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L'islam tra le strade di Napoli

Internazionale
10 04 2015

L’islam è la seconda religione in Italia per numero di fedeli, ma a causa della sua realtà frammentata non ha ancora raggiunto un’intesa con lo stato italiano. Le moschee spesso nascono come associazioni culturali e la mancanza di istituzioni ufficialmente riconosciute e rappresentative genera molte incertezze.

Napoli, da sempre crocevia di popoli e culture, la situazione non è diversa: nonostante i cinquantamila musulmani presenti nel capoluogo campano, non esiste né una grande moschea né un cimitero consacrato alla sepoltura secondo il rito islamico.

Eppure, nel corso dei secoli, differenti influenze si sono radicate nel tessuto sociale, rendendolo un luogo aperto alla contaminazione e incline all’ospitalità. Complice la presenza dell’università Orientale e la sua posizione geografica, Napoli è stata uno degli approdi favoriti per i tanti musulmani giunti dalle altre sponde del Mediterraneo.

Inoltre la forte presenza islamica ha favorito, negli ultimi decenni, un aumento considerevole delle conversioni e il fenomeno è diventato così rilevante che uno dei maggiori luoghi di culto cittadini è diretto da due italiani, Agostino Yasin Gentile e Massimo Abdallah Cozzolino. Si tratta della moschea di piazza Mercato, oggi luogo di diffusione della cultura islamica e presidio di prima accoglienza per i migranti.

Il de profundis della cultura ultrà?

  • Giovedì, 09 Aprile 2015 10:24 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo press
09 04 2015

L'incapacità di rispettare il "nemico" attraversa la storia del tifo organizzato. Ma chi insulta la memoria di Ciro con la scusa dell'"etica ultrà" ha davvero titolo per farlo?

“A queste voci intenerito Achille, membrando il genitor, proruppe in pianto; e preso il vecchio per la man, scostollo dolcemente”.

I versi dell’Iliade descrivono il sentimento di pietà che s’impadronì della coscienza di un killer mitologico. Si commuove il prode Achille dinanzi a Priamo, padre di quell’Ettore che egli ha ucciso in combattimento. Achille è una micidiale arma da guerra. Ha appena finito di oltraggiare il cadavere dell’odiato Ettore. Eppure quando Priamo lo implora di restituirgli i resti del figlio per poterne celebrare il rito funebre, persino questo violento e divino robot dalle sembianze umane prova compassione per il genitore di un suo acerrimo nemico.

Non c’è spazio per i sentimenti nelle strade e in ciò che resta delle curve degli stadi italiani. E non è solo una questione di ultrà. La denigrazione delle madri di tanti ragazzi rimasti privi di vita sull’asfalto, è ormai consuetudine in questo Paese. Spesso a lanciare indegne provocazioni ai danni dei parenti delle vittime di brutali violenze, sono “uomini” delle “istituzioni”. Ne sanno qualcosa le mamme di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi e Carlo Giuliani, che dai sindacati di polizia e da certi politici hanno ricevuto fiumi di offese e contumelie.

Dalle curve degli stadi di calcio, però, non te lo aspetteresti. Dai luoghi in cui è anzitutto lo scontro fisico a sancire virtù, cittadinanza e appartenenza, ci si attenderebbe un cavalleresco rispetto della memoria dei “nemici” caduti. Perlomeno cum patior, “soffrire insieme”: compassione, nei confronti di chi prova dolore immenso per la perdita di un congiunto. Rispetto! Non conta che la vittima facesse parte della propria comunità o dell’avversa. Ti aspetteresti compassione persino da quei gruppi ultrà i cui padri fondatori hanno praticato biblioteche oltre che palestre, privilegiando letture del pensiero di filosofi magari poco inclini ad esaltare la pietà, ma pur sempre attenti alla mistica delle virtù “guerriere”.

