clicca qui per guardare il video), e, coprendo la bambina con una mantella, anche sotto la pioggia.

«Arrivare qui in macchina - scuote la testa la madre della dodicenne, Marisa D'Onofrio - sarebbe ancora più faticoso, a causa delle difficoltà di parcheggio. Caricare, prima, e lasciare, poi, a scuola la carrozzina, un'operazione simile a un trasloco».

Per consentire, infatti, alla bimba di seguire le lezioni, Marisa D'Onofrio porta in classe la sedia avuta in dotazione dall'Asl, quella che usa anche a casa. Con la paura permanente che la carrozzina si rompa. «Ciò significherebbe costringere mia figlia a restare a letto fino alla riparazione, la sedia rappresenta le gambe, e anche le braccia di Gaia».

Interpellata, la preside del 35esimo circolo didattico Scudillo spiega che ha presentato richiesta e sollecitato più volte l'acquisto all'ufficio competente del Comune: le è stato risposto che la gara è in corso. Intanto, l'attesa continua per il secondo anno consecutivo.

Mobilitati i commercianti di viale Colli Aminei per la piccola Gaia: «L'abbiamo vista crescere, è la nostra mascotte» dicono Lino e Ciro Granato, della pescheria Azzurra. «È una bimba dolcissima - aggiunge il giornalaio -, e sua madre una donna coraggiosa che lotta per l'integrazione».

Genitori in prima linea con l'associazione Tutti a scuola e il suo presidente Toni Nocchetti che afferma: «Non può definirsi civile un Paese che non riesce a garantire a un suo figlio più debole la possibilità di stare insieme agli altri. Purtroppo, le politiche di desertificazione dello Stato sociale che i governi nazionali hanno sostenuto in questi anni orribili sono i principali responsabili di quanto accade. Gli enti locali non sono immuni da responsabilità, tuttavia, e la storia di Gaia ne è la più efficace rappresentazione».

Il Fatto Quotidiano
17 10 2013

“Piangeva, gridava, teneva le manine sugli occhi mentre sul giubbino comparivano fori enormi a contatto con quel liquido, quasi sicuramente dell’acido”. La testimonianza è di una passante che ieri mattina si trovava in via Andrea Doria, Napoli, quartiere di Fuorigrotta. Le “manine” erano quelle di un bambino rom. Le teneva sugli occhi perché qualcuno da un balcone del palazzo al civico 22 gli aveva gettato addosso dell’acido, probabilmente muriatico. Anche la mamma, che era accanto a lui, è rimasta ustionata al volto.

Sul sito de il Mattino, il giornale che ha lanciato la notizia, ci sono le immagini della maglietta del piccolo: una maglietta gialla bruciata dall’acido all’altezza della spalla, un foro ben visibile.

Mi chiedo che cosa ci può essere di più orrendo e vigliacco che colpire in questo modo un bambino innocente e la sua mamma. Forse solo rinchiuderli in un lager e gassarli come hanno fatto i nazisti, i camerati di quel tale morto centenario nel suo letto e le cui spoglie sono oggi oggetto di culto per nuovi aspiranti aguzzini.

Pare che spesso, dai balconi del civico 22, piovano sui rom che stazionano in strada secchi di acqua e rotoli di carta igienica per farli allontanare. “Ogni giorno ci arrivano segnalazioni da più quartieri, di incendi, minacce, atteggiamenti ostili nei confronti dei rom che prima non registravamo, tranne in casi clamorosi come l’incendio del campo di San Giovanni” dicono dall’Opera Nomadi di Napoli.
Oggi qualcuno è andato oltre.

Qualcuno potrebbe dire che prova pena per quel bambino ma reiterare comunque le lamentazioni su questi individui brutti sporchi e cattivi che turbano la quiete delle loro civili abitazioni. Qualcuno potrebbe dirmi di andare ad abitare vicino a un campo rom, se mi piacciono tanto gli zingari.

Io vi chiedo di fermarvi a pensare al significato di quell’atto. Alla disumanità di chi pensa di risolvere “il problema rom” togliendoli semplicemente di mezzo. O almeno nascondendoli alla vista dei probi cittadini, come polvere sotto il tappeto.

Come se non fossero uomini, donne e bambini ma rifiuti.

Che pena.

Valeria Gandus 

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