Invece niente! In Italia tali manifestazioni di rispetto corale sono confinate nel bagaglio culturale di gruppi sociali limitati nel tempo e nello spazio. La letteratura e la storiografia ultrà riportano pure notizie di omaggi simbolici e forme di riverenza verso “il nemico”. Ma nella maggioranza dei casi, purtroppo, le cose così non sono andate. Le cronache del passato remoto e recente sono piene di plateali striscioni, sprezzanti slogan e cori offensivi contro calciatori e ultras avversari colpiti da disgrazie o deceduti in circostanze innaturali. Ecco perché oggi risultano strabiche le analisi di chi, commentando l’esposizione degli striscioni contro la madre di Ciro Esposito nella curva sud dell’Olimpico, canta il de profundis della cultura ultras e lamenta la fine di un presunto e mitico tempo dell’onore. Quegli striscioni non sono una novità. Pietà non c’è quasi mai stata. Soltanto in alcuni delimitati contesti, in talune curve, si è consolidata una simbologia attenta al rispetto della dignità del nemico.

La frase esposta nella Sud, comunque, non è il semplice risultato della volontà di ferire nell’animo. È il riflesso di qualcosa che viene dal profondo, un malessere interno. Sembra quasi che gli ultras della Roma vogliano dire: “Se noi portiamo un peso sulla coscienza perché uno di noi ha sparato, voi allora davvero pensate di essere meglio di noi?” Mediante quel messaggio, una curva che in realtà, pur dissimulandolo, ha vissuto un conflitto interno dopo i tragici fatti della finale di coppa Italia 2014, ora sembra voler esorcizzare il peso di un omicidio, contrattaccando sul piano dell’etica, scaricando lo stigma su una famiglia, una città e l’intera tifoseria napoletana, che dopo l’uccisione di Ciro hanno riscosso universale solidarietà.

Peccato che le ironiche strisce dei romanisti, oltre a deformare la realtà, abbiano trascurato un valore che spesso ha caratterizzato i linguaggi delle curve: l’obiettività!

Il principio scandito in quelle frasi, infatti, piove da un pulpito inattendibile, in quanto privo della passata autorevolezza. Nella capitale (e non solo) decine di capi di tifoserie diverse, nel corso del tempo hanno costruito patrimoni economici e politici tuffandosi dal trampolino della curva. Oggi quante sono le tifoserie che possono vantarsi di non aver mai avuto al proprio interno soggetti che abbiano “lucrato” svendendo privatamente simboli e storie che appartenevano a migliaia di altre persone? Qualsiasi striscione rivendichi purezza e coerenza, finisce per rendere ridicolo chi lo espone. E l’ironia sui morti fa parte, sì, della storia degli ultrà. Ma non tutti gli ultrà si riconoscono nella stessa storia, fortunatamente.

Claudio Dionesalvi

La rivolta degli schiavi bengalesi

Costretti a lavorare per pochi soldi anche 14 ore al giorno, una decina di migranti bengalesi, impiegati nelle "sartorie" clandestine intorno a Napoli, ha trovato il coraggio e ha denunciato alla procura la condizioni di schiavitù in cui venivano tenuti. Ora vivono sotto regime di protezione e hanno ottenuto il permesso di soggiorno.
Adriana Pollice, Il Manifesto ...

La parola nomade sulla carta d'identità

  • Venerdì, 13 Marzo 2015 16:13 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

l'Espresso
13 03 2015

Forse non il solo a domandarsi, senza retorica, cosa spinga le persone ad accettare alcuni stili di vita e rifiutarne altri. Se è la profonda diversità dalle proprie abitudini, la mancanza di comprensione, il timore che qualcosa nelle proprie vite possa cambiare se solo si provasse a comprendere quel che di profondamente diverso vediamo attorno a noi.

In Italia la cultura cattolica, pur se ci diciamo atei cresciuti al di fuori della comunità religiosa, è architrave del nostro quotidiano, soprattutto nel senso di colpa, atavico e inestinguibile. Qualsiasi sacrificio non servirà a lavarlo, lo porteremo con noi in ogni momento della nostra vita, qualunque sia la nostra professione. E poi la consapevolezza che in terra non ci potrà mai essere beatitudine, felicità, salvezza. La felicità in terra è vista con sospetto anche da chi la prova. La ricchezza in terra è vissuta con senso di colpa anche da chi guadagna lavorando sodo, sacrificando molto, sacrificando tutto. Che paradosso: si sacrifica tutto per ottenere qualcosa che ci fa sentire in colpa come se avessimo commesso il peggiore dei torti.

Non lontano da noi, nel mondo della riforma protestante, c’è un altro modo di concepire il lavoro, il guadagno e la vita, non migliore ma diverso. Il lavoro non è un castigo di Dio inflitto all’uomo, ma l’unico modo attraverso cui trovare salvezza. Non c’è nulla di sconveniente nel guadagnare, è la mancanza di guadagno, anzi, a essere stigmatizzata.

Ora, è naturale che ogni posizione venga strumentalizzata pro domo propria, quindi se ci risultano odiose le parole di Jordan Belfort in “The Wolf of Wall Street” sull’essere poveri, se ci risulta fastidiosa la sua ostentazione di denaro e ricchezza, non possiamo però tollerare chi rimpiange l’epoca del posto fisso, quello in cui dopo un concorso pubblico con o senza raccomandazione, più spesso con, si veniva assunti e si restava lì fino alla pensione.

E ora veniamo alle terze vie. A quelle vie che non riusciamo ancora a contemplare. Le terze vie crescono all’interno delle società stesse, maturano dai suoi fallimenti e diventano visibili solo quando ormai adulte. Le terze vie sono fatte di allontanamenti, di spostamenti, di persone che vanno via a fare qualsiasi tipo di lavoro, da quelli che implicano alto grado di specializzazione, a quelli che presuppongono tanta buona volontà e capacità di adattamento. Ma le terze vie sono anche il contatto con nuove etnie che arrivano in quella che siamo soliti considerare “casa nostra” senza aver ricevuto alcun invito. Questi arrivi mettono seriamente in crisi tutto ciò che siamo, quello in cui crediamo, spesso la stessa etica del lavoro che cattolica o protestante, informa di sé ogni parte della nostra vita.

E poi ci sono i Rom. Quelli che Matteo Salvini (un po’ ovunque) e Gianluca Buonanno da Corrado Formigli, hanno recentemente definito «rompiballe ai semafori» e «feccia della società”. Alle Invasioni Barbariche e a Piazza Pulita il pubblico ha applaudito. Il pubblico ha applaudito. Lo riscriverei altre cento volte perché davvero non potevo credere che a tali parole, così banalmente aggressive - l’aggressività di Salvini è semplice, basica, da ultras brillo, e non ha creato nemmeno una nuova grammatica d’odio come per esempio Marine Le Pen in Francia - il pubblico potesse applaudire. Una terza via che non è scelta, anche se molti la credono tale, con le leggende metropolitane dei rapimenti di bambini, dei denti d’oro, dei matrimoni opulenti, dei milioni che i rom tirano su a 5 centesimi alla volta. Ilaria Urbani, un’amica giornalista, ha scritto un interessante articolo su cosa viene scritto sulle carte di identità delle persone che vivono nel campo nomadi a Scampia: «Napoli, viale della Resistenza 185 Isolato NOMADI». Isolato nomadi, ovvero ghetto, ovvero persone che vivono in un ghetto. E questo messo nero su bianco sul documento di riconoscimento, perché a nessuno sfugga quella diversità. Mi domando chi avrà dato ai funzionari del comune tali direttive.

E poi mi viene in mente un brano di un genio del pensiero nichilista contemporaneo, Gianfranco Marziano. Si intitola “I zincari”. Il protagonista, dopo aver subito una serie di furti attribuiti alla comunità locale di zingari, invece di radicalizzarsi e prendersela con loro, come farebbe un Salvini qualunque, va alla ricerca del campo rom e quando lo trova chiede: «Scusate, siete voi i zincari? Ma mica me ne posso venire con voi?».

Roberto Saviano

la Repubblica
05 03 2015

Ha 37 anni, è incinta e soffre di diabete, ma la spediscono da un ospedale all’altro per un’emorragia dal naso. Adesso è in rianimazione e rischia la vita, mentre il bimbo è in Neonatologia. È bastata una banale epistassi a mettere in crisi il Cardarelli e i suoi camici bianchi. La vicenda, paradossale per il primo presidio del Sud, risale a sabato scorso. Driovich Ed Darngh Malika, originaria del Marocco, alla trentasettesima settimana di gravidanza, approda in pronto soccorso alle 18,15, dopo avere subìto un lieve trauma al volto. Le narici serrate da un fazzoletto intriso di sangue, chiede aiuto agli infermieri. È sicura che solo lì avrà l’assistenza specialistica di cui ha bisogno. Macché.

Al Cardarelli c’è una divisione di Otorinolaringoiatria, c’è anche l’organico (un primario e cinque collaboratori), ma sabato scorso nessuno di loro è reperibile. E la donna, ricoverata in Chirurgia d’urgenza, aspetta una consulenza che non arriva. Con la minaccia di una nuova emorragia, dopo il primo tamponamento effettuato dal personale di pronto soccorso.

Passa la notte e tutto sembra filare liscio fino a mezzogiorno circa, quando il naso riprende a sanguinare. La situazione si fa delicata, Driovich è diabetica, e in più incinta. Il rischio di un sanguinamento imponente potrebbe ripercuotersi sul nascituro. I medici del Cardarelli, alle strette, avvertono la direzione sanitaria. Chiedono l’intervento di uno specialista di altro presidio.
Ed è così che parte una nota del primario Fabio Sirimarco. Sono le 10,45 di domenica quando lui, che dirige l’Ostetricia del Cardarelli avverte il vicedirettore sanitario, dottor Carillo, per la seconda volta della “necessità urgente e indifferibile di consulenza Orl”. Non è la prassi ma dalla direzione decidono: la paziente andrà al Pellegrini che, si badi bene, è privo come tutti gli ospedali partenopei di pronto soccorso otorino. In questo caso, risponde all’appello il medico reperibile Luigi Vitulano, che arriva nell’ospedale della Pignasecca dove anche la paziente è già in attesa, accompagnata da uno specialista ginecologo nell’ambulanza del Cardarelli.

Tutto risolto? Neanche per idea. Alla signora Driovich, che a malapena macina qualche parola d’italiano, viene “tamponata” l’epistassi (emorragia), ma invece di tornare al Cardarelli come è prassi dopo una consulenza, viene inspiegabilmente trasferita al San Giovanni Bosco. Procedura anomala giustificata soltanto dalla presenza nell’ospedale di Capodichino sia del reparto otorino, sia della ginecologia. Intanto le condizioni della paziente peggiorano, tanto che i medici decidono di sottoporla a taglio cesareo per non mettere a repentaglio la vita del neonato.

Ed è in sala operatoria che Driovich contemporaneamente al parto viene sottoposta al terzo “tamponamento anteroposteriore completo” per fermare la cospicua emorragia nasale. Ma la donna ha perso tanto sangue da rendere necessaria una trasfusione di ben due sacche di plasma, mentre per assicurarle assistenza respiratoria, lunedì mattina scatta il trasferimento in Rianimazione. Driovich, intubata, adesso è stabile, ma ancora in prognosi riservata. E il neonato? Era in sofferenza anche lui, classificato come Apgar 1, primo indice di rischio (il normale è 7). Ma è possibile che per un’emorragia dal naso, l’unico dipartimento d’emergenza di II livello, il massimo per l’emergenza del Sud, spedisca un paziente (e per di più ricoverato) in altro presidio cittadino? «La decisione di chiudere il pronto soccorso venne adottata in accordo con la Regione», risponde il direttore sanitario Franco Paradiso, «e fu abolita anche la reperibilità sia per otorino che per oculistica. D’altronde, sono così rari i casi di vera urgenza che non vale la pena di tenere i pochi medici bloccati. Comunque abbiamo aperto un’indagine interna per capire se si poteva trovare una soluzione diversa ed evitare il trasferimento».

Lo sfacelo della sanità campana in cui rientra il caso della paziente del Cardarelli è sempre conseguenza della carenza di personale e del blocco delle assunzioni. Appena la settimana scorsa il presidente della Regione aveva minacciato il governo centrale: se non si sblocca il turnover, saremo costretti a chiudere i reparti. Quella minaccia sta diventando realtà. Almeno se la Regione non vuole mettere a rischio la pelle dei malati.

Giuseppe Del Bello

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